giovedì 17 maggio 2012
OBAMA RISCHIA DI ESSERE TRAVOLTO DAL “BUCO” (4 MILIARDI DI DOLLARI) DI JP MORGAN - IL CAPO DELLA BANCA E’ IL SUO AMICO JAMIE DIMON, OSPITE FISSO DELLA CASA BIANCA: “È UNA DELLE BANCHE MIGLIORI E IL SUO CAPO È UNO DEI BANCHIERI PIÙ IN GAMBA. NON CONOSCIAMO TUTTI I DETTAGLI. SI INDAGHERA', MA QUESTO E' IL MOTIVO PER CUI ABBIAMO APPROVATO UNA RIFORMA DI WALL STREET''- SOLO CHE LA RIFORMA, CHE ROMNEY VUOLE ABOLIRE DEL TUTTO, NON È BASTATA…
JP MORGAN: OBAMA, NECESSARIA UNA RIFORMA DI WALL STREET
(ASCA-AFP) - Le pesanti perdite di trading alla JPMorgan Chase & Co dimostrano la necessita' di una riforma di Wall Street. Lo stesso genere di errore in una banca meno stabile avrebbe potuto richiedere un intervento governativo. Lo ha detto il presidente americano Barack Obama ai microfoni di ''The View'', dell'emittente Abc, ribadendo quanto gia' dichiarato ieri dal portavoce dalla Casa Bianca, Jay Carney.
BARACK OBAMA
JAMIE DIMON DI JP MORGAN
''JP Morgan e' una delle banche meglio amministrate che ci siano. Jamie Dimon, il capo, e' uno dei banchieri piu' in gamba che abbiamo e hanno comunque perso 2 miliardi di dollari. Non conosciamo tutti i dettagli. Si indaghera', ma questo e' il motivo per cui abbiamo approvato una riforma di Wall Street'', ha detto Obama.
2- JP MORGAN, IL BUCO CRESCE SCONTRO OBAMA-ROMNEY - "I REPUBBLICANI OSTACOLANO LA RIFORMA DELLA FINANZA"
Paolo Mastrolilli per "La Stampa"
Il buco alla banca Jp Morgan si allarga da 2 a 4 miliardi di dollari e diventa un caso politico: la Casa Bianca cerca di sfruttarlo per rilanciare la regolamentazione del settore e criticare i repubblicani che la ostacolano. Ma è un terreno difficile per Obama, che aveva stretti rapporti col Ceo Jamie Dimon, e corre il rischio di essere rimproverato dagli elettori perché le sue riforme hanno mancato il bersaglio.
L'offensiva l'ha lanciata ieri il portavoce Jay Carney, che mentre accompagnava il presidente a New York ha detto: «Questo caso riafferma l'importanza di votare la riforma di Wall Street e applicarla». Si riferiva alla legge Dodd-Frank, che è stata approvata solo in parte dal Congresso, ritardando la "Volcker Rule", che vieterebbe alle banche di fare investimenti rischiosi con i propri capitali. «Come sapete - ha proseguito Carney - il presidente ha combattuto contro i repubblicani e i lobbisti di Wall Steet per far passare la riforma».
JAY CARNEY
JP MORGAN
Da quando è stata approvata, peraltro senza alcuni pezzi, repubblicani e lobbisti hanno speso svariati milioni per farla cancellare, e il candidato alla Casa Bianca del Gop, Mitt Romney, promette di fare esattamente questo. Il messaggio quindi è chiaro: se volete evitare altri disastri, a novembre rieleggete Obama. Altrimenti torneranno al potere le stesse persone che hanno provocato la crisi del 2008, con la loro finanza facile.
E' una strategia logica per la campagna del presidente, che non a caso ieri ha diffuso un nuovo spot televisivo in cui attacca Romney per le pratiche seguite quando guidava la compagnia di investimenti Bain, colpevole di aver ristrutturato o chiuso diverse aziende. Il problema, però, è che a causa di Jp Morgan Obama rischia che gli elettori gli rinfaccino due cose: primo, la sua riforma non è servita ad impedire che comportamenti irresponsabili come quello di Lehman si ripetessero; secondo, lui stesso è troppo vicino a Wall Street per riuscire davvero a regolarla.
Il primo punto è dimostrato dai fatti: è vero che la riforma è stata dimezzata dall'opposizione repubblicana, però il caso Jp Morgan ha provato che non basta. Il secondo, invece, si basa sul fatto che nessun pezzo grosso di Wall Street è andato in prigione, Obama corteggia ancora i banchieri per ricevere finanziamenti elettorali, e aveva un buon rapporto con Dimon, che fa parte della Fed di New York, si professa democratico, ed è stato alla Casa Bianca quindici volte dall'inizio del mandato. Ora Dimon rischia il posto e ieri si è dimessa Ina Drew, suo braccio destro per gli investimenti.
ROMNEY
WALL STREET
Carney ha difeso il presidente dalla prima accusa, dicendo che Jp Morgan ha perso i suoi soldi, e non ha potuto bruciare quelli dei clienti nelle operazioni sbagliate, proprio grazie alle riforme passate. Quanto alle relazioni pericolose con Wall Street, Obama adesso fatica a raccoglierne i finanziamenti elettorali, proprio perché i banchieri sono risentiti con lui a causa delle regole imposte. A cominciare da Dimon, che in un'intervista mercoledì si era definito ormai "barely democrat", democratico a malapena. Ma il giorno dopo è scoppiato lo scandalo, e quindi perderlo è diventato quasi un punto d'onore per il presidente.
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/obama-rischia-di-essere-travolto-dal-buco-4-miliardi-di-dollari-di-jp-morgan-38961.htm
BANCHE ALLA DERIVA(TI) - LA PIÙ GRANDE BANCA USA JP MORGAN, HA “SCOPERTO” UNA VORAGINE DI 2 MLD $ PER SPECULAZIONI SUI DEFAULT SWAPS - I 40 ISPETTORI DELLA FEDERAL RESERVE CHE LAVORANO NELLA SEDE DELLA BANCA NON HANNO VISTO NULLA - A CHE SERVONO LE GRANDI RIFORME DELLA FINANZA PROMESSE DA OBAMA, SE SIAMO GIÀ AL "REMAKE" DELLE SPECULAZIONI 2008 CHE TRAVOLSERO LEHMAN BROTHERS?...
Federico Rampini per "la Repubblica"
JPMORGAN CHASE
I banchieri sono tornati a colpire. Anche se hanno i toni più soft e la maschera suadente di Jamie Dimon, capo di JP Morgan, sono rimasti quelli del 2008. Impuniti, impenitenti, pericolosi come quattro anni fa quando scatenarono la grande crisi. Quella lezione non è servita a niente. Sulle due sponde dell´Atlantico, due disastri paralleli portano di nuovo le impronte digitali dei Signori della finanza.
Se la Spagna rischia il default, è perché le sue banche la stanno affondando. Madrid ha dovuto nazionalizzare in fretta e furia la terza banca del paese che stava fallendo (Bankia), ma l´intero settore creditizio traballa paurosamente sotto il peso di oltre 100 miliardi di crediti inesigibili legati alla bolla immobiliare. L´Europa e Angela Merkel continuano a infliggere al governo Rajoy dosi mortali di austerity che peggiorano la recessione e la disoccupazione, mentre il vero male sta altrove: nelle banche.
