giovedì 6 settembre 2012

L’attacco alla Repubblica dell’Ecuador. Ecco il perché di Londra.

Questo articolo è forse uno dei più interessanti spaccati geopolitici di questo momento storico, e ci dice a che livello si stia combattendo una battaglia occulta, anticipandoci che da qui in poi lo scontro uscirà necessariamente in campo aperto. Buona lettura.
Jervé
19 agosto 2012 Autore: Nicoletta Forcheri
Fonte: sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
attraverso: http://www.stampalibera.com/?p=50829
Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è iniziato il 12 dicembre del 2008. Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa.
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti.
Anzi, è meglio cominciare dalla fine.
Con qualche specifica domanda, che –è molto probabile- pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Jules Assange,wikileaks, e la Repubblica di Ecuador. Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Jules Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso?
Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.
Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo stesso di dieci anni fa.
Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà nel mondo” e ragiona ancora in termini coloniali.
Ma il mondo non funziona più così.
In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale, banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense: l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona. E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard. Si stanno scannando.
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa: “L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non rompano, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante) in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad esclusione del Regno di Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza oligarchica planetaria, la city di Londra.
E adesso veniamo ai fatti.
Jules Assange, il 15 giugno del 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di specifici accordi formali sanciti tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Jules Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nello Stato del Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte sulla base dell’applicazione del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta. “vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro. Raggiungono un accordo: “evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano (giustamente) degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo avviene il 3 agosto, il secondo il 4.
Il 3 agosto 2012, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del Fondo Monetario Internazionale accompagnata dal suo ministro dell’economia e dal ministro degli esteri ecuadoregno, Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America”) l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. In tale occasione, la Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al Fondo Monetario Internazionale con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, la Repubblica Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo semplicemente la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del Fondo Monetario Internazionale che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fosse l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada diversa, opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi. Non solo. Siamo oggi in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in materia economica sono idee errate, sbagliate.
Lo erano allora lo sono ancor di più oggi: Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale……” ecc.
Subito dopo (cioè 15 minuti dopo) la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO (World Trade Organization) la più importante associazione planetaria di scambi commerciali coinvolgendo il Fondo Monetario Internazionale grazie ai files messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange.
L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie (o per colpa) di Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone: Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes, lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come fare per impedire ai loro governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del Fondo Monetario Internazionale il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file già resi pubblici su internet. Gran parte dei file, gentilmente offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, il quale -siamo sempre il 3 agosto a New York- ricorda chi rappresenta e che cosa ha fatto l’Ecuador, ovvero la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Dirirtto, la violazione di norme costituzionali”. Il 12 dicembre del 2008, infatti, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (pil intorno ai 50 miliardi di euro, pari a 30 volte di meno dell’Italia) dichiara ufficialmente in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”.
Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il Fondo Monetario Internazionale fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del Fondo Monetario.. Il paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia ufficialmente che darà il proprio contributo dando petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondi di banane) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito dei contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie pagate in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago. Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush (già deposto ma in carica formale fino al 17 gennaio 2009) dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro.
Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. Eh già. E’ accaduto in Iraq, che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’opus dei fedele al vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e quindi aprendo la strada a un precedente storico recente. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure se si annulla la decisione dell’Ecuador allora si annulla anche quella dell’Iraq e quindi il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno.
E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nella banche cattoliche di Quito e tale cifra viene dirottata in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”.
Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andati nel pallone. In tutto il pianeta Terra, oggi, si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi.
In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.
Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.
E’ un chiaro segnale che il gruppo di Assange sta dando a chi vuol capire e comprendere che TINA è un Falso. Non è vero che non esiste alternativa. Per 400 anni, da quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di efferati oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non è più così. E non lo sarà mai più. A meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Mario Draghi, Mario Monti, David Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in ogni nazione africana o asiatica del mondo.
Anche in Europa.
Per questo Jules Assange ha scelto l’Ecuador.
Ma non basta.
Il colpo decisivo al sistema viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti e in ogni nazione del globo”.
Ma chi è Garzòn?
E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata.
E’ il nemico pubblico numero uno dell’opus dei.
E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi.
E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.
Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest, reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè Pd e PDL insieme) acquistava a 100 $ i diritti di un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla telecinco che li rivendeva a 1000$ a rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai (ovvero noi) ha pagato i diritti di un film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio, quindi Garzòn venne fermato dall’Unione Europea. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse la telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta ma il governo italiano di allora (Prodi & co.) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Jules Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”.
La battaglia è dunque aperta.
E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in rete.
In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi.
Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce.
Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie.
E allora si balla tutti.
In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.
Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador.
Per questo Garzòn lo difende.
Per questo, questa storia relativa al Sudamerica, va raccontata.
Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori.
Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta.
E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica.
Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.
Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità.
Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori davvero imbarazzanti.
Wikileaks non va letto come gossip.
Non lo è.
C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra, Bogotà o Saint Tropez, rischia anche la pelle.
Questi anonimi meritano il nostro rispetto.
E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”.
Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare.
Se poi, con questo Sapere un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta.
Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose.
Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra.
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera?
Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda.
Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?”
Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.

http://www.iconicon.it/blog/2012/08/l%E2%80%99attacco-alla-repubblica-dell%E2%80%99ecuador-ecco-il-perche-di-londra/

sabato 1 settembre 2012

L’INTERVISTA COL MORTO A BARTHOLOMEW SCATENA I SOCIALISTI EPURATI DA DI PIETRO - 2- DE MICHELIS: “LA CIA COPRì IL FINANZIAMENTO ILLECITO AL PSI FINO AL MURO DI BERLINO. DOPO, L’ITALIA NON SERVIVA Più E CI MOLLARONO, LASCIANDO SOLO L’FBI (PER LA MAFIA) - 3- “MANI PULITE è FIGLIA DI DIPLOMATICI ED FBI. IL PCI FU RISPARMIATO PERCHé GLI USA L’AVEVANO SCELTO COME INTERLOCUTORE E DOVEVA SERVIRE PER 20 ANNI” - 4- “BARTHOLOMEW ERA ASCOLTATISSIMO ALLA CASA BIANCA. NELL’88 SI ERA CONVINTO CHE DE BENEDETTI SE LA FACESSE CON L’URSS. IO E COSSIGA ANDAMMO DA BUSH SR. E LO CONVINCEMMO DEL CONTRARIO. MA LA CORTESIA NON FU RESTITUITA” - 5- FORMICA: DOPO IL PSI, GLI USA PUNTARONO SU BERLUSCONI, FINI E D’ALEMA: 3 LEADER ZOPPI CHE NON AVREBBERO PERMESSO AGLI ITALIANI DI RECUPERARE SOVRANITà -

