martedì 28 luglio 2015

Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché Foto Una vita spesa fra industrie e la grande passione per il mare Isolato e impotente. Il suo salto nel buio


Raul Gardini

Ravenna, 21 luglio 2013 - «QUELLA SERA Gardini voleva venire a parlare con noi, ma era disperato perché non poteva avere i rendiconti». E’ un passo, illuminante, della requisitoria di Antonio Di Pietro al processo a Sergio Cusani celebratosi a Milano fra l’ottobre 1993 e la primavera seguente. Cusani e successivamente altri imputati fra cui ex amministratori e collaboratori dell’impero Ferruzzi (Ferfin spa), vennero condannati oltre che per l’illecito finanziamento dei partiti e per i falsi in bilancio, anche per appropriazione indebita di una consistente fetta di quella ‘provvista’ nota come ‘madre di tutte le tangenti’, ma che in realtà fu soprattutto una colossale appropriazione.
ECCO, in questa impotenza di Raul Gardini a dimostrare alla Procura milanese come in realtà si fosse dipanato il meccanismo dei ‘soldi ai partiti’, sta senza ombra di dubbio la genesi della tragica decisione adottata quella mattina del 23 luglio 1993 nella stanza da letto di palazzo Belgioioso. Un colpo alla testa con la sua Walter PPK 7.65: l’arma fu trovata sul comodino (ivi posta dai primi soccorritori) e questo aprì la strada a una ridda di ipotesi che ancora, a vent’anni di distanza, tengono banco su piste diverse da quella giudiziariamente accertata dalla prima immediata inchiesta, ovvero il suicidio. Ipotesi che addirittura portano sulla scena, oltre alla mafia, anche la Cia e Gladio attraverso racconti recenti di un ex militare.
GARDINI sapeva fin dal pomeriggio del 22 luglio che il gip Italo Ghitti stava per firmare (in effetti lo fece alle 9.15 del 23 luglio) un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti suoi (che con il Gruppo Ferruzzi non aveva più nulla a che fare), di Carlo Sama (a capo del Gruppo), di Sergio Cusani, di Giuseppe Berlini e di Vittorio Giuliani Ricci. L’accusa era, per tutti, di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti a seguito della maxi provvista da 152 miliardi attraverso la cosiddetta ‘provvista Bonifaci’, ovvero fondi ottenuti mediante plusvalenze relative a compravendita di terreni.
Da quella provvista, presto sfuggita al controllo di Gardini, furono attinti fondi anche per pagare tangenti a molti partiti fino alle elezioni del 1992, dalla Dc al Psi, al Pli, al Psdi, e anche alla Lega, e pure al Pci. A gennaio, con l’accusa di aver pagato tangenti, già era finito in carcere Lorenzo Panzavolta, manager indiscusso di Calcestruzzi, gioiello della Ferfin.
A far scattare le misure cautelari del 23 luglio erano state le dichiarazioni di Giuseppe Garofano, amministratore di Montedison, che, inseguito da una antecedente ordinanza di custodia cautelare era apparso a Ginevra il 14 luglio e si era consegnato. Fu lui a svelare i primi passaggi della formazione della provvista e del pagamento delle tangenti e proprio quel 23 mattina, i quotidiani titolavano a nove colonne: «Le tangenti di Raul». Poi a fornire la propria versione provvide Carlo Sama nel carcere di Opera durante la detenzione di una settimana (cui, dal 29 luglio, seguirono gli arresti domiciliari nella villa di Marina Romea e infine nella residenza in centro a Ravenna).
La sua versione, Gardini non l’ha mai potuta dare: la ricostruzione delle sue attività si fonda sulle risultanze, concordanti, dei vari processi. Ma per quanto riguarda le decisioni assunte nel corso del tempo da Raul Gardini e che possono ritenersi dati storici, ci si deve fermare a metà del 1991: a giugno ‘il Corsaro’ divorziò dalla famiglia Ferruzzi e lasciò l’impero. Da quella data in poi, ogni decisione relativa al pagamento di tangenti ai partiti, alcune delle quali consegnate a Ravenna (500 milioni al segretario socialista Claudio Martelli in vista delle elezioni del 5 aprile 1992) furono adottate dagli amministratori del tempo, Carlo Sama in primo piano. Per comprendere la decisione di Raul Gardini di ricorrere al denaro si deve andare al 1988, quando ‘il Corsaro’, succeduto a Serafino Ferruzzi deceduto nell’incidente aereo del 10 dicembre 1979 a Forlì, aveva già in mano le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre grosse società. Raul era un imprenditore vulcanico con un’apertura mentale di grande caratura (basti pensare che aveva chiamato nel cda personaggi culturali del calibro di Rita Levi Montalcini) rivolta alle innovazioni tecnologiche, alle fonti energetiche alternative a cominciare dal bio-etanolo, assolutamente rivoluzionarie per quel periodo.
«La chimica sono io» divenne il suo motto e obiettivo, dopo peraltro aver conquistato British Sugar, costata 800 miliardi, e lo zucchero della francese Beghin-Say: Gardini  prima avviò la scalata a Montedison e poi mise in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto da Gabriele Cagliari. Enimont nacque il primo gennaio 1989, ma gli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti non venivano sganciati. Fu così che Gardini mise mano per la prima volta al portafoglio grazie alle provviste generate dalle alchimie finanziarie del cervese Pino Berlini, custode in Svizzera del patrimonio di famiglia Ferruzzi e già artefice dell’occultamento dell’enorme buco (400 milioni di dollari) dovuto alla causa avviata nel 1989 nei confronti del Gruppo dalla Borsa cereali di Chicago (mercato della soia). E poi ai soldi Gardini fu costretto a ricorrervi di nuovo quando, di lì a 18 mesi, la strada di Enimont cominciò a mettersi in salita. Gardini voleva la maggioranza, l’Avvocatura dello Stato chiese e ottenne il blocco delle azioni, il ravennate decise di vendere a 2.805 miliardi di lire.
IL GOVERNO accettò, ma Gardini aveva già incaricato Cusani di rastrellare 150 miliardi, la cosiddetta ‘madre di tutte le tangenti’. Di quei 150 miliardi, si è detto, ne furono utilizzati una minima parte per le tangenti e ancor più minima da Gardini visto che di lì a un anno abbandonò le cariche del gruppo. Il resto, quasi 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, fu depositato, sotto forma di CCT, presso la Banca del Vaticano, lo Ior, grazie a Luigi Bisignani. Parcheggiata nel conto ‘San Serafino’ (a ricordo di Serafino Ferruzzi) l’ingente somma dal 10 giugno, tre giorni dopo il siluramento di Raul, prese le strade di alcuni conti cifrati in Lussemburgo e in Svizzera. Dopo di che se ne sono perse quasi tutte le tracce: evidentemente è rimasta nella disponibilità di qualcuno e poi ben utilizzata. Sergio Cusani restituì 35 miliardi. Questa era la verità che Raul avrebbe voluto raccontare a Di Pietro, ma non aveva i documenti e sbarrata era la strada per recuperarli.
AVEVA DUELLATO con Cefis, ancor più con Cuccia, con De Mita e ministri che non considerava, aveva combattuto al board di Chicago, aveva ospitato nella sua dimora veneziana Bill Clinton, che ancora non era presidente Usa e la moglie Hillary (il cui studio legale lo tutelava a Chicago), aveva solcato gli oceani nella Vuitton cup e nella Coppa America nel 1992: improvvisamente, quella mattina del 23 luglio di 20 anni fa, dopo una notte di telefonate vane, Raul per la prima volta sentì di essere travolto dagli eventi. In mano non aveva più alcuna carta.
Carlo Raggi

 http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/2013/07/21/922906-raul-gardini-morto-venti-anni-fa.shtml

Roberta Bruzzone Website E-mail Stampa La strana morte di Raul Gardini

Due suicidi eccellenti, due morti che hanno lasciato perplesso il jet set finanziario italiano. Due imprenditori di successo che hanno posto termine alla loro vita in modalità a dir poco sconcertanti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI Gabriele Cagliari, all’epoca il primo gruppo siderurgico italiano, viene trovato morto per soffocamento in circostanze misteriose e mai chiarite del tutto dalla Procura di Milano. Lo trovano senza vita nei bagni di San Vittore con un sacchetto di plastica infilato in testa e fissato al collo con una stringa da scarpe. L’inchiesta sulla sua morte verrà archiviata come suicidio.
Pochi giorni più tardi, il 23 luglio 1993, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto senza vita Raul Gardini, patron del potente gruppo imprenditoriale Ferruzzi-Montedison. Secondo gli inquirenti anche lui si sarebbe suicidato, seppur in circostanze anomale e mai definitivamente chiarite, sparandosi un colpo di pistola con una Walter Pkk. Un unico colpo alla tempia che non gli ha lasciato scampo….Ma qualcosa non torna, a cominciare dalla posizione dell’arma al momento del ritrovamento del corpo senza vita dell’imprenditore.
La Walter PKK viene trovata infatti sulla sponda opposta del letto di Gardini a significativa distanza dal suo corpo. La pistola poi ha esploso due colpi. E anche il biglietto di addio ritrovato vicino al corpo di Gardini (che riportava un semplice “grazie” rivolto ai familiari) secondo le perizie potrebbe essere stato scritto mesi prima, forse in occasione di un compleanno o del Natale precedente. Insomma sono parecchie le tessere del puzzle che non sembrano coerenti con lo scenario suicidario.
Tuttavia all’epoca, è bene ricordarlo, infuriava l’inchiesta meglio nota come “Tangentopoli” che ha letteralmente colpito al cuore il sistema degli “affari” che governava il nostro Paese.  Gardini ne era divenuto, suo malgrado, uno dei principali protagonisti. Fatto sta che, almeno inizialmente, il caso viene archiviato come suicidio.
L’imprenditore, secondo la ricostruzione della Procura di Milano, non avrebbe retto allo scandalo giudiziario che lo vedeva coinvolto e avrebbe preferito la strada del suicidio. Tutto risolto quindi? Andiamo per gradi.
Nel 2006 un nuovo colpo di scena riaccende i riflettori sulla vicenda. A far capolino nell’inchiesta questa volta è la Procura di Caltanissetta. Secondo l’Espresso del luglio di quell’anno, i magistrati di Caltanissetta avrebbero riaperto l’inchiesta sulla morte del noto finanziere ipotizzando scenari diversi e a dir poco sconvolgenti: a spingere Gardini al suicidio non sarebbe stata la vergogna per il suo coinvolgimento nell’inchiesta “Tangentopoli” ma la volontà di sottrarsi una volta per tutte ai ricatti e alle pressioni ricevute da parte di organizzazioni criminali.
Un’istigazione al suicidio in piena regola dunque alla base del tragico gesto anticonservativo oppure un omicidio vero e proprio. E a fare da cornice alla suggestiva ipotesi avanzata dagli inquirenti siciliani ci sarebbe una fitta rete di collegamenti tra la società Calcestruzzi Spa, all’epoca parte dell’impero Ferruzzi, e proprio “Cosa Nostra” nell’ambito dei multimiliardari appalti nel settore edilizio.
I magistrati nisseni si mostrano convinti della sussistenza di tale scenario al punto da richiedere una nuova perizia balistica per verificare se Gardini si è tolto davvero la vita volontariamente. L’unica a non aver mai creduto al suicidio era sempre stata la moglie del potente finanziere.
Ma c’è anche un’altra circostanza che getta da sempre una luce sinistra sul decesso del finanziere: fino alla tarda serata del 22 luglio 1993 Gardini era deciso a presentarsi ai magistrati di “mani pulite” per rispondere alle accuse mossegli sull’ “affare” Enimont e sulle relazioni tra il Gruppo Ferruzzi e il sistema dei partiti. Ad affermarlo sono stati i suoi stessi avvocati.
Era con loro infatti che Gardini aveva parlato sino a tarda sera proprio in merito a cosa riferire ai PM milanesi. E sembrava più deciso e pronto che mai. Ma solo poche ore più tardi avrebbe esploso contro di sè i colpi mortali lasciandosi dietro solo un biglietto con su scritto soltanto “grazie” a conclusione di un’esistenza costellata dal successo e dal denaro.
Sono passati ben 19 anni da allora, ma non sono bastati a dipanare i molti misteri che ancora circondano quella morte. E non solo.
(fonte: ItalyNewsWeek.com)

 http://www.robertabruzzone.com/Internet-e-Social-Media/la-strana-morte-di-raul-gardini.html

