domenica 1 febbraio 2015

La Costituzione della Repubblica Italiana

Principi fondamentali

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Art. 6
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Art.7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.[1]
Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. [2]
Art. 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Art. 10
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. [3]
Art. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Art. 12
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
 http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html

domenica 25 gennaio 2015

KENNEDY è morto per questo discorso

Traduzione del discorso di JFK sulle Società Segrete  (27 aprile 1961)



«Signore e signori, la parola "segretezza" è ripugnante in una società libera e aperta e noi, come popolo, ci siamo opposti, instrinsecamente e storicamente, alle società segrete, ai giuramenti segreti e alle riunioni segrete.

Siamo di fronte, in tutto il mondo, ad una cospirazione monolitica e spietata, basata soprattutto su mezzi segreti per espandere la sua sfera soprattutto su mezzi segreti per espandere la sua sfera d'influenza, sull'infiltrazione anziché sull'invasione, sulla sovversione anziché sulle elezioni, sull'intimidazione anziché sulla libera scelta.

È un sistema che ha reclutato ampie risorse umane e

materiali nella costruzione di una macchina affiatata, altamente

efficiente, che combina operazioni militari, diplomatiche, di

 intelligence, operazioni economiche, scientifiche e politiche.

Le sue azioni non vengono diffuse, ma tenute segrete.

 I suoi errori non vengono messi in evidenza, ma vengono nascosti.

I suoi dissidenti non sono elogiati, ma ridotti al silenzio.

Nessuna spesa viene contestata. Nessun segreto viene rivelato.

Ecco perché il legislatore ateniese Solone decretò che evitare

le controversie fosse un crimine per ogni cittadino.

Sto chiedendo il vostro aiuto nel difficilissimo compito di informare e allertare il

popolo americano. Convinto che con il vostro aiuto l'uomo diventerà ciò

che per cui è nato: un essere libero e indipendente».

 POST SCRIPTUM

di Gianni Lannes

Il grande presidente J.F.Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, omicidio su commissione i cui mandanti sono ancora avvolti nelle tenebre dell'omertà massonica, parlava 52 anni fa di "un governo ombra" che annullerà gli Stati e cancellerà ogni Repubblica. Vale a dire il Nuovo Ordine Mondiale: Bilderberg, Trilateral, Cfr. Ovvero organizzazioni mafiose e terroristiche a cui sono affiliati gran parte dei politicanti italiani, a partire dall’attuale presidente del consiglio pro tempore Enrico Letta, e prima di lui Mario Monti. L’attuale capo dello Stato Napolitano è associato anche lui?
fonti ufficiali:

mercoledì 14 gennaio 2015

I FURBETTI DI WALL STREET – STANDARD & POOR’S STA PER PATTEGGIARE CON LA GIUSTIZIA USA UNA MULTA DA OLTRE UN MILIARDO DI DOLLARI PER LO SCANDALO DEI RATING GONFIATI – LO STATO, DOPO I GRANDI SALVATAGGI, HA MULTATO LE BANCHE PER 56 MILIARDI Per due anni, secondo quanto racconta il “New York Times”, S&P aveva contestato le accuse del dipartimento di Giustizia americano considerandole come una ritorsione per aver tagliato il rating degli Stati Uniti sotto la tripla A. Ora invece, il cambio di strategia che rende molto vicina la firma della transazione…

Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera

wall street wall street
Dopo le banche, tocca alle agenzie di rating arrendersi alla giustizia Usa. E per l’annosa questione dei rating gonfiati — che davano un crisma di affidabilità a prodotti finanziari complessi come i derivati costruiti sui mutui subprime poi rivelatisi bombe atomiche per la finanza mondiale — ora il colosso Standard &Poor’s sarebbe in procinto di patteggiare con il dipartimento di Giustizia una multa da oltre 1 miliardo di dollari, pari a un intero anno di profitti operativi della divisione del gruppo McGraw Hill.

Lo ha rivelato ieri il «New York Times», sottolineando come a fronte della faccia feroce manifestata in pubblico, l’agenzia — che si è opposta vigorosamente alle accuse dei giudici americani — abbia dietro le quinte cercato un accordo con le autorità, manifestando la volontà di aderire alla richiesta economica avanzata dal dipartimento della Giustizia e da una dozzina di procuratori generali di vari stati americani.

