mercoledì 18 maggio 2016

Ipotesi sull'Apollo nel Golfo Di Biscaglia.

Secondo la leggenda che la NASA ci ha raccontato tramite i suoi filmati e le sue immagini, dopo ogni missione sulla Luna le “capsule Apollo” con gli astronauti a bordo rientravano sulla Terra ammarando nell’Oceano Pacifico. Una delle cose che consentivano alle capsule di non bruciare al rientro nell’atmosfera terrestre erano gli strati di “protezione termica” di cui ogni capsula era dotata.



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Non molti conoscono però la storia che qui si va a raccontare: nel 1970, una capsula priva di astronauti e senza la minima protezione termica fu recuperata da marinai sovietici nelle acque atlantiche del Golfo di Biscaglia. La vicenda – rimasta sconosciuta per quasi 40 anni al pubblico occidentale – è stata raccontata e documentata in questo articolo da Mark Wade:
http://www.astronautix.com/articles/sovpsule.htm
, direttore e fondatore della Encyclopedia Astronautica:
http://www.astronautix.com

La storia venne alla luce qualche anno fa, quando Nandor Schuminszky, un ungherese appassionato di storia dei viaggi spaziali, contattò Wade inviandogli una stupefacente fotografia, reperita in un giornale ungherese del 1970, la cui didascalia recitava:

“Murmansk (porto sovietico): una capsula Apollo viene consegnata ad alcuni delegati americani. [La capsula] è stata recuperata da alcuni pescatori sovietici nel Golfo di Biscaglia. Foto: Agenzia di stampa ungherese. Data: 8 settembre 1970”.


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Nel suo articolo, Wade racconta come, incuriosito da questa vicenda, avesse poi contattato Schuminszky per saperne di più, essendo la vicenda del tutto ignota ai registri della NASA e ai media occidentali. Secondo il giornale ungherese, la capsula sarebbe stata recuperata da un peschereccio sovietico e poi consegnata agli americani, in gran pompa e alla presenza di numerosi giornalisti, l’8 settembre 1970. La consegna avvenne nel porto sovietico di Murmansk, sul Golfo di Kola. Subito dopo la capsula recuperata venne caricata sulla “Southwind”, una nave della Guardia Costiera statunitense, per essere riportata in patria.


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Stando a quanto riporta il sito russo Novosti-kosmonavtiki
http://www.novosti-kosmonavtiki.ru/content/numbers/244/39.shtml
gli esperti che poterono esaminare la capsula dichiararono: “Si trattava di un modello in spesso acciaio galvanizzato, ricostruito molto accuratamente e privo di segni di corrosione. Il peso, le dimensioni e la configurazione del modulo di comando erano quelle delle capsule Apollo. [Con l’eccezione di] un faro luminoso di ricerca [...] e del fatto che gli scudi termici non erano presenti. Tutto era molto semplificato”.

Gli americani chiamavano boilerplates queste “finte capsule” da esercitazione e le utilizzavano di frequente. Ad esempio la capsula BP-1204 (BP sta appunto per “Boiler Plate”) venne utilizzata per esercitazioni a Rota (Spagna), la BP-1205 a Yokosuka (Giappone), la BP-1223 nelle Isole Azzorre, e così via. Fino ad oggi tuttavia, nulla vi era di registrato riguardo al Boilerplate BP-1227, cioè la capsula recuperata dai sovietici nel Golfo di Biscaglia e poi riconsegnata agli americani nel porto di Murmansk alla quale si riferisce questa documentazione.


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Per ovvie ragioni, il pubblico sovietico non venne mai informato con ampiezza di dettagli sul programma spaziale americano. Lo stesso articolo di “novosti-kosmonavtiki” scrive: “La storia ufficiale (ma anche quella non ufficiale) del programma Apollo è rimasta poco conosciuta in Unione Sovietica fino a tempi molto recenti”. L’unica eccezione è appunto l’episodio di Murmansk, che venne a suo tempo ampiamente pubblicizzato dalla stampa ungherese. Ma non dai media occidentali, che rimasero stranamente silenziosi. Silenziose sui fatti di Murmansk rimasero anche le riviste scientifiche russe, solitamente abituate a presentare con ricchezza di dettagli ogni minimo aspetto del programma spaziale sovietico, come anche le alte autorità preposte a tale programma. La vicenda fu poi dimenticata fino a pochi anni fa, quando l’acribia di Nandor Schuminszky la riconsegnò agli onori della cronaca.

Da questa vicenda è possibile trarre alcune conclusioni:

1) Risulta a questo punto evidente l’esistenza di un accordo tra le autorità sovietiche e quelle americane riguardo al programma Apollo. I sostenitori dell’autenticità delle missioni lunari sostengono spesso che, se tali missioni fossero state una messinscena, i sovietici avrebbero certo colto l’occasione per denunciare la truffa al mondo intero. Questa argomentazione, oltre a rivelare una concezione incredibilmente puerile dei rapporti geopolitici e diplomatici tra le superpotenze, è a questo punto smentita anche dai fatti. I russi non solo non ostacolarono il programma spaziale americano, ma lo favorirono, tacendo, se del caso, su alcune vicende, come quella di Murmansk, che per gli Stati Uniti sarebbero state oltremodo imbarazzanti.

2) Il fatto che la vicenda fosse imbarazzante per gli USA è confermato dal fatto che né i media americani né quelli di altri paesi del blocco occidentale fecero la minima menzione dell’accaduto.

3) E’ assai probabile che l’imbarazzo degli USA avesse molto a che fare con la fallita missione dell’Apollo 13, che fu l’unica missione Apollo ad essere lanciata nel 1970.

Ma quali possono essere le attinenze tra la missione dell’Apollo 13 e quanto avvenuto tra il Golfo di Biscaglia e il porto di Murmansk? Proviamo ad esaminare alcuni fatti per cercare di farcene un’idea.



Il segreto sulla data.

Solitamente i registri NASA sono molto scrupolosi nell’annotare le date e perfino gli orari di tutto ciò che attiene alle missioni o alle esercitazioni connesse con il programma spaziale. Che si tratti delle piccole sonde “Surveyor” o dei giganteschi razzi Saturn V, le cronache della NASA riportano minuziosamente le date di ogni evento, di ogni incontro tecnico, di ogni fase progettuale. Risulta quindi piuttosto curioso il fatto che Mark Wade, nel redigere il suo articolo, non abbia pensato per prima cosa di rivolgersi alla NASA per avere informazioni sui fatti di Murmansk. I link alle pagine NASA sono innumerevoli nella Enciclopedia Astronautica da lui gestita. Perché allora Wade, anziché cercare delucidazioni alla fonte, si è limitato a raccogliere testimonianze attraverso internet?

All’appello di Wade hanno risposto alcuni marinai che erano a bordo della “Southwind”, i quali hanno inviato alcune suggestive foto della loro escursione a Murmansk: immagini di orsi polari, di spesse coltri di ghiaccio attraversate dalla nave americana, alle quali Wade ha aggiunto 4 foto della capsula Apollo, tre delle quali sono perfettamente identiche. Delle 27 foto pubblicate da Wade, solo 6 si riferiscono al recupero della BP-1227, tutte le altre sono inserite come riempitivo e danno l’impressione di voler allungare il brodo per parlare il meno possibile del nucleo centrale della vicenda, trasformandola in un reportage in stile National Geographic sul turismo d’antan.


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L’articolo di Wade non aggiunge assolutamente nulla a quanto era già stato detto dagli ungheresi e dà l’impressione di voler sviare quanto più possibile l’attenzione del lettore da fatti essenziali che il pubblico non dovrebbe conoscere.

