giovedì 30 gennaio 2020

Schema Ponzi

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Un'illustrazione che mostra la struttura piramidale dello schema Ponzi; le persone in cima alla piramide societaria (i blu) ottengono la maggior parte degli utili mentre le persone alla base (i rossi) si accollano quasi tutti gli oneri in cambio di (false) promesse di carriera e/o ipotetici guadagni futuri.
Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino ideato da Charles Ponzi che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.[1]

Charles Ponzi nel 1920 mentre ancora lavorava come uomo d'affari nei propri uffici di Boston
La tecnica prende il nome da Charles Ponzi[2], un immigrato italiano negli Stati Uniti che divenne famigerato per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse infatti 40 000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari, arrivò a raccogliere oltre 15 milioni.
Lo schema di Ponzi si è sviluppato nel tempo in varianti più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l'avidità delle persone. Oggi esistono normative serie al riguardo per cui strutture con questi schemi risultano illegali in ogni parte del mondo tutelando sia l'incolumità delle persone sia quelle aziende che scelgano di avvalersi del marketing multilivello.
Diversi, negli anni e in tutto il mondo, sono stati i casi di truffa messi in atto seguendo lo schema di Ponzi. In Italia uno degli episodi più clamorosi è stato negli anni cinquanta il cosiddetto Caso Giuffrè; in Albania negli anni novanta approfittando dello stato di caos seguito alla caduta del regime comunista (la cosiddetta Anarchia albanese del 1997) erano sorte molte imprese finanziarie "piramidali" che seguivano lo schema di Ponzi e che in gran parte fallirono nel 1997, generando ulteriore caos finanziario e politico nel paese, oltre che la perdita dei risparmi per oltre un terzo delle famiglie albanesi. Tra il 1992 e il 1994 in Romania lo scandalo Caritas ebbe un giro d'affari valutato intorno al miliardo di dollari.
Lo schema di Ponzi è tornato alla ribalta internazionale il 12 dicembre 2008, a causa dell'arresto di Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e uomo molto noto nell'ambiente di Wall Street. L'accusa nei suoi confronti è di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari (una delle maggiori della storia degli Stati Uniti) proprio sul modello dello schema di Ponzi, attirando nella sua rete molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli undici capi d'accusa a lui ascritti e fu condannato a 150 anni di carcere.[3][4][5]
Fra gli altri casi assurti alle cronache internazionali, nel giugno 2013 viene arrestato il tunisino Adel Dridi per aver truffato migliaia di piccoli risparmiatori tunisini applicando lo schema Ponzi.[6] Nell'agosto 2016 la polizia cinese arresta 26 persone con l'accusa di aver messo in atto una truffa finanziaria attraverso il portale online Ezubao per un totale di 7,6 miliardi di dollari.[7]

Come funziona lo "schema Ponzi"
  • Fase A. Al potenziale cliente viene promesso un investimento con rendimenti superiori ai tassi di mercato, in tempi ravvicinati.
  • Fase B. Dopo poco tempo viene restituita parte della somma investita, facendo credere che il sistema funzioni veramente.
  • Fase C. Si sparge la voce dell'investimento molto redditizio; altri clienti cadono nella rete. Si continuano a pagare gli interessi con i soldi via via incassati (la finanziaria ha capitale sociale zero, ma gli investitori non lo sanno).
  • Fase D. Lo schema si interrompe quando le richieste di rimborso superano i nuovi versamenti[8].
Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie[9]. Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.
Le caratteristiche tipiche sono:
  • promessa di alti guadagni a breve termine;
  • ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di "alta finanza" documentati in modo poco chiaro;
  • offerta rivolta ad un pubblico non competente in materia finanziaria;
  • investimento legato ad un solo promotore o azienda.
Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano questa pratica è molto elevato. Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi adepti. In ItaliaStati Unitie in molti altri Paesi, questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa.

Un soggetto promette guadagni fuori dagli standard su un investimento a breve termine, spesso riferendosi in termini fumosi a meccanismi complessi o inesistenti. Senza un investimento documentato, solo pochi investitori danno fiducia alla persona, la quale assicura loro di rispettare i patti: pagherà quanto pattuito, anche se lo farà andando in perdita o più spesso prelevando fondi versati da nuovi investitori. In seguito così potrà beneficiare della sua buona fama per far aumentare il capitale investito e il numero degli investitori.
I primi investitori, ripagati, reinvestiranno i fondi e parleranno bene dell'investimento attirando nuove vittime, fino a che la persona, giunta al massimo del guadagno, sparirà nel nulla con i soldi presenti in quel momento. Presto o tardi tuttavia la difficoltà di reperire nuovi adepti porterà lo schema a collassare da solo, non riuscendo a ripagare gli investimenti o venendo scoperto dalle forze dell'ordine[10].