FELTRI: “SUICIDIO GARDINI? MA QUALE “ATTO D’IMPETO”! COVO’ IL PROPOSITO PER ALMENO 36 ORE” - GLI ULTIMI GIORNI DI UN VISIONARIO CHE VOLEVA SPODESTARE GIANNI AGNELLI Feltri legge la patetica intervista di Tonino Di Pietro al Corriere nel ventennale della morte di Raul Gardini e apre l’armadio dei ricordi. Ci cenò due sere prima del suicidio e gli parve già un condannato a morte. Pezzo notevolissimo…

LA MIA ULTIMA CENA CON GARDINI
Vittorio Feltri per "il Giornale"

Ieri, mentre leggevo l'intervista su Raul Gardini rilasciata da Antonio Di Pietro ad Aldo Cazzullo per il Corriere della sera , la memoria, non troppo arrugginita, mi ha restituito ricordi abbastanza nitidi sulle 36 ore che precedettero il suicidio dell'imprenditore,risalente alla mattina del 23 luglio 1993, vent'anni orsono, in piena buriana di Tangentopoli.
Raul GardiniRaul Gardini Il numero uno di Mani pulite nonché fondatore di Italia dei valori, recentemente tornato al lavoro dei campi non per imitare Cincinnato ma perché costrettovi dalla mancata rielezione in Parlamento alle ultime consultazioni (24-25 febbraio scorso), afferma che l'allora padrone della chimica nazionale si sparò alla tempia, togliendosi la vita all'istante, «in un moto d'impeto non preordinato coerente con il personaggio, che era lucido, razionale, coraggioso».
gar12 raul gardinigar12 raul gardiniInsomma, un suicidio d'istinto, dettato dalla consapevolezza che quella stessa mattina, dovendosi recare in Procura per essere interrogato sulla madre di tutte le stecche (Enimont), probabilmente sarebbe stato arrestato e incarcerato. Come tanti prima di lui. Non mi permetterei mai di contraddire l'ex Pm a riguardo dell'inchiesta, dato che era materia sua, mentre io ne raccontavo gli sviluppi col distacco tipico di chi è chiamato soltanto a riferire; tuttavia posso testimoniare che, invece, Gardini non premette il grilletto così, all'improvviso, in un momento di disperazione, ma dopo avere covato il proposito relativamente a lungo: minimo 36 ore, come dicevo sopra.
Spiego perché. La sera del 21 luglio cenai con lui nella sua casa di piazza Belgioioso (vicino a piazza Meda, dove c'è il Disco dello scultore Arnaldo Pomodoro). Ignoravo e ancora ignoro il motivo per il quale mi avesse invitato. Fui sorpreso, ma accettai la sua proposta senza pormi problemi: non volevo essere scortese con un uomo che, oltretutto, era stato fra gli azionisti del giornale che dirigevo a quel tempo, L'Indipendente, quotidiano dedito alla narrazione dei fatti prodromici alla caduta della Prima Repubblica.
Raul GardiniRaul Gardini All'ora convenuta, le 20.30, mi presentai davanti al portone dell'elegante palazzo. Mi ricevette un garbato signore, suppongo il maggiordomo, che mi introdusse nell'austera dimora. Fui fatto accomodare in un salotto e attesi. Ero un po' agitato, anche perché non conoscevo l'ospite illustre. D'altronde, si prova un certo imbarazzo nell'incontrare un potente mai frequentato in precedenza, specialmente quando non sai che cosa si aspetti da te.
Trascorsi alcuni minuti, il magnate si appalesò: abito grigio antracite, capelli bianchi, espressione severa. Dopo i soliti convenevoli- stretta di mano, come sta?, bene grazie, e lei?- si sedette di fronte a me, ma aprì bocca soltanto per ordinare al cameriere di servire l'aperitivo: champagne Veuve Clicquot.
Scuro in volto come uno cui sia stato diagnosticato un cancro che non perdona, Gardini bevve un sorso, deglutì e si accese una Muratti Ambassador. Gli chiesi se potessi fare altrettanto. Con la sigaretta tra le labbra mi illudevo di recuperare disinvoltura. Trovai soltanto il coraggio di rompere il silenzio di tomba, rivolgendogli la domanda più cretina in quella circostanza surreale: «Che ne dice, presidente, di questa mattanza di politici e imprenditori?».
gar02 raul gardinigar02 raul gardini Tirò un sospiro, aspirò del fumo in abbondanza, poi sconsolato osservò: «Speravo fosse lei a darmi qualche notizia».Risposi in automatico: «Tutto quello che so l'ho scritto. Ma ogni giorno ce n'è una nuova. Ormai i cancelli di San Vittore sono girevoli, purtroppo solo in entrata, come le porte degli alberghi». Il suo commento fu molto sintetico: «Già».
Per fortuna si inserì il cameriere con una variante alla stringata conversazione: «Se lo desiderano, prego, la cena è pronta». Gardini si alzò e mi indicò la sala da pranzo. Con sgomento constatai che la tavola era apparecchiata per due, dal che ebbi a desumere che per un'oretta,forse di più,sarei stato costretto, senza l'ausilio di altri commensali, a escogitare un espediente per sciogliere il rigidissimo padrone di casa.
Provai in ogni modo a stimolare il suo interesse. Non ci fu verso di fargli cambiare espressione: occhi fissi sulla minestrina di alta cucina ospedaliera, la mano destra impegnata col cucchiaio, le dita della sinistra che stringevano la sigaretta come fosse l'ultima,quella di un condannato a morte. Gardini sorbiva un po' di brodino e fumava; ogni tre cucchiaiate e due boccate, beveva champagne. Parole, zero. Un incubo. Non comprendevo il senso di quella serata. Perché mi avrà invitato qui per non dirmi niente?, mi domandavo.
Antonio Di PietroAntonio Di Pietro Di sottecchi controllavo l'orologio: le lancette sembravano paralizzate. Ero infastidito oltre che stupito. In un obitorio ci sarebbe stata un'atmosfera più serena che in quella sala da pranzo. Per adeguarmi ai ritmi del padrone di casa, bruciai una sigaretta dietro l'altra. Ero al corrente che Gardini non stava messo bene: le voci di un suo probabile arresto circolavano da settimane.
Per cui non mi fu difficile intuire da che cosa dipendesse il suo umore tetro. Rimaneva un mistero: perché convocarmi al suo desco? Forse pretendeva da me qualche dritta. Avendogli però detto, non appena giunto in piazza Belgioioso, che non avevo informazioni fresche, egli si rese conto dell'inutilità della mia presenza, e sprofondò nei suoi cupi pensieri.
antonio di pietro idvantonio di pietro idv L'ipotesi di spararsi non credo gli piacesse, ma gli piaceva ancora meno, evidentemente, quella di subire l'umiliazione del carcere. Mai suicidio fu più meditato,altro che «moto d'impeto». Di Pietro non deve pentirsi di non avere arrestato Gardini prima che questi ponesse fine ai suoi giorni. Un Pm fa il suo mestiere secondo coscienza, se ce l'ha, altrimenti rischia di usare la custodia cautelare (che espressione gentile, ma la galera è galera) quale scorciatoia per arrivare subito al nocciolo: la confessione. Il sistema è efficace, indubbiamente, ma può provocare disastri. E infatti seguita a provocarne.

2 - I POLITICI, LA MAXI TANGENTE GLI ULTIMI GIORNI DI UN «MORO» VISIONARIO I FIGLI, LA VELA, LE SFIDE
Raffaella Polato per Corriere della Sera"