Particolarmente grave è la reticenza di Wade riguardo alle date. Sappiamo che la capsula fu riconsegnata agli americani l’8 settembre 1970. Ma in quale data essa venne recuperata dai sovietici nel Golfo di Biscaglia? E da chi? E come? E in quali circostanze? E soprattutto: come aveva fatto quella capsula ad arrivare lì?

Ciò che Wade scrive è molto vago: “Nei primi mesi del 1970, unità navali di stanza in Inghilterra stavano esercitandosi nel recupero di una capsula “boilerplate” dell’Apollo (BP-1227), nell’ambito della missione loro assegnata di recuperare le capsule in caso d’interruzione d’emergenza della missione o di un ritorno a Terra. La capsula scomparve in mare. Le circostanze in cui la capsula andò perduta sono tuttora poco chiare. Non si sa se il “peschereccio sovietico” che incrociava nelle vicinanze fosse in realtà una nave spia e se la capsula sia stata recuperata nell’ambito di una operazione dei servizi segreti”.

Solitamente, quando le navi militari americane si trovano ad operare in una qualsiasi zona del mare, esse trasmettono, su apposita frequenza, la propria posizione a tutte le imbarcazioni civili e militari della zona, affinché possano sgomberare l’area. E’ dunque assai improbabile che un “peschereccio”, oltretutto sovietico, potesse trovarsi per puro caso a passare da quelle parti. Da questo punto di vista, Wade ha sicuramente ragione a sospettare un’operazione d’intelligence. Il fatto che nessuna indicazione sia mai stata fornita circa il “peschereccio” che avrebbe recuperato la capsula è di per sé eloquente. Inoltre, il “mascherare” da pescherecci le proprie imbarcazioni-spia è antica consuetudine non solo dei russi, ma anche degli americani e dei britannici.

Wade ha sicuramente svolto bene i suoi compiti a casa: ha consultato gli archivi ed è riuscito ad identificare la provenienza delle navi, il contesto generale della vicenda, la perdita della capsula e la faccenda del peschereccio-spia. Ma allora perché non dice nulla riguardo alla data di questi avvenimenti? Dopo tutto, è difficile che i registri della marina riportino genericamente, come data di un evento, i “primi mesi” di un dato anno; solitamente riportano con esattezza mese, giorno, ora e minuti. Tutto questo fa pensare che indicare in modo esatto la data del recupero della capsula possa rappresentare per gli Stati Uniti una fonte di imbarazzo o di grave pericolo.

Inoltre, supponendo che il peschereccio fosse in realtà una nave-spia sovietica, viene da chiedersi come mai gli americani non siano prontamente intervenuti per bloccarne le attività. Le esercitazioni di recupero avvenivano con navi che avevano a disposizione aerei ed elicotteri per l’intercettazione, che avrebbero potuto facilmente identificare la nave sovietica ed indurla a desistere dalle operazioni.



Capsule spaziali e sottomarini

Facciamo una supposizione: immaginiamo che il momento in cui si verificarono questi avvenimenti fosse la notte fra l’11 e il 12 aprile 1970, cioè poche ore dopo il lancio della missione Apollo 13 da Cape Canaveral, avvenuto l’11 aprile 1970 alle 19.13 GMT. Immaginiamo che la capsula da recuperare non fosse una semplice capsula da esercitazione, ma la stessa capsula dell’Apollo 13, appena partita poche ore prima per una finta missione lunare che avrebbe tenuto per diversi giorni il mondo con il fiato sospeso. Supponiamo tutto questo e vediamo se da questa ipotesi scaturiscono conseguenze utili a dare un senso a tutta questa storia.

In questa pagina di Wikipedia:
http://en.wikipedia.org/wiki/Soviet_submarine_K-8
si parla del disastro del sottomarino nucleare sovietico K-8, incendiatosi nel Golfo di Biscaglia l’8 aprile 1970. Il sottomarino era impegnato nelle esercitazioni navali sovietiche note come “Okean-70” e avrebbe dovuto tornare alla base il 10 aprile. Wikipedia ci informa che i tentativi di riprendere il controllo del sottomarino durarono fino al 12 aprile, giorno in cui il sottomarino affondò, provocando la morte di 52 marinai russi. 73 furono i sopravvissuti. Quello che a noi interessa è il fatto che, secondo Wikipedia, i tentativi di salvare il sottomarino avvennero “in stormy conditions”, cioè in condizioni meteorologiche proibitive. Per essere un po’ più precisi, vediamo cosa si racconta in questo articolo russo:
http://sexik.narod.ru/cursk/book/k-8.htm
tratto dal sito sexik.narod.ru, sul disastro del K-8:
“[L’11 aprile] le condizioni meteorologiche iniziarono a peggiorare. Il Golfo di Biscaglia è una zona nota ai marinai per le sue tempeste di incredibile potenza. Ora l’equipaggio doveva lottare anche contro la furia degli elementi. […] A causa di onde enormi e di bufere di neve, il tentativo di salvataggio [della nave inviata in soccorso, NdT] fallì. Si decise così di aspettare l’alba […] Al mattino [del 12 aprile, ndT] comparvero anche gli aerei da ricognizione della marina americana”.

Ora, la tragedia del K-8 potrebbe intanto spiegare la presenza di navi russe nel Golfo di Biscaglia e la relativa intercettazione della BP.1227. Inoltre, se è vero che le condizioni meteorologiche, nella notte tra l’11 e il 12 aprile, erano così proibitive, si capirebbe per quale motivo gli aerei e gli elicotteri americani non poterono intervenire per impedire ai sovietici di appropriarsi della capsula. Le “bufere di neve” di cui parla l’articolo russo potrebbero spiegare per quale motivo la capsula non potè essere individuata dalle navi americane nonostante il faro di segnalazione di cui essa era dotata secondo la Novosti-kosmonavtiki. Insomma, se supponiamo che la cattura della capsula da parte dei sovietici sia avvenuta poche ore dopo il lancio dell’Apollo 13, molte cose diventano più chiare. Compresa la reticenza dei mezzi d’informazione americani a parlare dell’accaduto e le strane omissioni di Wade. 

L’articolo poc’anzi citato afferma che al mattino del 12 aprile nel Golfo di Biscaglia “comparvero gli aerei da ricognizione americani”. Il tempo, evidentemente, era migliorato. Gli americani stavano probabilmente cercando la capsula, che però era sparita senza lasciare traccia, dopo essere stata recuperata dalle navi sovietiche. Non c’è da stupirsi che la capsula non presentasse “tracce di corrosione”, visto che era rimasta nell’acqua del mare per un tempo assai breve. Possiamo solo immaginare quali giochi di ricatti incrociati, di richieste e promesse di silenzio abbiano avuto luogo nei giorni e nei mesi successivi. Sappiamo però che si giunse, evidentemente, ad un qualche tipo di accordo che portò alla riconsegna della capsula agli Stati Uniti nel settembre dello stesso anno.

Se la vicenda fosse avvenuta in qualunque altro periodo dell’anno, gli americani avrebbero potuto facilmente costringere le disarmate navi-spia sovietiche a restituire la capsula Apollo. Solo 10 mesi prima, in occasione del lancio dell’Apollo 11, la flotta americana aveva costretto le navi-spia sovietiche (camuffate, tanto per cambiare, da pescherecci) che si trovavano al largo della Florida per tenere d’occhio le procedure di lancio da Cape Canaveral a ritirarsi in buon ordine:
http://www.cosmoworld.ru/spaceencyclopedia/publications/index.shtml?zhelez_32.html
Ma, sfortunatamente per gli americani, la cattura della BP-1227 era avvenuta lontano da casa, nel bel mezzo delle manovre militari di “Okean-70” e dunque in presenza di dozzine di navi da guerra sovietiche.