  1. ^ Ponzi game in "Dizionario di Economia e Finanza", su www.treccani.itURL consultato il 15 gennaio 2018.
  2. ^ Marco Strano, Computer crime op.cit. in bibliografia, p. 155.
  3. ^ Crac Madoff, Unicredit esposta per 75 milioni di euro
  4. ^ Madoff, truffa da 50 miliardi
  5. ^ Bernard Madoff condannato a 150 anni di carcere
  6. ^ Truffa, arrestato il Madoff tunisino. I salafiti chiedono che gli venga mozzata una mano - Il Fatto Quotidiano
  7. ^ Maxi truffa in Cina: uno schema Ponzi da 7,6 miliardi di dollari, su repubblica.it.
  8. ^ la Repubblica, 15 dicembre 2008.
  9. ^ Mitchell Zuckoff, Ponzi's Scheme: The True Story of a Financial Legend, op. cit. in bibliografia.
  10. ^ Piramide d'oro. Realtà e miti del multilevel marketing

  • Marco Strano, Computer crime. Milano, Apogeo, 2000. ISBN 8873036465.
  • Mitchell Zuckoff, Ponzi's Scheme: The True Story of a Financial Legend. Random House, New York, 2005. ISBN 1-4000-6039-7.



https://it.wikipedia.org/wiki/Schema_Ponzi

lunedì 27 gennaio 2020

“TRUMP VERRÀ RIELETTO MA SUBIRÀ UN SECONDO IMPEACHMENT” - BANNON A RUOTA LIBERA: “LA CINA È GOVERNATA DA UN MANIPOLO DI PERSONE CON MENTALITÀ DA GANGSTER. BIDEN È UN’IPOCRITA E HILLARY NON SI ARRENDERÀ MAI, ASPETTA SOLO DI SALVARE IL PARTITO DA BLOOMBERG… - VINCERE LE ELEZIONI NON CAMBIA LE COSE. NEMMENO LE URNE CONVINCONO LE ÉLITE A CONSEGNARE LE CHIAVI DEL SISTEMA AI SOVRANISTI"

Maria l. Rossi Hawkins per “la Verità”

Con una mano scorre il Blackberry, con l' altra ci invita a sederci di fronte. Sul tavolo tutti i principali quotidiani americani e inglesi. Abbiamo incontrato nella sua War room Steve Bannon, ex capo della campagna elettorale di Donald Trump ed ex membro del Consiglio per la sicurezza nazionale del presidente americano.

Il processo di impeachment contro Donald Trump si sta concludendo. È quello che si aspettava?
bannon trumpBANNON TRUMP
«Questo processo di impeachment fa parte di un progetto architettato per annullare la presidenza Trump. Un processo che è cominciato nel momento in cui il presidente è stato eletto. L' ho previsto nel 2018, quando i democratici hanno cominciato a combattere per riconquistare la camera dei deputati. Una volta che l' hanno vinta ho detto subito che Nancy Pelosi avrebbe dato vita a un movimento per sostenere l' impeachment di Trump.
Questo processo è solo la continuazione di quanto i democratici hanno cominciato allora».

Sì, ma cosa ne pensa del processo?
SALVINI BANNON MODRIKAMENSALVINI BANNON MODRIKAMEN
«L' accusa dei democratici è ben fatta, i video, i messaggi in Power point, i grafici, le curve, si tratta di uno spettacolo ben congegnato che è durato tre giorni. Secondo loro hanno istruito un ottimo caso. Ma c' è solo un piccolo particolare. Sono proprio le argomentazioni dei democratici che hanno dato a Trump l' opportunità di affrontare l' arena globale e di ribaltare la narrativa dell' accusa.
donald trumpDONALD TRUMP

Si è visto subito dal primo giorno della difesa repubblicana. Il presidente ha ribattezzato il processo di impeachment "il crimine del secolo", il colpo di Stato per mano dell' establishment di quel deep State che sta cercando di rimuoverlo».

