giovedì 24 maggio 2012

PER RISANARE LA JP MORGAN SERVIREBBE HARRY POTTER! - TUTTA COLPA DI “VOLDEMORT”, ALIAS BRUNO IKSIL, IL TRADER CHE HA PIAZZATO IL DERIVATO AD ALTO RISCHIO AGLI INVESTITORI DI MEZZO MONDO MANDANDO IN TILT LA PRIMA BANCA D’AMERICA: QUANDO JAMIE DIMON S’È ACCORTO DELL’ESPOSIZIONE MILIARDARIA DELLA SUA BANCA, HA RICOMPRATO TUTTI I CONTRATTI GENERANDO UN BUCO DA OLTRE 2 MLD DI DOLLARI…

Marco Bianchi per "Panorama" Jamie Dimon, amministratore delegato della JpMorgan, aveva appena intascato un bonus da 20,8 milioni di dollari quando ha dovuto chiedere scusa. Non per l'enorme somma ottenuta in un momento di crisi, ma per colpa di «Voldemort», che aveva fatto perdere alla sua azienda 2 miliardi di dollari. Forse 3. Voldemort è il cattivo di Harry Potter ed è il soprannome di un dipendente della JpMorgan che si è inventato un prodotto finanziario sofisticatissimo che ha venduto in quantità industriali a decine di investitori in giro per il mondo. BRUNO IKSIL Il prodotto derivato si basava sull'andamento di un indice rappresentativo di 125 imprese americane: chi comprava scommetteva sul peggioramento dei bilanci di quelle aziende, Voldemort, invece, scommetteva sul loro miglioramento. Stop: le 20 righe che avete appena letto sembrerebbero essere state scritte 5 anni fa, quando le banche d'affari del pianeta facevano utili a camionate e i loro manager incassavano premi a palate salvo poi scoprire, dalla sera alla mattina, che qualche trader ragazzino aveva provocato buchi colossali nei bilanci. JP MORGAN Invece no, le 20 venti righe sono state scritte oggi, maggio 2012, a cinque anni di distanza dal collasso finanziario mondiale che ha mandato in fumo decine di milioni di posti di lavoro e fatto sprofondare l'Occidente in una crisi dalla quale una sua fetta importante non è ancora uscita. La storia di Voldemort, chiamato anche «la Balena di Londra», al secolo Bruno Iksil, 37 anni, di origine francese ma residente nella capitale britannica, è drammatica ma non grandiosa. Piuttosto è meschina, ed è questa. Alla fine di febbraio Iksil, del quale non esiste nemmeno una foto, si è inventato un contratto di un paio di paginette basate su un modello matematico che permetteva alla sua banca di guadagnare centinaia di milioni di dollari ogni volta che riusciva a piazzarlo in grandi quantità. Iksil doveva essere particolarmente bravo se, secondo i dati diffusi dalla JpMorgan, poteva arrivare a fare utili per 126 milioni di dollari al giorno. Il giocattolino che si era inventato funzionava così bene che nessuno dei suoi supervisori aveva trovato nulla di disdicevole nel suo operato. JAMIE DIMON DI JP MORGAN E tantomeno a nessuno era mai passata per il cervello l'ipotesi di mettere un freno alle vendite di Iksil, che pare abbiano contribuito in maniera sostanziosa ai 5,4 miliardi di utili che la JpMorgan ha fatto registrare solo nel primo trimestre del 2012. Il giocattolino si rompe il 6 aprile quando Dimon, presidente e amministratore delegato, legge sul Wall Street Journal un articolo sulle enormi posizioni che un suo dipendente, Voldemort appunto, aveva preso sul mercato dei derivati. «Iksil? Who is Iksil?» chiese a Doug Braunstein, il responsabile finanziario della banca. GEORGE SOROS Non dev'essere stato bello per il banchiere che George Soros definì «l'unico con le palle» apprendere dal giornale dell'esposizione incredibilmente alta che la sua banca aveva assunto sul mercato dei derivati. Ma è andata proprio così. Dimon e Braunstein chiamano Ina Drew, la responsabile dell'ufficio londinese. Dall'alto dei suoi 29 milioni di bonus più 1,2 di stipendio incassati solo nell'ultimo anno (anche grazie a speculazioni come quelle di Iksil), Drew rassicura che tutto è perfettamente gestibile. Secondo il modello matematico che stava alla base delle scelte di investimento, nella peggiore delle ipotesi la banca avrebbe perso appena 100 milioni di dollari. Così, il 13 aprile, Dimon e Braunstein convocano una conferenza stampa per spiegare che «è solo una tempesta in un bicchier d'acqua». Quella sera stessa Dimon partecipa a una cena sponsorizzata dalla sua banca e nel suo indirizzo di saluto si rivolge direttamente al più illustre degli ospiti, Paul Volcker, ex presidente della banca centrale americana, autore della regola in base alla quale nessuna banca avrebbe dovuto operare sui mercati con i soldi dei propri correntisti. PAUL VOLCKER Se la «Volcker's rule» fosse stata implementata dal presidente Barack Obama, cosa che non ha fatto, si sarebbe messa una pietra sopra ai rischi sistemici dei crac bancari. In quella cena Dimon disse in faccia a Volcker che la sua proposta era «infantile» e «inattuabile». Per tutto il mese di aprile tutto sembrava stesse andando per il meglio. Le perdite c'erano, ma molto limitate: 70, 80, 100 milioni di dollari. Quando arrivano a 150, Dimon decide di vederci chiaro. In una riunione Drew, Achilles Macris e Javier Martin-Artajo, i superiori diretti di Iksil, gli confessano tutta la verità: il problema non sono le perdite potenziali, ma la quantità enorme di contratti che Voldemort aveva venduto in giro per il pianeta: 100 miliardi di dollari di valore generati usando i depositi dei clienti per speculare su un indice rappresentativo di grandi imprese americane tra le quali Wal Mart e Alcoa. I vertici della JpMorgan si spaventano: la banca non avrebbe mai potuto reggere al crac, se la scommessa di Iksil si fosse rivelata sbagliata. BARACK OBAMA JPEG In quella sede decidono di iniziare a chiudere tutti i contratti, cioè a riacquistarli uno per uno da chi li aveva comprati. Questo cambio improvviso di strategia fa scattare la contromossa di una dozzina di fondi speculativi che iniziano a scommettere un'altrettanto enorme quantità di denaro contro le aspettative della banca, cioè, in pratica, fanno aumentare il prezzo dei titoli che la JpMorgan aveva deciso, a ogni costo, di far sparire. Dimon e i suoi ci mettono circa un mese per «ripulire» il mercato e alla fine il buco schizza a quota 2 miliardi di dollari, che potrebbero salire addirittura a 3 e forse anche di più. Il 10 maggio, un mese dopo avere detto che si trattava di «una tempesta in un bicchier d'acqua» e il dileggio a Volcker, Dimon è costretto (e solo lui sa quanto gli è costato) a chiedere scusa. «Siamo stati stupidi» ha detto. Ma le scuse non sono una spiegazione. E ora anche l'Fbi ha iniziato a indagare. La strategia di operare con i titoli derivati sul mercato delle obbligazioni industriali, in realtà, era stata annunciata dalla JpMorgan (la prima a inventare i titoli derivati a metà degli anni 90) in un report firmato da Eric Benstein nel 2010 nel quale si spiegava che obiettivo della banca era proprio quello di utilizzare i titoli derivati sulle imprese americane per creare liquidità. MITT ROMNEY ARTICLE Iksil, insomma, aveva fatto esattamente ciò che la banca gli aveva chiesto. Non un errore, ma strategia consolidata e consapevole. Valeva la pena rischiare di perdere una montagna di soldi? Sì, assolutamente sì. Almeno dal punto di vista della banca. I 3 miliardi di dollari di perdite sono, infatti, appena poco più della metà dei guadagni che la JpMorgan ha realizzato in appena 3 mesi. Nel 2010 la sola disivione di Iksil ha generato profitti per 5 miliardi di dollari. Il crollo del 9,28 per cento del titolo nel giorno in cui ha reso noto la perdita sarà recuperato nel giro di un paio di settimane, quando nessuno si ricorderà nemmeno più i nomi dei protagonisti, anche perché Ina Drew è già fuori dalla banca. Ma valeva la pena anche perché il mondo della finanza oscura, quella che opera con titoli derivati, vale ormai 7 volte il pil del mondo intero e, se anche ogni tanto qualcuno ci perde una manciata di miliardi, il circo non si ferma, anche se il tema della loro regolamentazione ha fatto irruzione nella campagna elettorale tra il democratico Barack Obama e il repubblicano Mitt Romney. Ma le aderenze che le banche hanno nell'amministrazione Usa non solo le rende «too big to fail», troppo grandi per fallire, ma anche «too big to jail», troppo grandi per l'arresto. http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/per-risanare-la-jp-morgan-servirebbe-harry-potter-tutta-colpa-di-voldemort-alias-bruno-39342.htm

