mercoledì 30 giugno 2010

VOLETE FARE SOLDI E LAVORARE PURE POCO? FACILE: FONDATE UN PARTITO! - COME SI EVINCE DAL CASO DI PIETRO, il meccanismo DEi rimborsi è UNA VERGOGNOSA CUCCAGNA: i partiti sono tenuti a portare le pezze d’appoggio delle spese affrontate, ma i pagamenti avvengono in relazione ai voti conquistati - Al punto che a fronte di spese riconosciute per 600 milioni di euro sono stati erogati contributi per due miliardi 253 milioni....

Marcello Sorgi per "la Stampa"


parlamento
La querelle irrisolta tra Antonio Di Pietro e il suo vecchio socio fondatore di «Italia dei valori» Elio Veltri, che lo accusa di aver organizzato una truffa sui rimborsi elettorali, appropriandosi di una parte di quel che lo Stato ha versato al suo partito per interessi personali, non accenna a finire. Ma al di là delle responsabilità che toccherà alla magistratura accertare (Di Pietro si dice sicuro anche stavolta, come in precedenza, di un'archiviazione), il caso ha messo in evidenza un aspetto non secondario della crisi della politica.

In Italia, in altre parole, è diventato conveniente fondare un partito. Si guadagna bene. E questo spiega perché, ad onta dei meccanismi maggioritari che, escluse le europee, funzionano per qualsiasi tipo di elezione, nell'approssimarsi della data per la presentazione dei simboli, si moltiplichino liste senza quasi alcuna altra ragione sociale che quella di concorrere alla ricca torta dei rimborsi.


Di Pietro
Giuseppe SangiorgiBasti solo un dato, pubblicato, al termine di un'approfondita ricerca, in un piccolo e prezioso pamphlet di Giuseppe Sangiorgi, («Rivoluzione Quirinale», Gaffi editore): nel 1993, ultimo anno prima che il finanziamento pubblico venisse abolito da un referendum, lo Stato versò ai partiti poco più di 80 miliardi delle vecchie lire, pari a meno di 45 milioni di euro di oggi. Nel 2008 i rimborsi elettorali assegnati ai nuovi partiti per le elezioni politiche sono stati più di 503 milioni di euro, dieci volte di più.

A ciò si aggiunga il fatto che hanno diritto a prenotare i rimborsi tutti i partiti che abbiano partecipato almeno alle elezioni regionali eleggendo un consigliere, e quelli che hanno raggiunto l'uno per cento dei voti (più o meno 450mila) alle elezioni politiche. Un siffatto partito può conquistare, non solo la fetta di torta che riguarda la competizione in cui s'è presentato, ma anche quella delle altre elezioni, con l'unico limite, stabilito nel 2009, che per farsi rimborsare le europee dovrà aver raggiunto il 4 per cento dei voti.


CORTE DEI CONTI
Del tutto inspiegabile - e la Corte dei Conti lo ha più volte sanzionato - è poi il meccanismo che sovrintende ai rimborsi: i partiti sono tenuti a portare le pezze d'appoggio delle spese affrontate, ma i pagamenti avvengono in relazione ai voti conquistati, con un moltiplicatore che è andato sempre in crescendo dal '93 al 2008. Al punto che a fronte di spese riconosciute per 600 milioni di euro sono stati erogati contributi per due miliardi 253 milioni, un miliardo e 670 milioni in più di quanto speso. Un campo lasciato intatto dalla manovra di Tremonti.
by dagospia

COM’è BENE FUNZIONA LA SANT’INTESA BAZOLI-GERONZI! - GERO-VITAL, IN CAMBIO DEL VIA LIBERA AL LEONE DI TRIESTE E ALL’INGRESSO NEL CDA DELLA QUOTIDIANI RCS, DA IL VIA LIBERA AL DISIMPEGNO DELLE GENERALI DA BANCA INTESA - UNA PARTECIZIONE CHE ABRAMO HA SEMPRE DESIDERATO AVERE SOTTO CONTROLLO - IL CONSIGLIO DI GENERALI AFFRONTA ANCHE IL TEMA CITYLIFE (LIGRESTI CI COVA)…

Francesco Manacorda per "La Stampa"


Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi Generali apre la strada al disimpegno da Intesa-Sanpaolo. Il segnale è stato la limatura della quota - dal 5,074% al 4,973% - nella banca comunicata nei giorni scorsi dalla compagnia alla Consob. Con questa mossa Trieste, che segnala il passaggio della partecipazione a una natura puramente finanziaria, ha adesso la possibilità di scendere fino alla soglia del 2% senza troppa pubblicità, quando le condizioni di mercato lo renderanno possibile e - qui andiamo sul difficile visto che i titoli sono in bilancio a 3,95 euro contro poco più di 2 euro in Borsa - anche conveniente.


perissinotto giovanniAl consiglio d'amministrazione che si tiene oggi a Milano, sotto al presidenza di Cesare Geronzi, il tema delle partecipazioni bancarie è uno di quelli destinato a tenere banco. Se n'è già parlato nel comitato esecutivo, l'organo che con la nuova governance pare avere assunto maggiore importanza, del 4 giugno. Di fronte all'esigenza del management, guidato dal Group Ceo Giovanni Perissinotto, di liquidare alcune partecipazioni non più funzionali ad accordi di bancassicurazione, dai soci dovrebbe arrivare un sostanziale via libera.