JAMIE DIMON
Qui a New York, l´establishment della finanza è recidivo, con gli stessi metodi e la stessa arroganza degli anni pre-crisi. La più grande banca americana, JP Morgan Chase, ha "scoperto" giovedì sera un buco di almeno 2 miliardi di dollari, che potrebbero diventare molti di più. La JP Morgan è un colosso dalle spalle robuste, e anche se il titolo è crollato del 9,3% nella seduta di venerdì, per il momento nessuno evoca la possibilità di un suo fallimento.
Tuttavia questa vicenda è allarmante per diverse ragioni. Anzitutto perché il suo chief executive Dimon si era costruito la reputazione del "banchiere più saggio di Wall Street", avendo attraversato lo tsunami del 2008-2009 con meno danni dei suoi colleghi e concorrenti; al punto che JP Morgan fu l´unico colosso del credito a non dover elemosinare aiuti dall´Amministrazione Obama. Seconda ragione dello sconcerto: l´improvvisa voragine di 2 miliardi è legata a complesse speculazioni sui credit default swaps (Cds).
ANGELA_MERKEL
I Cds sono titoli derivati che fungono da polizze assicurative e servono a proteggersi dall´eventualità di bancarotta di una società a cui il banchiere ha prestato soldi, oppure dalla quale ha comprato dei bond (obbligazioni). Gli stessi Cds però possono servire non a scopo precauzionale, bensì per la finalità opposta: una speculazione aggressiva di chi "scommette" sui fallimenti societari.
Una storia vecchia? Certo, stravecchia: fu attraverso titoli strutturati di questo tipo che la bolla dei mutui subprime nel 2008 travolse Lehman Brothers e rischiò di mandare in bancarotta la più grande compagnia assicurativa americana, Aig, se a salvare quest´ultima non fosse intervenuto il governo federale e quindi il contribuente americano.
ANGELA MERKEL
Terza ragione di allarme: a che servono le grandi riforme dei mercati finanziari, se siamo già al "remake" delle scorribande speculative del 2008? Del resto in questi quattro anni le "ricadute", o i comportamenti recidivi, sono già una bella lista: qui a Wall Street abbiamo avuto la bancarotta del fondo Mf Global travolto da puntate speculative sui bond dell´eurozona; a Londra un solo trader ha fatto perdere 2,3 miliardi di dollari alla banca svizzera Ubs.
WALL STREET
Tutto come prima? Sulla carta, dovrebbe essere impossibile. Soprattutto nel caso della JP Morgan, la quale in virtù delle sue dimensioni colossali è una "vigilata speciale" da parte delle authority di controllo americane. Sul serio. All´interno del quartier generale dove Dimon lavora al 48esimo piano, nell´imponente grattacielo sulla Park Avenue, sono "ospiti fissi" ben 40 ispettori della Federal Reserve Bank of New York, quella succursale della banca centrale che ha diretta competenza su Wall Street. Dunque la JP Morgan ha dei segugi "embedded", come si suol dire dei giornalisti che vengono inquadrati fra le truppe americane al fronte. Anche loro non hanno visto nulla?
E che dire della singola squadra d´investitori che nell´ufficio di Londra ha generato il "buco" di 2 miliardi? Uno di questi trader è già divenuto leggenda: Bruno Iksil detto "lo Squalo di Londra". Un profano potrebbe immaginarsi che sotto la direzione dello Squalo lavorino centinaia di esperti. Macché: il Chief Investment Office, come viene chiamato all´interno di JP Morgan quel dipartimento, è una minuscola entità. Ci lavorano poco più di una trentina di trader e analisti, su 270.000 dipendenti della banca. Il colmo è che la sua responsabilità istituzionale sarebbe "la copertura del rischio".
LEHMAN BROTHERS
Dovrebbe cioè analizzare l´insieme dei rischi che la banca sta correndo in un dato momento per effetto di tutte le sue attività globali, e poi proteggerla da incidenti prendendo delle posizioni compensatrici. Invece il Chief Investment Office sotto la guida dello Squalo, e sotto lo sguardo benevolo e incoraggiante di tutto il top management da New York, si è messo a giocare d´azzardo. Ha cominciato a piazzare sul mercato "titoli strutturati", composti con credit default swap su indici di varie società Usa (da McDonald´s a General Millas, Alcoa).
Quella che doveva essere l´unità di controllo dei rischi, ha cominciato ad assumersi dei rischi in proprio. E crescenti. Se all´epoca pre-crisi nel 2007 l´ufficio di Londra aveva in portafoglio meno di 80 miliardi di dollari di investimenti, l´anno scorso era salito a 356 miliardi. Il chief executive Dimon in persona, ha allargato a dismisura l´autorizzazione a guadagnare o perdere: lo Squalo di Londra aveva carta bianca da Park Avenue per guadagnare - o perdere - fino a 129 milioni ogni giorno. Una licenza di uccidere.
Di cui Iksil ha fatto uso ampiamente. Ma sempre con la perfetta consapevolezza dei suoi capi di New York. Questo è importante: non siamo di fronte a un caso di "trader-pirata" come quello che affondò la Société Générale. Dimon non ha potuto tentare di dissociarsi: tutti sapevano che lui sapeva. E non sarà il solo a pagare: secondo il Wall Street Journal nei prossimi giorni saranno almeno tre i dirigenti allontanati dalla banca, tra loro anche Ina Drew, responsabile del risk management nella divisione che ha registrato le perdite.
In Spagna i banchieri possono trascinare nel default un´intera nazione, scatenando l´effetto domino in tutta l´eurozona. Le banche italiane suscitano diffidenza al punto che la Goldman Sachs si è sbarazzata di quasi tutti i loro titoli per sostituirli con dei Bot. Ma anche in America il "buco" di JP Morgan ha ricadute a cerchi concentrici, che investono il sistema politico. Perché il "banchiere saggio" aveva capitalizzato la sua reputazione, usandola a Washington in modo spregiudicato.
È qui che bisogna cercare la risposta al quesito: perché i 40 ispettori della vigilanza "infiltrati" in permanenza negli uffici di Park Avenue non hanno impedito l´incidente? Perché non hanno l´autorità per farlo. I controllori della Federal Reserve hanno potuto solo «chiedere spiegazioni» a Dimon, il quale dall´inizio di aprile fino al 10 maggio ha sempre risposto: «Tranquilli, nessun problema, è tutto sotto controllo».
PAUL VOLCKER
E dove sono le nuove regole varate sotto l´Amministrazione Obama per impedire un "remake" del 2008? Qui si apre un altro giallo, di nuovo con Dimon nella parte del protagonista malefico. In teoria la grande riforma di Obama, che si chiama la legge Dodd-Frank dal nome dei due parlamentari firmatari, stabilisce un principio sano: le maxi-banche, quelle che sono «troppo grosse per fallire» (nel senso che un loro crac avrebbe conseguenze sistemiche e quindi lo Stato sarebbe costretto a salvarle coi soldi del contribuente) non possono più fare speculazione. Non coi capitali propri. Possono sempre agire da intermediari per i loro clienti, piazzare in Borsa i loro ordini, ma questo non comporta rischi per la banca stessa perché è l´investitore a guadagnare o perdere.