venerdì 18 maggio 2012

CRAC & THE CITY - LA LONDRA FINANZIARIA È GIÀ PRONTA ALLA MORTE DELL’EURO E A RISPOLVERARE GLI SCAMBI DI TITOLI NELLE VECCHIE VALUTE - DEUTSCHE BANK E AXA HANNO GIÀ INIZIATO A FARE TEST: SE L’EURO SPARISSE LA CITY CONTINUEREBBE A SCAMBIARE DALL’ISTANTE SUCCESSIVO - MA L’APOCALISSE NON SAREBBE INDOLORE: PER LE SOLE BANCHE BRITANNICHE IL COSTO DI UN EURO-CRAC SAREBBE TRA 75 E 100 MLD DI STERLINE, SENZA CONTARE STRUMENTI DERIVATI PER I QUALI STIMARE GLI EFFETTI È MOLTO PIÙ COMPLICATO

Gianluca Paolucci per "la Stampa" LONDRA CITY Basta girare un interruttore». Un gestore di fondi basato a Londra, con asset in gestione per circa 10 miliardi di euro sull'azionario europeo, sintetizza così come la City si stia preparando da tempo allo «scenario peggiore»: il breakup dell'euro, la fine della moneta unica. La chiacchierata si svolge in uno dei tanti pub intorno a Liverpool Street, dopo le sei strapieni di ragazzi in abito grigio con una pinta di birra in mano appena usciti dal loro ufficio nel vecchio cuore finanziario della città. Il nostro interlocutore spiega come la più importante piazza finanziaria del mondo, Londra appunto, viva queste giornate di tensione sull'eurozona. LONDRA CITY Nella fase più acuta della crisi - dice -, tra novembre e inizio dicembre, grandi gruppi come Fidelity - il più grande gestore di fondi del mondo, con oltre 1600 miliardi di asset in gestione banche come Deutsche Bank o gruppi assicurativi come Axa hanno «rispolverato» i vecchi sistemi di trading pre-euro e hanno iniziato a fare test. Ipotizzando che da un giorno all'altro la tedesca Bayer torni ad essere scambiata in marchi, la francese Bnp Paribas in franchi e le italiane Eni o Enel in lire. Con un sistema di cambi fissi, come nella fase che ha preceduto l'introduzione della moneta unica. LONDRA CITY «In teoria, ma solo in teoria, se l'euro finisse di esistere la City continuerebbe a fare scambi dall'istante successivo», spiega un trader di una importante banca americana. «Questo metterebbe al riparo l'industria della finanza londinese da uno stop dell'attività, che tra l'altro aggiungere problemi a problemi». Hsbc, una delle più grandi banche mondiali, lo ha detto più o meno chiaramente pochi giorni fa: noi possiamo essere pronti. Icap, la principale piattaforma di scambio tra dealer per capitalizzazione di mercato - basata a Londra ovviamente - è pronta da metà dicembre. LA BORSA DI LONDRA Dell'argomento si è interessata anche la Fsa, l'equivalente londinese della Consob, che con grande discrezione ha chiesto alle istituzioni finanziarie basate nella capitale britannica di procedere con i test. In pratica, il sistema pre-euro è stato ripristinato come «backup», pronto ad entrare in funzione se tutto andasse male. E se ad uscire fosse solo la Grecia? DEUTSCHE BANK «Credo che non ci sarebbero problemi, basta utilizzare il backup solo per gli scambi in dracme. Anche se sinceramente vorrei conoscere quel mio collega che iniziasse a comprare Sirtaki-bond in quel caso». Tutto tranquillo dunque? «No, non direi. Questa è la City, poi c'è tutto il resto». Il premier britannico David Cameron ha detto appena mercoledì scorso ai Comuni che la situazione dell'eurozona «porta grandi rischi per tutti». Secondo una stima della Fsa circolata nei mesi scorsi per le sole banche britanniche il costo diretto di un euro-crac sarebbe tra 75 e 100 miliardi di sterline, senza contare strumenti derivati e prodotti overthe-counter per i quali stimare gli effetti è molto più complicato. DAVID CAMERON Doug McWilliams, del Center for Economic and Business Research, stima in 300 miliardi di dollari, pari a circa il 2% del pil dell'eurozona, l'onere per l'uscita «ordinata» della Grecia dall'euro. Ma un collasso disordinato porterebbe perdite per circa 1000 miliardi, pari al 5 per cento del prodotto interno lordo totale dei paesi che adottano la moneta unica. E' il numero, enorme, che il Guardian metteva ieri in prima pagina. BRUNO IKSIL Anche se i governi restano spiazzati, la City il piano B ce l'ha già. Ma questo non sembra tranquillizzante. Fino a qualche giorno fa, in uno di questi pub poteva capitare d'incontrare anche qualcuno del team di Bruno Iksil, «la balena di Londra», quello che con le sue scommesse sui derivati sintetici ha fatto perdere circa tre miliardi di dollari a Jp Morgan. «Tieni presente che se un derivato è una salsiccia fatta con tanti pezzi di carne diversa, i derivati sintetici sono una salsiccia fatte con tante salsicce. E pensa che il suo desk doveva occuparsi di coprire i rischi presi dalle altre divisioni». http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/crac-the-city-la-londra-finanziaria-gi-pronta-alla-morte-delleuro-e-a-rispolverare-39123.htm

giovedì 17 maggio 2012

MILANO DA BARE - LA MOGLIE DI VALLANZASCA SCRIVE LA BIOGRAFIA DEL PIÙ CELEBRE GANGSTER DELLA MILANO DEGLI ANNI SETTANTA, FRANCIS TURATELLO - “FRANCIS E IL ‘POLITICO SOCIALISTA DALLA TESTA CALVA’ SI ERANO ANNUSATI, PIACIUTI. ERANO GIOCATORI DI POKER, PRONTI A PUNTARE ALTO SU QUEL TAVOLO TUTTO ITALIANO FATTO DI PERBENISMO, AFFARISMO E IPOCRISIA” - ERA AFFILIATO CON LA P2 DI LICIO GELLI - “LA MILANO DA BERE È FINITA CON LA DROGA”…