STANDARD AND POOR'S STANDARD AND POOR'S
Per due anni — ricostruisce il «Nyt» — S&P aveva contestato le accuse del dipartimento di Giustizia americano considerandole come una ritorsione per aver tagliato il rating degli Stati Uniti sotto la tripla A. Ora invece, il cambio di passo che rende molto vicina la firma della transazione.

Di fatto S&P accetta di pagare la stessa cifra che aveva respinto due anni fa quando era cominciata la battaglia legale. Ma è molto inferiore ai 5 miliardi di multa minacciata. Adesso resterebbe aperta solo una trattativa con la banca Morgan Stanley, sempre per aver collocato prodotti legati ai mutui subprime nell’imminenza della crisi.
 
DIPARTIMENTO GIUSTIZIA USA DIPARTIMENTO GIUSTIZIA USA
Dopo aver contribuito a salvare il sistema finanziario americano con decine di miliardi di aiuti, il governo Usa è poi passato all’incasso multando in maniera severissima i maggiori colossi di Wall Street: solo nel 2014 il totale delle sanzioni alle banche ha superato i 56 miliardi di dollari, di cui oltre 40 miliardi per violazioni di legge relative ad operazioni finanziarie legate ai mutui subprime.

La sanzione più alta è stata comminata a Bank of America, con oltre 16 miliardi di dollari (di cui 7 in rimborsi ai creditori), seguita da quella inflitta a Jp Morgan, pari a circa 13 miliardi dollari. Anche Citigroup ha accettato di chiudere la controversia con l’amministrazione Obama, accettando di pagare una multa da circa 7 miliardi di dollari.
  http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/furbetti-wall-street-standard-poor-sta-patteggiare-92397.htm

lunedì 12 gennaio 2015

GRECIA: DOVE SONO FINITI TUTTI I SOLDI?

Sul portale Macropolis, Yiannis Mouzakis sfata un mito molto diffuso: i soldi dati alla Grecia non sono serviti a pagare fiumane di improduttivi dipendenti statali, ma a onorare gli impegni con i creditori dello stato e soprattutto dei privati greci. Si tratta in gran parte delle grandi banche del centro Europa, Germania e Francia in primis. L’unica preoccupazione della troika è stata la tutela di questi creditori, e ancora oggi il rifiuto di ammettere che la situazione greca è insostenibile tiene l’intero paese sotto scacco.