Per tutti questi motivi, è assai verosimile ritenere che i fatti di cui tratta l’articolo di Wade siano avvenuti nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1970. Il mondo si apprestava a trascorrere giorni di palpitazione per la sorte di tre astronauti che si trovavano già al sicuro in qualche installazione della NASA, mentre la loro navicella, che tutti credevano ancora in viaggio per la Luna, aveva appena subito una inaspettata deviazione di percorso per essere dirottata verso il porto sovietico di Murmansk.




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Strane esercitazioni

Secondo l’articolo di Wade, le navi americane nel Golfo di Biscaglia “stavano esercitandosi nel recupero di una capsula “boilerplate” dell’Apollo”. Questa affermazione genera diversi interrogativi.

1) Se davvero queste esercitazioni erano una pratica comune, allora perché tanto gli americani quanto i sovietici hanno tenuto nascosta la data delle operazioni (che ancora oggi Wade definisce con vaghezza “in early 1970”)?

2) Perché questa presunta esercitazione avvenne (se sono vere le ipotesi avanzate fin qui) in concomitanza con il lancio dell’Apollo 13?

3) Come fece la capsula Apollo ad arrivare nel Golfo di Biscaglia? E’ difficile pensare che sia emersa dal fondo marino o che sia stata lasciata lì da una nave di passaggio. Ovviamente deve essere precipitata dal cielo. L’unica incognita è: da quale altezza? Su questo fondamentale argomento anto Wade quanto la NASA, tacciono.

4) Cosa sono quelle strane macchie visibili sulla capsula recuperata nel Golfo?


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Nella foto qui sopra vengono messe a confronto la capsula dell’Apollo 13 recuperata dopo la “missione sulla Luna” e la capsula “catturata” dai sovietici. Su entrambe si notano le caratteristiche “macchie bianche” che, nelle intenzioni della NASA (immagino) dovrebbero provare la corrosione subita durante l’impatto con l’atmosfera. Strano che esse siano presenti anche su una capsula il cui unico impatto era stato quello con la superficie marina. Sarà stata la salsedine?

5) Perché mai proprio il Golfo di Biscaglia era stato scelto come teatro per questo tipo di “esercitazioni”? Secondo la NASA, le capsule Apollo ammaravano nell’Oceano Pacifico. Il Golfo di Biscaglia si trova nell’altro emisfero e non è mai stato indicato come punto di possibile splashdown delle capsule. Perché allora fare “esercitazioni” proprio lì?

In generale, il tentativo della NASA e di Wade di ridurre tutta questa faccenda ad un errore nelle esercitazioni militari è assai poco convincente. Tutto fa pensare che non fosse affatto un’esercitazione: le navi americane si trovavano nel Golfo di Biscaglia, la notte fra l’11 e il 12 aprile 1970, per recuperare la capsula dell’Apollo 13. Da Cape Canaveral, quell’11 aprile, alle ore 19.13 GMT, era stato lanciato nient’altro che un modellino di capsula, vuoto e senza nessun astronauta dentro. Solo che anziché volare sulla Luna e poi ammarare nel Pacifico, per qualche motivo la capsula era finita nell’Atlantico, al largo delle coste europee.

E’ probabile che la zona del Golfo di Biscaglia fosse stata scelta in origine per eludere la costante sorveglianza navale dei sovietici al largo delle coste americane. Dopotutto, non era possibile – o perlomeno era molto fastidioso – dover allontanare tutte le volte le navi-spia russe dalla zona di recupero delle capsule con le armi in pugno. Si era dunque pensato ad un ammaraggio in una zona meno sorvegliata dall’intelligence russo, a 6000 km. di distanza, dall’altra parte del globo, non troppo lontano dalle coste di un alleato strategico degli Stati Uniti come l’Inghilterra (Wade ci informa infatti che le navi americane che parteciparono alle operazioni erano “di stanza in Inghilterra”). Il Golfo di Biscaglia era una zona frequentemente colpita dalle tempeste, per cui le navi civili se ne tenevano alla larga e anche le navi-spia sovietiche la frequentavano di rado. Certo, c’erano le navi sovietiche impegnate nelle esercitazioni di Okean-70, ma le esercitazioni avevano carattere globale e una zona come il Golfo, spazzata dalle tempeste, era tra tutti i posti quello in cui era forse possibile sperare di avere i russi un po’ meno tra i piedi. Non fosse stato per l’incidente del K-8, che, anziché rientrare alla base il 10 aprile, come era nelle previsioni, richiamò una quantità di navi russe nel Golfo nel tentativo di portare soccorso…



Problemi di peso

Secondo la NASA:
http://science.ksc.nasa.gov/history/apollo/apollo-13/apollo-13.html
la navicella spaziale Apollo 13 effettuò un giro e mezzo attorno alla Terra, quindi il motore del terzo stadio viene riacceso per immetterla su un’orbita di trasferimento verso la Luna. Stando invece a quanto racconta A. I. Popov in “Americani sulla Luna: grande impresa o truffa?”:
http://www.manonmoon.ru
la navicella Apollo non andò in orbita da nessuna parte. L’Apollo venne lanciato da Cape Canaveral in direzione est, sotto gli occhi di migliaia di spettatori. Ma nessuno potè vedere dove andava a finire. Deviando la traiettoria del razzo di poche decine di gradi, il volo avrebbe potuto facilmente concludersi nel Golfo di Biscaglia. La deviazione poteva facilmente aver luogo dopo che il razzo era scomparso dalla visuale degli spettatori. In questo caso, secondo Popov, la deviazione fu eseguita in modo che il missile volasse a circa 100 km. di altitudine e a una distanza fra i 300 e i 700 km. dalle coste americane.

Sui suoi siti web, la NASA fornisce una quantità di informazioni tecniche sulle capsule Apollo:
http://nssdc.gsfc.nasa.gov/nmc/masterCatalog.do?sc=1970-029A
Apprendiamo, ad esempio, che il modulo di comando dell’Apollo 13 era un cono tronco di circa 3,65 metri di altezza e 3,9 metri di diametro alla base, con un volume di circa 6,17 metri cubi e un peso di 5,7 tonnellate. Il modulo di servizio (cioè la struttura cilindrica connessa al modulo di comando che conteneva i sistemi di propulsione) pesava circa 23 tonnellate, carburante e materiali inclusi. Il LEM altre 22 tonnellate circa. Eccetera eccetera. Nel complesso, il razzo Saturn V, utilizzato per mandare in orbita tutto questo apparato necessario alle missioni lunari, aveva una portata di 120-130 tonnellate.

Ora, Popov sostiene nel suo libro che gli americani non sarebbero mai riusciti, in realtà, a sviluppare un razzo in grado di portare in orbita tutto questo carico. Avrebbero semplicemente perfezionato il vecchio modello di Saturn 1 in un più moderno Saturn-1B, che aveva tuttavia una portata di carico di non più di 15 tonnellate. Il Saturn-1B sarebbe poi stato ricoperto con un pesantissimo rivestimento che lo faceva apparire come un razzo più potente e moderno. In realtà questo rivestimento pesava molte tonnellate, tanto che il razzo non avrebbe potuto, a questo punto, neppure andare in orbita. Non era necessario, del resto. Le capsule trasportate erano poco più che decorative, prive di astronauti e molto simili a quella ripescata nel Golfo di Biscaglia: non più di una tonnellata di peso (cioè quasi 1/6 di una capsula standard) e con uno spessore delle pareti di circa 5 mm. Scopo essenziale del razzo era di portare tutto questo apparato, per così dire, fuori dalla visuale e farlo ammarare lontano da occhi indiscreti, affinché il “recupero della capsula” potesse poi essere messo in scena al momento giusto. Naturalmente la capsula, non avendo persone a bordo, non aveva bisogno di nessuna protezione termica, che avrebbe aggiunto solo inutile peso al carico da trasportare. Ed ecco che ci troviamo di fronte ad una capsula “priva di rivestimento termico” come quella ripescata nel Golfo e poi descritta dagli esperti.