Generali
Oltre a quel 5% Di Intesa-Sanpaolo cui si appoggiava la disciolta Intesa Vita c'è un 5,5% di Allianz - sui libri a 6,63 euro mentre sul mercato è sotto i 6 - legato a un altro accordo di bancassicurazione che scade in settembre, e un 1,13% (9,98 euro il valore di carico, 8,5 quello di Borsa) del Santander.

Tra i temi da affrontare in cda anche il settore dell'immobiliare, con il recente potenziamento dell'impegno in Citylife, e la composizione del comitato investimenti, una delle novità della governance uscita dall'ultima assemblea.


Banca Intesa
A precedere il consiglio di oggi ci sarà anche una sorta di «seminario» sul tema di Solvency II, l'esoterica regolamentazione patrimoniale delle assicurazioni che è ancora in fase di scrittura e da cui dipendono molte delle future mosse della compagnia italiana e delle sue concorrenti.


Melita Ligresti Dalla severità o meno di Solvency II dipenderà infatti anche la disponibilità di capitale che il Leone potrà utilizzare per qualche eventuale acquisizione. Difficile dunque che prima di fine anno, quando le nuove regole per il comparto assicurativo dovrebbero finalmente essere fissate, Trieste possa lanciarsi in qualche operazione di rilievo
by dagospia

EURO o caos – PIÙ DI METÀ GERMANIA VUOLE RITORNARE AL MARCO (E IL NUMERO DEGLI EUROCONTRARI LIEVITA) - VOGLIONO UNA VALUTA “SOLIDA E DA NON RIMPIANGERE” – SECONDO GLI ESPERTI “TORNANDO AL MARCO I TEDESCHI AVREBBERO UNA RIVALUTAZIONE DELLA LORO MONETA, MA CI SAREBBERO CRISI VALUTARIE IN ALTRI PAESI" – “E SE SI TORNASSE ALLA LIRA LA SPECULAZIONE DILAGHEREBBE”…

Antonio Vanuzzo per "il Riformista"


Angela Merkel Niente euro, siamo tedeschi. A due mesi di distanza dalle polemiche seguite al piano da 750 miliardi di euro predisposto da Ue e Fmi per salvare la Grecia, a Berlino più della metà dei cittadini vorrebbe ritornare al marco. A dirlo è un sondaggio condotto dall'Ipsos, secondo cui - in particolare nella fascia di età che va dai 50 ai 64 anni - la percentuale dei nostalgici sale al 56 per cento; meno pronunciata ma pur sempre significativa la percentuale tra i giovani dai 16 ai 29 anni: 42 per cento.

I risultati sono simili ad un'altra ricerca, condotta a maggio dalla multinazionale della consulenza Tns Ermind, che evidenzia come in terra d'Alemagna sei persone su 10 preferiscano avere in tasca la divisa dei tempi di Kohl piuttosto che di Angela Merkel. La notizia, però, non deve stupire.


DEUTSCHE BANK
Guardandolo da una prospettiva storica, l'euroscetticismo teutonico è praticamente congenito: uno studio condotto dalla Commissione europea nel maggio del 2002 - a cinque mesi dall'entrata in vigore della moneta unica - mostrava già allora una percezione assolutamente negativa, riassunta dall'espressione «euro ist teuro», che suona pressappoco come «l'euro è caro».

Insomma, il rifiuto di Berlino ha una tradizione che comincia ben prima del boccone indigesto dei tzatziki bond. «Se gli europei, ed in particolare i tedeschi, dovessero perdere la pazienza, metterebbero a rischio tutto ciò che hanno guadagnato in questi anni» ha affermato ieri Gustav Horn, direttore del centro studi Imk di Dusseldorf - che periodicamente fornisce analisi economiche all'esecutivo - presentando un rialzo, da 1,5 a 2 per cento, delle stime sulla crescita del Pil tedesco nel 2011.

Se la Merkel, dopo un piano di austerity da 80 miliardi di euro, difeso anche nell'ultimo G20 di Toronto, dovesse seguire gli umori del suo elettorato ed uscire dall'euro - nonostante il trattato di Maastricht non contempli questa possibilità - quali sarebbero, dunque, gli scenari geopolitici possibili per l'Ue?