Valeria Gandus per "il Fatto Quotidiano" FRANCIS TURATELLO Una casa piccolo borghese alla periferia Nord della città. Una casa normale. Fino a quando non ti soffermi sulle fotografie appese un po' ovunque. È allora che capisci di essere a casa della pupa del gangster. Dalle pareti Antonella D'Agostino coniugata Vallanzasca occhieggia a tutte le età, bionda e sorridente. Le rispondono gli sguardi di Francis (Turatello), Carlo (Argento), Eros (figlio di Francis). E sì, anche Renato, abbracciato a lei nel giorno delle nozze, quattro anni fa. L'Antonella in carne e ossa, 62 anni, ha lo stesso sorriso, una camicia leopardata e un chihuahua ("regalo di Renato") che le scodinzola fra i piedi. Fra pochi giorni esce il suo nuovo libro: "Francis Faccia d'angelo - La Milano di Turatello" (Milieu) che presenta questa sera a Milano, alle 18,30 al Teatro Litta, con Eros. La biografia del più celebre gangster e biscazziere della Milano degli anni Settanta è un testo cinematografico, quasi una sceneggiatura (del resto Antonella ha collaborato con Michele Placido per i dialoghi del suo film su Vallanzasca), molto avvincente: a chi ha vissuto la Milano di quegli anni, apre le porte su un mondo parallelo e sconosciuto, violento e affascinante come un film noir con veri gangster. ANTONELLA D AGOSTINO FACCIA D ANGELO Lei lo conosceva bene, Francis. Era mio fratello, non di sangue, ma fratello. L'ho conosciuto da ragazzina e la nostra amicizia è finita solo con la sua morte, quel maledetto 17 agosto 1981. Francis fu ucciso in carcere, a Bad' e carros, su mandato di chi voleva prendersi Milano: la droga, le donne, le bische. I catanesi, si dice. Quel che è certo è che Francis della droga non voleva saperne. FRANCIS TURATELLO E VALLANZASCA Difficile da credere: aveva riempito di coca Milano e l'eroina era il business dell'epoca. Ma lui aveva un figlio, e vedendo che cosa faceva l'ero ai ragazzi di allora, ne aveva schifo. "L'eroina è un affare politico" mi diceva. "Con la roba hanno messo a tacere le proteste di una generazione". Turatello vittima del riflusso, come i sessantottini? Se la vuole mettere così... Certo è che alla fine degli anni Settanta Milano stava cambiando. Turatello è stato testimone privilegiato di quel cambiamento attraverso l'amicizia con l'artefice della Milano da bere: un "politico socialista dalla testa calva" lo descrive. Insomma, amico... Si conoscevano, si erano incrociati in qualche locale, la notte: El Rayto de Oro, il Marocco. Si erano annusati e piaciuti: due personalità forti, due leader. Nel libro lei scrive che "sedeva a gambe accavallate e si sistemava gli occhiali sul naso" mentre, nel suo ufficio, ascoltava Turatello che "faceva due calcoli a mente". E i calcoli si riferivano ai guadagni delle bische... Erano giocatori di poker, abili nel bluff, pronti a puntare alto su quel tavolo tutto italiano fatto di perbenismo, affarismo e ipocrisia. Tutti zitti mentre girava la grana. I telegiornali fingevano di non capire. Era meglio parlare d'altro. Quando è finita quella Milano lì? Quando è arrivata la droga. 01RENATO VALLANZASCA REPUB Prima, invece? Una città fantastica, viva, allegra: bei negozi, bella musica, bei locali notturni con bella gente e magnifiche prostitute, champagne a fiumi. Lei però in quei locali non poteva entrare. Certo che no! Francis non voleva perché io non ero una di quelle. Io ero la parte pulita di Francis e dell'altro mio fratello: Carlo Argento, il suo vice, un ragazzo meraviglioso. Anche lui morto ammazzato. Come Lia, la madre di Eros. Lei è una miracolata. Ma quale miracolata! Le ho detto che io non c'entravo con quel giro. Avevo conosciuto Francis e Carlo perché eravamo vicini di negozio: io lavoravo come parrucchiera in un salone molto chic di via Montenapoleone, Francis vendeva tappeti (il negozio c'è ancora), Carlo faceva il cameriere al caffè Guarany. Poi le loro vite hanno preso un'altra strada, mentre io sposavo, nemmeno diciottenne, il figlio del titolare del salone. Però siete rimasti in contatto. Sempre. Gliel'ho detto, erano i miei fratelli. Lei ora è sposata con Renato Vallanzasca: ammetterà di avere una certa fascinazione nei confronti della malavita... Di Renato non parlo, dico solo che ci siamo conosciuti bambini, ai giardinetti del Giambellino, e che anche con lui è stata una grande amicizia, che poi è sfociata in qualcosa di più profondo. 03RENATO VALLANZASCA GAZZETTA Però, insomma, questo fascino del bandito... Io non ho mai condiviso le loro scelte. Di più: non ho mai accettato da Francis un regalo che provenisse da una sua refurtiva. "Le cose rubate non le voglio!" gli dicevo. Pensi che una notte che avevo la febbre a 40 non ho chiamato il medico perché non sapevo come pagarlo benché sotto il letto ci fosse una valigia zeppa di contanti (due miliardi), l'incasso delle bische. Quando Francis l'ha saputo si è arrabbiato moltissimo, voleva dare fuoco a quei soldi per dimostrare quanto poco tenesse al denaro e quanto, invece, a me e alla mia salute. Neanche un gioiello, le ha regalato? Magari uno di quelli sottratti alle signore del circolo del bridge che aveva derubato? Me ne ha regalati sì di gioielli, ma comprati in gioielleria. A Venezia, alla presentazione del film di Placido, indossavo dei magnifici orecchini di Cartier: me li aveva comprati lui a Montecarlo dopo una grande vincita al Casinò. Non sarà stata la pupa del gangster, ma viveva come se lo fosse. In realtà, non è che ci siamo frequentati poi molto: lui non voleva compromettermi, si faceva vivo saltuariamente. Come ha fatto, allora, a scrivere un libro così ben documentato? Dentro c'è tutto, dalla nascita di Francis (figlio di Frank "tre dita" Coppola) alla sua morte violenta, passando per rapine, stragi (quella sanguinosissima di Moncucco), rapporti con la politica e con la P2 di Licio Gelli, cui era affiliato. Lui non mi diceva molto, ma io ero sveglia: leggevo i giornali e collegavo luoghi, fatti, persone. http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/milano-da-bare-la-moglie-di-vallanzasca-scrive-la-biografia-del-pi-celebre-gangster-39014.htm

MAGLIANA PER SEMPRE - QUELLA DI DE PEDIS, DI EMANUELA ORLANDI, DI CALVI È UNA STORIA INCROCIATA. STORIA DI MAFIA, NON DI MALAVITA, DIETRO LE QUINTE C'ERA PIPPO CALÒ, VENUTO A ROMA PER RISOLVERE I GUAI ECONOMICI DI COSA NOSTRA: 250 MILIONI $ CONSEGNATI AL VATICANO E PUFF, FINITI IN POLONIA, PATRIA CARA A PAPA WOJTYLA, DOVE LA BATTAGLIA DI SOLIDARNOSC AVREBBE FATTO CADERE IL GOVERNO JARUZELSKY - IL RAPIMENTO DI EMANUELA, UN RICATTO A WOJTYLA?...