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Il portellone cangiante

Il lancio da Cape Canaveral verso la Luna passava attraverso varie fasi. Gli “astronauti” salivano sull’ascensore che li portava verso il modulo di comando, sfilando di fronte a giornalisti e spettatori estasiati. Una volta saliti in cima, a 111 metri d’altezza, entravano nel “boilerplate” dove nessuno poteva vederli, tranne un piccolo e selezionato gruppo di reporter e dipendenti NASA.

Nei filmati NASA, la scena dell’ingresso nella capsula dura sempre solo 2 o 3 secondi. E la qualità dei filmati è tale che non si riesce a vedere cosa ci sia all’interno della cabina. Si vede solo il portellone aperto, che è quello indicato qui sotto dalla freccia.


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E’ importante notare che questo portellone è rettangolare e privo di “oblò” (proprio come nella “capsula di Biscaglia”); mentre nei filmati del “recupero” nel Pacifico, il portellone della capsula presenta angoli arrotondati e un oblò ben visibile (vedi figura più sopra). Dunque, gli “astronauti” entravano nella capsula “boilerplate”, col portellone rettangolare e senza oblò, e al momento del recupero nel Pacifico uscivano da una capsula più robusta, con oblò e portellone ad angoli tondeggianti. Un numero degno dei migliori prestigiatori di cabaret.

Dopo aver allontanato i fastidiosi testimoni, gli astronauti venivano fatti uscire dalla capsula e portati in una zona precedentemente stabilita, dove sarebbero rimasti nascosti fino al termine della “missione”. Di tempo ce n’era più che a sufficienza, visto che fra l’ingresso nella capsula e la partenza passavano sempre diverse ore. Dopo la partenza, il razzo privo di equipaggio era pronto per volare sul Golfo di Biscaglia.



Polvere lunare

Secondo la NASA, la navicella Apollo 13 diretta verso la Luna era composta di 3 elementi: il modulo lunare (o LEM), la capsula (o modulo di comando) e il modulo di servizio.


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Il 13 aprile, quando la navicella si trovava in prossimità della Luna, si sarebbe verificata un’esplosione dovuta ad un guasto elettrico in uno dei serbatoi dell’ossigeno del modulo di servizio. Ciò avrebbe provocato la perdita di entrambi i serbatoi d’ossigeno e il default del sistema elettrico, costringendo l’equipaggio a spegnere tutti i sistemi del modulo di comando per conservare l’energia e l’ossigeno necessari alle ultime ore di volo e a rifugiarsi nel LEM durante il viaggio di ritorno verso la Terra.

Prima di fare rotta verso la Terra, gli astronauti si separarono dal modulo di servizio danneggiato e lo immortalarono in una celebre fotografia.


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Qui sopra vengono messe a confronto la foto originale con una versione nella quale sono stati incrementati la luminosità e il contrasto. Nell’angolo in alto a destra compare un oggetto squadrato, circondato da un alone luminoso. Si tratta del tipico alone che sulla Terra è dovuto alle particelle di polvere che rifrangono la luce. Trattandosi di una foto scattata nello spazio, non dovrebbero esservi né particelle di polvere, né aloni, né oggetti angolari. La luce, nella fotografia, proviene proprio dalla direzione in cui compare l’alone, come dimostrato dalla posizione dell’ombra nel propulsore. Tutto fa pensare, insomma, che si tratti di una fotografia scattata in studio, sulla Terra, utilizzando un modellino e una fonte di luce artificiale, di cui l’oggetto quadrangolare visibile in alto a destra rappresenta probabilmente il supporto o uno dei supporti.

La missione Apollo 13 doveva probabilmente servire alla NASA per allontanare da sé i sospetti di falsificazione delle missioni. Poteva infatti apparire poco credibile al grande pubblico che una serie di missioni umane sulla Luna, in un ambiente sconosciuto, con strumenti e mezzi che in precedenza non erano mai stati testati, filassero sempre perfettamente lisce, senza mai incontrare neppure l’ombra di un intoppo. Si decise così di organizzare una missione “non riuscita”, una sorta di “thriller” che tenesse gli spettatori incollati alla TV, riaccendesse l’interesse per le missioni e rendesse più umana e credibile l’epopea spaziale. Era stato naturalmente progettato anche l’immancabile lieto fine, che avrebbe soddisfatto il pubblico ed evitato orribili figuracce internazionali all’ente spaziale americano.

Tutta questa splendida sceneggiatura rischiò di andare a monte a causa di un evento non previsto né prevedibile: la catastrofe (autentica) di un sottomarino sovietico che portò molte navi militari russe ad incrociare proprio nelle acque in cui la capsula doveva essere recuperata. E’ curioso anche notare come, proprio a partire dal 1970, le interferenze russe col programma spaziale americano vadano rarefacendosi fino a scomparire. Certo, l’URSS aveva ormai altre gatte da pelare, come la scarsa produzione di cereali che dall’inizio degli anni ’70 la rendeva sempre più dipendente dalle importazioni dall’estero (si sarà parlato anche di questo durante le trattative per la restituzione della capsula?). Ma può anche darsi che la spiegazione sia più semplice: nel 1970 i russi poterono finalmente guardare nella splendida scatola del programma spaziale americano, che tanto li aveva preoccupati e impegnati negli anni precedenti, e scoppiarono in una fragorosa e liberatoria risata. Dopotutto, i russi sono un popolo che, all’occasione, sa mostrare un prorompente senso dell’umorismo.