Dunque la regola del "too big to fail" (troppo grande per fallire) ha come corollario il divieto del "proprietary trading" (trading effettuato con mezzi propri). Quest´ultimo viene anche chiamato la Regola Volcker, perché a battersi strenuamente per questo limite è stato l´ex governatore della Fed Paul Volcker, lui sì un grande saggio della finanza. Ma da quando la Dodd-Frank è stata approvata, Dimon ha lavorato ai fianchi di Washington per svuotarla.
Poiché la legge Dodd-Frank definisce le linee generali, ma poi va riempita di contenuti attraverso regolamenti attuativi, per lo più di competenza delle authority, Dimon si è adoperato per "allargare" l´interpretazione fino a stravolgerla, vanificarla. Sfruttando proprio la sua fama di prudenza, e il fatto di essere il banchiere meno macchiato dalla crisi del 2008, Dimon ha distribuito milioni di dollari ai suoi lobbisti di Washington perché facessero pressione sui parlamentari. L´argomento forte, che Dimon ha ripetuto a una cena privata di pochi giorni fa: «Se ci impedite di fare investimenti a copertura del rischio, la nostra attività sarà penalizzata e i nostri bilanci ne soffriranno».
Dimon non ha esitato ad accusare di "incompetenza" un patriarca rispettato come Volcker. Ha trovato alleati in alcune zone dell´Amministrazione pubblica come il Dipartimento del Tesoro, pieno zeppo di ex banchieri di Wall Street. I suoi migliori alleati del partito repubblicano hanno letteralmente strangolato gli organi di vigilanza, negandogli fondi per il funzionamento.
Una memorabile battaglia della destra impedì la nomina di Elizabeth Warren, paladina dei risparmiatori, alla testa della nuova authority per i controllo sui prodotti finanziari. «Alla fine - commenta il senatore democratico Carl Levine - tutti quegli sforzi hanno allargato le maglie interpretative della legge, al punto che ci può passare in mezzo un Tir».
http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/banche-alla-derivati-la-pi-grande-banca-usa-jp-morgan-ha-scoperto-una-voragine-38924.htm
SE OGGI ATENE NON AVRÀ UN NUOVO GOVERNO, L´APOCALISSE EUROPEA È SERVITA - 2- IL RITORNO DELLA DRACMA COSTEREBBE 11MILA EURO ALL´ANNO PER OGNI EUROPEO - 3- IL PRIMO ATTO DEL POSSIBILE CALVARIO È GIÀ SCRITTO: UN FINE SETTIMANA, A MERCATI CHIUSI. POI IL CAOS. LA BANCA DI GRECIA CONVERTIRÀ DALLA SERA ALLA MATTINA DEPOSITI, CREDITI E DEBITI IN DRACME. LA NUOVA VALUTA ELLENICA SI SVALUTEREBBE FINO AL 70%. PER CONTENERE IL PANICO TRA I CITTADINI, BANCOMAT SIGILLATI - 4- VIA CRUCIS PER ITALIA E SPAGNA: SPREAD ALLE STELLE, BORSE CON CALI DEL 15% - 5- LA BCE: “L’USCITA DELLA GRECIA DALL’EURO NON SAREBBE UN EVENTO NECESSARIAMENTE DISASTROSO E FATALE, E PUR RAPPRESENTANDO UN COLPO ALLA FIDUCIA NELL´EUROZONA SAREBBE TECNICAMENTE GESTIBILE, SEBBENE TUTTI STIANO LAVORANDO PER EVITARLO” -
L'APOCALISSE PROSSIMA VENTURA
Ettore Livini per Repubblica
LA GRECIA AFFONDA
L´Europa si prepara ad alzare il sipario sulla madre di tutte le tragedie greche: l´addio di Atene all´euro. Il Partenone in crisi non trova la quadra per il nuovo governo e viaggia verso le elezioni-bis. E il vecchio continente allaccia le cinture di sicurezza in vista di un´Apocalisse finanziaria di cui tutti conoscono il copione ma nessuno è in grado di prevedere il finale. Unica certezza: il ritorno della dracma, se mai succederà, «non sarà indolore né per la Grecia né per la Ue», ha garantito Per Jansson, numero due della Banca di Svezia.
SALVATAGGIO GRECO
E tra corse agli sportelli, crac da brividi, dazi, effetto-contagio (occhio all´Italia) e disordini sociali potrebbe costare all´Europa "100 miliardi in un anno", come ha vaticinato il presidente del Fondo salva-Stati Klaus Regling.
IL PRIMO ATTO
Il primo atto del possibile Calvario è già scritto: un fine settimana, a mercati chiusi, Atene formalizzerà a Bruxelles la sua uscita dalla moneta unica. Poi sarà il caos. La Banca di Grecia convertirà dalla sera alla mattina depositi, crediti e debiti in dracme, agganciandoli al vecchio tasso di cambio con cui il Paese è entrato nell´euro nel 2002: 340,75 dracme per un euro.
GRECIA RISCHIO DEFAULT
Si tratta di un valore virtuale: alla riapertura dei listini, prevedono gli analisti, la nuova moneta ellenica si svaluterà del 40-70 per cento. Per evitare corse agli sportelli (i conti correnti domestici sono già calati da 240 a 165 miliardi in due anni), Atene sarà costretta a sigillare i bancomat, limitare i prelievi fisici allo sportello e imporre rigidi controlli ai movimenti di capitali oltrefrontiera.
IL PRESIDENTE PAPOULIAS ACCOGLIE SAMARAS
IL PIL GIU´ DEL 20%
L´addio all´euro costerà carissimo ai greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno. I redditi andrebbero a picco, l´inflazione rischia di balzare del 20 per cento. Il vantaggio di competitività garantito dal "tombolone" della dracma sarà bruciato subito.
TSIPRAS E SAMARAS
La Grecia - che a quel punto non avrebbe più accesso ai mercati - sarà costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate (tasse) senza potersi indebitare. E non potrà più contare né sui 130 miliardi di aiuti promessi dalla Trojka, nei sui 20,4 miliardi di fondi per lo sviluppo stanziati da Bruxelles.
Di più: i costi delle importazioni (43 miliardi tra petrolio e altri beni di prima necessità nel 2011) schizzerebbero alle stelle mettendo altra pressione sui conti pubblici. Un Armageddon che rischia di far passare il memorandum della Trojka per una passeggiata. Il colpo di grazia per una nazione in ginocchio, reduce da cinque anni di recessione che hanno bruciato un quinto della sua ricchezza nazionale e con la disoccupazione al 21,7 per cento.
TORNANO I DAZI
In questa tragedia greca, l´Europa non avrà solo il ruolo di spettatore. Il pedaggio a carico del Vecchio continente - che un minuto dopo il ritorno della dracma potrebbe imporre dazi alle merci elleniche - è salatissimo. L´effetto contagio, tanto per cominciare, si tradurrà in una Caporetto per i mercati e una via crucis per Italia e Spagna.