Di Yiannis Mouzakis, 5 gennaio 2015
L’importo totale dei prestiti che l’eurozona e il Fondo Monetario Internazionale hanno fornito alla Grecia tra maggio 2010 e i più recenti esborsi della scorsa estate ammontano a 226,7 miliardi di euro. Ciò equivale a quasi il 125 % dell’attività economica della Grecia nel 2014.
Il primo programma valeva 73 miliardi di euro, di cui 52,9 miliardi arrivati sotto forma di prestiti bilaterali degli Stati membri dell’eurozona. Altri 20,1 miliardi di euro sono stati forniti dal FMI.
I prestiti del secondo programma concordato nel marzo 2012 attualmente ammontano a 153,7 miliardi di euro. La parte dell’eurozona è in gran parte completata, con l’EFSF che ha sborsato 141,8 miliardi nell’ultima tranche rimanente di 1,8 miliardi. Il FMI ha fornito 11,8 miliardi di finanziamenti ad oggi, mentre la sua partecipazione si protrarrà fino al febbraio 2016.
Il coinvolgimento totale dell’eurozona in Grecia ammonta a 194,8 miliardi di euro (107% del PIL), mentre il totale per l’IMF è di 31,9 miliardi (18% del PIL). Queste sono cifre sconcertanti: nessun’altra nazione ha ricevuto questo volume di prestiti in un periodo di 4,5 anni.
Dai documenti di revisione della Commissione europea, dalle relazioni di valutazione del FMI, dai documenti di bilancio del Ministero delle finanze e dalle pubblicazioni dell’autorità statistica greca (ELSTAT) abbiamo ricomposto all’incirca quali buchi finanziari hanno chiuso questi quasi 250 miliardi di euro.
La Grecia ha coperto alcune delle sue esigenze di finanziamento durante il periodo in questione anche attraverso una serie di fonti proprie. L’emissione di Bond a 3 e 5 anni nel 2014, di 3 e 1,5 miliardi di euro rispettivamente, l’aumento dello stock di T-bills di 10 miliardi di euro, l’uso di contanti si riserva di organi di governo tramite repos da 7 miliardi e privatizzazioni per circa 2,4 miliardi, hanno fornito un totale di 24 miliardi di euro di finanziamento proprio.
Sembra esserci un generale malinteso che alimenta quella narrativa ingannevole secondo la quale i prestiti sarebbero stati utilizzati per tenere a galla lo stato greco, mantenere le operazioni di base e pagare gli stipendi di medici, insegnanti e poliziotti. Solo la scorsa settimana il ministro delle finanze spagnolo Luis de Guindos ha fatto dichiarazioni di questo tenore.
“La Grecia ha ricevuto 210 miliardi di euro dall’eurozona, tra cui 26 miliardi di euro ad esempio dalla Spagna,” ha detto. “Grazie a questo finanziamento, che la Grecia non poteva ottenere dai mercati finanziari, il paese è stato in grado di mantenere tutti i servizi pubblici… di pagare i suoi medici, la polizia, i suoi pensionati, grazie a questa solidarietà.”
Questa però è solo una parte della storia. Infatti, la Grecia ha iniziato lo sforzo di risanamento di bilancio con un deficit al netto del pagamento degli interessi di circa 24 miliardi di euro nel 2009,  e ha avuto un disavanzo primario nel 2010, 2011 e 2012. Dal 2013 in poi, però, i ricavi hanno superato le spese e nessun finanziamento è stato necessario per coprire le operazioni dello stato.
La stretta brutale ha prodotto la conseguenza che solo poco più di 15 miliardi di euro di prestiti della troika sono stati utilizzati per coprire i costi dello stato. Se sommiamo qualche altra esigenza di finanziamento del governo (soprattutto in materia di rimborsi di arretrati accumulati nei primi due anni della crisi) la parte totale che è finita alle necessità di funzionamento dello stato greco è stata solo dell’11% del finanziamento totale, circa 27 miliardi di euro.
La ripartizione del finanziamento dimostra la contrarietà dell’eurozona a qualsiasi forma di ristrutturazione del debito all’inizio della crisi greca. Circa la metà del finanziamento è finito a ripagare gli interessi sul debito. Dei prestiti, 81 miliardi sono stati utilizzati per rimborsare i titoli in scadenza e per il pagamento di interessi  che superavano i 40 miliardi di euro, quasi 122 miliardi di euro in totale.