ANTONIO DI PIETROANTONIO DI PIETRO Difficile, ancora. Difficile perché son passati vent'anni, ma il suono di quello sparo che il 23 luglio 1993 nessuno sentì, tutti - almeno tutti i protagonisti dell'epoca, se soltanto vorranno ascoltare appena un po' - lo sentiranno adesso: con la potenza distruttiva di un colpo alla tempia suicida e colpevole eppure, in molti modi, scaricato anche addosso a un sistema che si pretendeva invece innocente. Difficile per questo. Perché le maxitangenti ci sono state, eccome, e la corruzione e la concussione e tutto il resto.
E però vent'anni dopo dove, in che modo (non) è finito quello in cui, tributata pietà alla morte, un Paese intero aveva creduto come in un rito di autopurificazione? E tanti dei relativi sacerdoti (non solo nella politica)? E le promesse, i giuramenti di una res pubblica e privata fondata sulla pulizia, la trasparenza, il rigore, su confini netti tra i giusti e i peccatori?
ANTONIO DI PIETROANTONIO DI PIETRO Ecco. Sarà anche questo: stanchezza, disincanto, disillusione. Sarà che Ravenna Raul Gardini l'ha sempre e comunque più che amato: l'ha adorato, a prescindere. Però a vent'anni da allora qualcosa di noi racconta, la città in cui il Condottiero tornò Contadino in una bara da Palazzo Belgioioso, Milano, un tiro di pistola all'alba a chiudere le paure di un carcere «sussurrato» da settimane.
ANTONIO DI PIETROANTONIO DI PIETRO Come lui, ma già da una cella a San Vittore, si era suicidato tre giorni prima l'altro, meglio, «uno» degli altri volti della storiaccia Enimont, Gabriele Cagliari. Il ventennale non provoca lo stesso effetto. La memoria dell'ex presidente Eni non rimane, nell'immaginario collettivo, stampata come quella dell'ex presidente Montedison.
Non è solo perché Gardini aveva portato l'Italia nelle case nostre e del mondo con il sogno a vela dell'America's Cup (con il Moro arrivò secondo e, quando venne premiato, il sindaco di San Diego Marylin O'Connor dedicò un quarto d'ora a lui per poi liquidare il vincitore con un sinteticissimo: «E complimenti a Bill Koch»).
Né perché, prima di cadere e perdere tutto come solo un giocatore di poker può, fece ancora più grande l'impero del suocero, Serafino Ferruzzi, e in quell'impero davvero «non tramontava mai il sole». Nemmeno perché casa sua era sempre Ravenna, gli amici erano sempre Vianello il marinaio e il mitico Vanni Ballestrazzi, professione giornalista, la gente di lì, la «sua» gente, quelli con cui sei cresciuto e continui a darti del tu e non smetti di vederti al bar.
È tanto, certo: non spiega comunque tutto. L'altro ieri, venerdì, «il Vanni» stava al ristorante e da un tavolo accanto una signora scuoteva la testa con i suoi: «Ravenna dopo Raul non è più stata Ravenna». Stesse ore, il settimanale della provincia Sette sere qui titolava: «Nostalgia di Gardini». Poi martedì prossimo, c'è da giurarci, la chiesa di San Rocco (quella dove nel 1942 fece la Comunione con «il Vanni») sarà stracolma di ravennati quasi come la basilica di San Francesco lo fu per i funerali.
Solo che adesso saranno passati vent'anni, appunto, questa sarà la cerimonia che la moglie Idina e i figli Eleonora, Ivan, Maria Speranza - loro, soprattutto e soprattutto in pubblico, non hanno mai più voluto parlare di quel che accadde e portò allo sparo di Palazzo Belgioioso - organizzano in intimità ogni 23 luglio.
Non importa più di tanto lì, in città, che politica e business abbiano rimosso Gardini. Dà fastidio che lo si ricordi solo per Enimont. Tranne «Raul» (che semmai giustificano oggi più di ieri) non hanno perdonato niente e nessuno per tutto quel che accadde: non il resto della famiglia della moglie, non certa politica, non quell'averlo saputo sospeso per giorni e giorni e giorni con lo spettro delle manette quando lui, se proprio, in carcere voleva andarci «con le mie gambe» dopo essersi spontaneamente presentato a raccontare la «sua» verità.
Magari non sarebbe comunque finita così. Magari la vecchia Walter Ppk l'avrebbe comunque tirata fuori lo stesso. Ma i ravennati, e chi l'ha conosciuto davvero o avuto amico nel mondo, non è in questo modo che lo ricordano. Nella memoria hanno certo tutte le mille facce del suo carattere: generoso e però spietato negli affari, coraggioso e però fin oltre il limite dell'azzardo, spavaldo e strasicuro e però a suo modo ingenuo (non per niente aveva rubato all'amico Vanni e fatto propria, ma evidentemente troppe volte dimenticata, la seguente massima: «La fiducia nel prossimo è l'unico delitto che non resterà impunito»).
Con tutto ciò - e nel linguaggio di qui è già un unico, immenso complimento raccontato con tenerezza e rimpianto - resta un altro il tributo in cui, dovessero scegliere una sola parola, riassumerebbero Gardini: «Visionario». Ovviamente a partire dal business. Cominciò a parlare con ben più di vent'anni d'anticipo di energia verde, per dire: e a dargli retta, allora, fu quasi solo George Bush padre, con il quale ne discusse e che gli fece costruire il primo impianto americano di biocarburanti. La strada - i cereali, oltre allo zucchero in Brasile: ma questa è un'altra storia - vista dal 2013 non era quella giusta?
Prometteva ricerca. Ci credeva. L'avrebbe fatta (non si fosse perduto nei corridoi più neri della politica, credendo come Enrico Mattei di poterla usare come un taxi, e viceversa: il guaio è che altri taxi hanno mostrato di circolare ancora). L'avrebbe fatta perché era un affare, verissimo. Ma leggete questa frase: «Non si vogliono rendere conto, nei fatti e non solo a parole, che lo sviluppo dell'economia sarà globale o non sarà. E lo sviluppo dovrà ripartire dal primario, cioè dall'agricoltura.
La fase meccano-petrolifera sta toccando il tetto, continuare su questa linea può voler dire consumare il nostro pianeta, avvelenarlo, renderlo invivibile. L'economia funziona quando anche la soluzione dei problemi è un guadagno, o meglio un utile, ed è ricchezza. Se non è così, diventa asfittica, perde futuro. Perciò bisogna innescare uno sviluppo che affronti positivamente problemi globali: la fame nel mondo e l'inquinamento del pianeta». Ricorda qualcosa? Raul Gardini. 1992.

 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/feltri-suicidio-gardini-ma-quale-atto-impeto-covo-proposito-59947.htm

Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi Il 23 luglio cade il ventesimo anniversario della morte dell'imprenditore. Vanni Balestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino e suo amico personale, racconta a Il Fatto Quotidiano le ultime ore: "Ci sentimmo verso le otto e capii che non andava. Lo sentii dalla voce". E tra ricordi e ritagli di giornale, ripercorre le tappe fondamentali della storia dalla maxi tangente Enimont passando per la lista dei giornalisti pagati fino ai soldi trasferiti alle Cayman di Emiliano Liuzzi | 15 luglio 2013

Eppure tre anni prima la vita sembrava avergli dato tutto e gli svolazzava accanto decisa a non togliergli proprio un bel niente. Ci provavano i giornalisti, ogni tanto, a punzecchiarlo: lo chiamavano il condottiero, ma anche il contadino. Forse nemmeno era nessuna delle due cose. Era solo un uomo che faceva paura: ai politici, ai banchieri, ai finanzieri. Alla Milano da bere. Si era permesso di sfilare sotto il naso la Montedison a Enrico Cuccia, guardava Gianni Agnelli negli occhi e Carlo De Benedetti dall’alto in basso. Colpa dei miliardi a disposizione, della liquidità: quando fu il momento di comprare Montedison mise 1500 miliardi di vecchie lire come un giocatore piazza sul tavolo una fiche da dieci euro. Convinto, come fu, che l’avrebbe vinta.
Tre anni dopo in piazza Belgioioso, a Milano, la sera del 22 luglio, c’è un uomo dimagrito di dieci chili. Ha perso l’aria da playboy, non ha più l’aereo parcheggiato sulla pista di Forlì, non si mette più al timone delle barche. E rifiuta il pesce, cosa che entusiasmava le sue colazioni sul molo a Ravenna. Il cognato, Carlo Sama, gli ha soffiato la guida di tutto il gruppo ereditato dal suocero, Serafino Ferruzzi, lui si è rifugiato in Francia, in Italia nelle acque minerali e altre imprese dal basso. Nel guardaroba ha ancora la vestaglia di seta, ma Raul Gardini non la porta più come tre anni prima. Non ha più la voce perentoria. Di rado sorride, parla poco e con pochissimi. Non è più niente di quello che fu. Aspetta che la guardia di finanza bussi alla porta di casa sua e lo porti in carcere. Forse a San Vittore sarebbe rimasto dalla mattina alla sera, gli dissero gli avvocati, Giovanni Maria Flick e Marco De Luca. Non aveva da raccontare nulla di più, forse, che interessasse l’accusa: dell’affaire Enimont il giovane Di Pietro aveva saputo quello che voleva da Sama. Gardini però la mattina del 23 luglio del 1993 si alza, fa una doccia. Indossa un accappatoio bianco. Memorizza il film che è stato la sua vita. Riavvolge tutto e lo ripone come un calzino. Poi, alle 8, minuto più minuto meno, si spara un colpo alla tempia con una vecchia Walter Ppk, 65. E mette fine al contadino e al condottiero che di lì a breve sarebbe stato un carcerato.
La sera prima “Aveva una strana voce”
“Ci sentimmo che saranno state la otto di sera, capii che non andava. Lo sentii dalla voce. Lui non disse niente, neanche il solito sto bene, stai tranquillo”, racconta Vanni Ballestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino, mai dipendente di Gardini, ma suo fratello, dall’inizio alla fine, dai giorni fasti a quelli bui, a quelli, prima ancora, dell’infanzia e poi di due vitelloni fatti di niente, gassose e risate sulla battigia. “Ho vissuto con lui in simbiosi, una vita intera, anche quando non ci vedevamo. E quella telefonata ce l’ho ancora nelle orecchie, quella voce che mi trapassa ogni giorno come una freccia. Perché io gli dissi che sarei andato a Milano, comunque glielo chiesi. Che l’avrei raggiunto. E Raul non mi rispose di no. Ma io non partii”. A Ballestrazzi si arrossano gli occhi. Ha i tratti severi, ma è un galantuomo, cammina a testa alta e avrebbe potuto molto, ma non cercò mai niente. E soprattutto di Gardini fu l’unico amico sincero. Lo svago di Ballestrazzi, dicono, erano e sono ancora le donne. Dei soldi non gli è mai importato un granché. Niente. Figuriamoci che quando nelle assemblee di redazione prendeva la parola il suo editore non lo chiamava per nome, si limitava a definirlo quel “giovane decerebrato”. Era il suo datore di lavoro. Capito l’uomo? “Vabbè, l’editore del giornale per me era rimasto Attilio Monti, che fu uomo intelligente e leale. Intavolare discussioni con suo nipote mi restava difficile”.
Resta una montagna d’uomo. “È il rimpianto della mia vita. Dovevo salire in auto e partire per Milano. A me interessava l’amico. Quella sera avevo un appuntamento con un’amica, da mesi le promettevo che l’avrei portata a vedere Pavarotti. E così andammo al concerto. Ma non fu per questo che non presi la macchina per Milano. Sapevo che a Milano c’era sua moglie, Idina, e io sarei arrivato non prima delle undici di sera. E lo avrei trovato che dormiva. Come era accaduto mille volte. Fu una serie di cose. Io quella telefonata me la porto addosso. Anche perché fu lui a chiamarmi. Non so se aveva già deciso di farla finita, forse no, ma non era più lui, e se ne rendeva conto. Però mi chiamò per tranquillizzare me di una piccola sciocchezza”. L’arringa postuma di Ballestrazzi è senza tregua alcuna. Lui sulla maxi tangente di Enimont ha delle idee ben precise. “Non potevano imputare a lui cose avvenute negli ultimi mesi quando lo avevano fatto fuori due anni prima. Comandavano Sama con il fido Bisignani, e Cusani, o Sergino, come lo chiamavano. Gardini non c’era più. La storia della tangente da dieci miliardi per gli sgravi fiscali?
Guardatevi i ritagli dei giornali di allora, capirete il disprezzo col quale Gardini guardava ai politici. Dai processi non abbiamo saputo se li pagasse davvero, perché la sua voce non c’era. Solo quella di Sama e Cusani, che sepolto il cadavere lo accusarono di tutto, ma lui era già fuori dal gruppo. Sappiamo che non gli piacevano i partiti. Li disprezzava. Votò per i Repubblicani, i Liberali e anche per il Pds. L’Enimont neanche la voleva se non alle sue condizioni, le cronache hanno raccontato un’altra storia. E comunque certi giornalisti economici battevano cassa spesso in Foro Bonaparte, sperare che allora scrivessero la verità sarebbe stato troppo. Eppoi della comunicazione si occupava Sama, questo è noto. Prima, durante e dopo. Come quando riuscì a portare il papa al Messaggero che presiedeva e amministrava e gli fece trovare un assegno da 500 milioni. Lo dicono le carte processuali, non Vanni Ballestrazzi da Ravenna”. La storia dei giornalisti pagati la sfiorò anche Di Pietro, poi finì nei cassetti. Se c’è uno che può conoscere nomi e cognomi è Ballestrazzi. Perché faceva il giornalista. E perché una volta, in barca, Gardini gli disse, la “venialità di alcuni tuoi colleghi è incredibile”. Ma nella vicenda Mani Pulite rimase una favola quella lista di penne sporche. Non sappiamo chi e come prendesse soldi. Sicuramente, una volta estromesso Gardini, c’erano cronisti ultrà del giovane Sama. Ma è normale andare nella direzione di chi comanda. O quasi. Erano le stesse penne che applaudivano il condottiero, talvolta il contadino. E prima ancora erano ammaliati dalla figura del vecchio Serafino che, ogni anno, a Natale, faceva recapitare piccoli lingotti d’oro ai giornalisti che lo seguivano. Non risulta che siano mai stati rispediti al mittente.
Vent’anni dopo i miliardi scomparsiIl sasso che pesa come un macigno Ballestrazzi lo lancia ancora nello stagno. Così come fece, nell’ombra e sottovoce, allora. “Sarebbe interessante capire dove siano finiti, nelle tasche di chi, i 450 miliardi trasferiti alle Cayman. Quello è il punto dell’inchiesta. Io al processo non sono mai andato, ma sui giornali mi accorsi che si parlava d’altro”. Non chiedetegli a chi si riferisce, perché Ballestrazzi se la ride: “Così mi prendo una querela. Mica sono matto. Ho una mia idea. So che quei soldi sono partiti, è nel processo, ma nessuno li ha mai trovati. Non sono andati dispersi, non si perdono per strada 450 miliardi”.
Sono passati 20 anni. Non era ieri. L’Italia sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Di Pietro e il pool di Milano sconti non ne faceva. A volte buttavano via la chiave. Altre si facevano firmare i verbali. E Gardini, il Clark Gable che sembrava essere nato brizzolato perché le donne gli cadessero ai piedi con più facile consuetudine, era uno dei bocconi più ghiotti. Perché nel sistema ci stava dentro fino al collo. Ma non sappiamo la sua versione. Tutto qui. Sosteneva di non avere versioni da raccontare. Perché, diceva lui, Sama e Cusani gli chiusero a chiave i cassetti. E non aveva più accesso ai documenti che gli sarebbero serviti. La moglie, Idina, ogni tanto lo scuoteva: “Ma ti fai trattare così da due come Sama e Cusani?”. E lui: “Loro hanno le chiavi di quei cassetti, non io”. Così resta la memoria del condottiero e contadino. Ravenna gli ha dedicato una via da tempo, presto anche una sede distaccata dell’università. Ai suoi funerali c’erano ventimila persone. Cesare Romiti, che a Gardini non è che piacesse così tanto, continua a parlare “di una verità parziale e della grande figura di imprenditore che egli fu”. Nei libri si parla di suicidio imperfetto. Sama, dal suo ritiro di Formentera, evita di nominare il cognato. Lo stesso fanno i Ferruzzi. Non ne parla più la moglie né i figli. Preferiscono ricordarlo forte. Pronto a scalare l’Everest fosse stato necessario. Era romagnolo fino alla punta dei piedi. Fiero. Sapeva di portarsi dietro un profumo di fascino che non era solo il danaro. Preferì morire prima di vedersi continuare a dimagrire e in galera. Sicuramente, come racconta Ballestrazzi, fu un suicidio imperfetto. Perché chiuse un’epoca sulla quale solo lui avrebbe potuto parlare. La vita gli aveva dato tutto, no? Prima di togliergli la libertà si tolse lui dai piedi. Con un accappatoio bianco.