"LA SECONDA REPUBBLICA FIGLIA DI DIPLOMATICI E FBI"
DE MICHELIS: "LA CIA SAPEVA DEI SOLDI AL PSI MA POI CI MOLLÒ"

Mattia Feltri per "La Stampa"

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Gianni De Michelis, lei nel 2003 scrisse un libro (La lunga ombra di Yalta, 2003) in cui delinea la sua teoria sui metodi del pool Mani pulite e sul ruolo non secondario degli Usa.
«E infatti per me non è stato sorprendente leggere le interviste a Reginald Bartholomew e Peter Semler: mi è sempre stato chiarissimo che l'inchiesta si è basata in gran parte sulla carcerazione preventiva come mezzo per ottenere confessioni, e ho sempre attribuito all'operazione Mani pulite una valenza essenzialmente politica».
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Cioè?
«Non tutti i partiti hanno avuto lo stesso trattamento. La storia più famosa è quella di Primo Greganti alla cui vicenda il procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio diede una lettura particolarmente favorevole».
Perdoni ma non è così. Nonostante abbia subito una lunga carcerazione, Greganti ha sostenuto di aver intascato i soldi per sé. I giudici non gli hanno creduto, come dicono le sentenze, ma non hanno potuto dimostrare il coinvolgimento del Pci.
«Pensa che se Greganti fosse stato socialista sarebbe finita così?».
Questo è soltanto un sospetto.
«E il miliardo di Raul Gardini? Antonio Di Pietro ha raccontato di aver seguito i soldi fin sul portone di Botteghe Oscure, ma di non aver mai scoperto chi lo intascò. Ma come? Ma stiamo scherzando?».
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Che il Pci c'entrasse in Mani pulite come gli altri è appurato.
«Benissimo, allora quello che voglio dire è che Bartholomew, e naturalmente mi spiace sia morto, quando si lamenta di certi sistemi degli inquirenti si lava la coscienza: lui e il suo paese avevano preso atto che la vecchia classe politica non c'era o non serviva più, e cominciò a dialogare con altri. Il gruppo dell'ex Pci doveva servire per vent'anni».
Un po' poco per sostenere che gli Stati Uniti indirizzarono...
«La vostra intervista a Semler è illuminante. Il console dice che Di Pietro lo avvertì nel '91 che presto il Psi e la Dc sarebbero stati spazzati via».
Foto inedita lagente dei servizi segreti USA oscurato consegna una targa a Di Pietro alla cena con Contrada nel Da LiberoFoto inedita lagente dei servizi segreti USA oscurato consegna una targa a Di Pietro alla cena con Contrada nel Da Libero
Per Di Pietro, Semler si è confuso.
«Ma siamo seri. Semler è un console, mica si confonde. I casi sono due: o dice la verità o mente. E io penso dica la verità».
IL CONSOLE Peter SemlerIL CONSOLE Peter Semler
Quindi?
«La Cia coprì l'apertura del Conto Protezione per il finanziamento illecito al Psi. Sapeva tutto. Il giorno dopo il disfacimento dell'impero comunista, la Cia ha preso e se n'è andata lasciandoci con il cerino in mano. Se ne andò perché l'Italia non aveva più un ruolo geopolitico e non c'era più da garantire l'equilibrio di Yalta. Da noi prevalse l'Fbi, interessata ad evitare che la mafia prendesse troppa forza».
Così paradossalmente voi e la Dc, che avevate garantito Yalta, venite lasciati nelle mani della magistratura.
«E nel '92 Luciano Violante, del Pds, diventa presidente della Commissione antimafia. In quel ruolo ha un rapporto stretto con Louis Freeh, dell'Fbi. Niente di oscuro, s'intenda. Non parlo di complotti. Ma tutto si lega: l'ex Pci - con l'ambasciatore, con l'Fbi - diventa interlocutore dell'America. E al Pci non si applica il "non poteva non sapere". Curioso no?».
C'è qualcosa che non torna. Sta dicendo che l'Fbi si occupa di mafia con lo Stato italiano e col Pds. Ma sono gli anni della trattativa, se trattativa ci fu. Furono gli americani a volerla?
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«Non sono in grado di dirlo. Dovreste chiederlo a Di Pietro».
A Di Pietro?
«Sì, a Di Pietro. Dovreste chiedergli la natura dei suoi viaggi in America. Dovreste chiedergli di che cosa si parlò, che cosa avevano in testa gli americani in quegli anni, perché fu invitato dal Dipartimento di Stato».
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Perché era l'uomo più importante d'Italia.
«No, era l'uomo politico più importante d'Italia. Altrimenti lo avrebbe invitato il Dipartimento della Giustizia, non il Dipartimento di Stato. Di Pietro aveva rapporti particolari e privilegiati con Washington, e sa molte cose su cui tace. E mi domando per quale ragione oggi torni fuori la trattativa: perché - è la mia sensazione - il disegno americano di impostare la Seconda repubblica è sostanzialmente fallito, e perché la magistratura è oggi frazionata su varie posizioni. È un altro equilibrio che si rompe».
DICEMBRE BETTINO CRAXI CONTESTATO ESCE DALLHOTEL RAPHAEL DI ROMADICEMBRE BETTINO CRAXI CONTESTATO ESCE DALLHOTEL RAPHAEL DI ROMA
Una teoria complicata ma chiara. Se è così, Bartholomew e Samler giocano la stessa partita: uno fa il poliziotto buono e uno il poliziotto cattivo.
«Esatto. A parte che Bartholomew racconta un fatto fondamentale: chiamò un grande giurista come Antonin Scalia e riunì sette alti magistrati italiani per parlare degli abusi del pool di Milano. A parte questo, Semler anticipava l'entrata dell'Fbi e Bartholomew compensava l'uscita della Cia. E' lui, e lo racconta, che sceglie i nuovi interlocutori».
Aveva tutto questo peso, Bartholomew?
«Ma Bartholomew non era mica uno qualsiasi. Era un ambasciatore di rango. Era uno tosto, ascoltatissimo alla Casa Bianca. A un certo punto - non ricordo che incarico avesse all'epoca - si era persuaso nonostante le nostre rassicurazioni che Carlo De Benedetti se la facesse con l'Unione Sovietica. Nell'89 io e Francesco Cossiga andammo in vista dal presidente George Bush senior e anche lui ci parlò di De Benedetti. Voleva che prendessimo contromisure e non fu facile convincerlo che non era il caso».
craxi debenedetticraxi debenedetti
Per dire quanto contasse Bartholomew?
«E per dire che la cortesia non ci fu restituita».
Carlo De BenedettiCarlo De Benedetti