Cosa ci possiamo aspettare dalla difesa repubblicana?
«Saranno giornate movimentate e intense, sono sicuro che l' opinione pubblica, dopo aver ascoltato la difesa, tornerà dalla parte del presidente».

steve bannon elon musk donald trumpSTEVE BANNON ELON MUSK DONALD TRUMP
Ma anche se la difesa non fosse eccellente, il presidente Trump sarà comunque assolto, no?
«Non solo il presidente sarà assolto perché il Senato non ha i numeri per rimuoverlo - ci vogliono due terzi del Senato per condannare Trump - ma al presidente verrà risparmiato anche l' imbarazzo di un voto di 50 contro 51. Io credo che il presidente in questo processo non verrà solo assolto ma verrà addirittura esonerato.

hillary clinton joe bidenHILLARY CLINTON JOE BIDEN
I repubblicani stanno mettendo in atto quella che chiamiamo "difesa affermativa". Un contrattacco feroce contro il Partito democratico e l' intero colpo di Stato architettato per destituito. La giuria non è il Senato, ma sono gli americani e il mondo sta guardando Trump. Gli occhi del mondo sono puntati su di lui. Ecco perché il presidente deve essere esonerato».

Cosa significa l' impeachment per la presidenza Trump?
qassem soleimaniQASSEM SOLEIMANI
«L' establishment politico sta cercando di spezzare le frecce dall' arco del movimento di Trump. Annullare i risultati della sua presidenza: l' eliminazione dell' Isis, i successi in campo economico, i progressi fatti al confine con il Messico, i trattati commerciali con Canada, Messico e Cina, l' eliminazione di Abu Bakr Al Baghdadi e Qassem Soleymaini.
il corpo di qassem soleimaniIL CORPO DI QASSEM SOLEIMANI

Trump non è un presidente tradizionale e i suoi nemici vogliono annullarlo. I democratici saranno incessanti. L' impeachment di Trump non finirà con questo processo ma continuerà anche nel suo secondo mandato. L' establishment vuole distruggere Trump come strumento della una rivolta populista americana. L' establishment non teme i politici in sé ma in quanto capaci di rivoluzionare lo status quo».
donald trump xi jinpingDONALD TRUMP XI JINPING

Ma allora Trump verrà rieletto?
«Trump verrà rieletto ma poi subirà un secondo impeachment. Fra i due schieramenti politici la lotta sarà continua e prolungata. Anche dopo il voto di assoluzione di Trump, giovedì e venerdì prossimi al Senato. La battaglia continuerà come per Jair Bolsonaro in Brasile o per Matteo Salvini in Italia, per Nigel Farage prima e poi per Boris Johnson nel Regno Unito.
boris johnsonBORIS JOHNSON

Ovunque ci sia un leader populista l' establishment fa di tutto per eliminarlo. Vincere le elezioni, così come fecero Salvini e i 5 stelle nel 2018, non cambia le cose. Il messaggio l' avevo già dato anche nel 2017, un anno dopo l' elezione di Trump. Se si pensa che vincere le elezioni cambi le cose ci si sbaglia grosso. Nessuno ti consegna le chiavi di un sistema e ti dice "porta il Paese dove vuoi".
salvini al citofono meme 2SALVINI AL CITOFONO MEME 2

Ogni giorno ci si deve confrontare. È lotta politica a livello più alto. L' establishment ha a sua disposizione un sistema economico e un sistema politico che conferisce benefici. Chi appartiene all' establishment non è disposto a darti una pacca sulle spalle e a farti i complimenti perché hai avuto un' idea diversa dalla loro. Quello che apprezzo della sinistra è che sono impegnati, sono motivati ad andare fino in fondo. Basta pensare che sono riusciti a portare Trump all' impeachment sulla vicenda dell' Ucraina, che è una questione ridicola».

Trump ripete esattamente le cose che dice lei: sembra che non siate mai stati così d' accordo.
steve bannon (4)STEVE BANNON (4)
«La ragione per cui io e Trump abbiamo avuto un rapporto di lavoro così buono è che la pensiamo allo stesso modo. Faccio questo mestiere da 12 anni e Trump è un nazionalista e populista, condividiamo tante idee anche se non andiamo d' accordo su tutto.

Il motivo per cui ho cominciato la War room è proprio questo: perché dopo le elezioni, tutti hanno pensato che la partita fosse vinta, ma non è così. Bisogna lavorare e combattere ogni giorno come facciamo qui».
donald trump xi jinpingDONALD TRUMP XI JINPING

Lei è uno dei più feroci critici della Cina. Cosa ne pensa di questa prima fase dell' accordo con gli Usa?
«Credo prima di tutto che la politica dei dazi di Trump funzioni. Penso che la Cina sia in una guerra commerciale con gli Stati Uniti da 20 anni e questo sia solo un armistizio, che ha funzionato grazie all' uso dei dazi di Trump, peraltro ridicolizzato dal mondo intero. Ma è solo la prima fase, quella più importante è la seconda.