 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/15/raul-gardini-anatomia-di-suicidio-e-450-miliardi-scomparsi/656406/

giovedì 23 luglio 2015

Ecco chi è davvero Schäuble, il ministro tedesco che vuol salvare l'euro (e l'Europa)

Al tavolo in cui si riunisce l'Ecofin, e negli altri incontri tra i ministri economici europei, manca sempre una sedia. Quella del convitato più importante, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Da ventun anni, suo malgrado, Schäuble la sedia (a rotelle) la porta sempre con sé.

Il 12 ottobre 1990, in una birreria di Oppenau nel Baden-Württemberg in cui si teneva un raduno elettorale, un certo Dieter Kaufmann affetto da disagio psichiatrico estrasse una pistola e sparò contro Schäuble. Il politico della Cdu sopravvisse all'attentato, ma colpito alla mandibola e alla colonna vertebrale rimase paralizzato negli arti inferiori.

Proprio in quegli anni, da ministro degli Interni e principale collaboratore di Helmut Kohl, Schäuble stava lavorando a una delle sue imprese politiche più ambiziose, delineandosi come il vero architetto della riunificazione della Germania federale con la Repubblica democratica tedesca. Schäuble si riprese dall'attentato e nel 1991 con un famoso discorso al Bundestag convinse la maggioranza a ratificare lo spostamento della capitale tedesca da Bonn a Berlino.

Autodefinitosi come Sisifo, per la condanna a dover sempre ricominciare da zero dopo aver quasi raggiunto la vetta, una condanna che lo ha accompagnato per tutta la sua vita politica, il ministro delle Finanze ha attraversato in prima fila decenni di storia tedesca, ma non è mai riuscito a raggiungere la leadership del paese. Ministro degli Affari speciali e capo della cancelleria (1984-1989), poi ministro degli Interni (1989-1991) e capogruppo in Parlamento della Cdu (1991-2000), Schäuble è a lungo designato come delfino di Kohl, ma lealissimo a un capo poco incline a farsi da parte, è sempre rimasto un cancelliere in potenza.

Dopo la sconfitta elettorale della Cdu nel 1998, l'eterno numero due diventa presidente del partito e, parlando spesso schiettamente della propria invalidità e chiedendosi lui stesso pubblicamente se un uomo in sedia a rotelle sia adatto a ricoprire la carica di cancelliere tedesco, prepara accortamente il paese proprio a questa eventualità. Ma il destino si oppone. Nel 2000 uno scandalo su finanziamenti illegali alla Cdu lambisce Schäuble che ammette in televisione di aver ricevuto una donazione (non registrata) al partito di 100.000 marchi da parte del controverso commerciante di armi Karlheinz Schreiber. Impigliato in questa opaca vicenda, il presidente della Cdu si dimette dal suo incarico. Per la tedesca dell'Est Angela Merkel, futuro cancelliere tedesco, è il semaforo verde per una rapida ascesa.

Molti notano che Kohl non si è affatto speso per aiutare il suo fedelissimo e pazientissimo collaboratore. Il fratello di Schäuble, Thomas, che è stato ministro degli Interni del Baden-Württemberg e poi presidente del birrificio di proprietà pubblica Rothaus, lancia un chiaro j'accuse contro l'ex cancelliere che ha abbandonato il suo ex pupillo al proprio destino. Wolfgang, invece, tace e inghiotte amaro. In seguito Schäuble è in lizza per candidarsi a sindaco di Berlino (nel 2001) ma il partito si oppone. E nel 2004 la sua corsa, che sembrava promettente, alla presidenza della Repubblica viene intralciata proprio dalla Merkel. Un anno dopo, però, è lei a cooptare Schäuble come ministro dell'Interno nell'esecutivo di Grosse Koalition da lei presieduto.

In quel ruolo di primo piano, il redivivo Schäuble esibisce un'altra volta il suo profilo di rigido assertore del law and order. I rapporti tra il ministro e il cancelliere non sono facilissimi e per definirli si usa di norma l'espressione "pace armata". Ma la Merkel, che è stata spesso accusata di circondarsi di yes men ha bisogno dell'esperienza di Schäuble e di un interlocutore nel governo e nel partito che possa confrontarsi con lei da pari a pari. Peraltro la lealtà dell'uomo, che è del tutto immune a intrighi di palazzo e congiure, è leggendaria.

Nel secondo governo Merkel, nato nel 2009 con l'appoggio dei liberali del Fdp, Schäuble ottiene il ministero delle Finanze. Un ruolo chiave, ma gravosissimo, in tempi di crisi economico-finanziaria globale. Lui, che ha ormai archiviato ogni ambizione di leadership politica, sembra essere contentissimo di poter ricoprire un ruolo così delicato come suggello della sua lunga carriera: la Süddeutsche Zeitung ha scritto che «nessuno dei suoi colleghi si ricorda di averlo mai visto altrettanto entusiasta ed esuberante, atrettanto beatamente felice».

Il neoministro delle Finanze, che eredita la poltrona dal predecessore socialista Peer Steinbrück, si astiene dal fare purghe nel suo dicastero. Qualcuno, tra i compagni di partito si irrita per questa scelta ma Schäuble, al solito, continua per la sua strada. D'altronde è lui il veterano del Governo, l'unico ad aver ricoperto ruoli ministeriali nella Germania pre-unificazione, l'unico a essere nato prima della fine della Seconda guerra mondiale, nel 1942.
Cresciuto a Friburgo in Brisgovia, nei pressi della Foresta Nera, e forgiato da una rigorosa educazione protestante, Schäuble, che è sposato con Ingeborg e ha tre figlie femmine e un maschio, è un lavoratore indefesso che sta chino sulle carte fino a tarda sera, un pignolo, un uomo poco estroverso e con pochi amici, ma con una famiglia solida attorno. Figlio di un consulente fiscale, Schäuble ha studiato Giurisprudenza ed è avvocato. La sua attività politica nella Cdu data dal 1961, anno in cui aderì alla Junge Union, l'organizzazione giovanile del partito.

Iniziata la carriera a livello locale nel Land di cui è originario, il Baden-Württemberg, l'attuale ministro dell Finanze scala in fretta le gerarchie e nel 1972 fa il suo primo ingresso da deputato nel Bundestag, in cui siede ininterrottamente da allora. Benché sia considerato un cervellone che sta sulle sue, molti correggono il ritratto corrente di uomo duro e poco socievole, i cui occhi freddi incutono timore attraverso le lenti degli occhiali senza montatura. È il caso della collega Elena Salgado, che ha guidato il dicastero dell'Economia nel governo spagnolo guidato dal socialista José Luis Rodríguez Zapatero e appena sconfitto alle elezioni.
La Salgado, che politicamente non ha nulla in comune con Schäuble, ha detto che «nonostante una certa fama di persona inflessibile e poco simpatica che alcuni gli attribuiscono, è un uomo affabile e con un atteggiamento molto cordiale, che sa ascoltare ed è sensibile alle istanze altrui».
Circondato da ampia stima internazionale, Schäuble, che il Financial Times ha incoronato nel 2010 come miglior ministro economico europeo - nella classifica di quest'anno stilata dal quotidiano della City è finito secondo dietro il collega svedese Anders Borg - ha un ruolo chiave nei tentativi di uscire dalla crisi dell'euro e dell'economia del Vecchio continente. L'uomo che tiene dritta la barra al timone. Molti lo dipingono come «l'ultimo europeo» nell'esecutivo tedesco per il suo opporsi agli hardliners che nel suo Paese si oppongono all'idea di aiutare i paesi che annaspano e per aver arrotondato le posizioni più oltranziste della stessa Angela Merkel. I liberali, i compagni di maggioranza che da lui avrebbero voluto, senza ottenerla, una netta diminuzione della pressione fiscale, lo detestano, ma le disastrose performance in tutte le ultime elezioni nei Länder hanno molto indebolito le loro proteste.

Schäuble che pure già nel 1994 aveva elaborato la teoria dell'Europa a due velocità è il curatore del legato politico di Kohl ed è uno strenuo difensore del progetto europeista che ha occupato tutta la sua vita politica, prima sotto l'ala del suo mentore e poi in proprio. Deputato da quarant'anni per il collegio di Offenburg, alla frontiera con la Francia, il ministro delle Finanze tedesco si trova a proprio agio con gli interlocutori cresciuti sull'altra sponda del Reno, come il presidente francese Nicolas Sarkozy e la direttrice del Fondo monetario internazionaleChristine Lagarde. E attraverso questi contatti, Schäuble è uno dei promotori del rinnovato asse franco-tedesco che preoccupa molti in Europa.