2- "USA, CHE ERRORE PUNTARE TUTTO SU BERLUSCONI, FINI E D'ALEMA"
Fabio Martini per "La Stampa"
Dunque, qualche cosa l'avevamo capita...». Sorride ma non troppo Rino Formica, classe 1927, socialista, più volte ministro negli anni di Craxi, spirito anticonformista, da sempre assertore della tesi che, quella della Prima Repubblica, fu una eutanasia «assistita», portata a termine anche grazie all'aiuto interessato degli Stati Uniti. Le interviste a «La Stampa» dell'ex ambasciatore Reginald Bartholomew e dell'ex console a Milano Peter Semler sulle interferenze americane nella vita politica e giudiziaria italiana hanno rafforzato le sue convinzioni e infatti sostiene Formica:
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«Siamo nel 1992 e sulla scongelata frontiera Est-Ovest si moltiplicavano i punti di fuoco, l'impero russo si stava decomponendo, il dopo-Tito era un'incognita e le mafie dell'Est rischiavano di saldarsi a quella siciliana. L'Italia traballa, mette a rischio equilibri strategici e a quel punto Clinton decide di mandare da noi, non il solito Paperone che ha finanziato la campagna elettorale del Presidente, ma un grande ambasciatore di carriera, uno che ha già trattato con colonnelli e terroristi, capace di salvaguardare gli interessi strategici americani. Bartholomew capisce che l'Italia è sull'orlo della guerra civile, che democristiani e socialisti sono inutilizzabili e punta su Berlusconi, D'Alema e Fini, leader dal passato «ingombrante».
Gianfranco Fini con la kippahGianfranco Fini con la kippah
Venti anni dopo possiamo dire che, dalla visuale degli interessi Usa, l'intuizione dell'ambasciatore fu geniale, ma aver puntato su tre leader «zoppi» non ha certo consentito all'Italia di recuperare la sovranità perduta allora. Di quella scelta abbiamo pagato le conseguenze».
Nella Milano del 1991 un pm e un console come fecero a prendersi tutto quel potere?
Di Pietro con gli americani foto di Silvana MuraDi Pietro con gli americani foto di Silvana Mura
«Milano era ed è il cuore pulsante del Paese, la città più europea e quell'anno ci sono tre cani da tartufo che sentono l'odore "giusto" prima degli altri: il console americano, il cardinale e un ex poliziotto. Il pm Di Pietro si vede passare per le mani cose straordinarie e capisce che può far cadere l'intero sistema. Il console vive ai margini dell'Impero americano, ma si rende conto che a Roma il suo ambasciatore, preso dai salotti romani, non capisce che l'Italia sta per implodere e dà una mano a Di Pietro: assieme organizzano il viaggio al Dipartimento di Stato».
DIPIETRO GIOVANEDIPIETRO GIOVANE
Ma alla fine del 1992 cambia l'amministrazione Usa: perché la Casa Bianca, secondo lei, decide di "sedare" Mani pulite?
«Anzitutto perché non siamo in Libano e il cambiamento deve avvenire per via legalitaria. In Italia c'è una complicazione in più: la mafia italiana, che gli americani conoscono e sanno utilizzare meglio di noi, rischia di saldarsi alle mafie dell'Est. In quei mesi, con un sistema politico sequestrato dalla magistratura, aumentano i rischi per gli interessi americani e dunque il nuovo ambasciatore, non più avvezzo come il precedente alle terrazze, avoca a sé il controllo: dal cortile milanese, si torna a Roma, si torna a ragionare in termini di interessi strategici».
Rino FormicaRino Formica

Perché punta su Berlusconi, Fini e D'Alema?

«Quando un impero non può scegliersi un alleato forte, preferisce alleati impediti e in qualche modo ricattabili: ecco perché vengono scelti gli eredi di due sistemi politici totalitari e un imprenditore "compromesso" col precedente sistema. A D'Alema gli americani affiancano il più grande dei persuasori occulti, Francesco Cossiga».
Sarà stato pure un investimento, ma i tre erano adulti e vaccinati, non pensa?
«E il bombardamento su Belgrado, voluto da Clinton e promosso dal governo D'Alema? E la kippah ebraica sulla testa di Fini?».
dalema berlusconidalema berlusconi
Perché, a dispetto degli Usa, Mani Pulite non si spegne subito?
«Per vischiosità l'indagine continua ma non ha più una funzione dirigente, di riordino del sistema: Borrelli attende la "grande chiamata" ma non diventa presidente della Repubblica; Colombo, il guardiano del tempio, non diventa Guardasigilli; D'Ambrosio, la persona più perbene, cerca di tutelare il tutelabile. E quanto a Di Pietro, per anni ha fatto credere di avere carte su tutti, ma il suo potere si è via via affievolito, man mano che sono andati in prescrizione i reati di cui minacciava di rivelare l'esistenza».
GHERARDO COLOMBO ANTONIO DI PIETRO PIERCAMILLO DAVIGO jpegGHERARDO COLOMBO ANTONIO DI PIETRO PIERCAMILLO DAVIGO jpeg
Ci sono aspetti della presenza americana che un ex ambasciatore non può rivelare?
«Certo. Assieme alla sovranità politica limitata, in quegli anni si riduce drasticamente la presenza pubblica nell'economia, si privatizza, partiti e sindacati perdono potere. E ancora: tra il 1992 e il 1993 l'Fbi ritiene che la Cia, dopo il crollo del Muro, non abbia più punti di riferimento e in questo quadro si punta a ridurre non solo la sovranità politica ma anche l'autonomia giudiziaria, come Maurizio Molinari ha già scritto in un suo libro. Il capo dell'Fbi arriva a Roma, incontra i ministri dell'Interno e della Giustizia e senza che ne sappia nulla neppure il sottoscritto, al tempo ero ministro, viene deciso che la polizia americana si "affianca" a quella italiana nelle indagini sulla morte di Falcone. In questi giorni si parla di trattativa con la mafia: ma partecipò anche l'Fbi?».
Gerardo D'AmbrosioGerardo D'Ambrosio BOBO CRAXI RINO FORMICABOBO CRAXI RINO FORMICA