Rita Di Giovacchino per il "Fatto quotidiano" Quando rapì Emanuela Orlandi, Enrico De Pedis aveva appena 30 anni, quando è stato ammazzato 36, ma tutti lo consideravano già il capo della banda della Magliana. Anzi dei "testaccini", il gruppo più potente e occulto della malavita romana, gente che a torto o ragione fa parte della storia d'Italia. Nel suo libro di memorie Sabrina Minardi, l'ex amante che per prima lo ha accusato di aver rapito la ragazzina vaticana, spiega in modo esplicito il motivo di così mirabolante carriera: "Lo sapevano tutti che Renatino era l'uomo del Vaticano". EMANUELA ORLANDI Cosa vuol dire per un boss essere uomo del Vaticano? Nessuno lo sa, ma De Pedis lo era. Qualcuno è tuttora convinto che fosse figlio del cardinal Poletti, il vicario di Roma assai vicino a Giulio Andreotti, proprio quello che venti giorni dopo la sua sciagurata morte a Campo de' fiori firmò il nullaosta che gli ha consentito di riposare in pace nella cripta della chiesa di Sant'Apollinare. Nessuno riusciva a darsi altra spiegazione: Renatino era figlio di Poletti. Figlio no, forse affiliato. EMANUELA ORLANDI Di sicuro sentimenti paterni legavano il cardinale a quel ragazzo che don Pietro Vergari aveva conosciuto in carcere e con il quale, racconta Sabrina, si appartava a parlare per ore. Discorsi fitti, a bassa voce, come se tra i due ci fosse un'intesa che nessuno poteva condividere. Renatino si "presentava bene", golf di cachemire e completi Caraceni. Non fumava, non beveva, sniffava raramente soltanto quando si chiudeva in casa con Sabrina per fare l'amore. ROBERTO CALVI Anche quel soprannome, Renatino, non aveva niente a che vedere con nomignoli come il Negro, Zanzarone, Saponetta. De Pedis, si atteggiava a manager, era davvero il Dandy descritto in Romanzo criminale da Giancarlo De Cataldo. Ad aiutarlo erano anche i lineamenti delicati, da ragazzo perbene, come appare nella foto che fino a ieri spiccava sulla sua tomba di marmo, incastonata in una corona di zaffiri. L'ingrandimento di una fototessera, la stessa che nel giugno 1983, subito dopo la scomparsa di Emanuela, fece sobbalzare il comandante del Reparto operativo di via Inselci, il colonnello Domenico Cagnazzo: assomigliava in modo sorprendente all'identikit dell'uomo della Bmw visto in corso Rinascimento due ore prima che la ragazzina sparisse. Ma Renatino non era figlio di Poletti, a dire il vero il padre lo chiamavano Caino perché aveva ammazzato il fratello e lui, che aveva la vocazione del capo, si era fatto carico della famiglia. Per fare qualche soldo si arrampicava con Fabiola Moretti, amante di Abbruciati e poi moglie di Mancini, sulle pendici del Gianicolo. Andavano a caccia di vipere da rivendere al farmacista di piazza della Scala. Con la droga e le rapine aveva comprato un ristorante a Trastevere, la boutique di Enrico Coveri, un'oreficeria all'Appio, un supermercato all'Ostiense, una villa in Sardegna, decine di appartamenti. In quello di via Vittorini all'Eur alla fine del 1984 fu arrestato. PIPPO CALO' WOJTYLA Ci arrivarono pedinando la Minardi che viveva con lui, l'indirizzo era saltato fuori dalla causa di separazione tra lei e il calciatore Bruno Giordano. Poi tramite prestanomi, anche il Jackie ‘O di via Veneto. Quando lo hanno ammazzato, per vendicare la morte di Edoardo Toscano, voleva uscire dal giro: ormai, grazie al racket dei video-poker, non aveva più bisogno di fare rapine. Renatino era entrato nel "gioco grande", come lo definiva Giovanni Falcone: frequentava Calvi, il banchiere dagli "occhi di ghiaccio", a organizzare feste e festini era quel suo amico sardo, piccolino, capace di intrufolarsi dappertutto, Flavio Carboni, l'uomo che oggi conosciamo come il capo della P3. SABRINA MINARDI BRUNO GIORDANO REP2 Dicono che andava a cena con Paul Marcinkus, il presidente dello Ior caro a papa Wojtyla. Sabrina, irriverente, racconta di aver procurato ragazze all'aitante vescovo convinto che "non si serve la Chiesa soltanto con gli Ave Maria". Racconterà poi che nel 2008 aveva accompagnato Renatino nella casa di Andreotti in Corso Vittorio. Ma la donna, ora indagata per il sequestro Orlandi, si sa non sempre è attendibile. Su, su, sempre più su: quella di De Pedis, di Emanuela, di Calvi è una storia incrociata. CARDINALE UGO POLETTI Storia di mafia, non di malavita, dietro le quinte c'era Pippo Calò, il siciliano venuto a Roma per risolvere i guai economici di Cosa Nostra. Guai grossi, 250 milioni di dollari scomparsi, consegnati al Vaticano e puff, volatilizzati. Che fine avevano fatto? La logica indica una sola strada: quella che dalle Mura Leonine conduce in Polonia, patria cara a papa Wojtyla, dove la battaglia di Solidarnosc avrebbe fatto cadere il governo Jaruzelsky. Se cadeva Jaruzelsky - Marcinkus ne era convinto - cadeva tutto il blocco sovietico. Il "gioco grande". Ma a Cosa Nostra non piace farsi fottere, bisognava trovare una strada per arrivare al Vaticano. Forse Renatino gliel'ha indicata. Oppure qualcuno "ha indicato" a lui di rapire Emanuela. Un ricatto a Wojtyla? Una trattativa andata in porto? È l'unico vero mistero che custodiva quella tomba. http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/magliana-per-sempre-quella-di-de-pedis-di-emanuela-orlandi-di-calvi-una-storia-39007.htm