Il ministro delle Finanze tedesco, il cui ruolo sarà sempre più decisivo nelle prossime settimane, è uno dei pochi a vedere nell'attuale crisi che terrorizza il Vecchio continente non soltanto un abisso in cui cercare di non cadere, ma anche un'occasione preziosa per "costringere" i Paesi Ue, e in particolare quelli dell'Eurozona, a procedere sulla strada di una maggiore integrazione, che per Schäuble non può prescindere dall'Unione fiscale e dalla creazione di un presidente europeo eletto direttamente dai cittadini. Molti pensano che contribuire al salvataggio dell'Europa e dell'euro dalla poltrona di più "pesante" ministro economico dei Ventisette sia l'ultimo obiettivo politico di Schäuble. Ma qualcun altro ipotizza che il primo eventuale presidente dell'Ue eletto dai cittadini potrebbe essere un veterano della Cdu costretto da vent'anni su una sedia a rotelle.

3 dicembre 2011
 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-03/ritratto-wolfgang-schauble-uomo-155122_PRN.shtml

martedì 21 luglio 2015

accedi Fullscreen Gallery Cerca Libero Edicola Libero TV Libero Shopping Economia Home EXPO 2015 Libero Politica Italia Economia Esteri Spettacoli Sport VIDEO Salute Dossier Altro Incubo globale Il debito mondiale oltre 200 trilioni di dollari, lo studio: "Se crolla la Cina salta tutto il pianeta" Il debito mondiale oltre 200 trilioni di dollari, lo studio: "Se crolla la Cina salta tutto il pianeta" In bancarotta c'è soltanto la Grecia? Non proprio. Basta dare un'occhiata all'ultimo rapporto McKinsey Global Institute nel quale, nero su bianco, vengono scritte le cifre che dimostrano come tutto il mondo sia a rischio default. Si parte da una cifra: l'indebitamento globale ha sfondato il tetto dei 200 trilioni di dollari (per inciso e per chi non lo ricordasse, un trilione equivale a mille miliardi). Cifre folli, insostenibili, come ricorda Il Giorno una cifra tre volte più alta rispetto alla ricchezza prodotta. Politiche monetarie - Il rapporto è intitolato Debt and (not much) Deleveraging, ovvero (Deleveraging) il processo di riduzione delle posizioni debitorie da parte di famiglie, istituzioni finanziarie e Stati. I dati, insomma, riguardano ogni tipo di debito: privato, pubblico e imprenditoriale. In meno di otto anni, dal 2007 ad oggi, questo debito globale è aumentato esponenzialmente, di 57mila miliardi di dollari, pari a 17 unti percentuali di Pil globale. La metà di questo debito è pubblico, ed è dovuto alle politiche monetarie ultraespansive e ai tassi tendenti allo zero con cui la Banche centrali hanno retto la finanza in tempo di crisi. Contribuiscono, inoltre, i tre Quantitative easing della Bce di Mario Draghi: altro debito per quasi quattro trilioni di dollari. Retromarcia della Fed - Il prezzo da pagare è alto: la liquidità è troppa, tanto che ora la Fed, la Banca centrale americana guidata da Janet Yellen, ha deciso di invertire la rotta, prevedendo una riduzione della massa monetaria e un aumento dell'inflazione dei tassi. Una situazione malsana, a detta degli esperti. Il Paese più indebitato, oggi, è la Cina, dove il rapporto debito-Pil è al 283% (molto più rispetto alla disastrata Grecia). A differenza di Atene, però, il debito cinese è sostenibile, il Dragone può ripagare i creditori (la Grecia invece no, proprio come accadde qualche anno fa all'Argentina). E negli Usa... - Ci sono poi altri dati contenuti nel rapporto McKinsey che preoccupano. Uno su tutti: nel 2000 un indebitamento pro-capite negli Stati Uniti di 2,4 dollari consentiva una crescita pari a 1 punto di Pil; oggi per un'analoga crescita ce ne vogliono 4,6. Significa che la ripresa Usa ha portato a un riassorbimento della disoccupazione, ma non all'aumento dei salari, e pure i consumi ne hanno risentito. I consigli - Nel suo rapporto, infine, McKinsey offre qualche consiglio. "Nuovi approcci per gestire e monitorare il debito - scrive -. Questo include innovazioni nei mutui e in altri contratti per condividere in maniera più efficiente i rischi. Regole più chiare nella ristrutturazione dei debiti. Eliminazione della tassazione che incentiva l'indebitamento". Il colosso aggiunge: "Il debito rimane una strumento essenziale per finanziare la crescita economica. Ciò che deve essere migliorato sono le modalità con cui questo debito è creato, utilizzato, monitorato e scaricato". E in questo contesto, se la Cina crollasse, il globo rischierebbe di fare altrettanto. 21 Luglio 2015

In bancarotta c'è soltanto la Grecia? Non proprio. Basta dare un'occhiata all'ultimo rapporto McKinsey Global Institute nel quale, nero su bianco, vengono scritte le cifre che dimostrano come tutto il mondo sia a rischio default. Si parte da una cifra: l'indebitamento globale ha sfondato il tetto dei 200 trilioni di dollari (per inciso e per chi non lo ricordasse, un trilione equivale a mille miliardi). Cifre folli, insostenibili, come ricorda Il Giorno una cifra tre volte più alta rispetto alla ricchezza prodotta.
Politiche monetarie - Il rapporto è intitolato Debt and (not much) Deleveraging, ovvero (Deleveraging) il processo di riduzione delle posizioni debitorie da parte di famiglie, istituzioni finanziarie e Stati. I dati, insomma, riguardano ogni tipo di debito: privato, pubblico e imprenditoriale. In meno di otto anni, dal 2007 ad oggi, questo debito globale è aumentato esponenzialmente, di 57mila miliardi di dollari, pari a 17 unti percentuali di Pil globale. La metà di questo debito è pubblico, ed è dovuto alle politiche monetarie ultraespansive e ai tassi tendenti allo zero con cui la Banche centrali hanno retto la finanza in tempo di crisi. Contribuiscono, inoltre, i tre Quantitative easing della Bce di Mario Draghi: altro debito per quasi quattro trilioni di dollari.
Retromarcia della Fed - Il prezzo da pagare è alto: la liquidità è troppa, tanto che ora la Fed, la Banca centrale americana guidata da Janet Yellen, ha deciso di invertire la rotta, prevedendo una riduzione della massa monetaria e un aumento dell'inflazione dei tassi. Una situazione malsana, a detta degli esperti. Il Paese più indebitato, oggi, è la Cina, dove il rapporto debito-Pil è al 283% (molto più rispetto alla disastrata Grecia). A differenza di Atene, però, il debito cinese è sostenibile, il Dragone può ripagare i creditori (la Grecia invece no, proprio come accadde qualche anno fa all'Argentina).
E negli Usa... - Ci sono poi altri dati contenuti nel rapporto McKinsey che preoccupano. Uno su tutti: nel 2000 un indebitamento pro-capite negli Stati Uniti di 2,4 dollari consentiva una crescita pari a 1 punto di Pil; oggi per un'analoga crescita ce ne vogliono 4,6. Significa che la ripresa Usa ha portato a un riassorbimento della disoccupazione, ma non all'aumento dei salari, e pure i consumi ne hanno risentito.
I consigli - Nel suo rapporto, infine, McKinsey offre qualche consiglio. "Nuovi approcci per gestire e monitorare il debito - scrive -. Questo include innovazioni nei mutui e in altri contratti per condividere in maniera più efficiente i rischi. Regole più chiare nella ristrutturazione dei debiti. Eliminazione della tassazione che incentiva l'indebitamento". Il colosso aggiunge: "Il debito rimane una strumento essenziale per finanziare la crescita economica. Ciò che deve essere migliorato sono le modalità con cui questo debito è creato, utilizzato, monitorato e scaricato". E in questo contesto, se la Cina crollasse, il globo rischierebbe di fare altrettanto.

 http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11812597/Il-debito-mondiale-oltre-200-trilioni.html

sabato 18 luglio 2015

I CAZZONI DEL PARTENONE - DANIEL GROS: ''SYRIZA È UN ESEMPIO DI 'SINISTRA DECLAMATORIA': GRANDI DISCORSI MA NIENTE DI CONCRETO. COSA HA FATTO VAROUFAKIS PER LIMITARE IL POTERE DI OLIGARCHI E ARMATORI? NIENTE'' - ''L'INFLUENZA USA SUL SALVATAGGIO DELLA GRECIA? QUASI NULLA'' L'economista sottolinea il ruolo di Francia e Italia nel nuovo prestito ad Atene: ''Merkel l'ha avuta vinta su Schaeuble perché sarebbe stato un azzardo buttare fuori la Grecia contro il parere della Commissione e dei grandi paesi. Ma la Germania non è l'unica che vuole sbarazzarsi dei greci''...

Tonia Mastrobuoni per “la Stampa

Daniel Gros Daniel Gros
Quanto hanno influito le pressioni di Obama sul salvataggio europeo? «Quasi zero». Daniel Gros, influente economista del think tank brussellese Ceps, spiega che Merkel ha evitato la Grexit perché avrebbe avuto contro «grandi Paesi» come la Francia e l’Italia. E alla sinistra «declamatoria» e innamorata di Syriza manda a dire: dov’erano quando per sei mesi il governo Tsipras non ha fatto nulla contro oligarchi e armatori? Il problema, per l’economista franco-tedesco, è che la solidarietà «va bene», ma «quando finiscono i soldi, che si fa?».

varoufakis in parlamento contro l accordo firmato da tsipras varoufakis in parlamento contro l accordo firmato da tsipras
Daniel Gros, molti, a sinistra, criticano Syriza perché dicono che ha tradito la sua missione delle origini e la sua promessa elettorale di costruire un’Europa più solidale, più generosa, meno austera. Lei che ne pensa?
varoufakis al mare con la compagna mentre si vota il primo progetto di accordo varoufakis al mare con la compagna mentre si vota il primo progetto di accordo
«La verità è che la politica si deve misurare con la realtà. All’inizio Syriza era quello che io chiamo la “sinistra declamatoria”, grandi discorsi ma niente di concreto. Quando è arrivata al governo, ci siamo chiesti per mesi e mesi quando il ministro delle Finanze Varoufakis avrebbe cominciato a toccare i privilegi degli oligarchi, degli armatori. Cosa ha fatto? Niente».

I greci chiedevano anche una maggiore solidarietà, un piano per la crescita. Effettivamente, difficile per un’economia così depressa fare ulteriori aggiustamenti fiscali come chiede anche l’ultimo piano. O no?
«Primo, la Germania non è l’unico Paese ad aver insistito per riforme e correzioni dei conti in cambio di soldi e Schaeuble non è l’unico ministro delle Finanze che non vuole più dare un centesimo alla Grecia. La solidarietà senza contropartita non c’è mai stata in Europa. Per carità, si può essere di sinistra, ma quando finiscono i soldi, che si fa?».

Perché Schaeuble è così duro? Somiglia a quello delle origini della moneta unica, del “nocciolo duro” dell’euro, ma è assurdo pensare di tornare ad un’Europa del genere.
Yanis Varoufakis Yanis Varoufakis
«E’ diverso: Schaeuble era di quell’idea, poi si è convinto che l’euro si potesse fare con tutti, ultimamente è tornato invece a quella concezione».