IL PREMIER GRECO PAPANDREU
VENERE DI MILO - GRECIA - DITO MEDIO - COPERTINA FOCUS
Gli spread, calcono gli algoritmi di Sungard, potrebbero salire del 20 per cento, le borse scendere del 15 per cento. Ma è solo l´antipasto. La Grecia - dove le banche saranno nazionalizzate - smetterà di pagare i debiti anche ai privati e così lo tsunami della dracma travolgerà diversi istituti di credito e molte imprese continentali. Una matassa inestricabile (anche legalmente), molto peggio di quella della Lehman che nel 2008 ha mandato in tilt il mondo.
I CALCOLI DI UBS
Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all´anno per l´addio all´euro di Atene. I tedeschi poco meno. Le cifre vanno aggiorante al rialzo: il debito di Atene a fine 2009 (301 miliardi) era tutto controllato da privati. Ora, grazie alla ristrutturazione, è sceso a 266 miliardi. E ben 194 sono in mano a paesi Ue, Bce e al Fondo Monetario. Se la Grecia non onorerà i suoi impegni come ha fatto l´Argentina, l´Apocalisse europea è belle e servita.
-
2- LA BCE: "NESSUNA CATASTROFE SE ATENE USCISSE DALL´EURO" - NUOVO GOVERNO, ULTIMA CHANCE - LE NUOVE ELEZIONI SI TERREBBERO GIÀ A GIUGNO, NEI SONDAGGI VOLA LA SINISTRA ESTREMA
Andrea Tarquini per La Repubblica
GRECIA SCONTRI DI PIAZZA JPEG
GRECIA SCONTRI DI PIAZZA JPEG
Per la Grecia è iniziato ormai il conto alla rovescia. Fallito fin qui ogni tentativo di formare un governo, il presidente Karolos Papoulias ha convocato per oggi il vertice dell´ultima istanza tra i capi dei partiti. E una dopo l´altra, molte delle voci più influenti nell´eurozona suggeriscono un´uscita possibile di Atene dalla moneta unica: sarebbe dolorosissimo per i greci ma perfettamente gestibile per chi resta nell´euro, hanno detto nello spazio di poche ore il membro del board della Bce Patrick Honohan, il commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble. Solo il presidente uscente dell´eurogruppo, il premier lussemburghese Juncker, chiede più pazienza, ma è una voce isolata nel mainstream della linea dura ispirata da Berlino e Francoforte.
Il carismatico, 82enne capo dello Stato socialista Papoulias tenta l´ultima carta, con il vertice di oggi insieme ai leader dei tre principali partiti: Alexis Tsipras della sinistra radicale Syriza, Antonis Samaras di Nea Dimokratia (conservatori) e Evangelos Venizelos del Pasok (socialisti).
GRECIA SCONTRI DI PIAZZA JPEG
Le posizioni sono lontane, Nea Dimokratia e Pasok da soli non bastano per una maggioranza favorevole al rispetto dei durissimi impegni di risanamento presi con la Ue. L´alternativa sarebbero nuove elezioni il 10 o 17 giugno, passo forse irreparabile verso l´uscita dall´euro con Syriza, contraria al rigore, che vola nei sondaggi al 25,5%. E nel resto dell´Unione l´ipotesi ("made in Germany") di un´uscita della Grecia dall´euro viene ora definita male minore, gestibile con costi sopportabilissimi per chi resterà nella moneta unica.
IL CRAC DELLA GRECIA
Un ritorno di Atene alla dracma, ha detto il membro irlandese del board della Bce, Patrick Honohan, «non sarebbe un evento necessariamente disastroso e fatale, e pur rappresentando un colpo alla fiducia nell´eurozona sarebbe tecnicamente gestibile, sebbene tutti stiano lavorando per evitarlo».
I FONDI ITALIANI ESPOSTI CON GRECIA E PORTOGALLO
Lo stesso presidente della Commissione europea, Barroso, ha avvertito che «o i greci rispettano i patti o devono uscire». Ancora più duri sono stati gli avvertimenti del Commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, e del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Secondo Rehn, «La Ue lavora per facilitare la permanenza della Grecia nell´eurozona ed è convinta che Atene possa evitare l´uscita rispettando gli impegni, ma la palla è ora nel loro campo, e Atene soffrirebbe da un addio all´euro molto più del resto dell´eurozona».
GRECIA - PAPADEMOS
Per Weidmann, il falco tedesco nel vertice Bce, «non c´è nessun diktat da parte di Berlino, se Atene non rispetta gli impegni, sarà una decisione democratica, ma con la conseguenza che verrebbero sospesi i programmi di aiuti, e le conseguenze di un ritorno alla dracma sarebbero ben peggiori per i greci che per il resto dei cittadini dell´eurozona».
OLLI REHN
Solo il presidente uscente dell´eurogruppo, Juncker, invita a «mostrare pazienza con Atene e darle tempo», pur avvertendo che «non c´è per loro alternativa al risanamento dei conti». «Non c´è alcuna strada facile per Atene», nota il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, «tocca alla Grecia mostrare se ha la forza di mettere insieme la maggioranza necessaria: senza le riforme concordate il Paese non ha prospettive».
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-se-oggi-atene-non-avr-un-nuovo-governo-lapocalisse-europea-servita2-il-ritorno-38889.htm
LA VENDETTA, LA TREMENDA VENDETTA DI TREMONTI SUL DUPLEX DRAGHI E BERLUSCONI - 2- “ALTRO CHE BCE, ALTRO CHE COMMISSARIAMENTO INTERNAZIONALE: QUELLA LETTERA TAGLIATUTTO DI DRAGHI E TRICHET, FU SCRITTA A ROMA E CHIESTA DAL GOVERNO DEL BANANA” - 3- QUEL DOCUMENTO ERA UN'ASSICURAZIONE CHE PERMETTEVA AL CAVALIER POMPETTA DI SOPRAVVIVERE. IN CAMBIO, LA BCE COMPRO’ BOT PER RIDURRE LO SPREAD - 4- TUTTO INUTILE. IL DESTINO DEL CAINANO ERA SEGNATO E I POTERI FORTI LANCIANO MONTI: IN UNA RIUNIONE LUNEDÌ 18 LUGLIO, NELLA SEDE DELLA BANCA INTESA, CI SONO BAZOLI, CARLO DE BENDETTI, ROMANO PRODI, IL BANCHIERE VATICANO CALOIA E PASSERA -
Stefano Feltri per Il Fatto.it
MARIO DRAGHI E TREMONTI
BERLUSCONI-TREMONTI
"Basta leggere la lettera della Bce per capire che è stata scritta a Roma. Quella lettera è un passaggio politico di grande rilievo che entra nella sovranità di un Paese", ha buttato lì l'ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti durante la puntata di Servizio Pubblico di giovedì sera. "E qualcuno l'ha chiesta, dentro il governo e non solo, c'era un certo tifo per quel tipo di intervento a vari livelli. L'attuale presidente del Consiglio ha detto in Parlamento: ‘non starei in un governo che chiede una lettera' e in modo inglese stava facendo capire che quella della Bce è stata richiesta da quello precedente", allude, dice e non dice, ma Tremonti invita a rileggere la storia di quel documento che ha cambiato molto. Perché tutto cominciò da lì. E lì bisogna tornare ora che, dopo sei mesi, si può cominciare a guardare con l'oggettività della distanza alla nascita del governo Monti.