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-lintervista-col-morto-a-bartholomew-scatena-i-socialisti-epurati-da-di-pietro2-de-43307.htm

giovedì 30 agosto 2012

FERMI TUTTI! IN UN’INTERVISTA A ‘LA STAMPA’ RILASCIATA IL MESE SCORSO L’EX AMBASCIATORE USA IN ITALIA, REGINALD BARTHOLOMEW (MORTO DOMENICA A 76 ANNI) RICOSTRUISCE I RAPPORTI TRA ROMA E WASHINGTON AI TEMPI DELL’INCHIESTA MANI PULITE - 2- UNA BOMBA DOPO L’ALTRA SU MANI PULITE! “QUALCOSA NON QUADRAVA NEL RAPPORTO TRA IL CONSOLATO USA DI MILANO E IL POOL MANI PULITE. CON ME TUTTO QUESTO CESSÒ. NELL’INTENTO DI COMBATTERE LA CORRUZIONE I MAGISTRATI DI MILANO VIOLAVANO SISTEMATICAMENTE I DIRITTI DI DIFESA DEGLI IMPUTATI IN MODO INACCETTABILE PER UNA DEMOCRAZIA. LA CLASSE POLITICA SI STAVA SGRETOLANDO PONENDO RISCHI PER LA STABILITÀ DI UN NOSTRO ALLEATO STRATEGICO NEL BEL MEZZO DEL MEDITERRANEO” - 3- “L’AVVISO DI GARANZIA A BERLUSCONI? SI TRATTÒ DI UN’OFFESA AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI CLINTON, PERCHÉ ERA AL VERTICE E IL POOL DI MANI PULITE AVEVA DECISO DI SFRUTTARLO PER AUMENTARE L’IMPATTO DELLA SUA INIZIATIVA GIUDIZIARIA CONTRO BERLUSCONI” - 4- SETTE IMPORTANTI MAGISTRATI ITALIANI INCONTRARONO IL GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA -

SCAMPÒ AD UN ATTENTATO. AVEVA 76 ANNI ADDIO AL DIPLOMATICO REGINALD BARTHOLOMEWraf12 reginald bartholomew enrico mentanaraf12 reginald bartholomew enrico mentana
L'ex ambasciatore statunitense a Roma Reginald Bartholomew è morto domenica scorsa in un ospedale di New York. Aveva 76 anni ed era malato di tumore. Ne ha dato notizia, stando a quanto riferisce il Washington Post che pubblica un necrologio in ricordo del diplomatico, la moglie Rose-Anne. Nato nel 1936 a Portland, nel Maine, nella sua lunga carriera Bartholomew è stato tra l'altro ambasciatore in Italia dal 1993 al 1997 durante la presidenza a stelle e strisce di Bill Clinton.
È rimasto poi a lungo nel nostro Paese come dirigente della banca d'investimento americana Merrill Lynch. Prima di arrivare nel nostro Paese, è stato anche ambasciatore in Libano, tra il 1983 e il 1986. Un gran lavoro nella nazione mediorientale. Il 23 ottobre del 1983, il giorno prima dell'arrivo di Bartholomew nella sede diplomatica di Beirut, un attentato dinamitardo di estremisti sciiti aveva fatto saltare le installazioni militari Usa e francesi a Beirut. Morirono 241 marines e 58 parà francesi. Ma l'ex ambasciatore americano in Italia sopravvisse lui stesso ad un attentato durante gli anni della guerra civile. Dopodiché fu trasferito in Spagna. A Madrid è rimasto dal 1986 al 1989. Oltre alla moglie, Bartholomew lascia quattro figli.
Maurizio Molinari per "La Stampa"
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Il mese scorso ho incontrato a New York l'ex ambasciatore Reginald Bartholomew che, dopo avermi detto di aver visto il mio libro «Governo Ombra», sull'Italia del 1978 descritta dai documenti del Dipartimento di Stato, mi ha chiesto se avevo voglia di parlare con lui dei suoi anni alla guida dell'ambasciata di Roma, cosa che non aveva mai fatto. «Non ho diari, ho solo la mia mente per ricordare» osservò. Ci vedemmo a cena da «Felidia» a Manhattan e Bartholomew incominciò subito a raccontarmi di Tangentopoli e del terremoto politico-giudiziario che trovò al suo arrivo in Italia. Era già molto malato, anche se non ne fece parola, e aveva urgenza di lasciare una testimonianza. Raccolsi il suo racconto che lui ha avuto modo di rivedere trascritto con l'intenzione di usarlo come base per una nuova inchiesta sul rapporto tra Italia e Stati Uniti e sull'approccio americano al team «Mani Pulite».
Massimo D'AlemaMassimo D'Alema
Da quel momento ho cominciato a cercare i documenti dell'epoca e i protagonisti ancora in vita. Primo tra tutti l'ex Console generale Usa a Milano Peter Semler, a cui Bartholomew attribuiva un ruolo chiave nell'iniziale sostegno americano all'inchiesta di Antonio Di Pietro. Quando ho saputo dell'improvvisa morte del 76enne Bartholomew, avvenuta domenica all'ospedale Sloan-Kettering di New York a causa di un tumore, ho pensato che fosse giusto pubblicare quanto finora raccolto. A cominciare da questa prima puntata che contiene appunto la testimonianza di Bartholomew, un diplomatico raffinato e colto, convinto che il passaggio alla Seconda Repubblica dovesse essere opera di una nuova classe politica a cui aprì le porte dell'Ambasciata e non solo opera dei magistrati. Ecco il suo racconto.
Gianni Letta e Silvio BerlusconiGianni Letta e Silvio Berlusconi