«Se esistesse nuovamente il marco, l'euro non avrebbe senso» nota Roberto Perotti, ordinario di Economia politica alla Bocconi di Milano, che osserva: «Quale credibilità potrebbe avere una moneta scambiata tra Spagna, Portogallo e Italia?» Un report diffuso da Morgan Stanley agli inizi di aprile, quando dagli ambienti finanziari tedeschi è rimbalzata sui blog di mezzo mondo l'indiscrezione secondo cui un dipendente di Deutsche Bank avrebbe spedito un container pieno di marchi freschi di stampa, analizza il rapporto costi/benefici di un'eventuale uscita dall'area euro per Grecia e Germania.


TREMONTI Secondo la banca d'affari, in estrema sintesi, nel lungo periodo appare più probabile uno scenario in cui un gruppo di Paesi «secessionisti» lascino l'euro per tornare ad una moneta più forte rispetto ad un'eventuale uscita per svalutare la propria divisa. Per Franco Bruni, ordinario di Politica monetaria internazionale alla Bocconi e vicepresidente del'Ispi, «se si tornasse al marco i tedeschi avrebbero un'immediata rivalutazione della loro moneta, e contemporaneamente ci sarebbero crisi valutarie in altri Paesi, perché gli istituti di credito tedeschi sono fortemente interdipendenti con gli Stati dell'Eurozona».

Attualmente, il rischio non sembra porsi - lo dimostra il sacrificio elettorale della coalizione cristiano democratica in Nord Reno - Westfalia, dove il partito della Merkel governava con i liberal democratici. Ma in passato, pur senza uscire dall'euro, la Germania è riuscita a piegare in suo favore i dettami di Maastricht.

Spiega Bruni: «Nel 2003 - 2005, quando faceva loro comodo, perché avevano un disavanzo che tendeva ad andare oltre i limiti consentiti, i tedeschi hanno favorito un ammorbidimento dei dettami di Maastricht, con la complicità della Francia e l'aiuto della presidenza italiana. Allora Tremonti, con grande cinismo, criticava il Patto di stabilità, dicendo di aver svergognato i tecnicismi inutili della Commissione, la quale si era impuntata con Germania e Francia affinché seguissero tutte le procedure per colmare un disavanzo eccessivo».

Oggi Tremonti si dichiara europeista, ma cosa succederebbe se l'Italia tornasse alla vecchia lira? Bruni risponde così: «L'unico modo per togliere un Paese dall'euro sarebbe accompagnato da una serie di provvedimenti cautelari e condivisi da tutti. Se si dovesse creare un'aspettativa del genere sull'Italia ci sarebbe un attacco speculativo così violento tale da rendere inutile ogni processo di svalutazione». Gli hedge fund di mezzo mondo non aspettano altro.


by dagospia

L’addio di Saviano A TARICONE, compagno di scuola al LICEO Diaz di Caserta: "quando eravamo adolescenti, lui era rappresentante di istituto, un ragazzo carismatico, solare e un po’ guascone. Addio Pietro, addio guerriero. Mi mancherai" - FOTO DI MARINA LA ROSA E DEI COMPAGNI DEL GF1 ALL’OBITORIO...

CORRIERE.IT - FOTO DI GMT-MEZZELANI


I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI
I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI Entrambi casertani, entrambi giovanissimi, entrambi travolti improvvisamente dal successo. Ad uno di loro due, però, il destino ha riservato una tragica fine. Roberto Saviano e Pietro Taricone hanno frequentato, negli stessi anni sebbene in classi diverse, il liceo scientifico Diaz di Caserta. Lo scrittore oggi dà commosso l'addio al compagno di scuola, reso famoso dal Grande Fratello, e ricorda «quando eravamo adolescenti, lui era rappresentante di istituto, un ragazzo carismatico, solare e un po' guascone. Nella Caserta di quegli anni la sua ribalta sconvolse tutti, si sentì aggredito da tanto successo, una luce che la nostra terra non è abituata a ricevere».

TRAVOLTI DAL SUCCESSO - Improvvisamente travolto dal successo, esattamente come, qualche anno più tardi, è capitato al giovane scrittore dopo l'uscita del suo «Gomorra». Ma di Taricone Saviano dice che «sulla soglia del circo mediatico seppe prendersi il suo tempo, scegliere il suo percorso, approfittare dell'opportunità avuta per studiare e migliorarsi. Non farsi ferire dalla bile o dalle accuse per il successo che in certe parti d'Italia è la colpa peggiore».