TREMONTI CONTRO BRUNETTA
TREMONTI BRUNETTA
L'ULTIMA CHANCE PER B.
La lettera della Bce, il programma di emergenza firmato da Mario Draghi e Jean Claude Trichet che ha prima accompagnato Silvio Berlusconi alla porta e poi ha dato le basi per l'azione dei tecnici. Nella vulgata giornalistica la lettera è diventata la condanna a morte del governo Berlusconi, secondo quanto ha ricostruito il Fatto Quotidiano, grazie al racconto di alcune delle persone coinvolte, quel documento era invece l'ultimo tentativo di rendere accettabile ai mercati un esecutivo screditato, ridimensionando la probabilità di una crisi politica che all'epoca, nell'estate 2011, poteva dare il colpo finale alle finanze del Paese.
Una lettura critica della storia della lettera deve partire dal 4 agosto, dalla conferenza stampa convocata a sorpresa in cui il governo Berlusconi ammette di dover riscrivere la manovra di luglio giudicata inadeguata dai mercati, anticipando al 2013 il pareggio di bilancio previsto in origine per il 2014 (ma con oltre 20 miliardi di interventi rinviati a dopo la fine della legislatura).
DRAGHI TRICHET
I giornali liquidano come un "siparietto" l'educato ma violento dialogo tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia accenna ai contatti del governo avviati con diverse istituzioni finanziarie per discutere insieme le misure da adottare, e cita l'Ocse e il Fondo monetario internazionale, "Noi saremo attivi aprendoci al confronto con queste istituzioni internazionali". Berlusconi lo interrompe aggiungendo: "Anche la Bce".
TREMONTI CON LA T SHIRT DI DRACULA
Tremonti lo guarda stupito, con l'espressione di chi pensava che il Cavaliere, alle prese in quel periodo con le vicende bunga bunga, avesse solo una vaga idea di cosa fosse la Banca centrale europea. "Credo sia molto importante, ma non coinvolgibile in questa fase", precisa il ministro, pensando a quanto Francoforte tenga alla sua indipendenza dai governi e viceversa. E Berlusconi, sibillino: "Ma informabile sì".
IL NEGOZIATO SEGRETO.
Tremonti non insiste. Ma al ministro suona bizzarro: in quei giorni il Cavaliere è già un paria per i partner europei, Tremonti è rimasto l'unico ambasciatore del governo nei consessi internazionali, con una mossa di immagine e di sostanza ha appena avvicinato John Lipsky, allora vicedirettore generale del Fmi in procinto di lasciare il suo posto a Washington.
CHRISTINE LAGARDE
Lipsky doveva diventare un superconsulente, anello di congiunzione con il Fmi di Christine Lagarde che Tremonti aveva individuato all'inizio dell'estate come la sponda adatta nei mesi difficili dello spread. Invece sorpresa: Berlusconi trattava con la Bce di Mario Draghi, da sempre poco in sintonia con Tremonti (il cui ultimo libro, Uscita di sicurezza è un lungo atto d'accusa implicito a Draghi).
La lettera della Bce "arriva" al governo il 4 agosto (e, a quanto risulta al Fatto, è arrivata in simultanea a palazzo Chigi e al Tesoro). Raccontano diverse fonti, quel documento è stato elaborato più a Roma che a Francoforte e l'ordine delle firme in calce, Mario Draghi, Jean Claude Trichet, non è soltanto alfabetico.
Certo, anche alla Bce ci sono monitoring team che sanno quanto via Nazionale delle cose italiane. E le richieste della lettera non erano molto diverse dai punti principali delle considerazioni finali di Draghi, a fine anno (e dalle richieste dei mercati). Ma il documento è frutto di un negoziato che si svolge a Roma.
Ci lavorato l'altro cervello economico del governo berlusconiano, Renato Brunetta, che oggi oppone un drastico "Non ho niente da dire, ho scritto tutto nelle mie slide", alludendo alle corpose presentazioni che manda con cadenza settimanale ai giornalisti per commentare l'attualità. A ben guardare, Brunetta ha fatto il suo coming out, sul Foglio, il primo di ottobre: "Ora che la lettera della Bce è divenuta pubblica posso smettere di nascondere la mia reazione quando la lessi: i signori della Bce hanno ragione, i loro suggerimenti sono il nostro programma".
BAZOLI E PASSERA
GIULIO TREMONTI E MARIO DRAGHI
E nella conclusione dell'articolo che argomenta come la lettera "annienta gli avversari del governo", Brunetta scriveva: "In quella missiva, quindi, più che l'intimazione a cambiare rotta c'è, per il governo, la pressante richiesta di procedere più speditamente. E di farlo nella direzione fin qui intrapresa". Così veniva vissuta, in quell'ala del governo, ciò che ad altri pareva commissariamento internazionale: un'assicurazione che permetteva a Berlusconi di sopravvivere.
LA PAUSA DI MONTI
Ma torniamo ai giorni cruciali di agosto. L'8 agosto il Corriere della Sera rivela i contenuti della lettera che qualcuno, c'è chi dice Draghi chi Tremonti, ha allungato a via Solferino: privatizzazioni dei servizi pubblici locali, liberalizzazioni, riforma del lavoro con intervento sull'articolo 18, e una riforma della Pubblica amministrazione, punto questo che sembra una firma di Brunetta che certifica il suo coinvolgimento (tipicamente brunettiano il passaggio "negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance").
MONTI E PRODI A REGGIO EMILIA
In cambio, anche se non si può esplicitare il do ut des, la Bce comprende buoni del Tesoro italiani sul mercato secondario per ridurre lo spread e quindi i rendimenti, cioè il costo. È il Securities Market Program che, forzando un po' i limiti del mandato della Bce spingerà alle dimissioni il membro tedesco del board Jürgen Sark.
CALOIA
Il giorno prima della rivelazione dei contenuti della lettera, quasi a darvi l'imprimatur, il Corriere pubblica un editoriale del professor Mario Monti: "Il podestà forestiero". La frase importante è questa: "Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l'ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un'Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘governo tecnico'". Quindi: "Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un ‘governo tecnico sopranazionale'".
ANNA LISA BRUCHI E DE BENEDETTI
É il segnale a un certo mondo che l'operazione governo tecnico è sospesa. O meglio, delegata a Draghi. Così da salvare - come nota Monti - almeno nelle forme la sovranità italiana. E soprattutto rimandare la caduta di Berlusconi di cui nessuno, allora, era in grado di prevedere le conseguenze.
Come aveva rivelato Fabio Martini su La Stampa il 24 luglio, infatti, l'idea che il premier lo dovesse fare Monti era già condivisa in ambienti influenti. In una riunione lunedì 18 luglio, nella sede della banca Intesa Sanpaolo, ci sono Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, l'editore di Repubblica Carlo De Bendetti, Romano Prodi, il banchiere vaticano Angelo Caloia e il futuro ministro Corrado Passera, allora capo azienda di Intesa.
Monti, come suo stile, si mette a disposizione ma soltanto nel caso ci sia un consenso generale dietro il suo nome, non vuole imporsi ma essere imposto. Poi la lettera Bce offre un'ultima chance a Berlusconi. Sappiamo come è finita.