Completo blu, camicia bianca e cravatta rossa, Reginald Bartholomew arriva puntuale all'appuntamento nell'Upper East Side fissato per ricordare il periodo, dal 1993 al 1997, che lo vide guidare l'ambasciata americana a Roma. «L'Italia politica era in fase di disfacimento, il sistema stava implodendo a causa di Tangentopoli iniziata l'anno precedente ed io mi trovai catapultato dentro tutto questo quasi per caso», esordisce. In effetti Bartholomew, ex sottosegretario di Stato agli Armamenti, ex ambasciatore a Beirut e a Madrid, era ambasciatore presso la Nato.
SILVIO BERLUSCONI GIANNI LETTASILVIO BERLUSCONI GIANNI LETTA
«Lo aveva deciso Bush padre prima di lasciare la Casa Bianca, poi quando arrivò Bill Clinton decise di farmi inviato in Bosnia e stava pensando di nominarmi ambasciatore in Israele». Ma in una delle prime riunioni sulla politica estera tenute da Bill Clinton nello Studio Ovale, con solo sette stretti consiglieri presenti, l'Italia spunta nell'agenda.
Siamo all'inizio del 1993, Clinton sta incominciando la presidenza, l'Italia appare in decomposizione e «uno dei sette fece il mio nome al presidente», osservando che in una fase di tale delicatezza a Roma sarebbe servito un veterano del Foreign Service. Clinton assentì, rompendo con la tradizione di mandare in Via Veneto un ambasciatore politico scelto fra i maggiori finanziatori elettorali, e Bartholomew venne così catapultato nell'Italia del precario governo di Giuliano Amato sostenuto dagli esangui Dc, Psi, Psdi e Pli, con Oscar Luigi Scalfaro arrivato al Quirinale sulla scia della strage di Capaci, il Pds di Achille Occhetto in ascesa e Silvio Berlusconi impegnato a progettare la discesa in campo.
ANTONIO DI PIETRO LEADER DELL'ITALIA DEI VALORIANTONIO DI PIETRO LEADER DELL'ITALIA DEI VALORI
«Ma soprattutto quella era la stagione di Mani Pulite - dice Bartholomew -, un pool di magistrati di Milano che nell'intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l'Italia, a cui ogni americano si sente legato». Indagini giudiziarie, arresti di politici «presero subito il sopravvento sul resto del lavoro, perché la classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo», ed è in questa cornice che Bartholomew si accorge che qualcosa nel Consolato a Milano «non quadrava».
Se fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato di Milano di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite, «d'ora in avanti tutto ciò con me cessò», riportando le decisioni in Via Veneto.
2 mani pulite2 mani pulite
Fra le iniziative che Bartholomew prese ci fu «quella di far venire a Villa Taverna il giudice della Corte Suprema Antonino Scalia, sfruttando una sua visita in Italia, per fargli incontrare sette importanti giudici italiani e spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti di difesa da parte di Mani Pulite». Bartholomew non fa i nomi dei giudici italiani presenti a quell'incontro nella residenza romana, ma ricorda bene che «nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite con la detenzione preventiva violava i diritti basilari degli imputati», andando contro «i principi cardine del diritto anglosassone».
Vincino su magistrati contro Mani PuliteVincino su magistrati contro Mani Pulite
Pochi mesi più tardi, nel luglio del 1994, il presidente Clinton arriva in Italia per partecipare al summit del G7 che il governo del neopremier Silvio Berlusconi ospita a Napoli. In coincidenza con i lavori, Mani Pulite recapita al presidente del Consiglio un avviso di garanzia e la reazione di Bartholomew è molto aspra. «Si trattò di un'offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l'impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi», sottolinea l'ex ambasciatore, aggiungendo: «gliela feci pagare a Mani Pulite».
pool mani pulitepool mani pulite
Nulla da sorprendersi se in tale clima l'ambasciatore Usa all'epoca non ebbe incontri con i giudici del pool, «neanche con Antonio Di Pietro», mentre si dedicò a fondo a tessere i rapporti con le forze politiche emergenti. «I leader della Dc un giorno mi vennero a trovare, fu un incontro molto triste, sembrava quasi un funerale, era la conferma che bisognava guardare in avanti». Con il Pds, attraverso Massimo D'Alema, si sviluppò «un rapporto che sarebbe durato nel tempo». «D'Alema mi chiamò al telefono, gli dissi di venirmi a trovare e lui, dopo
una certa sorpresa, accettò rammenta Bartholomew -; quando lo vidi gli dissi con franchezza che il Muro di Berlino era crollato, quanto avevano fatto e pensato i comunisti in passato non mi interessava, mentre ciò che contava era la futura direzione di marcia, se cioè volevano essere nostri alleati così come noi volevamo continuare a esserlo dell'Italia».
GERARDO DAMBROSIO CI PENSAGERARDO DAMBROSIO CI PENSA
Ne nacque «un rapporto solido, continuato in futuro» con il Pds, «mentre con Romano Prodi fu tutto complicato dal fatto che, quando diventò premier nel 1996 del primo governo di centrosinistra della Repubblica, voleva a tutti i costi andare al più presto da Clinton, ma la Casa Bianca in quel momento aveva un altro calendario, e Prodi se la prese con me». Per tentare di riconquistare il rapporto personale con il premier «dovetti andare una domenica a Bologna, farmi trovare nel suo ristorante preferito e allora finalmente mi parlò, ci spiegammo».
FESTA BILL CLINTONFESTA BILL CLINTON
L'apertura al Pds coincise con quella a Gianfranco Fini, che guidava l'Msi precedente alla svolta di Fiuggi. «Con entrambi l'approccio fu il medesimo, si trattava di aprire una nuova stagione dice Bartholomew -, ed ebbi lo stesso approccio, guardando avanti e non indietro, anche se devo ammettere che nei salotti romani il mio dialogo con Fini piaceva assai meno di quello con D'Alema». L'altro leader che Bartholomew ricorda è Berlusconi. «La prima volta che ci vedemmo lo aspettavo all'ambasciata da solo, mi presentò assieme a Gianni Letta, voleva il mio imprimatur per la sua entrata in politica e gli risposi che toccava a lui decidere se essere "King" o "Kingmaker"», ma l'osservazione colse in contropiede Berlusconi, «che diede l'impressione di non sapere cosa significasse "Kingmaker" e dopo essersi consultato con Letta mi rispose "Kingmaker? Noooo"».

Dall'incontro, avvenuto poco prima dell'entrata in politica di Berlusconi nel 1994, Bartholomew trasse comunque l'impressione che si trattava di una candidatura molto seria «e nei mesi seguenti, girando l'Italia, mi accorsi che aveva largo seguito, sebbene personaggi come Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, mi obiettavano che non potevo capire molto di politica italiana essendo arrivato solo da pochi mesi».
A conti fatti, guardando indietro a quella fase storica, Bartholomew rivendica il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l'Italia, dirottato dal legame troppo stretto fra il Consolato di Milano e Mani Pulite, identificando in D'Alema e Berlusconi due leader che negli anni seguenti si sarebbero rivelati in più occasioni molto importanti per la tutela degli interessi americani nello scacchiere del Mediterraneo.
ROMNEY-BUSH SENIORROMNEY-BUSH SENIOR
DA MARIO CHIESA AI SUICIDI CLAMOROSI
Febbraio '92 L'arresto di Chiesa
Mario Chiesa, 47 anni, ingegnere socialista, presidente del Pio Albergo Trivulzio, viene arrestato a Milano. È il 17 febbraio 1992. I carabinieri lo sorprendono alle 17.30 nel suo ufficio subito dopo aver intascato una mazzetta di sette milioni di lire da Luca Magni, proprietario di una piccola azienda di pulizie. Inizia così Tangentopoli, la maxi inchiesta che segna lo spartiacque tra la Prima e la Seconda repubblica.
Dicembre '92 Craxi, avviso di garanzia
Il 15 dicembre 1992 arriva il primo avviso di garanzia al segretario del Psi Bettino Craxi per corruzione, ricettazione e violazione del finanziamento pubblico ai partiti. Due giorni dopo parla di «aggressione personale» e resta alla guida del partito socialista. Ad agosto, Craxi attaccò Di Pietro sull'Avanti!, organo del suo partito: «Non è tutto oro quello che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt'altro che l'eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani Pulite. Mentre, dopo l'arresto di Chiesa, Craxi parlò di un «mariuolo isolato».
Dicembre '92 Il discorso di Scalfaro
SBADIGLIO DI GIANFRANCO FINI jpegSBADIGLIO DI GIANFRANCO FINI jpeg
Nel suo primo messaggio di Capodanno, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro invita i giudici del pool milanese di «Mani pulite» a continuare nelle indagini contro lo scandalo della politica, i partiti a rinnovarsi, il Parlamento a fare le riforme e auspica «un nuovo Risorgimento».
Luglio '93 Il suicidio di Cagliari
Milano, 20 luglio 1993. Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, si toglie la vita a 67 anni nel carcere di San Vittore con un sacchetto di plastica. In cella dal 9 marzo per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. L'inchiesta sui fondi neri Eni.
ROMANO PRODIROMANO PRODI
Luglio '93 Gardini si toglie la vita
Un colpo di pistola in testa. L'imprenditore Raul Gardini, 60 anni, si suicida a Milano il 23 luglio 1993. Dopo le confessioni del manager Giuseppe Garofano, nel mirino dei giudici: rischiava un ordine di cattura per i buchi neri Montedison.