LA BIOGRAFIA CRIMINALE DI ANTONIO MANCINI, UNO DEI CAPI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA - 2- “TUTTA L’OPERAZIONE EMANUELA ORLANDI È FUMO NEGLI OCCHI. DOMANI SI POTRÀ URLARE “VISTO CHE IL VATICANO NON C’ENTRA NULLA?”. PERCHÉ NON HANNO APERTO PRIMA?” - 3- “IL RAPIMENTO DECISO DA MAFIOSI E TESTACCINI. PIÙ DI 200 MILIONI DI $ CHE NON RIENTRAVANO E CHE LA BANDA AVEVA RICICLATO PER LO IOR E CHE NON AVEVA PIÙ RIVISTO” - 4- “A PORTARE A WOJTYLA LA FOTO SCATTATA IN PISCINA CON LE SUORE FU GELLI IN PERSONA” - 5- MORO: “FUMMO NOI A TROVARE IL COVO DI VIA MONTALCINI. LA NOTIZIA A FLAMINIO PICCOLI. LE BR ERANO COMPLETAMENTE ETERODIRETTE DAI SERVIZI, INFILTRATE DALLO STATO” - 6- “NICOLETTI GESTIVA I NOSTRI SOLDI E QUELLI DI ANDREOTTI, CONTEMPORANEAMENTE” - 7- “PECORELLI L'ABBIAMO UCCISO NOI E I SICILIANI. DE PEDIS AVEVA LA PISTOLA CON CUI ERA STATO AMMAZZATO E DORMIVA A VILLA BORGHESE IN UNA CASA DEI SERVIZI SEGRETI” - 8- “L’ATTRICE GIOIA SCOLA STAVA SIA CON PAOLO BERLUSCONI CHE CON UN AMICO MIO” - 9- “STRAGE DI BOLOGNA? FURONO I FASCISTI MANOVRATI DALLO STATO. FORSE DELLE CHIAIE” -