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-la-vendetta-la-tremenda-vendetta-di-tremonti-sul-duplex-draghi-e-berlusconi2-altro-38888.htm
IL FALLIMENTO CI SALVERA’! - CONSOLIAMOCI CON ENZENSBERGER: "OGGI TUTTI STRAPARLANO DI CRISI. MA NESSUNO SI PONE LA DOMANDA PERCHÉ, NEI SUPERMERCATI, ABBIAMO BISOGNO DI 125 TIPI DI YOGURT" - “AL CONFRONTO DELLE CATOSTROFI DEI TOTALITARISMI, LE CRISI CHE ATTRAVERSIAMO OGGI SONO PARADISIACHE” - “VIVERE NELL’INSICUREZZA È UN PUNTO D’ONORE” - “IN ECONOMIA, COME IN CULTURA, VALE LA LEZIONE DI BECKETT: "IMPARA A FALLIRE MEGLIO!"…
colloquio con Hans Magnus Enzensberger di Stefano Vastano per "l'Espresso"
ENZENSBERGER
Sono un figlio della crisi. Potrei rinunciare subito alla buona metà di ciò che possiedo... Parole di Hans Magnus Enzensberger, uno dei più creativi intellettuali tedeschi, domenica 13 maggio ospite al Salone del Libro di Torino.
Nato a Kaufbeuren, presso Monaco, nel 1929, l'anno del crac a New York, nel corso della sua carriera ha pubblicato album di poesie e traduzioni, saggi di storia, di politica e di matematica. Nel suo atelier, le cui finestre danno sui tetti di Monaco, dice (e un lampo di ironia si accende nei suoi occhi di lince): "Oggi tutti straparlano di crisi. Ma nessuno si pone la domanda perché, nei supermercati, abbiamo bisogno di 125 tipi di yogurt".
ANTONIO GRAMSCI
Per parlare della crisi partiamo dagli errori e fallimenti personali cui lei ha dedicato il suo più recente libro ("Tutti i miei flop preferiti" in uscita con Einaudi). Perché sono importanti ?
"Perché gli errori ribadiscono quel che le nostre mamme ci insegnavano: "Non ti lamentare figlio mio!". Nella vita, come nella cultura o in politica, non bisogna essere troppo ambiziosi. Imparare dai propri fallimenti, oltre che giusto dal punto di vista etico, è utile. Chi impara dai propri errori vive più sano. Guardi me e la mia carriera artistica: le sembro il classico intellettuale tedesco, introverso, pieno di prosopopea e tic?".
Nonostante sia nato 83 anni fa in Germania, pare sia una persona molto viva e allegra.
"La mia vita dimostra che i cliché che circolano su noi tedeschi - arcigni, chiusi e sempre un po' nazisti - sono fasulli. Così come lo sono le idee che molti giovani si fanno sulla vita intellettuale".
A quali idee si riferisce?
"Oggi ognuno pretende di essere artista. Tutti, in Occidente, sfornano poesie, romanzi, producono installazioni, film e musica. E ognuno vuole vivere i suoi trionfi artistici. Questi giovani hanno dimenticato che la cultura è un'industria come ogni altra; oggi anzi il settore più importante dell'economia globale. Nell'economia però non regna l'altruismo, ma le dure leggi della competizione e di mercato. In economia, come in cultura, per l'appunto, vale la lezione di Beckett: "Impara a fallire meglio!".
MARX KARL
La crisi finanziaria è partita nell'ottobre 2008: possibile che da allora non abbiamo capito niente del senso delle crisi?
"L'uomo è un animale inquieto ma capace di rigirare in positivo i suoi flop. Faccio due esempi. Osip Mandelstam (uno dei più grandi poeti russi, ammazzato da Stalin nel 1938, ndr.) e Antonio Gramsci. La loro grandezza sta nel fatto che, nonostante i tentativi d'ucciderli, Mandelstam è riuscito a scrivere poesie nel gulag e Gramsci i suoi "Quaderni dal carcere". Non dimentichiamoci mai che, al confronto delle catostrofi dei sistemi totalitari, le crisi che attraversiamo oggi sono paradisiache. Io la ricordo la Germania a pezzi dopo il nazismo, e so quel che dico".
Il confronto con le crisi degli anni Trenta può consolare chi oggi non ha lavoro?
"Il punto non è come consolare la gente. Ma come affrontare le crisi. I grandi artisti traggono profitto dalle realtà più desolanti. Ma sono gli scienziati i migliori ad affrontare le crisi. Nella comunità scientifica è la cosa più normale spingersi alle frontiere del sapere, al limite dell'ignoto. Oggi i giovani più brillanti fuggono dalla politica e dai media, attratti dai nuovi confini delle bio-ingegnerie o dai labirinti del cervello. Vivere nell'insicurezza, compiere fecondi errori è nella scienza un punto d'onore".
A proposito di insicurezze e abitudini: c'è un popolo che più dei tedeschi ha bisogno di sicurezze?
"Effettivamente, per noi tedeschi la sicurezza è una mania ancestrale. Qui a Monaco, a due passi da casa mia, c'è la centrale di Allianz. Sarò blasfemo: ma le compagnie di assicurazioni mi sembrano le chiese più frequentate dai tedeschi. Siamo così abituati a voler prevedere danni che non ci basta assicurare il posto di lavoro o la vita, ma ogni carie dei denti e diottria degli occhi".
Ma la crisi economica non è immaginaria. O crede che, più che in una stretta economica, ci troviamo in una crisi morale?
"Quando leggo il classico, Adam Smith, ho l'impressione di trovarmi in ambito scientifico. Mentre gli economisti di oggi si danno invece a pratiche esoteriche: come quantificare rendite e derivati".
BECKETT
Saranno esoteriche, le pratiche, ma procurano redditto, oppure fanno crollare i mercati.
"Certo. Però durante la maggior parte della nostra vita svolgiamo attività non quantificabili, che non procurano né utili né rendite. E allora, mi pongo la domanda: è la vita che non è economica o l'economia oggi non è una scienza? Perché c'innamoriamo e perché, nonostante la crisi, all'ultimo Capodanno abbiamo sparato più fuochi d'artificio che mai?".
Eppure, negli ultimi anni, abbiamo assistito a un ritorno di fiamma di Marx.
"Non ci trovo nulla di male nella rinascita di Marx. Non conosco inno più accorato al capitalismo di quello che lui ha cantato nella prima parte del "Manifesto comunista". Il grande filosofo Walter Benjamin è stato uno dei pochi a percepire in Marx "l'artista della demolizione". Come profeta del futuro però non funziona".
Profetico sulla catastrofe del consumismo è stato un poeta: Pier Paolo Pasolini.
"Sì, Pasolini ha svolto mansioni profetiche nell'Italia degli anni '60 e '70. Oltre a quelle però è stato poeta e romanziere, regista e giornalista. Sinceramente, non so se questo modello di intellettuale interventista e pronto a tutto, così onnivoro, sia ancora oggi possibile, auspicabile ed esportabile al di fuori di quel contesto storico specifico dell'Italia".
Torniamo allora al sistema capitalistico oggi.