I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI
I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI E ancora, sullo sport che all'attore è costato la vita, lo scrittore aggiunge: «Amava volare, perché il cielo non tradisce come ogni paracadutista sa. A tradirlo è stato l'atterraggio, è stata la terra».

Infine Saviano ricorda quando Taricone scese in campo al suo fianco: «Soffro per non essere riuscito a ringraziarlo, perchè all'indomani delle critiche rivoltemi da Berlusconi, mi difese pubblicamente, cosa non scontata per chi viene dalla nostra provincia. Mi mancherà riconoscere nei sui sguardi e nel suo atteggiamento l'inconfondibile matrice della mia terra, mi mancherà guardandolo ricordare la nostra adolescenza, le manifestazioni a scuola, le gite. Quella vita che lo attraversava e mi contagiava. Addio Pietro, addio guerriero».




I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI
I parenti di Taricone allospedale GMT MEZZELANI
by dagospia

ciao pietro

onore a pietro tarricone un ragazzo che è stato un divo del grande fratello ma amato perchè era semplice in un mondo finto.
la cosa triste che lascia una figlia di 6 anni e una marea di persone che gli volevano bene .

moratti , saras, borsa .......affare o bufala?

Giovanna Lantini per "Il Fatto Quotidiano"

Quasi 294 milioni di euro andati in fumo. Questo il "valore dell'energia" che si ritrovano oggi in tasca i 78.759 risparmiatori che nel maggio del 2006 investirono complessivamente 414 milioni di euro sulla Saras. Ovvero la società di raffinazione petrolifera della famiglia Moratti che si apprestava ad andare in Borsa all'insegna, appunto, de "Il valore dell'energia".


FRATELLI MORATTI
Uno slogan che suona quasi come una beffa, proprio nei giorni, questi, in cui si sono chiuse le indagini della Procura di Milano sul sospetto che lo sbarco in Borsa della raffineria sarda sia avvenuto a un prezzo gonfiato: 6 euro per azione, un valore che il titolo Saras in quattro anni, non tutti di crisi, non ha mai più visto (1,74 euro la chiusura in Borsa di venerdì, il 71 per cento in meno della quotazione).


Moratti al completo
L'INDAGINE
Nel mirino dei pm, per ora, sono finiti i nove banchieri provenienti dai tre istituti che curarono la quotazione che portò nelle tasche dei Moratti 1,71 miliardi di euro e in quelle delle loro banche (Morgan Stanley, Jp Morgan e Caboto-Intesa) quasi 40 milioni di euro in commissioni. L'indagine è stata aperta per il sospetto di falso in prospetto informativo (il documento illustrativo della società) e aggiotaggio.

L'indagine per ora non ha toccato l'illustre famiglia milanese, i cui esponenti nei giorni scorsi si sono giustificati con l'ignoranza delle leggi della Borsa.


raffineria saras dei moratti
È indubbio, però, che l'inchiesta rappresenta una bomba a orologeria per il sindaco del capoluogo lombardo, Letizia Moratti, che si trova alla vigilia della scadenza del mandato e che un paio di mesi prima dello sbarco in Borsa della Saras si trovava in piena campagna elettorale, ricevendo dal marito Gianmarco un sostanzioso contributo di 1,2 milioni di euro.

Intoccata anche la Consob di Lamberto Cardia, organo deputato a vigilare proprio sui reati ipotizzati dai pm. Nei prossimi giorni sapremo se alla conclusione delle indagini seguirà il rinvio a giudizio o l'archiviazione.

Poche, quindi, per il momento, le certezze. Tra queste, oltre al disastro economico che l'operazione ha comportato, il fatto che dalla stampa finanziaria, nelle settimane precedenti la quotazione si levarono ben poche voci di allarme.

I GIORNALI
Scorrendo le cronache specializzate dell'epoca, spiccano infatti titoli e affermazioni come "Saras, cresce l'interesse sull'Ipo" (Sole 24 Ore) ; "Moratti: in Borsa per restare primi della classe" (Sole 24 Ore); "Saras sta già scalando l'S&P/Mib" o "Fondi esteri innamorati della Saras" (Finanza & Mercati). E ancora: "Saras replicherà il 2005 con i profitti gonfiati dal barile". Era solo marzo, dovevano avere una palla di vetro miracolosa per sbilanciarsi tanto. Ad aprile i toni salgono: "Al via l'Ipo di Saras. Solo il 20 per cento al retail". Come dire: risparmiatori, affrettatevi, perché vi hanno lasciato le briciole, perché il retail sono i piccoli investitori.