La seconda e maggior parte dei prestiti della troika riguarda le attività di ristrutturazione del debito. Quando i creditori hanno iniziato a considerare la Grecia sufficientemente isolata e dopo che le banche del centro dell’eurozona avevano ridotto la loro esposizione greca,  nel febbraio 2012 hanno deciso di porre l’onere del problema sugli obbligazionisti privati, con la Private Sector Initiative (PSI). A ciò è seguito il riacquisto del debito, alla fine del 2012.
Durante il PSI, agli obbligazionisti sono state offerte nuove obbligazioni con valore nominale pari al 31,5% rispetto a quelle scambiate. A loro sono state anche offerte parziali contropartite sotto forma di note di credito EFSF in maturazione a 24 mesi, equivalenti al 15% del valore nominale del debito scambiato. Inoltre, gli sono state offerte note di credito EFSF a breve termine per gli interessi maturati. Il tutto ammonta a 34,6 miliardi di euro, o al 14% delle necessità totali di finanziamento.
Altri 11,3 miliardi sono stati usati per ricomprare più di 30 miliardi di euro di debiti durante la seconda iniziativa di riduzione del debito nel 2012.
Per dare sostegno alle proprie banche in difficoltà a causa delle perdite occorse durante il PSI e al rapido deterioramento dei portafogli di prestiti risultato dalla profonda crisi che ha visto i crediti inesigibili salire dall’8 al 34%, la Grecia ha preso in prestito altri 48,2 miliardi di euro per la ricapitalizzazione delle banche e la ristrutturazione del settore bancario.
Un importo di 11,6 miliardi rimane inutilizzato e potrebbe formare la linea precauzionale dell’eurozona dopo la fine della fase europea del programma corrente.
L’importo combinato delle tre iniziative ha raggiunto i 94 miliardi di euro, più di un terzo del finanziamento totale. La Grecia ha iniziato lo scorso anno a rimborsare i prestiti del FMI elargiti durante lo Stand By Arrangementa del primo programma.
Entro la fine del 2014 è stato rimborsato un totale di 9,1 miliardi di euro. La Grecia ha dovuto anche partecipare al pagamento del capitale del Meccanismo Europeo di Stabilità, per la somma di 2,3 miliardi di euro.
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La destinazione del programma di finanziamento illustra chiaramente la strategia di gestione della crisi adottata dai finanziatori della Grecia.
I leader dell’Eurozona, con l’accordo riluttante del FMI, hanno preso la consapevole decisione di utilizzare quasi due terzi dei loro “soldi dei contribuenti” (come amano chiamarli) per il servizio del debito che si erano rifiutati persino di rimodulare all’inizio della crisi, quando farlo sarebbe stato essenziale e avrebbe potuto dare alla Grecia una possibilità di ripresa.
Per proteggere l’integrità dell’eurozona, la strategia ha lasciato alla Grecia un cumulo enorme di debito e ha bruciato un quarto della sua economia, che ancora non è in grado di stare in piedi da sola.
È questo enorme debito e la pretesa dei decisori chiave di volerlo presentare come sostenibile, che mantiene il paese in un vortice di instabilità politica, crisi fiscale, interventi della troika e incertezza economica. È a causa dell’enormità delle eccedenze richieste per mantenere questa pretesa di sostenibilità che, nonostante il consolidamento fiscale più fenomenale che mai in ferocia e velocità, la Grecia deve ancora trovare risparmi per miliardi di euro.
Se l’intenzione dei leader e delle istituzioni dell’eurozona  era veramente quella di tenere il loro “piede sul collo della Grecia” a causa dei fallimenti della sua classe politica, come ha sostenuto nel suo libro l’ex-segretario del Tesoro USA, Tim Geithner , hanno raggiunto il loro obiettivo. Ora devono essere trasparenti sulle proprie decisioni di gestione della crisi e rispondere a questa domanda scomoda: dove sono finiti tutti i soldi?