Fonte: http://www.stampalibera.com/?p=14705

http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1317404215

Il falso disastro dell’Apollo 13

Missione dichiarata: dall’11 al 17 Aprile 1970
Se si osservano gli elementi a disposizione in rete internet per tutto ciò che riguarda questa missione, essa ha un alone di mistero, poiché non c’è nulla che ha senso, oppure quadra, nella sua esplicazionemediatica che ne seguì l’evento. Il lancio doveva partire inizialmente il lunedì 13, la capsula era stata battezzata col nome ‘Odissea’. Il nome col numero 13. La partenza alle ore 19,13 (ore 13,13 in Italia), il rientro il 17 aprile, non possono essere coincidenze…
Su Wikipedia i dati della Missione:  http://it.wikipedia.org/wiki/Apollo_13 ]
Le due precedenti missioni sulla Luna – Ap. 11 e 12 – non sembravano aver riscosso troppo clamore, o almeno, ci si aspettava dall’opinione pubblica una risposta più convincente, invece i dubbi sulle immagini e sulla veridicità della missione restavano. Bisognava architettare un evento mediatico degno delle forze economiche e tecniche messe in campo. Una missione a rischio, da lasciare senza fiato l’umanità, faceva al caso loro!
Per chi non ricorda, postiamo un accenno della missione messo in onda da Geo & Geo in cui vengono presentate alcune immagini.
Si nota subito in time 3,48÷3,56 che la prima ripresa del suolo lunare è falsa! Non c‘è alcun movimento inerziale (andavano ad oltre 6.000 km/h) e la velocissima inquadratura della Luna da sinistra a destra avviene come se il video è girato su di una immagine, bella sì, ma statica! C’è veramente poco da commentare. Poiché le immagini della missione sono esigue. Solo il commento del giornalista Giorgio diBernardo in time 10,23 accenna a qualcosa sul numero 13 e sul rumore dei razzi criticato sul film/triler.
La realtà:
Quella vera:  Quella falsa trovata  
C'è però chi ha indagato su questa missione attraverso l’analisi di notizie di repertorio dalla stampa russa, ha scoperto che l’8 aprile 1970 nel golfo di Biscaglia si incendiò un sottomarino russo, ed a causa delle condizioni meteorologiche proibitive, le ricerche si protrassero fino al 12 Luglio. Nel frattempo gli americani avevano fatto partire la missione Apollo 13 il giorno 11 Luglio, e i russi - che cercavano il loro sottomarino - trovarono anche, con loro grande sorpresa, una finta capsula Apollo degli americani nel mare. Per il commento molto approfondito sulle vicende relative a tale ritrovamento, vi invitiamo a leggere l’articolo particolareggiato dell’ipotesi della grande bufala dell’Apollo 13, la quale fu riconsegnata agli americani l’8 settembre 1970.
Basta inserire su di un motore di ricerca : “Apollo 13 nel golfo di Biscaglia”. Ne postiamo due siti
(stampa libera) - [ http://www.stampalibera.com/?p=14705 ]
(Ex su altervista - non più attivo?) - [ http://ogigia.altervista.org/index.php?mod=read&id=1317406095 ]
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Analisi di un filmato NASA (28 min):
A prima vista è un miscuglio di immagini/foto fatte in tempi diversi, riprese molto terrestri, e poi messe assieme!
La Terra è oltre il primo quarto di Luna (time 4,31 - 7,40 – 9,19), mentre la Luna è in Luna nuova (time 4,35). L’abitacolo è molto più grande di quello della capsula (time 10,05 e 11,00), ma chi fa la ripresa conla video mobile? In time 19,24 la video è tenuta da qualcuno che riprende l’interno della capsula il cui ambiente è zeppo di strumenti e senza spazi utili, e qualcuno che non è l’astronauta – poiché quello inquadrato non la tiene in mano – si sposta nel passaggio tra i LeM/capsula fino agli altri due (ma non dovevano essere separati/chiusi i due moduli proprio per non consumare l’ossigeno carente, usando quello del LeM?) nel LeM il cui ambiente è molto più grande!!! (ma non doveva essere il contrario!). Allora erano in quattro!!
 In time 20,39 l’interno del LeM è enorme rispetto agli spazi che si intravedono nei modellini/disegni, e il foro per il passaggio doveva essere quasi al di sopra della testa dei due astronauti, e non così lontanodal centro della cabina (allora doveva essere un enorme cabina!!), il cui spazio dichiarato era talmente piccolo che essi dovevano essere costretti a stare praticamente sempre in piedi, aiutati da corde per sostenersi nei riposini dopo il ritorno dal suolo lunare.
Che la Luna potesse/possa avere una parabolica nella parte nascosta per far girare le navicelle terrestri che inavvertitamente (a che velocità? A che distanza?) e senza ruote, si avventurassero per un giretto attorno ad essa (ahahah!!) così da prendere velocità, come quando si fa ruotare un lazzo, e risparmiare così il carburante per la necessaria accelerazione atta a liberarsi della sua attrazione, per tornare esattamente e automaticamente in una direzione verso la Terra (non più ellittica?) – altrimenti si perderebbero nello spazio ­– non ci risulta proprio!!!

 http://www.legamedelcielo.it/complotto_lunare/apollo13.htm

mercoledì 11 maggio 2016

La verità sulle banche: chi crea i soldi? Come tassarle? Nino Galloni Pubblicato 11 maggio 2016 - 15.38 - Da Claudio Messora

Nino Galloni spiega come funziona la contabilità delle banche. Chi crea davvero il denaro? Lo crea la banca, quando eroga un prestito, oppure il cittadino, quando con il suo lavoro deposita i soldi? Quanto guadagna davvero una banca? Come tassarla per sostenere lo stato sociale? A queste e ad altre domande risponde Nino Galloni, economista ex direttore generale del Ministero del Tesoro.
Questa è un intervista realizzata grazie al supporto della rete, di cittadini come te. Per questo è libera di raccontare quello che altrove non si può dire. Aiutami a continuare: sostienimi.
Claudio Messora: Nino Galloni, bentornato su Byoblu.com!
Nino Galloni: Eccoci!
Claudio Messora: Anziché continuare a salvare le banche, perché non ci facciamo salvare dalle banche? Come si fa?

Sovranità monetaria e separazione tra banche commerciali e banche d’affari.

Nino Galloni: Prima di tutto bisogna recuperare una cosa che funzionava perfettamente e che funziona tutt’ora, per chi ce l’ha, e cioè la sovranità monetaria dello Stato. Poi, come sia questo Stato… federale, nazionale, regionale, locale… è un discorso che non riguarda le banche. La seconda cosa da fare è ripristinare la netta separazione tra chi fa il credito – che è una funzione sociale importantissima – e chi, invece, deve fare finanza – che è tutto un altro mondo, tutto un altro approccio. Purtroppo negli anni ’90, dopo sessant’anni di buon funzionamento delle leggi bancarie degli anni ’30 che avevano assicurato il sistema dalle crisi bancarie stesse, è stato ripristinato il vecchio modello di banca universale precedente rispetto alla crisi del ’29 – e che aveva anzi contribuito alla crisi del ’29 -, per consentire alle banche di vendere le proprie azioni, le proprie obbligazioni eccetera… Questo avvenne in un momento di grande boom finanziario, quale fu il periodo degli anni ’90, cominciato con la crisi del sistema monetario europeo, quindi con la riduzione dei tassi di interesse sulle obbligazioni e conseguentemente sull’ingresso dei grandi investitori istituzionali nelle borse e nelle cose finanziarie. Le banche vollero entrare in questo grandissimo business finanziario e borsistico perché c’era ilboom. Ma poi, dal 2001, questo modello finanziario è entrato in crisi ed è stato sostituito da un altro modello in cui sono le banche ad avere un ruolo importante. Allora la prima cosa è l’immediato ripristino della netta separazione tra la finanza – chi vuole fare finanza fa la finanza, la speculazione ecc… e va per la sua strada – e questa funzione sociale importante che è il credito.
Claudio Messora: Parliamo del Glass-Steagall Act, corretto?
Nino Galloni: Glass-Steagall Act si chiamava la legge del 1936. In Italia è la legge bancaria, sempre del ’36. Perché sottolineo il fatto che il credito ha un’importantissima funzione sociale? Perché noi non dobbiamo confondere, a livello di analisi, la moneta a corso legale, che è quella garantita ed emessa dallo Stato, con il credito, che invece è la moneta teoricamente non a corso legale emessa invece dalle banche. Una volta le banche emettevano biglietti propri, la cosiddetta moneta bancaria, su cui vigevano fra l’altro delle restrizioni di carattere amministrativo. Poi è rimasta una sola valuta in circolazione, la moneta a corso legale, che in Italia fino al 1981 era stampata direttamente dall’istituto di emissione a fronte delle richieste dello Stato per finanziare le sue spese, quando queste ultime superavano il gettito tributario. Però, quello che va sottolineato è che questa moneta a corso legale è sì e no il 3% del totale della moneta, che comprende anche il credito. Quindi, il 97% dell’economia della moneta di cui abbiamo bisogno è credito.
Claudio Messora: Puoi spiegare meglio?
Nino Galloni: Quello che noi chiamiamo in genere moneta – intendendo i biglietti da cinquanta, venti, dieci, cento euro eccetera…- non è che il 3% della moneta, del credito che risulta nei depositi, nei conti correnti, nei prestiti e così via. Infatti, qual è il vero pericolo per la banca quando succedono le crisi di panico, quando cioè poi chiudono gli sportelli e così via, com’è successo a un certo punto in Argentina e stava per succedere in Grecia? Il vero pericolo è quando tutti vanno a chiedere i loro soldi: semplicemente non ci sono! È una finzione, ma vedremo che questa finzione ha una funzione importante!