Rita Di Giovacchino e Malcom Pagani per "il Fatto quotidiano" EMANUELA ORLANDI "Io non sono buono, sò un figlio de na mignotta". I capelli bianchi, gli occhi neri, due fessure protette dagli occhiali. La biografia criminale di uno dei capi della Banda della Magliana riversata su nastro in un pomeriggio marchigiano di caldo, cicale e confessioni. Jesi è un silenzio. Un ordine irreale. Antonio Mancini, l'accattone, ci vive da 16 anni. Ai tempi in cui divideva proventi, cocaina e azioni con gli amici fascisti, Mancini sfiorava l'eresia. ANTONIO MANCINI DETTO ACCATTONE Leggeva Pasolini, prendeva la mira parafrasando Mohammed Alì: "Bumayè", regolava conti, dominava Roma: "Ero un drizzatorti. Conquistavo zone, esigevo crediti, punivo gli insolventi. A San Basilio i nomi delle strade erano paesi delle Marche. Quando me sò pentito mi è venuto spontaneo indicà uno di quei posti". Integrazione completata. Oggi Mancini è un uomo libero. Quindici anni di carcere. Condanne scontate. Nessuna pendenza. È seduto a casa sua. Immagini di Che Guevara, volumi di Marx, Bibbie, Vangeli. Da un computer le notizie sul ritrovamento dei resti di De Pedis a Sant'Apollinare. GENITORI EMANUELA ORLANDI Di altre ossa: "Non sono di Emanuela Orlandi e tutta l'operazione è fumo negli occhi. Domani si potrà urlare «visto che il Vaticano non c'entra nulla?». Perché non hanno aperto prima? Troppo champagne ubriaca e qualcuno, anche tra gli inquirenti, ha riempito i bicchieri fino all'orlo". Nel tempo libero, quando i demoni di un passato incancellabile non tornano a fargli visita, Mancini aiuta i disabili. Loro non sanno. E lo adorano. "Un giorno vidi passare un pulmino pieno di ragazzini. Salutavano. Andai da Sebastianelli, il commissario di Polizia del luogo e lo pregai: ‘Mi dia una possibilità, sarei felice di fare il buffone per loro'. Lui garantì per me e adesso, quell'impegno è diventata la ragione della mia vita". L'accento romano è imbastardito. I ricordi lucidi. La rabbia ancora giovane. "Sono anni che dico che la Magliana è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto". ANDREOTTI GIULIO Quante persone ha ucciso, Mancini? Con la "bandaccia" tante. Prima, quando operavo a Val Melaina, ancora di più. Ogni volta che dovevo ammazzà qualcuno io dicevo "lo mandamo a salutà Adriano". Era come una parola d'ordine. MINO PECORELLI Chi era Adriano? Mio padre. Comunista tutto d'uno pezzo. Me diceva sempre "addavenì baffone". Sotto lo studio di Lucio Libertini, il deputato, aveva messo le radici. Libertini gli aveva promesso una casa popolare. Noi vivevamo in otto in due camere. Ma baffone non arrivava mai e mio padre è morto senza avere un tetto. E io guardavo quelli con il Rolex e la Ferrari e mi ripetevo: "Mejo dù anni ar gabbio che stà in due camere con sei creature". Quale è l'omicidio che le è più rimasto impresso? Quello di Nicolino Selis. Lui temeva di finire ammazzato, ma riuscimmo a fissare un appuntamento in una villa di Ostia. Gli dissero che ero uscito dalla Banda, che mi ero messo in proprio. E lui cadde in trappola. Scavammo la buca e lo aspettammo. Mi trovò seduto su un divano ed ebbe il coraggio di scherzare: "Accattò, ma che finaccia hai fatto". Io mi girai e risposi: "non sai la fine che stai a fa te". Un secondo dopo, Abbatino tirò fuori la baiaffa da una scatola di cioccolatini e gli sparò in testa. Poi presero la mira anche gli altri. Pentimenti? Affrontavo le curve a 300 all'ora ed ero convinto che sarei morto a 30 anni. Ho risparmiato gente che avrebbe meritato di morire e ucciso fratelli che si fidavano di me. GIOVANNI PAOLO LARRESTO DI ANTONIO MANCINI JPEG E le sembra normale? Un mio amico studioso di sciamanesimo sostiene che in fondo non sia successo niente. Il mio è solo un percorso di vita. A 12 anni volevo dominare il mondo. Quando la cavalcata epica si è trasformata in una pozzanghera di sangue, ho detto basta. La mia prima figlia era cresciuta senza un padre, non volevo che con la seconda accadesse lo stesso. Uccideva per i soldi? Sono stato miliardario, ma il denaro l'ho sempre disprezzato. I soldi li ho avuti ma me li sò magnati tutti. Adesso sono rovinato, dormo in uno spazio grande come una cabina telefonica. Ci siete, potete valutare. Quanti metri quadri? Metri? Centimetri. Sono stato io a chiedere al Comune di vivere qui in periferia. Neri, gialli, rossi. Gente che ti suona alle due di notte. "Che c'hai una birra?" Lo stagno mio. Ieri nuotava nella criminalità. Come Renatino De Pedis, di cui oggi si parla tanto. Con lui ruppi nel momento in cui fece uccidere Edoardo Toscano e fui contento quando l'ammazzarono. Toscano, l'operaietto, componente della banda, era un mio amico. FLAVIO CARBONI De Pedis non lo fu mai? Non era più un bandito, si era imborghesito. Oggi sarebbe in Parlamento. Dalla nuova banda che si era creato tra Tor Pignattara e Marranella si faceva chiamare Presidente. DEPEDIS ENRICO Lo pretendeva anche da voi? Io gli sputavo in faccia. Era entrato in un giro strano con Massimo Carminati, un fascista che oggi fa i miliardi con i ristoranti. Sabrina Minardi - l'ex compagna di De Pedis - dice che tutti sapevano che Renatino era l'uomo del Vaticano. E del Cardinal Poletti. Renatino fu accompagnato in Vaticano da Enrico Nicoletti e Flavio Carboni. Di suo, De Pedis non sapeva "accucchià" due parole in italiano. Ma era bello. Regale. Presentabile. Mi veniva a prendere la domenica, andavamo alla pasticceria Andreotti e poi al Bolognese. Quando parlava con il potente di turno o l'onorevole si inchinava. Io lo cazziavo e lui ribatteva: "Ah Nì, adesso mi inchino io, dopo si piegheranno loro". Che ruolo ebbe De Pedis nel rapimento Orlandi? Guidò la macchina che servì al sequestro della ragazza. Il rapimento fu deciso da mafiosi e testaccini. C'erano soldi che non rientravano e la scelta era tra lasciare qualche cardinale a terra ai bordi della strada o colpire qualcuno che fosse vicino al Papa e che aveva rapporti economici con noi per marcare un segno. Scegliemmo la seconda strada. ALDO MORO EMANUELA ORLANDI Quanti soldi? Più di duecento milioni di dollari che la banda aveva riciclato per lo Ior e che non aveva più rivisto dopo il crack dell'Ambrosiano. Io e Danilo Abbruciati nell'81 andammo a Milano, per incontrare gente del Banco legata a Calvi e alla P2. A portare a Wojtyla la foto scattata in piscina a Castelgandolfo in cui lui era circondato dalle suore fu Gelli in persona. Tutto era legato. Abbruciati morì nell'82, ucciso da una guardia giurata dopo il fallito attentato a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano. La guardia giurata non sparò mai e subito dopo scomparve nel nulla. Abbruciati non era uno sprovveduto. Lo ammazzò lo Stato, perché Danilo aveva visto troppo. Pensate che a Milano sarei dovuto andare io. Danilo si rifiutò: "Se viaggio io otteniamo più soldi". Perché proprio la Orlandi? Ve l'ho detto. Il padre di Emanuela non era un semplice messo. Era molto di più. L'ha mai detto ai famigliari? Quando vidi Natalina, la sorella di Emanuela, negli studi di Chi l'ha visto? le dissi esattamente così. D'altronde Nicola Cavaliere, un bravo poliziotto, inascoltato, lo disse subito. "La Orlandi è legata ai soldi della Magliana". I giudici lo ignorarono, nessun magistrato voleva un carico del genere. Ora hanno detto che mi chiamerà l'Antimafia. Sto qui, vado, non mi nascondo. Non ho paura di niente. FRANCO GIUSEPPUCCI DETTO ER NEGRO Non ha perso l'arroganza dei tempi d'oro. Non è questione di arroganza, ma di verità. Quando decisi di collaborare per la prima volta erano presenti Otello Lupacchini e il questore Fiorelli. Fui chiaro: "Volete il mio aiuto? Non vi ho cercato io. Se lo volete sappiate che smonterò una a una le bugie di Abbatino". Rimasero sorpresi. ANTONIO MANCINI DETTO ACCATTONE JPEG Il libro di De Cataldo? Un bufalificio. In Romanzo criminale ha scritto che disprezzavo Pasolini dandogli del frocio. "A De Catà, io leggevo Pier Paolo quando tu ancora non eri nato". C'è chi sostiene che la Magliana fosse anche dietro al caso Moro. Certo, fummo noi a trovare il covo di Via Montalcini. Selis lavorava anche per Raffaele Cutolo e passò la dritta a Franco Giuseppucci, detto "er negro". Fu lui a portare la notizia a Flaminio Piccoli. Si incontrarono carbonari, sotto un ponte, vicino a Piazza Cavour. Le Br erano completamente eterodirette dai Servizi, infiltrate dallo Stato. ANTONIO MANCINI DA GIOVANE JPEG Qualche storico ritiene che Moro a Via Montalcini non sia stato mai. E invece c'era. Poi non so se sia passato anche a Palazzo Caetani o a Palo Laziale, come alcuni suggeriscono. Venni a sapere che le lettere di Moro e i video degli interrogatori erano stati presi da una ex amante di Danilo Abbruciati. Un'ex partigiana al soldo del Mossad. Danilo sul sequestro dello statista Dc sapeva tanto. Furono esponenti della Banda della Magliana a sparare a Moro? Possibile. Non mi meraviglierebbe. Noi, la Mafia, il Vaticano, la politica. Nicoletti gestiva i nostri soldi e quelli di Andreotti, contemporaneamente. Il resto dell'arco costituzionale, a iniziare dall'esponente antiterrorismo più in vista del Pci, sapeva tutto. C'erano rapporti con i socialisti. Si parlava spesso di un siciliano, un pezzo grosso. Uno che avevamo tra le mani, cui potevamo rivolgerci senza troppi problemi e dare disposizioni. BANDA DELLA MAGLIANA A proposito di Andreotti. Mancini cosa sa del caso Pecorelli? Tutto. L'abbiamo ucciso noi e i siciliani. De Pedis aveva la pistola con cui era stato ammazzato. A finirlo andarono in tre. Angelo La Barbera e Massimo Carminati. Il terzo? Non lo dico, è un mio amico. Quando mi interrogarono il nome lo feci, ma aggiunsi: "Se lo verbalizzate non firmo neanche sotto tortura". Un fascista? Non attacca. Il vostro referente mafioso a Roma? Con Pippo Calò andavo a mangiare, ma non mi piaceva. Noi della banda pippavamo, quelli erano sempre in doppio petto. De Pedis dormiva a Villa Borghese in un appartamento dei servizi segreti, la coca stravolgeva molti ambiti. E la Magliana li controllava tutti. Facevamo riunioni con i vertici di Carabinieri e Polizia, con i servizi segreti, con chi ci avrebbe dovuto arrestare. Frequentavate anche gente dello spettacolo? L'attrice Gioia Scola stava sia con Paolo Berlusconi che con un amico mio. Quando andai a riferirlo in Procura, al nome di Paolo Berlusconi, il magistrato spense il registratore. Neanche Silvio, Paolo. Vi rendete conto? Sputtanare Gioia Scola andava benissimo, Paolo Berlusconi spaventava. ROBERTO CALVI Cosa sa della strage di Bologna? Furono i fascisti manovrati dallo Stato. Forse gente intorno a Delle Chiaie, forse il gruppo di Massimiliano Fachini. Non Fioravanti e in ogni caso, qualcun altro della Banda intervenne in un secondo tempo allo scopo di depistare. MAURIZIO ABBATINO PORTATO IN QUESTURA JPEG Chi Mancini? Massimo Carminati. Un fascista che teorizzava l'ordine nel disordine. Anarcofascisti si facevano chiamare."Noi uccidiamo il potere" urlavano. Mortacci loro. Ha le prove per dirlo? Se sarò chiamato a fornirle, le darò. Pensa mai alle vittime? Se è per questo anche ai carnefici. Alla P2. Con Abbruciati che come Giuseppucci, con i servizi aveva rapporti solidi, andavo nell'ufficio di Ortolani in Via Bissolati. Incontravo Luigi Cavallo, che voleva ancora fare il golpe e diceva di essere amico di Sindona. Noi volevamo salvare Francis Turatello, tirarlo fuori dal carcere e ai nostri interlocutori milanesi dell'Ambrosiano e ai piduisti l'avevamo detto chiaramente: "Ci avete chiesto Pecorelli e Moro e noi abbiamo rispettato i patti. Adesso tocca a voi". LICIO GELLI Ma Turatello morì a Badu ‘e Carros nell'agosto 1981 in modo atroce. Un dolore enorme. Dicono che l'abbia ucciso Pasquale Barra sventrandolo e mangiandogli il cuore, ma è una cazzata. Barra prese quattro schiaffi, gli esecutori furono altri e l'ordine di far fuori Francis lo diede Luciano Liggio in persona. Francis riceveva lettere dai politici. Lo chiamavano capo. IL CORPO DI ALDO MORO FOTO ANSA Per sparare ai fratelli Proietti nell'81, lei in Via di Donna Olimpia a Roma improvvisò un Far West. Marcellone Colafigli era ossessionato dalla morte di Giuseppucci. Dormivamo nella stessa casa e a volte, di notte, si svegliava. "Nino, er negro è uscito dal televisore. Continua a ripete ‘na frase". Allora io lo assecondavo. "Che frase?" E lui: "Ahò, ma nun me vendicate mai?". Proietti era un ricattatore, bisognava farlo. Impressiona sentirglielo dire. Lo capisco, ma la mia vita non è stato un pranzo di gala. Ho incontrato infami e cornuti. Ho sparato,ucciso e sempre saputo che un colpo poteva ammazzare anche me. Quando te tocca te tocca, è inutile che ti guardi le spalle. Se arriva, arriva. A De Pedis, nel '90, arrivò. De Pedis era un cacasotto. Avrebbe dovuto morire prima, durante una pausa del processo. Colafigli che non gli aveva perdonato l'omicidio di Edoardo Toscano fremeva. Aveva preparato il laccio nel furgone dei Carabinieri. Era livido: "Stamattina je tocca". Lo fermai io. Fabiola Moretti, la mia ex compagna scrisse a Renatino: "Se te vuoi salvà mettite vicino a Nino". Lui eseguì, spaventatissimo. E io lo sfottevo: "Stà buono, non sudà". Forse così scemo non ero. STRAGE BOLOGNA MARCINKUS-WOJTYLA Pazzo? Quando dividevo l'abitazione con Pasquale Belsito, un neofascista, lo vedevo sempre giocare con le bombe a mano. Io e Colafigli pippati di cocaina come scimmie eravamo terrorizzati. Se essere pazzi assomiglia a un'esistenza così, sì, lo sono stato. Mi sono anche divertito. Con Abbruciati andavamo a donne. A volte, sul più bello, lo baciavo in bocca, così per creare un diversivo. Ve li immaginate due delinquentoni come noi impegnati a scandalizzare le ragazze? La banda oggi? Quando ho visto la foto di Mokbel (l'imprenditore romano che avrebbe supportato l'elezione al Senato di Nicola Di Girolamo, ndr) sul giornale mi è preso un colpo. Gennaro era il mio guardaspalle. Con Roberto D'Inzillo mi veniva a prendere in moto ogni mattina. Ha fatto sue le tecniche della banda, ma il più pericoloso, il vero capo di Roma, è un altro. Chi? Una nostra vecchia conoscenza uscita sempre indenne dai processi. Andate a controllare e troverete il nome. FRANCIS TURATELLO E VALLANZASCA MICHELE SINDONA Come Flavio Carboni all'epoca della Magliana? Non fatemi ridere. Carboni era patetico. Si travestiva con tacchi e parrucchino e faceva affari con Berlusconi. La prima volta che lo vidi però provai un sollievo assoluto. Se questo è il famoso Carboni, su Roma e sull'Italia comanderemo per tutta la vita. C'è una morale in tutto questo? Ho sempre diffidato delle morali e non sarei comunque la persona più adatta. Forse però aveva ragione Domenico Sica, l'ex alto commissario antimafia. Era certo che la Banda fosse più potente di Cosa Nostra e dei Servizi messi insieme. Non credo avesse torto. http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-la-biografia-criminale-di-antonio-mancini-uno-dei-capi-della-banda-della-magliana-38980.htm