"Agli inizi del 21 secolo abbiamo a che fare non con un sistema, ma con molti modelli, divergenti, di capitalismi. Il modello scandinavo non ha nulla in comune con quello sudamericano né questo con quello asiatico, per non parlare delle differenze tra il sistema nipponico e il gigante cinese. Se aguzziamo la vista e notiamo le differenze, vediamo i grandi sistemi e le definizioni astratte sgonfiarsi come palloncini: giocattoli belli, ma inutili a capire la realtà".
Ma non c'è un minimo tratto comune ai vari mondi capitalistici?
"Sì, l'energia prometeica al fondo d'ogni modello capitalistico, che gli consente di sopravvivere mutando forma a ogni crisi. Ecco perché come sapevano bene i nostri padri spirituali, crisi e fallimenti sono le medicine più importanti della nostra vita".
Chi sono questi padri ?
"I nostri patroni dell'illuminismo: l'acuto Voltaire, lo scettico Montaigne; il curioso Diderot o il materialista illuminato Leopardi. Loro sapevano che ogni impresa umana, soprattutto l'impresa economica, è un rischio. Per condurla in porto, oltre a una dose di razionalità e di sano scetticismo, ci vuole entusiamo, coraggio e un pizzico di fortuna. Tutte virtù che nell'Europa di oggi, innamorata dei facili successi, tendiamo purtroppo a dimenticare".
A proposito di insuccessi: l'Europa è un flop?
"Se qualcuno con un paracadute mi buttasse da qualche parte in Africa, America o Europa, intuirei subito, riaprendo gli occhi, dove sono atterrato. So cosa significa essere nato e cresciuto in Europa. Ma il senso dell'idea europea o, peggio, di una elefantiaca costruzione burocratica di nome Ue mi sfugge. L'unica certezza che ho, è che si tratta di un giocattolino politico piuttosto costoso".
http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/il-fallimento-ci-salvera-consoliamoci-con-enzensberger-oggi-tutti-straparlano-di-crisi-ma-nessuno-38877.htm
martedì 15 maggio 2012
EURO-TRUFFA - LO “SPIEGEL” DISTRUGGE IL MITO DELL’INGRESSO ITALIANO NELLA MONETA UNICA: “TRA IL 1996 E IL 1998 PRODI (PREMIER) E CIAMPI (MINISTRO DEL TESORO) CON UNA COMBINAZIONE DI TRUCCHI E CIRCOSTANZE FORTUNATE RIUSCIRONO A RISPETTARE I CRITERI SOLO SUL PIANO FORMALE. CIAMPI SI DIMOSTRÒ UN CREATIVO GIOCOLIERE FINANZIARIO” - KOHL NON CREDEVA CHE L’ITALIA FOSSE PRONTA, MA LA COPRÌ PER RAGIONI POLITICHE - COSÌ SI CREÒ IL PRECEDENTE PER UNA DECISIONE ANCORA PIÙ SBAGLIATA: L’INGRESSO DELLA GRECIA. CON ALTRI CONTI TRUCCATI…
Stefano Filippi per "il Giornale"
PRODI E CIAMPI
L'Italia truccò i conti per entrare nell'euro. Tra il 1996 e il 1998 Romano Prodi e il suo ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, definito «un creativo giocoliere finanziario», misero in campo «misure di risparmio cosmetiche», che «si basavano su trucchi contabili» o addirittura «furono subito ritirate non appena venne meno la pressione politica». L'allora cancelliere Helmut Kohl, informato dall'ambasciata tedesca a Roma, era pienamente al corrente della drammatica situazione dei conti pubblici italiani ma l'opportunità politica prevalse sul rigore finanziario.
PRODI DALEMA VELTRONI CIAMPI VISCO FESTEGGIANO L'INGRESSO NELL'EURO
È una specie di «wikileaks», un «wiki-Ciampi», che riscrive un capitolo decisivo della nostra storia recente. Il settimanale Der Spiegel lo squaderna nell'ultimo numero dopo aver consultato una mole di documentazione del governo Kohl tra il 1994 e il 1998, gli anni decisivi per la creazione della moneta comune. Resoconti diplomatici, note interne, appunti di colloqui.
EURO LUGE - DER SPIEGEL COPERTINA
«L'Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell'euro- sintetizza il periodico di Amburgo - anzi si creò il precedente per una decisione ancora più sbagliata presa due anni dopo: l'ingresso nell'euro della Grecia». Con altri conti truccati.
La documentazione ha trovato riscontro nella testimonianza di alcuni protagonisti. «Fino al 1997 avanzato, al ministero delle Finanze non credevamo che l'Italia avrebbe rispettato i criteri di convergenza», ha dichiarato Klaus Regling, all'epoca capo dipartimento del dicastero e oggi responsabile del Fondo salva-stati.
«Importanti misure strutturali di risparmio sono venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale», registrava il 3 febbraio 1997 il ministero. Secondo una nota del 22 aprile successivo,«non ci sono quasi chance che l'Italia rispetti i criteri».
Lo scetticismo tedesco è palese, tutto nero su bianco. Ma nemmeno la coppia Prodi/ Ciampi credeva di farcela: risulta infatti che nel 1997 il nostro governo chiese due volte di rinviare la partenza dell'euro, ma a Berlino si opposero.
HELMUT KOHL
Avevano fiducia nel ministro del Tesoro, il tecnico che aveva lasciato il governatorato della Banca d'Italia per diventare presidente del Consiglio nel 1993: la storia si ripete oggi, con un altro tecnico al governo a fare gli interessi della Germania. «Per tutti Ciampi era come un garante, lui ce l'avrebbe fatta!», ha spiegato allo Spiegel Joachim Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera.
PRODI AL LANCIO DELL EURO
E in definitiva che cosa successe? «Alla fine - ricostruisce il settimanale - con una combinazione di trucchi e circostanze fortunate gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, inoltre Ciampi si dimostrò un creativo giocoliere finanziario».
La tassa per l'Europa,la vendita delle riserve auree, le tasse sugli utili: questa la finanza inventiva del futuro capo dello stato che in seguito sarebbe stata bocciata dagli esperti statistici dell'Ue.
Contro il parere di tutti i consiglieri, Kohl coprì i trucchi del centrosinistra. «La parola d'ordine politica era: non senza gli italiani», rivela oggi Bitterlich. Parigi aveva fatto sapere che senza l'Italia nemmeno la Francia sarebbe entrata nell'euro. Conclude lo Spiegel: «Kohl si fidò delle melodiose dichiarazioni di Ciampi, che assicurava un "cammino virtuoso" per la finanza pubblica italiana. Prevedeva al più tardi per il 2010 la riduzione al 60 per cento del debito pubblico. È andata diversamente».
O MC36 CARLO CIAMPI
2- SPIEGEL, PER KOHL ITALIA NON ERA MATURA PER EURO
(ANSA) - L'ex cancelliere tedesco Helmut Kohl sapeva che l'Italia "non era matura per entrare nell'euro". Lo scrive il settimanale tedesco Spiegel, in un articolo intitolato "Operazione auto-truffa".