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L’AFFARE S’INGROSSA! “DI PIETRO MI PREANNUNCIÒ L’INCHIESTA SU CRAXI E LA DC” - 2- DOPO L’INTERVISTA COL MORTO (L’EX AMBASCIATORE USA BARTHOLOMEW), MOLINARI DE “LA STAMPA” SCOVA L’ANCORA VIVENTE EX CONSOLE AMERICANO A MILANO PETER SEMLER - 2- PER QUALE MOTIVO IL MAGISTRATO ANTONIO DI PIETRO CHIESE UN INCONTRO CON IL CONSOLE AMERICANO QUALCHE MESE PRIMA DELL’ARRESTO DI CHIESA, CONFINDANDO A SEMLER CHE LE INDAGINI AVREBBERO RAGGIUNTO BETTINO CRAXI E LA DC DI ANDREOTTI? - 3- DI PIU’: PERCHE’ ACCETTO’ L’INVITO A WASHINGTON DEL DIPARTIMENTO DI STATO (E CIA)? - 4- IL CONSOLE: “ERO SPESSO IN CONTATTO CON IL PM MOLISANO. AVEVA BEN CHIARO DOVE LE INDAGINI AVREBBERO PORTATO. ERA UN PERSONAGGIO APERTO, STRAORDINARIO LUI CAMBIÒ L’ITALIA. A MILANO MI RESI CONTO PRESTO CHE CI SAREBBE STATA UN’ESPLOSIONE” - 5- “IL MIO RUOLO? DIRE ALL’AMBASCIATORE A ROMA SECCHIA COSA FACEVA IL PM MOLISANO” -

Maurizio Molinari per La Stampa
Antonio Di Pietro magistratoAntonio Di Pietro magistrato Alcuni mesi prima di Tangentopoli Antonio Di Pietro anticipò al console generale americano a Milano che l'inchiesta avrebbe portato a degli arresti e che le indagini erano destinate a coinvolgere Bettino Craxi e la Dc. A ricordarlo è proprio Peter Semler, durante un incontro nella sua tranquilla casa agli Hamptons dove trascorre l'estate fra spartiti di musica russa sul pianoforte, fiori ben curati nel patio e la tv accesa sul canale del golf.
Antonio Di Pietro magistratoAntonio Di Pietro magistrato L'ex console, 80 anni, ha il fisico asciutto, la voce mite e grande premura nel ricordare gli anni passati in Italia, iniziati quando nel 1983 arrivò a Roma come consigliere militare-politico, gestendol'arrivo dei missili Cruise a Comiso e disinnescando nel 1986 la crisi Usa-Italia seguita dall'attacco di Reagan contro la Libia di Gheddafi. Ma, trascorsi venti anni dall'inizio di Tangentopoli, ritiene soprattutto giunto il momento di ricordare come visse, dal suo osservatorio, quella stagione che portò alla fine alla Prima Repubblica.
Antonio Di Pietro magistratoAntonio Di Pietro magistrato Quando arrivò a Milano?
«Nell'estate del 1990. Era agosto e non c'era nessuno, tutto sembrava normale con i soliti Giulio Andreotti e Francesco Cossiga che decidevano ogni cosa a Roma. C'era anche Craxi, il figlio Bobo fu una delle prime persone che vidi».
Che approccio ebbe alla politica milanese?
«Giuseppe Bagioli, un dipendente italiano al Consolato, era il mio consigliere politico a Milano, viveva di politica interna, sapeva tutto di tutti. Una vera enciclopedia vivente, mi fu di aiuto straordinario. Una delle prima persone che mi portò fu il figlio di Craxi, poi vidi quelli della Lega e quindi i comunisti. Volevamo parlare con tutti e così facemmo. Mi resi conto che vi sarebbe stata un'esplosione, come poi avvenne. La Lega nel Nord aveva il centro a Milano, e poi qualcosa in Veneto».
IL CONSOLE Peter SemlerIL CONSOLE Peter Semler Come ricorda i leghisti?
«Avere a che fare con loro era tutt'altra cosa rispetto a Roma: arrivavano puntuali ai pranzi e poi tornavano subito a lavorare. Borgioli mi fece parlare con gente che esprimeva scontento verso Roma, ma quando andai a dirlo all'ambasciatore a Roma Peter Secchia mi disse: "Che vai dicendo? Ieri ho visto Cossiga e Andreotti, è tutto ok, governa sempre la stessa gente". Io rispondevo che i cambiamenti sarebbero stati grandi ma era parlare al vento».
ANTONIO DI PIETRO INTERROGA BETTINO CRAXI DURANTE UN'UDIENZA DEL PROCESSO ENIMONTANTONIO DI PIETRO INTERROGA BETTINO CRAXI DURANTE UN'UDIENZA DEL PROCESSO ENIMONT Da dove nasceva il contrasto di interpretazioni con l'ambasciata Usa a Roma?
«All'ambasciata a Roma c'era all'epoca Daniel Serwer, che sosteneva la tesi che nulla sarebbe mai cambiato in Italia. Ad un incontro a Roma a cui parteciparono tutti i nostri generali, della forze del Mediterraneo, mi dissero che non avevo capito niente».
Perchéeracosìconvintodiavereragione?