SCONTRO BANNON TRUMPSCONTRO BANNON TRUMP
La Cina non è una democrazia dove un anno governano i democratici e l' alto i repubblicani la sua leadership è composta da un manipolo di persone che hanno la mentalità da gangster, il cui unico scopo è quello di mantenere il potere. Hanno fatto un patto faustiano con la popolazione cinese. Hanno dato crescita economica togliendo libertà politica. Il problema per il governo è che ora i cinesi sono stanchi di essere intrappolati. Sono stanchi di essere soppressi».

Dopo la Cina, Trump si è concentrato sui dazi all' Europa. Che cosa succederà?
DONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITA 2DONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITA 2
«Il presidente parla di reciprocità. Vuole uno scambio equo che funzioni per le due parti. Sono convinto che si arriverà presto a un accordo così come si arriverà a un accordo con il Regno Unito e non credo che i dazi ne faranno parte.

L' accordo con l' Europa avrà la stessa importanza dell' accordo con i cinesi. Prima di Trump gli accordi commerciali erano dimenticati. Dal primo giorno di amministrazione abbiamo detto che gli accordi commerciali sarebbero stati al centro della ripresa economica americana. Gli accordi si faranno rapidamente, in primavera».

Perché la partecipazione di Trump alla marcia della vita è così straordinaria?
DONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITA 1DONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITA 1
«Trump ha bisogno della base degli evangelici e questa sarà un' elezione nella quale ogni voto è importante, soprattutto il voto della base. Quello che Trump ha fatto è straordinario. Nonostante i presidenti prima come Georgee W. Bush, che dipendeva dalla base evangelica perché è un evangelico, mentre Trump non lo è, non hanno mai partecipato alla marcia, lui ha fatto un discorso davanti a 250.000 persone. Ha dimostrato coraggio politico, ma ha rafforzato e riunificato il sostegno di questo movimento composto sopratutto di giovani».

Elezioni americane: il battibecco fra Bernie Sanders ed Elizabet Warren chi ha beneficato dei democratici? Joe Biden?
xi jinpingXI JINPING
«Le primarie democratiche mi ricordano la lotte con i cuscini, qualcosa a metà fra La notte dei morti viventi e Pleasantville. Nessuno vuole veramente andare contro l' altro anche se c' e' una differenza enorme fra un candidato come Sanders e uno come Biden, che è un uomo corrotto.
DONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITADONALD TRUMP ALLA MARCIA DELLA VITA

hillary clinton donald trump il town hall debateHILLARY CLINTON DONALD TRUMP IL TOWN HALL DEBATE
Sanders ha le nostre stesse informazioni contro Biden eppure sceglie di non utilizzarle. Così come fece con Hillary Clinton nelle scorse primarie. Bernie Sanders è un vecchio musone che non ha le palle per affondare il coltello. Se sei un poilitico moderno devi avere certi attributi, come li ha per esempio Hillary Clinton. Biden è un ipocrita, un globalista che ha tradito gli interessi dei lavoratori spingendo l' agenda economica globalista».

bernie sanders joe bidenBERNIE SANDERS JOE BIDEN
E Hillary? Lei continua a dire che Hillary si rimetterà in gioco.
micheal bloomberg hillary clintonMICHEAL BLOOMBERG HILLARY CLINTON
«Certo! Hillary non si arrenderà mai. Sta aspettando che Michael Bloomberg scompagini le primarie del Super tuesday di marzo con tutti i soldi che sta spendendo. Sono oltre 100 milioni di dollari, con cui sta comprando spot pubblicitari negli Stati come la California e altri grandi Stati dove sta avanzando nei sondaggi.

Hillary sta solo aspettando il momento giusto, perché tutti i giorni pensa a come può fare la sua mossa salvare il Partito democratico. Non credo che per Hillary sia finita perché lei detesta Trump, che ritiene le abbia rubato la presidenza. Non aspetta altro che di salvare il partito da Bloomberg in una convention democratica spaccata».
STEVE BANNON E TRUMPSTEVE BANNON E TRUMP

E chi vincerà questa volta?
joe biden hillary clintonJOE BIDEN HILLARY CLINTON
«Sarà una grande battaglia, un rematch come quello fra Muhammad Ali e Joe Frazier».








https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ldquo-trump-verra-nbsp-rieletto-ma-subira-secondo-225201.htm

domenica 12 gennaio 2020

Il pc dell’Olivetti (che spaventò l’America) e il mistero della morte di Mario Tchou Riuscì a portare l’Olivetti all’avanguardia nel mondo. Nel ‘61, a 37 anni, morì in un incidente con la sua auto. De Benedetti: «Tutti credevano che fosse stata la Cia». La moglie: «Nessuna prova. Poi decise tutto la finanza» di Walter Veltroni