IL CANCELLIERE INGLESE OSBORNE DICE QUELLO CHE I CAPI DI STATO DELL’EUROZONA NON POSSONO PERMETTERSI, E ACCUSA LA MERKEL DI LUCRARE SULL’AUSTERITY - 2- “E' IN ATTO UN'APERTA SPECULAZIONE DA PARTE DI ALCUNI PAESI MEMBRI DELL'EURO SUL FUTURO DI ALTRI, CHE IO CREDO STIA FACENDO DANNO ALL'INTERA ECONOMIA EUROPEA” - 3- ANGELONA, MENTRE I SUOI VICINI AFFONDANO, PORTA A CASA UN PIL “AMPIAMENTE MIGLIORE DELLE ATTESE”, SOSTENUTO DALLA PERFORMANCE DELLE ESPORTAZIONI, E PUÒ INDEBITARSI GRATIS, GRAZIE AL RECORD NEGATIVO DI RENDIMENTI SUI BUND - 4- PIÙ TIRA LA CORDA PIÙ LA GERMANIA INCASSA. MA ORA LA CORDA RISCHIA DI SPEZZARSI -

CRISI: OSBORNE, IN ATTO SPECULAZIONE DI ALCUNI MEMBRI EUROZONA SU ALTRI Radiocor - E' in atto un'aperta speculazione da parte di alcuni Paesi membri dell'Eurozona sul futuro di altri, che io credo stia facendo danno all'intera economia europea'. Lo ha denunciato il Cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, arrivando nella sede del Consiglio europeo, per partecipare alla riunione dell'Ecofin. Il ministro dele Finanze del Governo Cameron ha inoltre riconosciuto che alcuni Paesi 'hanno preso decisioni difficili sulle loro finanze pubbliche'. ANGELA_MERKEL GEORGE OSBORNE 2 - GERMANIA PIL TRIM1 MEGLIO DI ATTESE (Reuters) - Il prodotto interno lordo tedesco ha messo a segno nei primi tre mesi dell'anno un recupero ampiamente superiore alle previsioni dei mercati finanziari, sostenuto dalla performance delle esportazioni. I dati destagionalizzati a cura dell'istituto di statistica federale mostrano un'espansione congiunturale di 0,5%, da confrontarsi con il +0,1% del consensus e con il -0,2% del quarto trimestre 2011. ANGELA MERKEL Su base tendenziale la crescita è di 1,7% rispetto all'1,5% dei tre mesi al 31 dicembre. Secondo l'istituto di statistica il miglioramento del risultato va ascritto alle voci export e consumi interni, che hanno compensato il declino degli investimenti. I dati tedeschi sono naturalmente di buon auspicio per l'intera zona euro, di cui Berlino sembra confermarsi la locomotiva. 3 - TASSO BUND CROLLA SOTTO 1,45%, NUOVO MINIMO STORICO (ANSA) - Nuovo minimo storico per il tasso del bund a 10 anni. La crisi dei debiti sovrani nell'eurozona fa precipitare il rendimento del titolo tedesco sotto l'1,45% (1,44%) con gli investitori a caccia di un bene rifugio. http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-il-cancelliere-inglese-osborne-dice-quello-che-i-capi-di-stato-delleurozona-non-38973.htm