Cos’è davvero il credito.

Parliamo di credito, di questa grande, importante funzione sociale. Prendiamo esempio dal passato. Una banca era forte, importante, non perché aveva centomila filiali sparse per il mondo, ma perché sul territorio era radicata, perché l’artigiano, la piccola impresa, la famiglia che avevano un’esigenza, una necessità e così via, andavano lì e chiedevano un prestito. E se poi erano in difficoltà – come accadeva con le Casse di Risparmio, con le Banche di Credito Cooperativo, con le Popolari, con le Mutue eccetera -, si allungavano i tempi, cioè si abbassava la rata per aiutare i prenditori. Noi oggi invece assistiamo a due fenomeni: il primo è che le banche non danno credito a chi ne ha bisogno, cioè le piccole imprese e le famiglie, perché pensano che queste ultime abbiano un ratingbasso, quindi non si prendono la responsabilità di dare i prestiti. Questo poi non c’entra col fatto che le banche, su pressioni di amici, di amici degli amici, della politica e così via, diano grossi prestiti a chi, pur avendo un rating basso, però poi contraccambia il favore in qualche altro modo. Ma questo non va confuso con il discorso precedente, perché quella è una patologia. Infatti le cosiddette “sofferenze bancarie”, di cui poi parleremo, sono determinate all’80% non dai prestiti deteriorati delle piccole imprese, degli artigiani, delle famiglie, ma da quelle dei grandi prenditori, dei grandi ricchi, delle grandi imprese, dei grandi speculatori.Questo è importante, quando poi si chiedono i soldi a tutti per ripianare le situazioni delle banche.
Ritornando al credito, le banche ricevono quindi liquidità da parte della Banca Centrale – che dopo il 2008 è diventata prestatrice ordinaria, non più di ultima istanza -, in cambio di titoli tossici. Quindi il motivo per cui è difficile dividere la finanza dal credito – che ovviamente anche un bambino capirebbe che è una misura necessaria – è perché è questo che consente alle banche di continuare a fare derivati e titoli tossici e poi collateralizzarli: farseli garantire in qualche modo e ottenere denaro praticamente allo 0% dalla Banca Centrale. Qual’è il problema? Che questo meccanismo – cahimato anche “Bazooka” e “Superbazooka” da Mario Draghi – non ha effetti sull’economia reale perché le banche poi non prestano a chi dovrebbe fare investimenti, cioè piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e famiglie, perché appunto hanno un rating basso. Al contrario, chi ha un rating elevato, cioè le imprese forti, non investe perché c’è la crisi. Quindi, in pratica, il cielo della finanza si riempie sempre più di nuvoloni neri, ma non piove mai e il terreno dell’economia reale è sempre più arido: chi ha il rating basso non può avere il prestito (ma proprio perché ha il rating basso avrebbe bisogno di riprendersi, ma non si riprende); chi ha il rating alto non chiede credito perché non si vede la ragione dell’investimento se non avrà prospettiva di sviluppo, di ripresa, di profitto.
A questo punto cosa succede? Succede che la Banca d’Inghilterra e altri studiosi indipendenti, finalmente, abbandonano le vecchie teorie bancarie, che – a mio modo di vedere -, erano già superate quasi cento anni fa, perché il libro di Albert Hahn del 1920, edito a Tubinga, Economic Theory of Bank Credit (“la teoria economica delle banche di credito”), spiegava il funzionamento delle banche perfettamente. Quel libro è datato 1920. Per la cronaca – e questo è un aneddoto interessante che riporto nel mio libro “L’economia imperfetta” -, Hahn poi qualche anno dopo cambiò la versione del libro fino ad abiurarla nel 1928 e dire che si era sbagliato.Piccolo particolare: si mise a fare il banchiere con grande successo (Qui potete leggere “The Economics of Illusion“, dove nel 1949 attaccata il sistema Keynesiano, dopo essere emigrato in america nel 1940). Andiamo avanti. Non bisogna riferirsi più, dunque, alla vecchia teoria sbagliata che le banche prestino i loro depositi – cioè denaro vero -, né l’altra teoria superata cosiddetta del “moltiplicatore” – cioè che le banche possano moltiplicare, in base alla consistenza dei propri depositi, con i prestiti, l’ammontare degli impieghi. Queste due teorie sono superate: cancelliamole dalla nostra mente. La banca, quando fa un prestito, in realtà non dà nulla. La creazione monetaria dipende da quando il prenditore mutuatario, l’impresa e così di seguito, via via paga le rate del suo debito. Cioè la banca si incredita e indebita il prenditore. Ma in realtà non gli dà niente, se non un pezzo di carta dietro il quale – anche se è un assegno circolare – non c’è copertura. Non è vero che gli assegni circolari “hanno provvista”, perché la somma di tutti gli assegni circolari che oggi sonno stati emessi dal sistema bancario è molto di più di quel 3% di moneta che giace effettivamente nei depositi e nei conti correnti a noi intestati.
Claudio Messora: Aspetta, tu dici che quando una banca concede un prestito – facciamo 30 mila euro – non deve avere una garanzia chiesta di qualche tipo – non so – per esempio chiesta alla Banca Centrale Europea?
Nino Galloni: Non ha nessuna importanza. La banca stampa questo pezzo di carta, in cui c’è scritto 30.000 euro. Il prenditore lo mette nel proprio deposito – poi vedremo come funziona -, oppure lo dà al proprio creditore che lo mette nel proprio deposito. Siccome – come vedremo – le banche emettono al passivo i depositi e all’attivo il credito, la partita doppia consente di azzerare la dinamica e quindi è come se non risultasse niente. Ma poi ci torniamo sopra parlando di più del bilancio.
Adesso riprendiamo il discorso della teoria bancaria. Dunque dicevamo che la banca, quando fa un prestito, “incredita” sé stessa e indebita il prenditore, il quale poi creerà la moneta col proprio lavoro. E quella sarà moneta “vera” che raggiunge le banche e viene in qualche modo contabilizzata – poi vedremo, in questa contabilizzazione, dov’è il trucco-. La funzione del credito è una funzione fondamentale, perché il prenditore potrebbe essere una persona che ha un’idea geniale, che darà reddito e profitto, però non ha i famosi 30.000 Euro. Allora va dalla banca e se la banca funziona seriamente gli fa questo assegno, lui lo deposita, ci paga quello che ci deve pagare, poi produce questa attività la quale, se ha successo, gli consentirà di pagare il debito con gli interessi, e quindi entreranno denari veri. Ma in questo modo si sono creati i posti di lavoro, si è fatta ricerca, si sono fatti investimenti reali. Questa è l’importanza del credito.
Quindi, la teoria moderna della creazione monetaria si sdoppia in due filoni: un filone sono quelli che riconoscono questo meccanismo e dicono che quindi la banca dovrebbe essere tenuta a prestare unicamente nei limiti delle consistenze dei propri depositi. Quindi la teoria del 100% della riserva. Questa è una teoria, o meglio una proposta, la quale però che cosa comporta? Che non ci sarebbe più il credito, non esisterebbe più la funzione del credito. Perché se la banca può prestare solo quello che ha in cassa, allora se non c’è di più non c’è neanche più credito per tutto il sistema. Mentre invece se il meccanismo è quello che ho descritto prima, allora il nuovo imprenditore può fare il suo investimento. Il problema è che le banche, magari, non gli fanno il prestito perché dicono: “Mah! Che ne so se poi questo nuovo prodotto avrà successo, se lo venderai, se funzionerà“. Ed è su questo che dobbiamo affrontare la tematica. Cioèdobbiamo trasformare le banche in agenti per lo sviluppo sul territorio, in cui sussista un controllo anche della parte pubblica, da parte dei cittadini. Cioè, mentre oggi le banche non devono giustificare se ti negano il prestito, dovranno invece giustificarlo! Ci dovrà essere una commissione che esamina se sono andati a chiedere prestiti personaggi che dovevano farci delle cose inutili, o pericolose, o invece se è stato negato il credito a qualcuno, un gruppo di giovani che ad esempio ha un’iniziativa in cantiere che può creare posti di lavoro, benessere e futuro. Il credito è il ponte fra il futuro e il presente. Consente di avere oggi i mezzi che servono per arrivare a quel futuro dove, a regime (investimenti, iniziative, attività), l’economia potrebbe migliorare.