Paolo Panerai
Peccato che una quota del 20 per cento da destinare a risparmiatori e dipendenti sia considerata molto elevata, la media per i marchi poco noti al grande pubblico è del 10 per cento. E ancora, "I Moratti mettono a disposizione del mercato fino al 40 per cento del capitale" (Mf Milano Finanza). Figurarsi se ne avessero messo di più. Due settimane dopo: "La big petrolifera. Per chi vuole investire in un'ottica di medio- lungo periodo e con una presenza e una fama consolidata a livello mondiale, una scelta può essere la Saras della famiglia Moratti ". Forse sarebbe stato più appropriato parlare di ottica di lunghissimo periodo.

LA PUBBLICITÀ
Non si contano poi le innumerevoli allusioni alla tempistica perfetta, visto che nell'aprile 2006 il petrolio viveva uno dei suoi momenti più felici, salvo poi sgonfiarsi proprio alla vigilia della quotazione della Saras, anche se alla ripresa del greggio non è seguita la risalita del titolo.

"In questa congiuntura è facile immaginare un esito positivo per i prossimi debutti del settore a Piazza Affari: la Saras della famiglia Moratti...", si legge per esempio su uno dei quattro quotidiani della City milanese. Salvo poi correggere all'indomani dell'esordio flop, quando il titolo precipitò dell'11 per cento per "colpa della debolezza del mercato e del calo del greggio". Insomma, pochi, pochissimi i dubbi e gli altolà.

Come una notazione nascosta nel fondo di un articolo dove si segnala in due parole che le banche autrici del prospetto avevano rapporti d'affari ben stretti con l'azienda. Oppure un editoriale ex post dove si accenna a dubbi dei gestori sul prezzo, dei quali però prima del flop non si trova traccia evidente o evidenziata. Tra i pochi dissensi, c'è il commento di un editore, Paolo Panerai di Class, che lamenta la scarsa trasparenza dei Moratti che all'epoca scelsero di pubblicare il prospetto sui giornali solo in forma sintetica, per rimandare la consultazione integrale Internet.


Letizia Moratti E qui si tocca un nodo cruciale, perché la quotazione in Borsa di una società è accompagnata dalla pubblicazione a pagamento dell'importante doQcumento. Il prezzo, a seconda delle testate, varia da 50 mila a 150 mila euro. E, sintetico o meno, la Saras lo pubblicò su tutti giornali economico-finanziari del Paese. Non solo.

La raffineria dei Moratti operò una scelta piuttosto insolita per un'azienda che non vende beni di largo consumo e che quindi sono conosciuti dai consumatori/investitori: decise di accompagnare la quotazione con una maxi campagna pubblicitaria corporate , cioè che pubblicizza l'azienda e non i prodotti, che all'ultimo momento venne anticipata rispetto alla pianificazione iniziale. E che, ovviamente, finì abbondantemente sulle pagine di tutti i quotidiani e i periodici finanziari, gli stessi che in quei giorni dovevano raccontare ai lettori e se e quanto conveniva investire in quei titoli. Le spese complessive della quotazione per la società ammontarono a 12 milioni di euro. Più le commissioni. Quindi, per i giornali finanziari, la quotazione di Saras è stato un affare. Solo per loro, però.


by dagospia

ustica un incubo che ritorna.................vogliamo la verità

Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera"


Rino Formica
A sentire Rino Formica, il socialista che era ministro dei Trasporti nel governo guidato da Francesco Cossiga quando precipitò il Dc9 dell'Itavia, i casi sono due. O la verità sulle 81 persone morte nel volo su Ustica si trova in archivi italiani, e allora il personale che ha governato l'Italia dopo la fine della Prima Repubblica, «proveniente dall'estrema destra all'estrema sinistra», non è stato in grado di rivelarla per volontà o inadeguatezza. Oppure la verità sul 27 giugno 1980 è all'estero, e l'incapacità di ottenerla dimostra che il nostro Paese non è autorevole a livello internazionale come molti di quegli stessi politici lo descrivono.


wmc57 rino formica enzo bettiza jannuzzi
Sarebbe interessante una sua intervista su Ustica...
«Mi vergogno a parlarne», è la prima risposta di Formica, 83 anni, al Corriere.

Di che cosa si vergogna?
«Parlarne dopo 30 anni e dire alle famiglie che c'è ancora da scavare sulla verità è, per il Paese, un segno di impotenza o di ipocrisia». Dovuto a che cosa? «Questo è un sistema politico che non conta niente. Quando si rideva della storia del missile (la tesi che fosse stato un missile ad abbattere l'aereo, ndr), fui il primo al Senato, di fronte a tutti i gruppi parlamentari che accettavano la teoria del "cedimento strutturale", ad affermare: attenti, potrebbe esser stato qualcosa di esterno. C'era la tesi del generale Rana».