http://vocidallestero.it/2015/01/09/grecia-dove-sono-finiti-tutti-i-soldi/

Chi e perché ha pianificato proprio adesso la strage di Parigi

«Mi rifiuto di piangere la morte dei satiristi francesi finché la stessa condanna internazionale, le stesse facce dei potenti e le stesse “belle anime” che marciano oggi con candele accese, non compiranno gli stessi atti, verseranno le stesse lacrime e grideranno uguale per le migliaia di bambini palestinesi torturati o bruciati vivi dal fosforo del Terrorista America, di Israele, per gli adolescenti afghani rapiti dagli Usa, innocenti torturati per 8 anni a Guantanamo, e per i milioni di morti africani innocenti uccisi con la armi che noi occidentali gli vendiamo». Così Paolo Barnard, dopo la strage di 12 persone nella redazione parigina di “Charlie Hebdo”, giornale nel mirino da anni per le vignette satiriche anti-islamiche. Orrore e indignazione, ma anche sospetti: mai il “fondamentalismo” jihadista ha agito da solo. In Siria – dalla cui guerra provengono gli stragisti – è stato finanziato e armato dall’Occidente. Negli Usa sono ufficiali le ultime conclusioni sull’11 Settembre: l’Fbi sapeva tutto, degli attentatori. Ed è una creatura occidentale anche il sanguinario “califfato” dell’Isis in Iraq, pianificato dall’intelligence statunitense.
«Se i segni di nervosismo e di insubordinazione in Europa dovessero aumentare, non escludo la possibilità di clamorosi e sanguinosi attacchi terroristici sul nostro continente», scriveva “Piotr” il 14 dicembre scorso su “Megachip”. Attentati «fatti per François Hollandedimostrare che il “pericolo fondamentalista” è reale (e per dimostrare, a chi è in grado di udire, che il caos può essere usato ovunque, che non ci sono zone franche: tutto sommato, l’Italia non è stata bombardata terroristicamente per dieci anni di fila, negli anni Settanta?)». Allì’indomani della strage di Parigi, “Piotr” aggiunge: «I potenti, sghignazzando o piangendo lacrime di coccodrillo, si muovono sempre sopra le vittime innocenti, perché le vittime innocenti sono il complemento alla loro potenza. Hanno creato un mondo dove un giornale satirico è un bersaglio migliore di un “vulture fund”. E non per sbaglio». Lo stesso Aldo Giannuli, autore di saggi sulla strategia della tensione che utilizza il terrorismo come manovalanza, si domanda se non vi sia «qualche manina non islamica dietro gli attentatori». Vale la pena esplorare tutte le piste, sostiene Giannuli, dato che «a trarre giovamento da questa strage saranno in diversi: ad esempio il Fn che si appresta a fare vendemmia di voti, di conseguenza anche Putin che proprio sul Fn sta puntando per condizionare l’Europa sulla questione delle sanzioni».
Ad “avvantaggiarsi” dal clima di sgomento creato dall’attentato, aggiunge Giannuli, c’è sicuramente anche Israele, «che rinsalda i vincoli con l’Europa ogni volta che c’è un episodio di questo genere». Inoltre, la strage di Parigi beneficia «chiunque voglia destabilizzare la Francia in particolare e l’Europa in generale». Giannuli ricorda il precedente francese dello stragista “solitario” Mohammed Merah, protagonista dell’eccidio di Tolosa: cecchino di origine algerina, «era stato a lungo collaboratore dei servizi segreti francesi in operazioni di infiltrazione del mondo jiadista e, ad un certo momento, era inspiegabilmente sfuggito di controllo e, sempre inspiegabilmente, aveva fatto quella strage. Peccato che non abbia potuto spiegare cosa gli fosse passato per la testa, perché crivellato di colpi al momento della cattura». Sulla stessa linea anche Giulietto Chiesa: «Guardarsi dalla spiegazione più semplice, che è quella di scatenare l’odio contro “i musulmani”. Chi La strage di Parigiorganizza queste operazioni lo fa a ragion veduta e, appunto, per suggerire l’interpretazione che sia comprensibile “all’uomo della strada”. Non è quasi mai così».
Certo, aggiunge Chiesa su “Megachip”, la strage «è l’ultimo anello di una catena insanguinata che accompagna da dieci anni una storia di vignette anti-islamiche». Chi alimentava lo “Scontro di Civiltà” ogni volta poteva gioire: «Aumentavano le divisioni, si rompeva ogni equilibrio delicato e provvisorio fra libertà di espressione e sentimenti religiosi. Aumentava l’odio, cioè la benzina della guerra». Attenzione: «Sopra questo panorama livido, c’è il futuro della Francia e dell’Europa: Parigi, Berlino e Bruxelles sono alla vigilia di scelte che possono cambiare il destino del continente». Il presidente François Hollande, ricorda Chiesa, in questi giorni aveva persino ipotizzato la revoca delle sanzioni alla Russia. «Ovunque si discute di un cambiamento della disciplina monetaria e finanziaria dell’Europa, per prevenire la bomba greca. I nervi sono tesi, perché siamo in cima a uno spartiacque della storia europea e mondiale e le decisioni politiche contano davvero. Se i politici sono ricattabili, tutto può essere visto come un ricatto. Figuriamoci le stragi».

http://www.libreidee.org/2015/01/chi-e-perche-ha-pianificato-proprio-adesso-la-strage-di-parigi/

DRAGHI, TI PREGO, COMPRA I NOSTRI TITOLI MONNEZZA. TANTO POI PAGA LO STATO - IL PIANO DI RENZI E PADOAN PER VENDERE ALLA BCE I PRESTITI INCAGLIATI DELLE BANCHE ITALIANE. O LA VA O LA SPACCA Il mercato è pieno di liquidità (grazie alla BCE), ma le banche non prestano perché sono zavorrate dai crediti marci. L’idea: sfruttare il ‘quantitative easing’ per vendere a Francoforte 50 miliardi di crediti con lo sconto (a 20 miliardi) garantendo le perdite (fino a 8 miliardi) con i soldi del Tesoro. E dopo 6 anni, arriva il bail-out pubblico...