La Germania - e Schaeuble - parlano sempre di una maggiore integrazione, poi non mettono mai niente di concreto sul tavolo. E, anzi, vogliono buttare fuori dall’euro. Allora la maggiore integrazione sono chiacchiere?
«E’ proprio il contrario! Nella testa di Schaeuble, finché c’è la Grecia non si può fare una maggiore integrazione. Il suo ragionamento è che l’integrazione maggiore è frenata dalla presenza di un partner inaffidabile come la Grecia».

E’ per questo che stavolta si è detto che non si concede un centesimo ad Atene finché non avrà fatto passare le riforme al Parlamento?
MERKEL E SCHAEUBLE MERKEL E SCHAEUBLE
«Sì. Ed è anche l’unico modo per farsi approvare il pacchetto al Bundestag, per Merkel e Schaeuble».

Perché la Germania ha introdotto nella trattativa il fondo per le privatizzazioni, non crede che sia irrealistico pensare che la Grecia abbia 50 miliardi di euro da privatizzare?
«Certo che è irrealistico e la Germania lo sa. Schaeuble sperava che Tsipras si alzasse dal tavolo, che rompesse. Invece è rimasto seduto, anche quando Merkel ha insistito sul fondo. Alla fine, lei è riuscita a salvare ancora una volta la Grecia e Schaeuble ne è uscito sconfitto».

Quindi non è un gioco delle parti tra Merkel e Schaeuble?
«Non credo. Merkel ha fatto il compromesso, lui vuole la Grecia fuori. Mi pare evidente che non è un gioco delle parti».

Che ruolo ha avuto Obama, le pressioni degli Stati Uniti sono state efficaci?
«Quasi zero. Lo so per certo, ho informazioni di prima mano».
tsipras renzi e merkel tsipras renzi e merkel

Perché Merkel ha salvato la Grecia allora?
«Perché sarebbe stato un azzardo buttarla fuori contro il parere della Commissione europea e di grandi Paesi come la Francia e l’Italia».

 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/cazzoni-partenone-daniel-gros-syriza-esempio-sinistra-105126.htm

obama in vasca da bagno

Titanic: gli oppositori della Fed eliminati in una volta sola, ma JP Morgan annullò il viaggio all’ultimo minuto


titanic-21
Nel 1912 affondò il Titanic, di cui non esiste neanche una lista completa delle vittime. Nel 1913 di fu la privatizzazione della Federal Reserve. I principali oppositori alla Federal Reserve scomparvero in una volta sola. Non so a voi, ma a me ricorda la caduta dell’aereo del governo polacco…. che si opponeva all’euro….e ai vaccini…
Scorrendo la lista dei passeggeri, si scoprono cose molto interessanti, ad esempio che Sir William Pirrie, primo Visconte Pirrie, presidente di Harland and Wolff cancellò il viaggio all’ultimo minuto, e che il finanziere J. P. Morgan, Milton S. Hershey, fondatore della Hershey Company, Henry Clay Frick, Theodore Dreiser, Guglielmo Marconi, Edgar Selwyn, e Alfred Gwynne Vanderbilt avevano previsto di viaggiare sul Titanic, avevano comprato il biglietto – che costava tra i 4000 e i 10000 euro attuali, ma cancellarono il viaggio all’ultimo minuto.
Sempre tra i passeggeri di prima classe, dove si salvarono prima le donne e i bambini, la percentuale di uomini di affari e notabili salvati è assai elevata, 57 uomini salvi su 118 vittime, per cui si capisce che è bizzarro che Astor, il passeggero più abbiente del Titanic, fu lasciato a bordo per dare la precedenza a donne e a bambini mentre altri notabili uomini meno importanti furono fatti salire sulle scialuppe di salvataggio.
 
 http://lastella.altervista.org/sul-titanic-casualmente-morirono-i-piu-forti-oppositori-dei-banchieri-centrali-privati/

mercoledì 15 luglio 2015

BAGNO DI ENI-SAIPEM - IN TRE ANNI DI 'ALLARMI SUGLI UTILI' E INCHIESTE GIUDIZIARIE, IL TITOLO HA PERSO 14 MILIARDI. UN TEMPO ERA PER CASSETTISTI, INVESTITORI OCULATI E FONDI PENSIONE. ORA È UNA SCOMMESSA Dai massimi toccati in Borsa il 14 settembre del 2012 a 39,92 euro a oggi che di euro ne vale poco più di 8, il titolo ha perso l'80%. I corsi dell'oro nero (passato da 110 dollari al barile a 45 nel 2014) e i massicci tagli agli investimenti decisi dalle major di certo non hanno aiutato. Insieme ai conti 'allegri' del passato e alle inchieste per tangenti...

Sofia Fraschini per “il Giornale

SAIPEM ESPLORAZIONE SAIPEM ESPLORAZIONE
Da titolo per cassettisti, investitori oculati e fondi pensione, Saipem si è trasformata negli ultimi tre anni in un'azione rischiosa. Una doccia fredda per chi ha puntato su questo gioiello italiano della tecnica e dell'ingegneria petrolifera sperando di avere un ritorno sicuro. La società, braccio operativo dell'Eni (che ne controlla il 42,9%), costruisce piattaforme petrolifere e ha mezzi che tutto il mondo ci invidia. Da un paio anni, però, qualcosa si è inceppato. «Il titolo - ironizza un analista - sembra essere finito ostaggio di Piazza Affari».

SAIPEM ALGERIA SAIPEM ALGERIA
Dai massimi toccati in Borsa il 14 settembre del 2012 a 39,92 euro a oggi che di euro ne vale poco più di 8, il titolo ha perso l'80%: oltre 14 miliardi di capitalizzazione bruciati da una società indirettamente pubblica. I corsi dell'oro nero (passato da 110 dollari al barile a 45 nel 2014) e i massicci tagli agli investimenti decisi dalle major di certo non hanno aiutato. Così, nel confronto con i competitor, emerge che ci sono altre «oil services» in difficoltà: Technip (dal 2013 è scesa da 80 euro in area 50)e Petrofac (ha dimezzato il suo valore). Tuttavia, altri big hanno performato in modo stabile o positivo: Backer Hughes (da 43 a 63 dollari, Halliburton (dai 37 dollari del 2013 a 41 dollari), Schlumberger (da 70 a 83 dollari). Cosa c'è dunque dietro il caso Saipem?

SAIPEM SAIPEM
Per il «gioiellino» italiano qualche analista finanziario si spinge a parlare di una bolla scoppiata su «numeri di bilancio poco realistici del passato». E il punto zero è collocabile al dicembre del 2012 con lo scoppio dello scandalo algerino. La Procura di Milano apre un'inchiesta e accusa Saipem di aver pagato tangenti per ottenere un appalto nel paese nordafricano. Un'indagine (per la quale è appena stato deciso il rinvio a giudizio per l'ex ad di Eni Paolo Scaroni e altri 8 indagati) che, all'epoca dei fatti, portò all'uscita dell'ad di Saipem, Pietro Tali (anche lui rinviato a giudizio), e alla nomina di Umberto Vergine. Ed è qui, con il passaggio di testimone, che si può far risalire l'inizio dello scoppio della bolla.
Paolo Scaroni Paolo Scaroni

A gennaio, Saipem lanciò il primo profit warning: un allarme sui conti che non corrispondono più alle previsioni. Cose che possono capitare. Se non fosse che la Consob ha multato con 80mila euro la società per il ritardato annuncio. E sia poi partita una causa legale con 64 investitori istituzionali che chiedono un risarcimento da 174,2 milioni. «Oggi sappiamo - spiega Rosario Marcone consulente della Deminor, la società che sta portando avanti la causa - che Saipem ha sovrastimato i profitti di alcuni contratti per oltre un miliardo e che diverse figure apicali, non solo della società ma anche di Eni, erano ben informate della situazione.

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In merito a un presunto coinvolgimento, l'Eni spiega che la Saipem è una società indipendente e che per le «regole applicabili alle società quotate, normativa sulle parti correlate, temi antitrust e tutela degli azionisti di minoranza, non entra nella gestione e valutazione delle commesse Saipem e a tal proposito i flussi informativi che Eni riceve da Saipem sono aggregati e funzionali solo al consolidamento dei risultati acquisiti».
Indipendentemente dalle responsabilità della capogruppo, il 29 gennaio 2013 Saipem lancia comunque il profit warning (un ebit di 1,5 miliardi in calo del 6% e un utile netto di circa 900 milioni) causando un bagno di sangue. Una perdita del 34,3% (da 30,45 euro a 20,01 euro in 24 ore).

Ma non per tutti. Poche ore prima dell'annuncio, i fondi BlackRock (che finiranno poi sotto inchiesta per insider trading) vendono poco più del 2%. Per i soci rimasti vanno in fumo 4,7 miliardi. Con ripercussioni indirette anche sulle casse pubbliche.

Descalzi Scaroni Descalzi Scaroni
Il ministero dell'Economia è, infatti, azionista di Eni (all'epoca col 4,97%; mentre la Cdp, che è del Mef, controlla il 25,7%), che a sua volta in Saipem detiene il 42,9%. Dopo il primo profit warning, il 14 giugno 2013, la società replica a causa del radicale deterioramento della posizione commerciale in Algeria e di una serie di criticità su due contratti in Messico e Canada (secondo profit warning).

Il bilancio in Borsa è nuovamente pesante: -29,19 a 14,24 euro; bruciati 2,59 miliardi di capitalizzazione. L'annus horribilis si chiude con una perdita di 404 milioni (da un utile di 902 milioni) e un debito a 4,7 miliardi. Non va meglio il 2014. L'azienda riporta una perdita netta di 230 milioni. Così, dopo due anni in discesa libera, a fine 2014, la perdita di valore del gruppo ammonta a quota 10 miliardi. Ma non basta. Tra 2014 e 2015 un'altra grana piomba sul gruppo. L'affare South Stream.

BlackRock BlackRock
La costruzione del mega gasdotto russo vale 2,4 miliardi ed è più che ossigeno per Saipem. Ma complici le tensioni geopolitiche generate dalla crisi ucraina e le sanzioni contro la Russia, il primo ministro russo Vladimir Putin inizia un pericoloso balletto: annuncia una sospensione a dicembre del contratto, un avvio lavori a maggio 2015 per poi dichiarare saltato il progetto e dunque l'accordo. Una nuova brusca frenata al titolo (non priva di responsabilità politiche) con il premier Matteo Renzi che definisce il progetto «non fondamentale per l'Italia».

Una debacle, soprattutto per i piccoli azionisti. E non se la passano bene nemmeno la People Bank of China (oggi al 2,03%) che ha fatto trading quando il titolo era tra 7-8 euro e il fondo californiano Dodge e Cox (12,1%) che si è rafforzato il 10 marzo con il titolo poco sopra i 9 euro. Quanto agli effetti sull'Eni, oltre al taglio dei dividendi, «non aver scorporato prima la società (nel 2013 quando le pressioni in tal senso arrivavano da analisti e azionisti) ha causato un mancato guadagno di 4,5 miliardi» spiega Silvio Bona, analista indipendente di Asglobal prendendo in considerazione il valore attuale e quello medio del 2012-2013 (33 euro).

PETROLIO PETROLIO
Numeri che inquadrano diversamente anche l'opzione di aumento di capitale Saipem rivelata dal Giornale e che prevede il possibile ingresso della Cassa Depositi e Prestiti (a oggi Eni ritiene di non commentare il confronto tra due operazioni non avvenute).