Quella che sto per raccontare è una storia italiana. C’è tutto: lavoro, studio, ricerca, impresa, amore, morte, mistero. E al centro della storia si staglia, come illuminato da un occhio di bue, un uomo, giovane, che ora non c’è più. Un genio di trentasette anni, morto in un incidente stradale sul quale ancora aleggia una coltre di sospetto. Un uomo elegante, bello, gentile, un leader naturale. L’uomo che tra i primi, in Italia e non solo, aveva capito che il destino del mondo sarebbe stato segnato dai computer. Quell’uomo che immagino mi guardi, mentre scrivo di lui, è un cinese di Roma. Ha studiato al Liceo Torquato Tasso, mentre l’Italia, applaudendo, entrava in guerra. È lì che ho incontrato il suo nome, un anno fa. Quando seguii le lezioni di una classe di terza liceo per riferirne su queste colonne, un archivista — figura che, ovunque, meriterebbe una medaglia al valore — mi mostrò il registro di una classe nella quale c’erano alcune delle colonne della resistenza romana e poi della sinistra italiana: Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Arminio Savioli. E poi, in fondo alla lista dell’appello — il più innocente immaginabile, in quei tempi bastardi — c’era un inusuale nome cinese. Un ragazzo che, già dall’anagrafe, era un ossimoro, specie per i tempi. 
Studente di ingegneria
Si chiamava Mario, di nome, ma di cognome Tchou. Non so quanti fossero i cinesi in Italia, in quegli anni. Penso pochi. Ma ancor meno erano certamente quelli che avevano un nome proprio così tricolore. Mario è studioso. I professori lo promuovono con sette in fisica ma, al secondo trimestre, misurano con un avaro sei le sue capacità matematiche. Reichlin, al contrario, risulta appena sufficiente in economia politica e filosofia e fortissimo in fisica. Pintor si aggiudica, al secondo trimestre, cinque in storia e anche in filosofia. Difficile dire che i professori del tempo avessero percepito con la dovuta sensibilità i talenti nascosti nei loro alunni. Mario è figlio di un diplomatico cinese e finita la scuola, poco prima che inizi la tragedia del ‘43-’44, si iscrive al corso di ingegneria presso l’Università, dove insegna, tra gli altri, Edoardo Amaldi. Mario però finirà gli studi negli Usa, dove nel 1947 ottiene la laurea in ingegneria elettronica. Nello stesso anno, come racconta nel suo saggio Giuditta Parolini, insegna al Manhattan College e continua a studiare presso il Polytechnic Institute of Brooklyn dove, in soli due anni, consegue il master con una tesi sulla diffrazione ultrasonica.
Il ricordo della moglie
Ora lascio la parola a Elisa Montessori, la sua seconda moglie. Elisa è una donna molto bella, perché si può essere molto belli anche dopo gli ottant’anni, ed è una pittrice di qualità. Mi riceve nel suo studio, immerso nel centro di Roma. Mi ha portato delle carte di Mario: la sua ultima agenda, i passaporti, delle fotografie. «È stato l’uomo più importante della mia vita» ripete. Elisa è nipote di Meuccio Ruini, dirigente dell’antifascismo, ministro dopo la guerra e poi Presidente del Senato e senatore a vita. È lui che, dopo una crisi esistenziale che Elisa vive in adolescenza, la fa studiare, prendere la maturità e poi iscrivere a Magistero. Ma la vera passione di Elisa è il disegno. Ha cominciato, bambina, a fare tratti di matita sui fogli quando, sfollata per paura delle persecuzioni del regime, la sua famiglia si rifugia in montagna, in una casa senza luce e acqua. «Tempi terribili e bellissimi. Non avevamo nulla, ma almeno non dovevo studiare. Passavo molto tempo a disegnare». Finita la guerra, a casa del nonno, Elisa, sedicenne, un giorno apre la porta a sua cugina Mariangela che portava a far conoscere a Ruini suo marito, un giovane cinese. «Appena lo vidi ebbi un mancamento. Era così bello, così elegante, così autorevole...». 
Il viaggio in America e l’incontro con Olivetti