Come cambiare il bilancio delle banche

E adesso vediamo come funziona il bilancio. Allora: bilancio attuale – semplifico, faccio i passaggi essenziali – funziona in questo modo. Le banche hanno due bilanci: uno stato patrimoniale e un conto profitti e perdite. Nello stato patrimoniale ci sono le consistenze dei crediti, l’attivo e i passivi. Nel conto profitti e perdite, invece ci sono tutte le entrate e tutte le uscite. Al momento, nei crediti, cioè nell’attivo, ci sono i prestiti, mentre nel passivo ci sono i depositi. La prima cosa da fare è togliere i depositi dal passivo, perché in realtà la banca i depositi li gestisce. Quindiè un po’ come il gestore di un garage che non deve mettere le automobili dei clienti al passivo. Non sono sue, certamente e le deve restituire, ma non le mette al passivo a meno che – questo è il punto – non voglia nascondere i propri utili. Poi può fare un contratto con gli automobilisti e dire: “quando non serve a voi la macchina – che a voi serve di giorno -, io di notte la utilizzo per un servizio-taxi e vi pago un corrispettivo“.
Ecco come funzionano i depositi per la banca. Alla banca serve sia l’ammontare, sia soprattutto il contante, per gestire le domande di cash dei bancomat, dei clienti. Poi uno può andare lì, anche se ha 100.000 euro in banca, chiederne 10.000, 5.000, 1.000, e oltre una certa cifra – non so se vi è capitato – bisogna prenotarli, perché se vai lì in banca e gli chiedi 5.000 euro non li hanno. Glielo devi dire il giorno prima e te li fanno trovare. Allora, questi depositi vanno tolti dal passivo, perché ripeto: è come le macchine del garagista, non vanno al passivo. È un’altra cosa. All’attivo, invece, è giusto che ci siano i crediti ed è giusto – come attualmente accade – che la parte in conto capitale, quando arriva la rata da parte del debitore – che paga – questa vada in attivo e vada ad essere ridotto, perché si riduce il credito. Quindi lo stato patrimoniale non crea grandi problemi. Ovviamente avremo un attivo maggiore, un attivo netto maggiore perché non avremo più i depositi al passivo. E fino qui è tutto chiaro.
Adesso passiamo, invece, al conto profitti e perdite. Che cosa succede nel conto profitti e perdite? Qui abbiamo, dalla parte delle spese – diciamo così – o perdite, i costi della banca, abbiamo gli interessi passivi, cioè quelli che le banche pagano – o meglio pagavano – ai depositanti e ai correntisti, e i propri costi di funzionamento. Dalla parte dei profitti, invece, abbiamo gli interessi attivi, cioè gli interessi che introita la banca man mano che il prenditore paga la sua rata – non ci dimentichiamo che, nell’attuale sistema, la parte in conto capitale va invece a ridurre il credito, mentre la parte interessi va a incrementare le entrate o profitti e poi ovviamente, sempre nei profitti c’è la vendita, la vendita (a caro prezzo) dei servizi. Allora, che cosa deve cambiare? Deve cambiare che anche la componente capitale della rata, cioè tutta la rata – per la ragione che diceva in precedenza, cioè che è creazione da parte del prenditore – deve essere computata a profitto. In questo modo c’è un aumento enorme del margine operativo delle banche che alle entrate, detratti gli interessi passivi nel corso di funzionamento dell’istituzione, dovrebbe aggirarsi mediamenteintorno al 90%. Quindi, praticamente, se su questo 90% noi applicassimo un’aliquota, una tassa del 20%avremmo un gettito fiscale di circa 400 miliardi di euro, che ci consentirebbe di portare al 20/23% tutta la tassazione.

Pagheremmo la metà delle tasse!