«Potrebbe generare un ulteriore sell-off del titolo anche fino a 6 euro, ma poi permettere una ripartenza dei corsi azionari, certo a discapito del venditore (Eni) che andrebbe incontro a una vera svendita» commenta Bona. A tutto favore di chi entrando, Cdp e fondi arabi, otterrebbe una partecipazione decisamente a saldo.
 http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/bagno-eni-saipem-tre-anni-allarmi-utili-inchieste-105003.htm

martedì 14 luglio 2015

LA CRISI E’ FINITA ? NO, STA PER ESPLODERE COME UNA BOMBA NUCLEARE! Scritto il luglio 14, 2015 by lastella

Mentre in molti continuano a raccontarci la favola della crescita che sta per ripartire, basta fare ancora “qualche piccolo sacrificio” – Renzi in Italia, Christine Lagarde per il Fmi – da qualche altra parte si vanno preparando per la prossima tempesta di dimensioni globali.

Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d’affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.

A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l’amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.
La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L’unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all’altra del globo – non deve farsi sorprendere nell’ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.
A noi interessa soprattutto sapere che un’altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti deciamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.
Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da “mercati più volatili” e “un rapido deprezzamento delle valutazioni”. Tempesta e grande velocità nell’accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.
In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell’economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l’esplosione della bolla dei subprime. avvertiva che l’attuale calma sui mercati è la classica “quiete prima della tempesta”. Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, precedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.
Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è che ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per slavare il sistema.
Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gra parte dei costi direttamente sui risparmiatori (una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali (inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci) e un’altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l’anno dell’esplosione: il 2015.
Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent’anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emegenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non sianìmo ancora usciti da quest’ultima e già ne sta arrivando un’altra. Non c’è stato insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l’Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e nenache la Germania ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.
Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal reserve su tutti). Un oceano di denaro che contnua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessunaparte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.
Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull’”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell’oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! – alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.
Questo fenomeno ha un nome: bolla.
Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l’occasione, magari minore e impensabile (com’è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di santantonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un’idea “da dentro” l’esplosione della bolla.
E sembra abbastanza credibile la previsione dell’Europa come epicentro dell’esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovut ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di “crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell’Eurozona”. Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.
C’è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:
Secondo la molti esperti, tra gli ultimi Lagarde, partirà dal mercato obbligazionario: ha superato i 100.000 miliardi di dollari (erano 70.000 miliardi nel 2007). Un mercato dalle dimensioni colossali, 50 volte il debito pubblico italiano, che sta consentendo alle grandi società statunitensi di scaricare il proprio debito in Europa, dove il costo del denaro è più basso. La prossima bolla a esplodere sarà quella dei bond.
Titoli di stato, ovvero debito pubblico, cioé il canale di scambio tra capitale multinazionale finanziario privato e possibilità di rifinanziamento del debito pubblico degli Stati. Vien quasi da ridere pensando con quale seriosità, per esempio, Schaeuble e Merkel continuano a bacchettare la Grecia mentre sotto le loro auguste poltrone è caricata una bomba nucleare da 100.000 miliardi…
Claudio Conti
Fonte: http://contropiano.org
Link: http://contropiano.org/articoli/item/30163
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14914
DA: terrarealtime2.blogspot.it

 http://lastella.altervista.org/la-crisi-e-finita-no-sta-per-esplodere-come-una-bomba-nucleare/

"Give Karl Marx a Chance to Save the World Economy"

Che Marx abbia ancora molto da dire è voce diffusa tra gli addetti ai lavori. Ho letto da qualche parte ma non ricordo dove: “ora che il comunismo è morto, cominciamo a parlare seriamente di Marx”.
Una conferma per qualche verso clamorosa viene da un articolo apparso il 29 agosto di un guru dell’economia, George Magnus, colui che nel 2007 aveva previsto la crisi americana dei mutui sub prime con un anno di anticipo. Clamorosa perché Magnus è un consulente di UBS, uno dei templi del capitalismo mondiale.
Ho pensato di tradurre l’articolo, il cui originale è qui.


Diamo a Karl Marx una chance di salvare l’economia mondiale
George Magnus, consulente senior per l’economia - UBS

I protagonisti della politica che si arrabattano per capire la raffica di pànici finanziari, le proteste e gli altri mali che affliggono il mondo farebbero bene a studiare le opere di un economista morto da tanto tempo: Karl Marx.
Quanto prima riconosceremo che siamo di fronte ad una crisi del capitalismo senza precedenti, meglio saremo attrezzati per trovare una via d'uscita.

Lo spirito di Marx, che è sepolto in un cimitero vicino a dove vivo a Londra, è risorto dalla tomba nel mezzo della crisi finanziaria e della successiva crisi economica. L'analisi dello scaltro filosofo del capitalismo aveva un sacco di difetti, ma l'economia globale di oggi ha una certa inquietante somiglianza con le condizioni che lui aveva previsto.

Si consideri, ad esempio, la previsione di Marx di come il conflitto tra capitale e lavoro si sarebbe manifestato. Come ha scritto ne "Il Capitale", la ricerca continua di profitti e produttività avrebbe condotto in modo naturale a un sempre minor bisogno di lavoratori, e alla creazione di un "esercito industriale di riserva" di poveri e disoccupati: "L'accumulo di ricchezza di una parte è, quindi, allo stesso tempo accumulazione di miseria dell’altra".

Questo processo è visibile in tutto il mondo sviluppato; in particolare negli Stati Uniti, gli sforzi delle aziende di tagliare i costi ed evitare assunzioni hanno incrementato i profitti delle aziende, come quota del totale della produzione economica, al più alto livello in più di sessant’anni, mentre il tasso di disoccupazione è al 9,1 per cento e i salari reali sono stagnanti.

La disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti, nel frattempo, è giunta vicina al suo livello più alto dal 1920. Prima del 2008, la disparità di reddito è stata nascosta da un fattore come il credito facile, che ha permesso alle famiglie povere di godere di uno stile di vita più agiato. Ora il problema sta venendo al pettine.


Il paradosso della sovrapproduzione

Marx ha anche sottolineato il paradosso della sovrapproduzione e del sottoconsumo: più persone sono relegate nella povertà, meno saranno in grado di consumare tutti i prodotti e servizi che le aziende producono. Quando un’azienda taglia i costi per aumentare i guadagni funziona, ma quando lo fanno tutte le aziende minano la formazione del reddito e della domanda effettiva sulla quale si basano ricavi e profitti.

Anche questo problema è evidente nel mondo sviluppato di oggi. Abbiamo una sostanziale capacità di produrre, ma nei gruppi a medio e basso reddito troviamo diffusa insicurezza finanziaria e bassi consumi. Il risultato è visibile negli Stati Uniti, dove la costruzione di alloggi nuovi e le vendite di automobili rimangono rispettivamente circa il 75% e il 30% più basse rispetto ai picchi del 2006.

Come Marx ha scritto nel Capitale: "La ragione ultima di tutte le crisi reali rimane sempre la povertà e il limitato consumo delle masse."


Affrontare la crisi

Quindi, come possiamo affrontare questa crisi? Per placare lo spirito di Marx, i politici devono porre i posti di lavoro in cima all'agenda economica, e prendere in considerazione altre misure non ortodosse. La crisi non è temporanea, e certamente non sarà curata dalla passione ideologica per l'austerità di governo.

Ecco cinque cardini principali di una strategia il cui tempo, purtroppo, non è ancora arrivato.

In primo luogo, dobbiamo sostenere la domanda aggregata e la crescita del reddito, altrimenti potremmo cadere in una trappola del debito con gravi conseguenze sociali.

I governi che non si stanno confrontando con una crisi imminente del debito - compresi gli Stati Uniti, Germania e Regno Unito - devono fare della creazione di occupazione la cartina al tornasole della politica. Negli Stati Uniti, il rapporto occupazione-popolazione è oggi basso come nel 1980. La sotto-occupazione è quasi ovunque a livelli record. Tagliare le imposte a carico del datore di lavoro sui salari e creare incentivi fiscali per incoraggiare le aziende ad assumere e investire, sarebbe un buon inizio.


Alleggerire il carico

In secondo luogo, per alleggerire il carico del debito delle famiglie, nuove iniziative potrebbero consentire loro di ristrutturare il debito ipotecario, o di negoziare una parziale cancellazione del debito in cambio di futuri pagamenti ai creditori a fronte di aumenti di valore dell’immobile.

Terzo, per migliorare la funzionalità del sistema creditizio, alle banche ben capitalizzate e ben strutturate dovrebbe essere permesso un temporaneo alleggerimento delle regole sull’adeguatezza del capitale, per cercare di creare un nuovo flusso di crediti, soprattutto alle piccole imprese. Governi e banche centrali potrebbero impegnarsi in contributi diretti o nel finanziamento indiretto degli investimenti nazionali o in programmi infrastrutturali.

Quarto, per alleviare l'onere del debito sovrano nella zona Euro, i creditori europei devono estendere i tassi di interesse bassi e le condizioni di pagamento recentemente proposte per la Grecia. Se gli “Eurobond” congiuntamente garantiti sono ancora un’utopia, almeno la Germania dovrebbe farsi paladina di una ricapitalizzazione urgente delle banche per aiutare ad assorbire le perdite inevitabili attraverso un fondo europeo di stabilità finanziaria notevolmente ampliato - una conditio sine qua non per risolvere la crisi del mercato obbligazionario.


Costruire difese

Quinto, per costruire difese contro il rischio di cadere in deflazione e stagnazione, le banche centrali dovrebbero guardare al di là dei programmi di acquisto dei bond, e invece mirare a un tasso di crescita nominale di produzione economica. Ciò consentirebbe un periodo temporaneo d’inflazione moderatamente più elevata, che potrebbe spingere i tassi d'interesse molto sotto lo zero e facilitare un abbassamento degli oneri del debito.