FRANCESCO COSSIGA
Era stato il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico italiano, a dirle che il Dc9 poteva essere stato colpito da un missile.
«Valutando i dati dei radar, Rana lo riteneva razionalmente possibile. Siccome è escluso si trattasse di un missile di batteria italiana, e deve essere straniero, dovremmo ricavarne un paio di elementi».

Quali? «Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c'è forza politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese. Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e sinistra...».


USTICAQuando Rana le parlò di missile, il ministro della Difesa Lelio Lagorio, Psi, non diede seguito.
«Nel dire "cosa un po' fantasiosa", doveva reggersi sullo stato maggiore. Che poteva dire?». E lei? «Io non disponevo di alcun elemento certo, ma della valutazione di uno del quale avevo grande fiducia. Di Rana mi fidavo del tutto, non solo perché era stato il pilota di Pietro Nenni, anche perché lo conoscevo come uomo specchiato, onesto, impastato della storia dell'Aeronautica. Rana escludeva il collasso strutturale, non stabiliva chi era l'esecutore. Il problema era che, vista l'assenza del collasso...».


gheddafi
Formica, ma lei che idea si è fatto? Chi buttò giù il Dc9?
«Sto alle osservazioni di Cossiga. Ha detto: i francesi».

La strage di Ustica dimostra la scarsa sovranità dell'Italia.
«Il problema non è quanto è avvenuto fino agli anni '80, quando la sovranità era determinata dalla divisione del mondo in blocchi, ma dopo».


gheddafiQuesto non è un palleggio? Al governo c'era lei, allora.
«No, non lo è. Perché tutti quelli al governo dopo si sciacquano la bocca sul fatto che la Prima Repubblica era assoggettata all'estero. Scusi, Obama se non sa che fare non chiede consiglio a Berlusconi? Putin non sa da qui i calzini da mettere? Non daremmo tanti consigli? Tanti consigli, tanti pernacchi. E Gheddafi? Vanno sempre sotto la sua tenda. E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure all'orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a sinistra. Senta, sò tutti dei girella».


by dagospia

sabato 5 giugno 2010

NELL’INTERVISTA TRONCA-TRONCHETTI, ORMAI APPUNTAMENTO FISSO CON ’REPUBBLICA’, L’EX SPIONE SENZA LEX DI TELECOM SCODELLA DELLE CHICCHE GOLOSE ED INEDITE. SUL MITOLOGICO MAGISTRAT CASELLI ATTOVAGLIATO A CASA TRONCHETTI PER UNA GRANA GIUDIZIARIA DI MONTEZEMOLO, AVANTI LUCIA ANNUNZIATA CHE FA DA TRAMITE PER UN RIAPPACIFICAZIONE CON D’ALEMA (CASO COLANINNO-OAK FUND), ECCO L’INTERISTA FACCHETTI CHE GIOCA A CALCIOPOLI CON GRECO E BOCCASSINI, TRAPASSANDO PERFINO LE INTERVISTE ’SDRAIATE’ DI FABIOLO FAZIO - 2- ATTENTI A TAVAROLI, È UN TIPINO CHE CONOSCE (E BENE) LA STORIA SEGRETA D’ITALIA (INSIEME A MARCO MANCINI, POI AGENTE SISMI DI POLLARI, L’EX CAPO DELLA SECURITY TELECOM ERA TRA I CARABINIERI DI DALLA CHIESA CHE ENTRARONO NEL COVO BR DI VIA MONTE NEVOSO DOVE FURONO RITROVATI LETTERE E REGISTRAZIONI DELL’INTERROGATORIO DI ALDO MORO, POI MISTERIOSAMENTE "SBIANCHETTATI" DA QUALCHE MANONA DEVIATA DEI SERVIZI) -

Nell'intervista tronca-Tronchetti, ormai un appuntamento con scadenza mensile di Tavaroli con 'Repubblica', l'ex spione senza lex di Telecom, oltre alle immancabili accuse al suo ex padrone ("codardo") scodella delle chicche golose ed inedite. Su Giancarlo Caselli, Montezemolo, Lucia Annunziata, Tremonti, D'Alema, trapassando Fabiolo Fazio. Eccole:
tavaroliGiuliano Tavaroli da Giovane

2- TAVAROLI ATTOVAGLIA TRONCHETTI CON CASELLI, LUCIA ANNUNZIATA FA DA TRAMITE PER LA PACE CON D'ALEMA, CI VUOLE L'EX GDF MARCO MILANESE PER UN INCONTRO CHIARIFICATORE CON TREMONTI, FACCHETTI FA CALCIOPOLI CON GRECO E BOCCASSINI
Stralci (e stracci) dell'intervista di Piero Colaprico e Walter Galbiati a Tavaroli per La Repubblica
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Un Giuliano Tavaroli un po' appesantito, ma muscoloso, con l'occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a quattro anni e due mesi: "Sì, ho letto ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera". Scuote la testa: "E l'ho anche visto in tv in un'intervista sdraiata di Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi manco mi conosceva".
MARCO TRONCHETTI PROVERA - Copyright Pizzi