Poi lui parte con la moglie per l’ America. Lì studia e lavora. La vita è dura. In quegli anni esistevano luoghi, compresi gli ospedali, in cui è vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi. E Mario, che contrae una tubercolosi, ha bisogno di cure. Trova un medico che lo rimette in sesto e questo gli consente di fare la sua doppia vita. Elisa racconta: «Di giorno studiava e di notte andava a fare l’elettricista nelle navi ancorate nel porto di New York». Rimase per alcuni anni. Sua moglie tornò a Roma per assistere la madre che era molto malata e si innamorò del medico curante. Il gioco dei dadi permanente stava cambiando le prospettive di vita di tante persone, nella nostra storia. Intanto Mario, negli Usa, conosce Adriano Olivetti, uno dei più illuminati e aperti imprenditori dell’epoca. A segnalarlo all’industriale di Ivrea è Enrico Fermi, non un passante. Fermi ha capito di avere di fronte un genio, per di più gentile e simpatico. Fermi aveva cercato fin dal 1949 di spingere Olivetti a investire sull’elettronica e a non occuparsi solo di macchine da scrivere . Infatti alla fine di quell’anno l’azienda di Ivrea conclude un accordo con i francesi della Bull per realizzare macchine a schede perforate. Mario, lo racconta Elisa, è molto «cinese» nei modi. Molto formale, molto distinto. Sua nonna, una cinese minuscola, apparteneva alle «cento famiglie» che hanno segnato la storia della Cina moderna. Mario, educato in ambiente diplomatico, sa comportarsi e ama le cose belle. In particolare la musica, che si diletta ad eseguire al piano, con riconosciuta qualità. Olivetti, anche lui, resta rapito dal fascino e dalla competenza di Mario e decide di metterlo sotto contratto. Per due anni, stipendio di 150.000 lire per tredici mensilità e un premio iniziale di un milione e mezzo. Bei soldi, per il tempo. Lavora a New York solo qualche anno. Nel 1954 Mario desidera tornare in Italia. Va a salutare il Nonno Ruini e lì incontra di nuovo Elisa. Si dicono che si sarebbero rivisti a Genova, dove abitavano i genitori di lei. E così è. Si innamorano. Elisa mi dice che con Mario è «stata la prima volta che ho sentito piena libertà nel rapporto con un uomo». E Mario dirà di Elisa che «è stata la prima persona che mi ha fatto vedere il mondo a colori». Sono, in effetti, l’opposto l’una dell’altro. Lui immerso nel suo mondo di numeri, lei pittrice, artista, anticonformista. Ma tutti e due inseguivano i loro sogni, «senza perdere la gentilezza». Decidono di sposarsi in fretta e furia all’ambasciata cinese. Contemporaneamente, sempre su istigazione del genio di Fermi, l’università di Pisa decide di allocare un consistente investimento, 120 milioni di lire, per la costruzione di una nuova calcolatrice elettronica, la Cep. Olivetti si associa all’impresa e così nasce a Barbaricina, pochi chilometri da Pisa, il Laboratorio di Ricerche Elettroniche che viene affidato alla direzione di Mario Tchou. In un suo saggio Giuseppe Rao ospita il ricordo di Giorgio Sandri, uno dei ricercatori: «In questo luogo ameno venivano a svernare i purosangue della Dormello-Olgiata. In quegli anni non era difficile vedere passare il grande Ribot».
Un purosangue della ricerca
Qui è utile soffermarsi sulla caratteristiche di leadership che Tchou, un purosangue della ricerca, esercita. Sceglie i migliori cervelli disponibili. Con una preferenza per i giovani. Dirà in un’intervista a Paese Sera: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità conservatrice». Renato Betti, uno dei giovani assunti, ha raccontato il suo colloquio con Tchou: «Ricordo una stanza in penombra e la sua estrema gentilezza, la mia impressione era che non gli interessasse affatto quello che avevo imparato e che sapevo ma quello che potevo imparare a fare». E Renato Sacerdoti aggiunge: «Il suo stile di guida era quello che oggi chiameremmo “per obiettivi”, cioè assegnava in termini generali un compito e poi lasciava fare senza assolutamente interferire». Nel 1957, a solo un anno dall’insediamento del laboratorio, nasce Elea 9001, un acronimo che richiama quello di Hal 9000, il computer onnipotente e perfido di 2001: Odissea nello spazio, un film girato undici anni dopo. Il nome del calcolatore del film di Kubrick, per molti, è ottenuto anticipando di una posizione nell’alfabeto le tre lettere che compongono la sigla IBM. La Ibm è, già allora, la grande concorrente della Olivetti e guarda con preoccupazione alla velocità e all’efficacia con la quale Tchou e i suoi sanno anticipare risposte innovative. In un saggio Jacopo De Tullio scrive: «Mario Tchou era però convinto della necessità di passare dal sistema di amplificazione del segnale mediante valvole termoioniche (il cui funzionamento è simile a quello di una lampadina, ma con più elementi metallici disposti a forma di griglia) già applicato in alcuni calcolatori all’estero e che necessitava però di temperature troppo elevate, grandi energie e grossi spazi, a quello mediante transistor». Tchou intuisce che, attraverso l’utilizzazione dei transistor, si possono costruire macchine meno «pesanti». E poi lavora sull’ampliamento della memoria del computer. Nasce così, in pochi mesi, Elea 9002 che pur essendo la prima macchina commercializzata, mostra insufficienti capacità di programmazione.