Non possiamo sapere se queste proposte funzionerebbero, o quali potrebbero essere i loro effetti collaterali indesiderati. Ma neanche lo status quo della politica è accettabile.
Gli Stati Uniti potrebbero trasformarsi in una versione più instabile del Giappone, e potremmo avere la frattura della zona Euro con conseguenze politiche imprevedibili. Entro il 2013, la crisi del capitalismo occidentale potrebbe facilmente estendersi alla Cina, ma questa è un'altra storia.
 

 http://www.ignoranticonsapevoli.com/2011/09/give-karl-marx-chance-to-save-world.html

ESTRATTO DELL’INTERVISTA A VAROUFAKIS: Tutta la scioccante verità sull’eurogruppo e le trattative greche. Scritto il luglio 14, 2015 by iodubito

Finalmente l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis concede un’intervista ad Harry Lambert del New Statesman. si tratta di un’intervista di grandissimo interesse ed importanza, da leggere almeno nelle sue parti principali, che vi proponiamo tradotte in italiano.
potete trovare l’intervista completa qui:

intervista New Statesman
Ora riportiamo alcuni passaggi importanti o interessanti :
Harry Lambert (HL): Quindi , come si sente ora ?
Yanis Varoufakis (YV): Mi sento in cima al mondo, non devo più vivere secondo un programma febbrile, assolutamente disumano semplicemente incredibile. Ho dormito solo per 2 ore a notte per 5 mesi. Sono anche sollevato dalfatto di   dover più sostenere una pressione incredibile per negoziare da una posizione che era difficile da difendere, anche quando  riuscivo ad avere il consenso dell’altra parte, non so se mi spiego
HL: Come è stato? Avete gradito  ogni momento della situazione ?
YV: Oh si l’ho apprezzato. Si possono ottenere delle informazioni dall’interno.. ed avere tutte le tue peggiori paure confermate. Puoi avere “I poteri” che ti parlano direttamente, e, come temevi, la situazione è peggio di quanto immaginassi. Quindi è stato divertente sedere sui sedili anteriori.
HL: A cosa vi riferite ?
YV: Alla completa assenza di scrupoli democratici,  da parte dei supposti difensori della democrazia europea. D’altro canto anche la chiara comprensione dall’altra parte che siamo nella stessa barca, anche se non verrà mai ammessa. E quindi avere alcuni importanti personaggi che ti guardano negli occhi e ti dicono: ” Stai dicendo il giusto, ma noi comunque  ti schiacceremo”.
HL: Avete detto che i creditori vi contestavano perchè “Ho provato a parlare di economia all’Eurogruppo, cosa che non fa nessuno”. Cosa è successo quando lo avete fatto ?
YV: Non è che non sia andata bene, è che proprio vi è stato un netto rifiuto di entrare negli argomenti economici. Di netto. Poni in luce un argomento su cui hai veramente studiato, per far si che sia logicamente coerente, e ti guardano con degli sguardi vuoti. E’ come se  tu non abbia parlato, quello che rispondono è indipendente da quello che tu hai detto. Potresti anche aver cantato l’inno svedese,ed avresti la stessa risposta. E questo è incredibile per chi è abituato ad un dibattito accademico. La controparte non risponde mai. Non c’è mai stata una discussione. Non è stato neppure un problema, semplicemente era come se una parte non avesse mai risposto.
HL: Quando siete arrivato, all’inizio di febbraio, c’era già una posizione univoca ?
YV: Beh c’erano persone con cui vi era una simpatia personale, così dietro le quinte su base informale, soprattutto nel FMI (HL: ai livelli più alti? YV: Si, ai livelli più alti, a quelli più alti), ma poi nell’Eurogruppo solo qualche parola gentile e nulla più, tutti a ripararsi dietro la barriera della versione ufficiale. Schaeuble è stato coerente comunque. La sua visione era: “Io non sto discutendo un programma, questo è stato già accettato dal precedente governo e non possiamo permettere che un’elezione cambi tutto. Perchè abbiamo sempre elezioni, siamo in 19, e se cambiamo qualcosa tutte le volte che c’è un’elezione gli accordi fra noi non significano nulla.” A questo punto ho dovuto prendere la parola e dire:” Beh allora dovremmo semplicemente dire di non fare più elezioni nelle nazioni indebitate” e non c’è stata risposta. La sola interpretazione che posso dare è che , per loro, “Si, questa sarebbe una buona idea, ma difficile da realizzare. Quindi o firma sulla linea tratteggiata o sei fuori”.
HL: e la Merkel ?
YV: Dovete capire che io non ho mai avuto nulla a che fare con la Merkel: i ministri delle finanze parlano con i ministri delle finanze, i primi ministri con i cancellieri. Da quello che ho capito lei era molto diversa. Lei cercava di tranquillizzareil primo ministro (Tsipras) – diceva: “Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, non lascerò che succeda nulla di terribile, fai semplicemente i tuoi compiti e lavora con le istituzioni, con la troika, . Non ci sarà nessuna chiusura”.
Questo non è stato quello che ho sentito dalla mia controparte, sia dal presidente dell’eurogruppo sia dal dr Schaeuble, Ad un certo punto mi han detto chiaramente : “O mangia questa minestra, o salta dalla finestra”.
HL: Fu così dall’inizio ?
YV Dall’inizio, proprio dall’inizio.
HL : come siamo arrivati all’estate ?
YV (riassumiamo una lunga risposta. Non avevamo alternative. il governo era stato eletto con il mandato a negoziare. Loro volevano un accordo globale, e quando cercavamo di discutere su di un tema, come l’IVA, loro passavano ad un altro argomento, e così via , senza fine. Noi proponevamo qualcosa e loro lo rifiutavano o passavano ad altro. Abbiamo cercato di interrompere questo processo. la mia visione era questa : siamo una nazione incagliata, ed incagliata da molto tempo, certo, abbiamo bisogno di riforme su questo siamo tutti d’accordo. Dato che il tempo era necessario e dato che durante le trattative la BCE stava schiacciando la nostro liquidità per esercitare pressione su di noi per farci soccombere, la mia proposta alla troika era molto semplice: mettiamoci d’accordo su tre o quattro riforme importanti come l’IVA , ed applichiamole subito. Voi inc ambio rilassate le restrizioni della BCE. Volete un accordo complessivo, andiamo avanti con le trattative, e nel frattempo lasciateci introdurre nuove riforme in parlamento con accordi fra noi e voi.
La loro risposta è stata: “No no no, questo deve essere un accordo. Non faremo nulla se voi introdurrete alcuna legge. Sarà considerato un atto unilaterale ed ostile al processo di contrattazione.” Quindi qualche mese dopo trapelerà ai media che non abbiamo fatto riforme e che stavamo perdendo tempo! E così eravamo fregati, in ogni senso. quindi quando la liquidità è quasi completamente finita ed eravamo in default, o quasi default con lo FMI, loro hanno presentato le loro proposte , che erano quasi impossibili, non accettabili e dannose. Così hanno preso tempo e poi sono usciti con delle proposte che tu fai quando non vuoi un accordo).
HL: Avete provato a lavorare con i governi delle altre nazioni indebitate ?
YV: La risposta è no, e la ragione è molto semplice : subito dall’inizio queste nazioni hanno fatto chiaramente capire che sarebbero stati i nemici più forti del nostro governo, subito all’inizio. E la ragione era che il loro più grande incubo era il nostro successo: se avessimo ottenuto un accordo migliore per la Grecia li avrebbe cancellati politicamente: avrebbero dovuto rispondere ai loro elettori perchè non fossero stati in grado di contrattare come noi.
HL : Qual’è il grande problema con le funzioni generali dell’Eurogruppo?
YV Per esemplificare: C’è stato un momento in cui il presidente dell’Eurogruppo ha deciso di mettersi contro di noi e ci ha oggettivamente  cacciato fuori, facendoci capire che la Grecia era in uscita dall’Eurozona. C’era una convenzione per cui i comunicati dovevano essere all’unanimità, e che il Presidente non potesse semplicemente riunire l’Eurozona ed escludere uno stato membro. E lui ha detto “Oh sono sicuro di poterlo fare”. allora ho chiesto un’opinione legale. . questo ha causato un po’ di baruffa. Per 5-10 minuti il meeting si è fermato, e funzionari e dirigenti parlavano l’uno con l’altro ed al telefono, e infine un funzionario, un esperto legale, si è rivolto a me dicendo “Beh l’eurogruppo non esiste per la legge, non c’è nessun trattato che riguarda questo gruppo”.Quindi abbiamo un gruppo che non esiste e che ha il maggior potere di determinare le vite degli europei. Non risponde a nessuno, dato che non esiste legalmente: non si tengono minute, ed è  riservato. I cittadini non sapranno mai cosa vi si dice,  Sono quasi decisioni di vita e di morte, ed i membri non rispondono a nessuno.
HL: E questo gruppo è controllato dagli atteggiamenti tedeschi?
YV: Si completamente e profondamente. Non dagli atteggiamenti: proprio dal ministro delle finanze Tedesco. Ed è come una orchestra ben affiatata di cui lui è il direttore. Tutto avviene in modo accordato. Se ci sono casi in cui non si lavora in accordo, allora lui interviene e rimette tutti in linea.
…..
…..
HL: Avrete pensato ad un Grexit ad un certo punto ….
YV: Certo, assolutamente.
HL .. sono stati fatti dei preparativi?
YV: La risposta è si e no. Avevamo un piccolo gruppo, un “Gabinetto di guerra” nel ministero , di circa cinque persone che stava preparandosi: così abbiamo lavorato sulla teoria, sulla carta, predisponendo tutto quello che si sarebbe dovuto fare (per  Grexit) , ma è stata una cosa fatta a livello di 4-5 persone. Una cosa diversa è preparare una nazione per quel fatto. Preparare una nazione (all’uscita) è una decisione esecutiva che deve essere presa, e non è mai stata presa.
HL: ma nelle scorse settimane, c’è stato un momento in cui sentivate che vi ci avvicinavate?
YV: La mia idea era che dovevamo essere ben attenti a non iniziarla. Non volevo che fosse una profezia autorealizzata. Non volevo che fosse come la famosa frase di Nietzche, per cui se tu guardi nell’abisso abbastanza a lungo, l’abisso comincerà a guardare in te. Ma credevo anche che se l’Eurogruppo avesse chiuso le nostre banche, avremmo dovuto dare esecuzione a questo processo.
HL: Bene, quindi c’erano due opzioni, per quel che vedo: una Grexit immediata, o la stampa di IOU e la ripresa  il controllo sulla banca di Grecia , quindi potenzialmente o necessariamente precipitando verso grexit.
YV: Certo certo, Non ho mai creduto dovessimo andare diretti verso una nuova valuta. Nella mia idea c’era il fatto che , e l’ho detto al governo, questa era la risposta se avessero osato chiudere le nostre banche, cosa che ritenevo   di incredibile potenza  aggressiva. ma non di non ritorno. Noi avremmo dovuto emettere i nostri IOU, o per lo meno che avremmo emesso la nostra liquidità denominata in eur.; avremmo dovuto fare un haircut sui titoli del 2012 detenuti dalla BCE o annunciare che lo avremmo fatto; avremmo dovuto riprendere il controllo della banca di Grecia. Questa era il trittico, le tre cose con cui avrei risposto alla chiusura delle nostre banche da parte della BCE.
Io ho avvertito il governo di quello che stava per accadere (che la BCE avrebbe chiuso le nostre banche) per un mese, per portarci ad un accordo umiliate. Quando questo è successo, e molti miei colleghi non pensavano sarebbe successo, la mia raccomandazione,  di rispondere “Energicamente”,  è stata respinta ai voti.
…….
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HL: sarebbe scioccato se Tsipras si dimettesse ?
YV Nulla mi può scioccare in questi giorni, la nostra Eurozona è un posto molto inospitale per la gente decente. Non mi scioccherebbe neanche se restasse ed accettasse anche un pessimo accordo. Perchè  posso capire che si senta obbligato verso le persone che lo hanno supportato, che ci hanno supportato, per non far si che il nostro diventi uno stato fallito. Ma io non tradirò il mio punto di vista, che supporto dal 2010, che questo nazione deve smetterla di fingere e dilazionare, che dobbiamo smettere di chiedere nuovi prestiti fingendo che abbiamo risolto i problemi, quando non lo abbiamo fatto, quando abbiamo reso i nostri debiti meno sostenibili a causa di una ulteriore austerità che distrugge la nostra economia e sposta il peso sui poveri, creando una crisi umanitaria.  E’ qualcosa che non accetterò e di cui non sarà parte.
Tratto da: http://scenarieconomici.it/estratto-dellintervista-a-varoufakis/
 http://iodubito.altervista.org/estratto-dellintervista-a-varoufakis-tutta-la-scioccante-verita-sulleurogruppo-e-le-trattative-greche/