Ma, scusi, Tavaroli, si è sentito offeso?
"A livello personale non m'importa, qua c'è un'offesa professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche in decine di università, perché la nostra Security aziendale era un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro avvocati, come un'accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di niente".
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Ci aiuti a capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l'ha chiamata per proteggere qualche persona importante in difficoltà?
"Più d'una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti. Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse, e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una vecchia inchiesta di Torino".
5rf48 montezemolo tronchetti proveraGian Carlo Caselli

Lei è sicuro di quello che sta dicendo?
"Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli".

C'è stato questo pranzo?
"Che c'è stato è sicuro, ma io non ho partecipato".

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giacinto facchetti nli59 facchetti b moratti zaccaria

È proprio vero che stavate aiutando l'Inter di Moratti contro Luciano Moggi?
"La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete sapere a quando risale? Al 2002... Succede che un arbitro bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di quella che sarà Calciopoli. All'Inter vanno in fibrillazione, si spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi".
PM Franceso Grecoboccassini previti espresso

Siete andati dalla magistratura?
"Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a Moratti l'unico suggerimento possibile, e cioè portare Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può parlare, resterà anonimo, l'indagine comincerà".

All'Inter che dicono?
"Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano. Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e Ilda Boccassini. E l'arbitro, convocato, va in procura, ma non è così facile come sembra... Fa scena muta. L'inchiesta Calciopoli non parte quindi da Milano, com'era possibile, ma partirà qualche anno dopo, a Napoli".
cnv39 dalema tremonti

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Ma Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare chicchessia?
"Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere contatti con chiunque, ma è anche vero che c'era gente come D'Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo".
DALEMA RIOTTA TRONCHETTI

E lei che cosa fa?
"Sono io che gli ho fatto fare la pace con D'Alema, per il tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti, attraverso l'ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli formali c'era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri, serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato".
LUCIA ANNUNZIATA MASSIMO DALEMA

Lei dà del falso a Tronchetti, che invece fa l'anima bella, perché ha mentito in altre occasioni?
"Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del 2005, invece sono nate nel 2001, dopo l'acquisto di Telecom dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l'acquisto di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui Tronchetti dava fastidio".
1976 veltroni dalema annunziata fabio mussi gio amendola

Fastidio?
"Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da tanti. Voleva fare l'imprenditore indipendente e questo può comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti, tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia.
by dagospia

AYALA CI ILLUMINA SULLE STRAGI DEL ’92-’93 - IL PM al primo maxiprocesso RICORDA “FALCONE SAPEVA CHE NON ERA SOLO LA MAFIA A VOLERLO MORTO. COINVOLTI settori dei servizi segreti” - Ricordo che Paolo disse: “finché c’è il maxiprocesso in piedi la mafia non ci tocca”. Il maxi fu pendente fino al 30 gennaio ’92. A marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a luglio Borsellino...”

Ninni Andriolo per "l'Unità"
Strage di Capaci - Palermo

La verità sulle stragi? Si potrà conoscere se la politica ne favorirà unitariamente la ricerca". Giuseppe Ayala fece parte, assieme a Falcone e Borsellino, del pool antimafia di Palermo. Pubblico ministero al primo maxiprocesso, venne eletto deputato nel '92. Dal 2006 è rientrato in magistratura. Attualmente è consigliere presso la Corte di Appello all'Aquila.

Giancarlo De Cataldo, un suo collega, la pensa più o meno come lei e ripropone la Commissione d'inchiesta sulle stragi...

"Ho molto apprezzato un passaggio della sua intervista a "Repubblica". Ha ricordato che lui, come altri, riteneva che Falcone e Borsellino fossero dei "protagonisti" e non quei grandi magistrati che sono stati. Il fatto che lo abbia affermato pubblicamente, a differenza di molti, è segno di grande onestà intellettuale. Non so se la strada più efficace possa essere quella della commissione parlamentare, ma la politica deve dare un grande contributo alla ricerca della verità".
borsellino

Il procuratore Grasso parla di "interessi trasversali" che armarono la mafia....

"Che nelle stragi del '92 e '93 fossero coinvolti, accanto a Cosa nostra, settori dei servizi segreti, è cosa che in molti abbiamo pensato e detto. Oggi - limitatamente al fallito attentato dell'Addaura e alla strage Borsellino, che io sappia almeno - si è aperto questo capitolo anche dal punto di vista giudiziario. Ma, al momento, assegno a queste indagini una bassa percentuale di riuscita. E questo con tutto il rispetto che si deve ai colleghi di assoluta qualità che se ne stanno occupando. A cominciare dal procuratore di Caltanissetta, il mio amico Sergio Lari. Mi auguro di essere smentito, naturalmente"
Giovanni Falcone

Perché questo pessimismo?