Elea, il primo computer totalmente a transistor
Ma ormai il dado è tratto. Passano pochi mesi e Roberto Olivetti, figlio di Adriano e grande amico di Mario, decide di spostare il Laboratorio vicino a Milano, a Borgolombardo, unendo ad esso una potente struttura produttiva. Passa solo un anno e nasce l’Elea 9003, il primo computer totalmente a transistor. Per disegnarlo viene incaricato Ettore Sottsass. Sono anni frenetici, quelli milanesi. Elisa racconta che Sottsass entrò nell’appartamento che lei e Mario avevano preso e decise «di buttare giù tutto. Fu la prima casa di Sottsass. Fece una casa giocattolo, bellissima da vedere, ma difficile da vivere». È sulle scale di quel palazzo che Mario, sconvolto, avverte l’architetto della morte improvvisa, a febbraio del 1960, di Adriano Olivetti. Una fine che peserà sul destino dell’azienda, dell’industria italiana e del paese. Solo qualche mese prima Olivetti e Tchou avevano presentato al presidente Gronchi la magnifica Elea 9003 — tanto bella da far vincere a Sottsass il premio «Compasso d’oro» per il design — che viene venduta già in 40 esemplari a industrie varie. Elisa mi racconta un particolare inedito. «Nel 1961 partiamo improvvisamente per la Cina. Arriviamo a Hong Kong dove troviamo Roberto Olivetti e sua moglie Anna Nogara. Dopo un po’ capisco che volevano entrare nella Cina comunista. Il progetto era occupare quel mercato enorme con le tecnologie Olivetti. Ci fecero sapere che saremmo potuti andare con una barca, di notte, con pochi bagagli. I dirigenti locali in seguito ci avrebbero fatto incontrare i responsabili per il settore della Cina di Mao. Io non ero d’accordo. Avevamo due figlie. E se ci avessero trattenuti? Se avessero voluto usare il cervello e le competenze di Mario per i loro scopi? Dissi che io sarei ripartita e anche Mario, alla fine, accettò di tornare per non rischiare».
Olivetti, all’avanguardia nel mondo
La Olivetti, in quel momento, è all’avanguardia nel mondo. A lei guardano con attenzione e sospetto i concorrenti americani. Parlando del conflitto con Ibm, quella di Hal 9000, Mario dirà, in un servizio di Leonardo Coen su Paese Sera: «Attualmente possiamo considerarci sullo stesso livello dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Usa stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente per scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato». La Cia aveva seguito a lungo il lavoro di Olivetti. Elisa racconta che una volta, a Parigi, Roberto fece loro cambiare posto in un ristorante perché aveva la sensazione che qualcuno, forse dei concorrenti, li spiasse. È chiaro che il lavoro di quel manipolo di sognatori e anticipatori dia fastidio. Forse l’episodio raccontato da Elisa, l’Olivetti che vuole sbarcare in Cina e la decisione di Tchou di usare il know how acquisto portandolo all’interno del settore delle macchine utensili e contabili inquietano i competitori internazionali. Nel 1960 Tchou e i suoi realizzano l’Elea 6001 un elaboratore più ridotto della serie 9000 e ne vendono più di cento esemplari. Intanto Tchou ha dato da studiare un nuovo linguaggio, il Palgo (programmazione algoritmica) a Mauro Pacelli che, immaginandone gli sviluppi, dice: «In parallelo progettammo una architettura per un futuro computer che avrebbe ottimizzato la compilazione e la esecuzione di programmi scritti in Palgo». Elisa racconta che stavano progettando un nuovo stabilimento per l’elettronica a Ivrea e che ne venne incaricato Le Corbusier. «Una meraviglia, era un progetto meraviglioso. L’architetto lo aveva disegnato su dei tovaglioli di carta di un ristorante di Parigi, sotto gli occhi di Mario». Ogni fabbrica, per Adriano Olivetti, doveva essere concepita «alla misura dell’uomo perché questo trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza». La fabbrica come comunità, la modernità da capire, anticipare, modellare per rendere più giusta e bella la vita degli umani. Corrono i sogni di Adriano, corre Tchou, corrono i suoi collaboratori. Corre la Divisione Elettronica della Olivetti. Ma spesso le corse più belle vengono spezzate, interrotte, disperse nel vento da un fatto esterno. Un numero sbagliato della partita a dadi.