J.P. MORGAN, IL PIRATA! - IL NOBEL KRUGMAN: “ABBIAMO ASSISTITO A UNA DIMOSTRAZIONE PRATICA DEL PERCHÉ WALL STREET HA BISOGNO DI ESSERE REGOLAMENTATA” - “QUESTO È EVIDENTE A TUTTI FUORCHÉ AI BANCHIERI E AI POLITICI FINANZIATI DAI BANCHIERI” - “WALL STREET STA VERSANDO INGENTI SOMME DI DENARO A ROMNEY, CHE HA PROMESSO DI ABROGARE LE RIFORME FINANZIARIE”…

Paul Krugman per "la Repubblica" (Traduzione di Anna Bissanti) Uno dei personaggi dell´intramontabile film Ombre rosse (1939) è un banchiere, Gatewood, che ai suoi sottoposti propina una lezione sui mali di Big Government, l´interventismo statale, in particolare della regolamentazione bancaria. A un certo punto Gatewood esclama: «Come se noi banchieri non sapessimo come amministrare le nostre banche!». In seguito, più avanti nel film, scopriamo che Gatewood taglia la corda dalla città, portando via una bisaccia piena zeppa di bigliettoni che ha sottratto indebitamente. JP MORGAN Da quel che ne sappiamo finora, Jamie Dimon - presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase - non ha in mente nulla del genere. Tuttavia ci risulta che spesso gli è piaciuto fare discorsini come quelli di Gatewood su come lui e i suoi colleghi sanno perfettamente quello che stanno facendo e non hanno certo bisogno che il governo stia loro col fiato sul collo. Di conseguenza, nello sconvolgente annuncio da parte della JP Morgan di essere riuscita a bruciare chissà come due miliardi di dollari circa, in un tentativo infruttuoso di intrallazzi finanziari, ci sono un bel po´ di giustizia divina e una fondamentale lezione comportamentale da apprendere. PAUL KRUGMAN Giusto per essere chiari: gli uomini d´affari sono uomini - quantunque i Signori della finanza abbiano una certa tendenza a dimenticarlo - e di conseguenza commettono di continuo errori in perdita. Di per sé questa non è una ragione sufficiente per la quale il governo debba intervenire. Le banche, però, sono speciali, perché i rischi che si assumono sono sostenuti, in buona parte, dai contribuenti e dall´economia nel suo complesso. E il caso di JP Morgan ha appena dimostrato che perfino i presunti banchieri intelligenti devono avere rigidi limiti nella tipologia di rischio che sono autorizzati ad assumersi. Per la precisione: perché le banche sono speciali? Perché la storia ci insegna che il settore bancario è ed è sempre stato soggetto a sporadici e devastanti "ondate di panico", in grado di scatenare il caos in tutta l´economia. La destra sta attualmente diffondendo la panzana secondo la quale un cattivo andamento del settore bancario è sempre conseguenza di un intervento del governo, attuato tramite la Federal Reserve oppure con le ingerenze dei liberal al Congresso. In realtà, tuttavia, l´America dell´Età Dorata - quella nella quale il governo si intrometteva il meno possibile e la Fed non esisteva neppure - era soggetta al panico più o meno una volta ogni sei anni. E in alcuni casi si inflissero così gravissime perdite all´economia. FEDERAL RESERVE Ma allora, che cosa fare? Negli anni Trenta, dopo la madre di tutti gli attacchi di panico delle banche, arrivammo a una soluzione praticabile, che contemplava garanzie e controlli a uno stesso tempo. Da un lato, il dilagare del panico fu arginato tramite assicurazioni sui depositi garantite dallo stato; dall´altro, le banche furono sottoposte a regolamentazioni miranti a impedire che potessero abusare dello status privilegiato derivante loro proprio dall´assicurazione sui depositi, in pratica una garanzia governativa dei loro debiti. Cosa ancora più importante, le banche con depositi garantiti dallo Stato non furono autorizzate a impegnarsi in speculazioni spesso rischiose, tipiche di banche di investimento quali Lehman Brothers. LEHMAN BROTHERS Questo sistema ci ha regalato mezzo secolo di relativa stabilità finanziaria. Alla fine, però, ci siamo dimenticati ciò che la storia ci aveva insegnato. Sono proliferate nuove forme di attività bancaria senza garanzie statali, e al contempo si è permesso sia alle banche tradizionali sia a quelle all´avanguardia di accollarsi rischi sempre maggiori. Come era prevedibile, alla fine abbiamo dovuto subire la versione Ventunesimo secolo del panico bancario dell´Età Dorata, con conseguenze tremende. È evidente pertanto che dobbiamo assolutamente ripristinare quel tipo di tutela che ci ha regalato per un paio di generazioni una tregua dalle grandi preoccupazioni bancarie. O meglio, questo è evidente a tutti fuorché ai banchieri e ai politici finanziati dai banchieri, in quanto essendo stati salvati in extremis adesso naturalmente questi ultimi sarebbero ben felici di tornare a fare affari come al loro solito. Ho già citato il fatto che Wall Street sta versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie? MITT ROMNEY Arriviamo adesso a Dimon. Dobbiamo riconoscere a JP Morgan - e a Dimon - il merito di essere riuscita a tenersi alla larga da molti dei pessimi investimenti che hanno messo in ginocchio altre banche. Questa manifesta dimostrazione di prudenza ha fatto di Dimon l´uomo di punta nella battaglia ingaggiata da Wall Street volta a procrastinare, annacquare e/o abrogare la riforma finanziaria. OBAMA Egli si è distinto e si è fatto particolarmente sentire quando si è opposto alla Volcker Rule, che precluderebbe alle banche con depositi garantiti dallo Stato la possibilità di impegnarsi nel "proprietary trading", in sostanza di effettuare speculazioni con i soldi dei depositanti. «Fidatevi di noi», ha detto in pratica il capo della JP Morgan. «È tutto sotto controllo». Pare proprio di no, invece. Che cosa ha fatto in realtà la JP Morgan? Da quanto ne sappiamo, ha utilizzato il mercato dei derivati - complessi dispositivi finanziari - per scommettere fortemente sulla sicurezza dell´indebitamento delle aziende, qualcosa di simile alle puntate effettuate dalla compagnia di assicurazioni Aig sull´indebitamento immobiliare di qualche anno fa. JAMIE DIMON DI JP MORGAN Il punto cruciale non sta tanto nel fatto che la scommessa non è andata a buon fine, ma che gli istituti che rivestono un ruolo cruciale nel sistema finanziario non hanno il diritto di fare simili scommesse. Tanto meno quando questi stessi istituti sono sorretti da garanzie dei contribuenti. Per adesso pare che Dimon sia stato punito. Avrebbe perfino ammesso che forse chi propone una maggiore regolamentazione ha segnato un punto a proprio favore. Quasi certamente, però, non durerà: mi aspetto che Wall Street torni alla sua consueta arroganza nel giro di settimane, forse addirittura giorni. In verità, abbiamo appena assistito a una dimostrazione pratica del motivo per il quale, di fatto, Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Grazie Mister Dimon. http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/jp-morgan-il-pirata-il-nobel-krugman-abbiamo-assistito-a-una-dimostrazione-pratica-del-38970.htm