"Perché sbattiamo contro un muro di gomma. Posso fare un esempio paradossale che rende l'idea?"

Prego...
AYALA

"Ma quanti agenti con la "faccia di mostro" ci sono nei servizi segreti italiani? E come mai i servizi non hanno ancora collaborato con l'autorità giudiziaria dando identità alla "faccia di mostro" che lavora ancora lì dentro? Sarei indotto a pensare che se non hai quelle caratteristiche non puoi fare lo 007..."

Dopo l'Addaura Falcone parlò di "menti raffinatissime"...

"Usando quella espressione non si riferiva alla mafia. A scanso di equivoci collegò quelle "menti raffinatissime", testualmente, a "centri occulti di potere capaci di orientare le scelte di Cosa nostra". Nella stessa intervista, poi, nel descrivere "lo scenario" dentro il quale tentarono di ucciderlo, fece un parallelo con l'omicidio del generale Dalla Chiesa. Io non sono depositario di verità infallibili, ma essendo Falcone un magistrato cautissimo, che si intendeva di queste cose come nessun altro, qualcuno mi deve spiegare perché mai quello "scenario" doveva cambiare nel '92 e nel '93. Stragi, tra l'altro, ancora più significative da questo punto di vista".

In che senso, consigliere?
Giuseppe Ayala

"Perché Cosa nostra nel '93, per la prima volta, esportò gli attentati fuori dalla Sicilia. E perché quelle stragi, a differenza della tradizione mafiosa, dovevano palesemente comportare vittime innocenti. Si scelsero metodi di tipo terroristico. E'come se qualcuno avesse voluto mettere la firma..."

Il messaggio a chi era rivolto?

"Il messaggio era: "abbiamo la mafia, ma ti facciamo capire che ci siamo anche noi". In questo Paese accade sempre, quando la politica vive un momento di grande debolezza e nel '92-'93 era così, che emergano per un verso gli interessi e per l'altro le logiche degli apparati. Non possiamo fare di ogni erba un fascio, però. Nei servizi la stragrande maggioranza è composta da gente fedele alle istituzioni"
Generale Dalla Chiesa

Si parla di stragi congegnate ad hoc per favorire nuovi referenti politici...

"Non ho elementi per suffragare questa tesi. Ne prendo atto con molto rispetto perché viene, tra l'altro, da Piero Grasso di cui conosco senso di responsabilità ed equilibrio. Detto questo aggiungo una notazione polemica che non vale per i magistrati. Spesso sento parlare di mafia e di stragi da gente che non ne capisce nulla. Io, purtroppo, una certa memoria storica la conservo...".

Si può far risalire all'omicidio Dalla Chiesa la trattativa tra mafia e Stato?

"C'è troppa gente che parla di trattativa. Aspetto dati concreti e non ne vedo ancora. Non che la cosa mi scandalizzerebbe. Basti pensare ad altre epoche. All'uccisione di Giuliano, per esempio".

Dopo l'Addaura nel pool antimafia avevate la sensazione di un salto di qualità senza ritorno?

"Non riferisco, naturalmente, quello che ci dicemmo in privato con Giovanni. Posso dire quello che dissi io ai colleghi. Nel 1984 ci trovavamo con Falcone e Borsellino a Rio de Janeiro. Una sera - lo chiamammo scherzando il "ragionamento di Copacabana" per via dell'albergo - il discorso cadde sulla nostra sicurezza personale. Ricordo che Paolo, in sintesi, disse: "finché c'è il maxiprocesso in piedi la mafia non ci tocca". Condividemmo questa analisi. Il maxi, come è noto, fu pendente fino al 30 gennaio '92. A marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a luglio Borsellino..."

Prima però venne l'Addaura..

"Sì e quel fallito attentato mi portò a fare con loro questa osservazione: "l' Addaura allora e' in contraddizione con la "polizza d'assicurazione" del maxiprocesso - così la chiamava Paolo che era sempre pronto alla battuta - ...anche questo ci deve far pensare che non si tratta solo di mafia". Falcone poi parlò di menti raffinatissime".

Dopo le stragi del '93 anche lei ha temuto un colpo di Stato?

"Ebbi nettissima questa sensazione. Nel '92 ero stato eletto alla Camera e avevo un osservatorio diverso da quello della procura di Palermo. Eravamo in molti ad essere allarmati. Pensai a una strategia terroristica che aveva una finalità politica".
by dagospia