«Per quello che sentivo a Milano. Ricordo che un primo gennaio ebbi un pranzo con due leader della Lega e quello che mi colpì di più era un ex poliziotto, ex militare. Giocammo al golf club di Milano e mi dissero: "Cambierà tutto". Ma a Roma Secchia continuava a dirmi: "Basta perdere tempo con queste storie"».
Bettino Craxi e Giovanni MinoliBettino Craxi e Giovanni Minoli Conobbe Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero?
«Parlai con Di Pietro, lo incontrai nel suo ufficio, mi disse su cosa stava lavorando prima che l'inchiesta sulla corruzione divenisse cosa pubblica. Mi disse che vi sarebbero stati degli arresti».
Quando avvenne il colloquio?
«Incontrai Di Pietro prima dell'inizio delle indagini, fu lui che mi cercò attraverso Bagioli. Ci vedemmo alla fine del 1991, credo in novembre, mi preannunciò l'arresto di Mario Chiesa e mi disse che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc».
Stiamo parlando di circa quattro mesi prima dell'arresto di Mario Chiesa, avvenuto il 17 febbraio del 1992...
andreotti giulioandreotti giulio «Di Pietro aveva ben chiaro dove le indagini avrebbero portato. Da Di Pietro, da altri giudici e dal cardinale di Milano seppi che qualcosa covava sotto la cenere. Eravamo informati molto bene. Di Pietro mi preannunciò gli arresti ma per me non era chiaro cosa sarebbe avvenuto».
Che rapporti aveva con il pool di Mani Pulite?
«Incontrai più giudici di Milano, c'era un rapporto di amicizia con loro ma non cercavo di conoscere segreti legali. Erano miei amici, ci vedevamo in luoghi diversi».
Con Di Pietro c'era un'intesa più forte?
«Di Pietro mi piacque molto, poi fece il viaggio negli Stati Uniti organizzato dal Dipartimento di Stato. Ero spesso in contatto con lui. Ci vedevamo».
Cosa pensava delle indagini?
«Ero in favore di ciò che Di Pietro faceva ma era una materia legale assai complessa. Il mio ruolo era di dire a Secchia cosa faceva Di Pietro».
Come si comportava Di Pietro negli incontri con lei?
pool mani pulitepool mani pulite «Di Pietro con me era sempre aperto, ogni volta che chiedevo di vederlo lui accettava, veniva anche al Consolato».
Cosa la colpì di lui?
«Borgioli mi disse che Di Pietro sapeva usare il computer, a differenza di gran parte degli italiani. Di Pietro era un personaggio straordinario, cambiò l'Italia».
Come nacque la visita negli Stati Uniti?
«Sono stato io a suggerire all'ambasciata a Roma di invitarlo, poi fu il Dipartimento di Stato a organizzargli il viaggio. Avvenne dopo l'inizio delle indagini».
ANDREOTTI-COSSIGAANDREOTTI-COSSIGA Chi incontrò DiPietro durante la visita?
Arrivai nel capoluogo lombardo nell'estate del 1990. Tutto sembrava normale con i soliti Andreotti e Cossiga che decidevano ogni cosa a Roma C'era anche Craxi, il figlio Bobo fu una delle prime persone che vidi
«Gli fecero vedere molta gente, a Washington e New York».
Come reagirono i comandi militari Usa a Tangentopoli?
«I militari davanti a Tangentopoli non si interessavano troppo alla politica, volevano solo essere sicuri che avrebbero potuto continuare a muovere liberamente le loro truppe e navi. E che le armi nucleari fossero al sicuro».
Come ricorda l'atmosfera di Milano in quel 1992?
Peter SecchiaPeter Secchia «A Milano il cambiamento era nell'aria. Conoscevo molte persone. Ricordo Pirelli e c'era un industriale importante, di origine siciliana, basso, con il cognome di quattro lettere che mi diceva le cose. Mario Monti all'epoca guidava la Bocconi, andavamo a cena assieme e gli procuravo oratori americani. Berlusconi non lo conoscevo bene, una volta ebbi con lui un pranzo assai lungo, Peter Secchia aveva in genere bisogno di 45 minuti per raccontarsi, scoprì che c'era qualcuno capace di parlare assai di più».
Terminata la conversazione Semler ci accompagna verso l'uscita dimostrandosi ancora un attento osservatore dei fatti politici italiani. E passando vicino al pianoforte osserva: «Continuo a suonarlo perché è stata mia madre a insegnarmelo».