Noi oggi paghiamo in tassazione il 46% del nostro reddito. Se invece le banche pagassero il 20%, sommando il loro 20% e il nostro 20% si avrebbe un gettito uguale a quello che oggi incamera lo Stato, che è circa 800 miliardi. In questo modo, però, pagheremmo solo il 20%. Quindi questo sarebbe uno sprone per lo sviluppo enorme. Qual è la conseguenza di questi ragionamenti? Che, praticamente, la banca non sarebbe mai in perdita, salvo nel caso estremo che non rientrassero più questi prestiti e il costo di funzionamento dell’istituzione e il saldo fra gli interessi fosse negativo. Ma sarebbe una cosa dell’altro mondo! Nella realtà che cosa succederebbe a questa attività bancaria? Che non ci sarebbero più le sofferenzenon ci sarebbero più le perdite. Casomai ci sarebbero solo i mancati arricchimenti.
Faccio un esempio: ammettiamo che la banca presti 200.000 euro a una persona e ammettiamo che questa persona, nel corso degli anni, gliene restituisca solo 100.000. Oggi viene calcolata una sofferenza del 50%. Invece qui avremmo solo un mancato arricchimento del 50%, il quale ridurrebbe il margine operativo lordo e conseguentemente, applicata l’aliquota del 20%, determinerebbe un minor gettito, ma non ci sarebbe nessuna perdita,nessuno squilibrio. Le banche non vogliono questa nuova contabilità bancaria perché temono di dover pagare tantissime tasse, ma ne avrebbero un vantaggio, oggi. E cioè quello di evitare di essere commissariate, sciolte, accorpate dalle Banche Centrali. Le quali vogliono che si uniscano perché pensano che avere 100.000 sportelli nel mondo sia più importante che avere uno sportello che funziona sul territorio. Ed è tutta un’altra visione del credito. Se si capisce la grande differenza che c’è tra una perdita e una sofferenza, un incaglio da una parte, ovvero un mancato arricchimento, si è capito più della metà di quello che sto cercando di spiegare. Però, se ci si muove verso questa nuova contabilità bancaria, in pratica, abbiamo la possibilità, attraverso appositi comitati di sorveglianza e di controllo, di favorire tutte quelle iniziative nel campo dell’ambiente, della cura delle persone, delle attività di manutenzione anche pubbliche, nel campo dell’arte, del turismo, della valorizzazione dei beni culturali e così via, che oggi servono e che oggi non si sa come finanziarle. Noi le finanziamo con tassi d’interesse negativi. Quanto possono essere spinti questi tassi d’interesse negativi? Ovviamente dev’essere frutto di un ragionamento, però è chiaro che con un tasso d’interesse negativo, che va dal 20% al 40%, noi siamo in grado di finanziare qualunque cosa. E quindi il credito ha la possibilità di non solo consentire la piena occupazione teorica, ma la piena realizzazione di tutti i progetti che la gente ha per salvare l’ambiente, per curare il territorio, per assicurare le cure ai ragazzi e agli anziani e a tutto quello che serve a una società moderna e civile che è tale non perché consuma tanti prodotti materiali, ma perché ha quelle attività di cura dell’ambiente, delle persone e dei beni esistenti che fanno la differenza, insieme con i servizi pubblici, fra un paese arretrato e un paese avanzato.
Claudio Messora: Spieghiamo meglio il passaggio del tasso di interesse negativo?
Nino Galloni: Abbiamo detto che la banca, in realtà, non dà niente quando si “incredita“: tutto quello che ottiene via via dal prenditore è tutto guadagno. Quindi se la banca fa finta di prestare 200.000 euro e poi ne riottiene 100.000, vuol dire che ha guadagnato il 50%, al lordo delle sue spese e quant’altro. Quindi, comunque la banca ottenga, da un prestito di qualunque ammontare, un’entrata di qualunque ammontare inferiore al primo, ma che sia superiore ai suoi costi di funzionamento, realizza un guadagno. Quello è il suo margine operativo lordo, su quello si abbatte l’aliquota del 20%. Quindi, in buona sostanza, qual’è il punto? Che se io ho bisogno di 200.000 euro per comprarmi l’appartamento, oppure perché devo fare un investimento, oppure perché voglio iniziare un’attività o quello che sia, quando poi via via restituisco, o meglio creo col mio lavoro una parte di questi 200.000 euro (quello che sarà possibile – ovviamente va registrata questa percentuale), che ne so, magari solo 20.000, vorrebbe dire che la banca ha avuto un mancato arricchimento del 90%. Ma ha avuto un arricchimento del 10%! Se quest’ultimo la manda in equilibrio per quanto riguarda i suoi costi di funzionamento e il saldo degli interessi è chiaro che la banca ci avrà guadagnato anche nel margine operativo lordo. Ovviamente, in questo modo si possono finanziare tutte quelle opere, quelle attività, quelle iniziative per cui oggi si dice: “Non ci sono i soldi“. I soldi eccoli qua! Ci sono i soldi! Si può fare tutto! Poi ovviamente c’è da regolarsi e non fare un disastro. Ma è possibile farlo perché la banca funziona così.
Claudio Messora: E per farlo, che cosa serve? Una legge?
Nino Galloni: Sì, serve un adeguamento della contabilità bancaria a questi criteri.
Claudio Messora: Ma questo adeguamento della contabilità bancaria può essere fatto unilateralmente da uno Stato, anche ammesso che si recuperi la sovranità monetaria, o deve essere armonizzato a livello globale?
Nino Galloni: La banca ha dei regolamenti internazionali, che è il problema, oggi chiede requisiti di capitale. Non chiede più che ci sia una percentuale minima dei depositi rispetto ai prestiti. Nel senso che, quest’ultima percentuale ormai – è stato calcolato – è l’1%. Quindi c’è una leva enorme. Però le banche sono sottoposte a dei vincoli di capitale, i quali poi a loro volta sono fortemente inficiati da tutta la gestione tossica, cioè finanziaria. Quindi è ovvio che dobbiamo ripristinare la separazione tra finanza e credito. Dobbiamo superare l’impostazione internazionale delle banche e rifare la contabilità bancaria. Su questo, ovviamente, ci può essere o un accordo dei soggetti, oppure ci può essere una legge, ma ovviamente anche la legge dovrà essere ragionata, negoziata con tutti glistake holder, cioè tutti gli interessati. Ovviamente, un singolo paese che abbia sovranità monetaria, può applicare questa nuova contabilità bancaria perché ha poi la sua contabilità bancaria: la contabilità delle sue banche sarà questa. La banca deve avere un rapporto privilegiato con il territorio, quindi con gli utenti e con lo Stato. Non deve avere necessariamente un’apertura internazionale per vendere i propri titoli che vanno in borsa e hanno un rating. Le azioni di queste banche non potranno essere quotate nelle borse dei paesi che non applicano questa stessa contabilità bancaria, perché queste banche potrebbero avere un calo di rating, ma il sistema potrebbe funzionare perfettamente sia a livello nazionale, sia a livello internazionale.
Claudio Messora: E in che rapporto è questa tua proposta con teorie più ampie, come per esempio MMT?
Nino Galloni: MMT si è occupata soprattutto della moneta statale – e concordo perfettamente con MMT -. MMT risolve una parte del problema, che è la moneta a corso legale, quella con cui si devono pagare le tasse. Però, siccome il 97% di quello di cui stiamo parlando è credito, il punto fondamentale è: “Ma allora perché lo Stato non può stampare tutta la moneta che serve al sistema?” Primo perché noi dobbiamo considerare che quando parliamo di quantità monetarie, stiamo dicendo una cosa marginale, perché ciò che conta è la velocità di circolazione dei prezzi monetari. E la seconda è che se lo Stato fornisce tutta la moneta al sistema, disincentiva le attività produttive, oltre a un certo livello. Cioè, se oggi nella situazione italiana noi introduciamo un reddito di cittadinanza di qualsiasi tipo, ovvero facciamo l’helicopter money, cioè buttiamo soldi dall’elicottero, facciamo riprendere l’economia, perché in questo momento c’è una tale aridità del suolo dell’economia reale, che questo sarebbe benefico. Ma se poi dopo tutta la moneta, alla fine, non viene recuperata, ma entra nel sistema, poi finisce per non essere più accettata dai produttori. E a quel punto c’è l’impasse. Mentre invece il credito, pur registrando questi tassi d’interesse negativo, con gli opportuni controlli potrebbe spingersi fino alla piena occupazione – diciamo – della progettualità.
Claudio Messora: Tu sostieni che la contabilità bancaria sia sfalsata e vada modificata per ottenere l’obiettivo della piena occupazione, dell’abbassamento delle tasse, del rilancio dello stato sociale eccetera. Ma dire che la contabilità bancaria è falsata, significa dire che le banche sono soggette ad arricchimento indebito.
Nino Galloni: Assolutamente sì!
Claudio Messora: E quindi… hanno ragione i “signoraggisti“?
Nino Galloni: In un certo senso sì. Loro chiamano signoraggio bancario la differenza che c’è tra il valore della moneta bancaria così emessa e il costo di funzionamento della banca.
Claudio Messora: Hai già presentato la tua proposta?
Nino Galloni: Ne sto parlando. Ne ho parlato nel libro. Ho fatto diversi convegni col Movimento 5 Stelle dove mi stanno a sentire. Però ovviamente ci sono varie teorie, come quella della riserva al 100%, come quella che debba essere lo Stato a emettere tutta la moneta, eccetera. La mia è un’altra teoria. Cioè io dico invece che, premesso che lo Stato debba recuperare la sua sovranità, però il grosso del finanziamento alle nuove iniziative ed al funzionamento di quelle esistenti deve venire dai mezzi propri e dal sistema bancario.
Claudio Messora: Per diffondere allora questa proposta, un modo è quello di acquistare il tuo libro che si chiama “L’economia imperfetta”, un altro è quello di organizzare convegni e seminari o di partecipare a quelli a cui tu partecipi. Nino Galloni, grazie di essere tornato su Byoblu.com!
Nino Galloni: Arrivederci!

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