Che cosa è successo quel giorno?
Elisa: «Quel nove novembre del 1961 siamo a Milano, in via Telesio. Ero in un momento difficile a Milano. Non mi piaceva quel clima ovattato, non riuscivo a fare vita di società con tutte quelle signore cotonate “Vergottini” che parlavano di futilità. Fa freddo, anche in casa quel giorno. Preparo a Mario la sua solita colazione: due uova in camicia, un succo di pompelmo, un caffè nero senza zucchero. Lui esce, io parlo a lungo con mia madre al telefono. Mario torna a metà mattinata e mi dice che deve andare a Ivrea perché ha “problemi con la stampante”. Si era comprato da poco una Buick azzurra. Io gli consiglio di non stancarsi, di non guidare da solo come sempre, di chiedere un autista. Mi risponde di sì. Verso le due e mezza suonano alla porta. È Roberto Olivetti con Anna. Sono bianchi in volto. Roberto mi sussurra: “Anna, è successa una cosa tremenda, non sappiamo come dirtelo...”. Io ho per mano la mia prima figlia, Nicoletta. Capisco immediatamente. Chiedo solo: “È morto?”. In quel momento sento la mano di mia figlia lasciare la mia e la vedo scivolare a terra». Cosa è successo quel giorno? Leggiamo la cronaca della Stampache riporta la versione di Carlo Tinesi, l’autista del «Leoncino» contro cui sbattè l’auto di Mario. Siamo a tre chilometri dal casello di Santhià. «Vide la Buick che, in discesa, stava compiendo il regolare sorpasso di un autotreno. Poi, all’improvviso, mentre si stava riportando a destra, l’automobile cominciò a sbandare. Il conducente ne perdette completamente il controllo, la pesante vettura fece un giro completo su se stessa, poi cominciò una seconda piroetta. L’autista cercò di inchiodare il “Leoncino” ma i due veicoli erano ormai troppo vicini quando cominciò la sbandata e l’urto fu inevitabile». Tchou e il suo autista Francesco Frinzi muoiono, l’autista ventottenne è illeso.
Un neo da estirpare
Fu un incidente? Fu ucciso? Carlo De Benedetti mi dice: «In Olivetti, quando io sono entrato nel 1978, tutti erano convinti che Tchou fosse stato ucciso dalla Cia. Ovviamente non ho nessuna prova, riferisco quello che tutti in azienda davano come per assodato. Solo pochi anni dopo Valletta, che era interprete degli interessi americani, lavorò, con Cuccia, per far nascere una cordata che salvasse l’azienda. La Olivetti era in crisi per l’alto indebitamento della famiglia, divisa al suo interno. Nacque una cordata composta da Fiat, Mediobanca , Centrale, Imi e Pirelli che rilevò le attività ma pose come condizione che si cedesse il ramo dell’elettronica . Valletta voleva che il know how d’eccezione che il lavoro di Tchou e Roberto Olivetti aveva prodotto finisse in mano americana . E infatti fu la General Electric a comprare». In effetti Valletta era stato esplicito, nel 1964: «La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico». Ma quel «neo da estirpare», le parole contano, avrà un magnifico canto del cigno. Il successo della macchina Programma 101, ultima creatura del Laboratorio, alla Fiera di New York. Elisa dice, e le sentenze confermano questa affermazione, «non esiste alcuna prova che ci sia stato del dolo. Nessuna testimonianza, nessuna circostanza effettuale. Per me vale la legge, valgono i dati di fatto. Io non escludo niente, so che il lavoro di Mario era sotto gli occhi di molti, e che aveva scosso molti equilibri. Ma non esiste nessuna prova che qualcuno lo abbia ucciso. Mario non mi fece mai menzione di minacce o preoccupazioni per la sua incolumità. Ma una cosa è certa. La sua morte e quella di Adriano portarono, in poco tempo, alla dismissione della Divisione Elettronica di Olivetti, fiore all’occhiello del nostro Paese, che fu venduta in fretta alla General Electric. Quello sì fu un complotto, tutto industriale e finanziario, volto a indebolire l’Olivetti e l’Italia e a fare un favore agli americani». La politica italiana tacque e il nostro Paese passò, nel settore strategico del futuro occidentale, ad essere passivo fruitore di consumo e non più avanguardia di ricerca. Potevamo essere , grazie all’intelligenza di una famiglia imprenditoriale e al genio di un cinese italiano, un passo avanti agli altri. Fu perso quel ruolo, quell’egemonia. E fu subito sera.

https://www.corriere.it/cronache/20_gennaio_11/mistero-tchou-suo-computer-italiano-spavento-l-america-dba3ec76-34b1-11ea-b847-bfc302fe3f26.shtml