"Lo scetticismo - scrive Spiegel - si rispecchia negli atti: il 3 febbraio 1997 il ministero delle finanze di Bonn nota che 'le importanti riforme strutturali di risparmio, in considerazione del consenso sociale, sono state quasi completamente trascurate'. Il 22 aprile su un messaggio per il cancelliere si scriveva che non c'era 'alcuna chance che Italia rispettasse i criteri''.
E ancora: "Il 5 giugno il dipartimento economico della Cancelleria scriveva che le prospettive di crescita italiane erano 'contenute' e i passi per il consolidamento di bilancio 'sovrastimati'". Tuttavia, scrive il giornale dopo una minuziosa ricostruzione dei diversi passaggi interni e di diversi vertici internazionali, l'Italia aderì alla moneta unica.
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/euro-truffa-lo-spiegel-distrugge-il-mito-dellingresso-italiano-nella-moneta-unica-tra-il-38672.htm
sabato 5 maggio 2012
ANCHE LA MORTE SI AGGRAPPA AL DIVINO GIULIO! - CIRINO POMICINO, L’ULTIMO ANDREOTTIANO: “MORTO? AVERE UN "COCCODRILLO" ANCORA IN VITA PORTA FORTUNA” - “MI DISSE: “TU SEI PASSIONALE E TI SEI BECCATO UN INFARTO, IO HO AVUTO LA COLECISTI PER AVER INGOIATO TROPPA BILE’” - UNA VOLTA LA RAI LO ATTACCÒ SUL DELITTO PECORELLI, E LUI: “L´UMANITÀ HA SUPERATO HIROSHIMA, IO POTRÒ SOPRAVVIVERE A UN SERVIZIO TV”
Francesco Bei per "la Repubblica"
GIULIO ANDREOTTI
GIULIO ANDREOTTI
Paolo Cirino Pomicino. Tanto andreottiano da essere stato immortalato nel "Divo" di Sorrentino. Ultimo degli andreottiani ancora in servizio permanente effettivo (ora con l´Udc), è sicuro che anche stavolta la "Volpe" riporterà a casa la pelliccia.
L´ha sentito?
«Non si poteva, era in terapia intensiva. Mi ha tenuto informato il suo genero, Marco Ravaglioli. Ero in partenza per un comizio a Pozzuoli quando è arrivata la notizia, l´ho chiamato e mi ha rassicurato: i medici ci hanno tranquillizzato».
Ora come sta?
«È vigile, attento. La terapia intensiva è una precauzione giusta quando si ha qualche primavera in più».
E lei è ripartito per Pozzuoli, giusto?
«Al comizio, quando ho raccontato questa cosa del ricovero, c´è stata un´ovazione. Un applauso caloroso, mi dicevano: ce lo deve salutare quando esce!».
ANDREOTTI GIULIO
Il tempo allontana i brutti ricordi, il passato sembra sempre migliore...
«Il fatto è che si è perso lo stampino della politica, al di là delle diverse opinioni sul personaggio. Nel passato c´era un campo comune, c´erano dei fondamentali che erano riconosciuti da tutti, salvo poi differenziarsi nelle varie famiglie politiche. In Europa è ancora così: socialisti da una parte, popolari dall´altra, spesso gli uni contro gli altri ma a volte alleati. Mentre da noi non esiste più nulla».
CIRINO POMICINO
È vero che Andreotti ha scherzato quando ha visto che gli avevano assegnato la stanza numero 17?
«Sì, tutta la sua vita l´ha gestita con ironia verso se stesso e verso il mondo. Ricordo che, quando ero un giovane deputato, facevo parte della Vigilanza Rai e ci fu un servizio tv che lo accostava all´omicidio Pecorelli. Allora corsi da lui tutto indignato ma Andreotti mi smontò subito: stai tranquillo, se l´umanità è sopravvissuta a Hiroshima figurati se io non posso sopravvivere a un servizio tv».
Lei ha avuto tre operazioni al cuore, come si sente un uomo di potere immobilizzato a letto tra la vita e la morte?
«In terapia intensiva ti passa davanti tutta la vita: i pensieri cattivi perdono la loro violenza mentre i ricordi migliori ti fanno uscire una lacrima».
Una volta lei e Andreotti foste ricoverati insieme, vero?
«Esatto, lui per calcoli biliari e io per il mio primo infarto. Mi disse: vedi Paolo, ognuno è andato all´ospedale per una malattia legata al proprio carattere. Tu che sei passionale ti sei beccato un infarto, io invece ho avuto la colecisti per aver ingoiato troppa bile. Ma tutta la vita di Andreotti è stata un avvenimento».
MINO PECORELLI
GIULIO ANDREOTTI - COPYRIGHT PIZZI
Che intende?
«Mi viene in mente un altro episodio. In quei giorni, a villa Stuart, oltre ad Andreotti era ricoverato anche Alighiero Noschese. A quel tempo il più grande showman, molto popolare. Improvvisamente si sentì un colpo in corsia, la scorta di Andreotti tirò fuori le pistole, poi si scoprì che si era suicidato Noschese».
Su Wikipedia Andreotti oggi l´avevano già dato per morto, lo sapeva?
«L´ho letto. Avrà fatto le corna quando l´ha saputo, ne sono sicuro. Ma avere un "coccodrillo" ancora in vita porta fortuna. Io ne ho ricevuti tre da amici giornalisti e ne sono uscito più pimpante di prima».
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/anche-la-morte-si-aggrappa-al-divino-giulio-cirino-pomicino-lultimo-andreottiano-morto-avere-38577.htm
Iscriviti a:
Post (Atom)
USTICA, GHEDDAFI DEVE MORIRE (COSÌ IMPARA A ESPROPRIARE IL PETROLIO TOTAL) - IL RACCONTO DEL SUPERTESTIMONE A PURGATORI, NEL 2013: DUE MIRAGE FRANCESI VIOLANO LO SPAZIO AEREO ITALIANO, SONO ALL’INSEGUIMENTO DEL MIG LIBICO (MA GHEDDAFI NON C’ERA, ERA STATO AVVISATO DAI NOSTRI SERVIZI). UN CACCIA ITALIANO SI ALZA IN VOLO E LI INTERCETTA. QUANDO PARTE IL MISSILE FRANCESE IL MIG SI NASCONDE SOTTO LA PANCIA DEL DC9 ITAVIA, ED È STRAGE – SUL DUELLO AEREO TRA DUE PAESI DELLA NATO, SCENDE IL SILENZIO - I DUE PILOTI DEL CACCIA SONO MORTI NELL’INCIDENTE DELLE FRECCE TRICOLORI A RAMSTEIN NEL 1986…
STRAGE USTICA, IL SUPERTESTIMONE NELLA SALA OPERATIVA: "ECCO COSA SUCCESSE CON IL MIG LIBICO, I DUE MIRAGE E IL TOMCAT" Andrea Pur...
-
Con operazione Blue Moon [1] si intende un'operazione sotto copertura messa in atto dai servizi segreti dei paesi del blocco occiden...
-
Giovanni Fasanella da Facebook Dopo diversi tentativi andati a vuoto, ho deciso di riprovare ed ho ricomposto il numero di un Bed and ...
-
Vittorio Malagutti per Corriere della Sera (13 aprile 1999) giorgio magnoni L' indirizzo e' esotico quanto basta per un villaggio...