 

MORTO CHE PARLA - L’INTERVISTA POSTUMA DI BARTHOLOMEW SULL’“ETERODIREZIONE USA” DI MANI PULITE SCATENA TRAVAGLIO: “MOLINARI ANNUNCIA ALTRE PUNTATE CON NUOVE MIRABOLANTI RIVELAZIONI. DI PIETRO PEDOFILO E I PM CANNIBALI. L’HA DETTO IL MORTO” - GERARDO D’AMBROSIO: “NIENTE USA, TANGENTOPOLI INIZIò CON L’ARRESTO DI MARIO CHIESA. MA IO ERO CONTRARIO A INVIARE L’AVVISO A BERLUSCONI DURANTE IL VERTICE DI NAPOLI CON CLINTON”…

- INTERVISTA COL MORTO
Marco Travaglio per "
il Fatto Quotidiano"6m42 reginald bartholomew6m42 reginald bartholomew
Le prossime elezioni rischiano di costare la pelle non solo ai grandi partiti, ma anche agli editori e ai prenditori che ingrassano alle loro spalle. Dunque prepariamoci a dosi quotidiane di olio di ricino (quando B. era il nemico, qualcuno avrebbe detto "metodo Boffo") per i nemici della strana maggioranza Pdl-Udc-Pd, che poi tanto strana non è: Di Pietro, Grillo, alcuni pm che insidiano il nuovo regime tripartito, già bollati di "fascisti" e "populisti", diverranno prossimamente nazisti, poi magari pedofili.
MARCO TRAVAGLIOMARCO TRAVAGLIO
Nessun mezzo o mezzuccio verrà risparmiato. L'antipasto lo fornisce La Stampa, che inaugura contro Di Pietro un nuovo genere giornalistico: l'intervista col morto. Il trapassato di turno è l'ex ambasciatore Usa in Italia Reginald Bartholomew, deceduto domenica. Ieri, a cadavere caldo, Maurizio Molinari ha pubblicato parte di un colloquio avuto con lui "il mese scorso" in un ristorante di Manhattan. Così il defunto non può smentire, né essere querelato. Titolo in prima: "Rivelazione: ‘Così fermai lo strano flirt fra l'America e Di Pietro'". Dunque nel '93 (quando Bartholomew divenne ambasciatore a Roma) Di Pietro aveva uno "strano flirt con l'America".
Senonché nell'articolo Di Pietro è nominato una sola volta, e per dire che l'ambasciatore non incontrò né lui né alcun pm di Mani Pulite. Di chi e di quale flirt stiamo parlando? "Bartholomew si accorge che qualcosa nel Consolato a Milano ‘non quadrava'". Cosa? Mistero. Bartholomew aveva una tal "urgenza di lasciare una testimonianza" a Molinari che non gliel'ha detto. "Se - scrive Molinari - fino ad allora il predecessore Secchia aveva consentito al Consolato di Milano di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite, ‘d'ora in avanti tutto ciò con me cessò', riportando le decisioni in Via Veneto". "Tutto ciò" cosa? Quali "decisioni"?
GERARDO DAMBROSIO CI PENSAGERARDO DAMBROSIO CI PENSA
Mistero: il pover'uomo è spirato fra le braccia del cronista con le risposte sulla punta della lingua. Le sue uniche affermazioni su Mani Pulite (mai su Di Pietro) sono suoi personalissimi giudizi sul pool che "violava sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l'Italia, a cui ogni americano si sente legato". Ma guarda un po': il cuoricino candido dell'ambasciatore di un paese che ha ancora la pena di morte sanguinava per quei poveri tangentari arrestati.
Così convocò "il giudice Scalia della Corte Suprema per fargli incontrare sette importanti giudici italiani (quali ovviamente non lo dice, così nessuno può smentire, ndr) e spingerli a confrontarsi sulla violazione dei diritti di difesa da parte di Mani Pulite" alla luce del "diritto anglosassone".
Infatti negli Usa i processi per i "felony" (i nostri delitti) partono con l'arresto automatico dell'imputato che poi, se ha i soldi, esce su cauzione. Nei due anni di Mani Pulite invece, su 5mila indagati, solo 900 furono arrestati. Non dai pm, come vaneggiano Bartholomew e Molinari, ma da un gip, di solito confermato da 3 giudici di Riesame e 5 di Cassazione, a riprova del fatto che non vi furono abusi.
ANTONIN SCALIAANTONIN SCALIA
Ultima rivelazione: "Nel luglio '94 il presidente Clinton arriva in Italia al G7 che il governo Berlusconi ospita a Napoli" e proprio in quel mentre "Mani Pulite recapita al premier un avviso di garanzia. La reazione di Bartholomew è molto aspra: ‘Si trattò di un'offesa al presidente Usa perché era al vertice e il pool Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l'impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi".
Però, che notiziona. C'è solo un piccolo dettaglio, sfuggito all'anziano infermo e anche all'informatissimo intervistatore: il primo "avviso di garanzia" (che poi era un invito a comparire), fu recapitato a B. non nel luglio '94 durante il G7 di Napoli, ma il 21 novembre durante un incontro internazionale anti-crimine, dove non c'era ombra di Clinton. Ora però Molinari annuncia altre "puntate" con nuove mirabolanti "rivelazioni". Nella prossima, Di Pietro pedofilo e i pm cannibali. L'ha detto il morto.

2- ORA SI INVENTANO IL COMPLOTTO USA DIETRO MANI PULITE
Eduardo Di Blasi e Silvia Truzzi per "il Fatto Quotidiano"

Reginald Bartholomew, ambasciatore Usa a Roma dal 1993 al 1997 è morto due giorni fa. Maurizio Molinari, corrispondente da New York della Stampa, ne ha tratto occasione per pubblicare ieri un lungo articolo sui rapporti tra Roma e Washington a cavallo tra la fine della Prima e l'inizio della Seconda Repubblica. È un'intervista "vecchia", fatta il mese prima, sulla scorta della propria memoria: "Non ho diari - premette il diplomatico - ho solo la mia mente per ricordare".
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Affidandosi a questa, il 76enne Bartholomew racconta l'alba del proprio ingresso a Roma: "Il sistema stava implodendo a causa di Tangentopoli iniziata l'anno precedente e io mi trovai catapultato dentro tutto questo quasi per caso". Era l'Italia del dopo Capaci. Al Colle sedeva Scalfaro e il governo Amato era retto da un'esangue maggioranza Dc, Psi, Pli e Psdi. Era l'Italia di Mani Pulite.
L'ambasciatore la ricorda così: "Un pool di magistrati di Milano che nell'intento di combattere la corruzione era andato ben oltre, violando i diritti di difesa degli imputati in modo inaccettabile in una democrazia come l'Italia, a cui ogni americano si sente legato". Il pericolo avvertito era il seguente: "La classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un alleato nel bel mezzo del Mediterraneo". Il Consolato di Milano, afferma l'ambasciatore, aveva rapporti con il pool milanese "che non quadravano".
LA COPPIA BERLUSCONI ACCOGLIE A ROMA LA COPPIA CLINTON - 1994LA COPPIA BERLUSCONI ACCOGLIE A ROMA LA COPPIA CLINTON - 1994
Se il suo predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato meneghino di gestire quel legame, afferma Bartholomew, "d'ora in avanti tutto ciò con me cessò". Il diplomatico fece anche arrivare a Villa Taverna, sede dell'ambasciata statunitense in Italia, il giudice della Corte Suprema Usa Antonio Scalia. Questi incontrò sette giudici italiani per "spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti di difesa da parte di Mani Pulite".
Nessuno di loro "obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite con la detenzione preventiva violava i diritti degli imputati". C'è di più. La ripetizione della favola dell'avviso di garanzia a Berlusconi al G7 presieduto da Clinton. Un falso storico: si trattava di un invito a comparire e fu recapitato all'allora premier il 21 novembre, 4 mesi dopo il summit internazionale.
Nella ricostruzione Bartholomew sostiene che "si trattò di un'offesa al presidente Usa, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l'impatto della sua iniziativa contro Berlusconi". Così prese la decisione: "Gliela feci pagare a Mani Pulite".
A vent'anni di distanza il capo di quella Procura, Saverio Borrelli, ribatte: "Non voglio polemizzare con un defunto, ma respingo quelle dichiarazioni perché non c'è nulla di fondato". Antonio Di Pietro parla di una cosa che non ha "né capo né piedi". Mentre Davigo e Colombo tacciono (qualcuno sta pensando di tutelarsi con azioni legali).
pool mani pulitepool mani pulite
Gerardo D'Ambrosio articola: "Come è iniziata Mani Pulite lo sanno tutti: con l'arresto e la confessione di Mario Chiesa. Mi sembrano fantasiose le tesi che raccontano influenze esterne alla Procura di Milano. Bartholomew e Peter Secchia non li ho mai conosciuti. Quanto alla presunta violazione dei diritti degli indagati, il mio principale compito era proprio sorvegliare che non venissero violati. Credo di essere stato uno dei magistrati più garantisti. Tra l'altro, una marea di persone si presentò spontaneamente a confessare.
Sull'avviso di garanzia a Berlusconi durante il vertice di Napoli contro la criminalità - chiude - posso dire che ero contrario a mandarlo in quel momento, perché avevo intuito che sarebbe stato deleterio per il pool. Lo feci presente, ma la maggioranza stabilì di non procrastinarlo perché si ritenne che un ritardo avrebbe comportato un inquinamento probatorio".