Federico Fubini per “la Repubblica

MATTEO RENZI E PIERCARLO PADOANMATTEO RENZI E PIERCARLO PADOAN
A Bruxelles circola in queste settimane una presentazione preparata alla Banca centrale europea. Il suo messaggio, espresso in grafici, è inconfondibile: la stretta al credito in Italia o altrove nel Sud Europa continua, ma non è per mancanza di liquidità. Una ragione di fondo sono le sofferenze, la montagna dei prestiti a rischio di insolvenza (o già in default) prodotti dalla recessione e ora arenati nei bilanci delle banche. Nasce di qui il progetto a cui Palazzo Chigi e il Tesoro stanno lavorando dopo mesi e anni di esitazioni, di questo e dei precedenti governi.

L’obiettivo è attaccare la montagna: rimuovere parte delle sofferenze, veri e propri ostacoli che paralizzano gli istituti e ostruiscono la circolazione di credito nei canali nel sistema finanziario. Il metodo individuato è farlo grazie agli acquisti di titoli sul mercato da parte della stessa Bce: quello che gli addetti ai lavori chiamano “quantitative easing”.
mario draghiMARIO DRAGHI

A settembre la Banca centrale guidata da Mario Draghi ha lanciato un programma di interventi su pacchetti di titoli privati (gli Abs, assetbacked securities) fino a 500 miliardi di euro. L’idea alla quale si lavora in Italia è far comprare alla Bce dei pacchetti di Abs che raccolgano parte dei crediti deteriorati delle banche italiane: prestiti alle imprese o mutui alle famiglie sui quali i debitori sono in ritardo o già in parte insolventi. Poiché si tratterebbe in gran parte di titoli di bassa qualità, la Bce verrebbe incoraggiata a comprarli grazie alla garanzia dello Stato italiano.

Antonio PatuelliANTONIO PATUELLI
In altri termini la Bce verrebbe rimborsata dal Tesoro in caso di ulteriori perdite, dopo aver acquisito quei titoli già a sconto rispetto al valore originario dei prestiti. La proposta per liberare le banche di almeno 50 dei loro 180 miliardi di sofferenze è contenuta in un documento già inviato a Draghi e alla Banca d’Italia.

Su di essa Matteo Renzi lavora da settimane con il Tesoro e i suoi stessi consiglieri. In realtà l’idea di intervenire per ridurre i crediti deteriorati era già stata discussa in un incontro di quest’autunno fra lo stesso premier, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Rimuovere le sofferenze delle banche con un’azione di governo è una priorità per la ripresa e, da anni, un tabù della politica. La Banca d’Italia ha pronto da tempo uno schema di “bad bank”, un veicolo finanziario sostenuto da garanzie pubbliche che riassorba dalle banche i crediti deteriorati. Per ora però non si è mai passati dagli studi alla pratica: sia il governo di Enrico Letta che l’attuale hanno a lungo esitato di fronte alla scelta, impopolare, di aiutare le banche con denaro dei contribuenti.

Alessandro Profumo Fabrizio ViolaALESSANDRO PROFUMO FABRIZIO VIOLA
La proposta a cui si lavora in queste settimane non nasce nel governo. La firmano Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, il banchiere ed ex ministro del Bilancio Rainer Masera, gli economisti della Cdp Edoardo Reviglio e Gino del Bufalo, l’ex direttore generale dell’Abi Giuseppe Zadra e Marcello Minenna della Consob. Il piano si basa sul fatto che i pacchetti di crediti deteriorati, raccolti in titoli Abs, generebbero ancora flussi di cassa dati dai pagamenti dei debitori.
franco bassaniniFRANCO BASSANINI

I titoli verrebbero segmentati in parti a rischio più o meno alto, con una parte intermedia (“mezzanino”) coperta dalla garanzia pubblica. «Il rischio della tranche mezzanino è allineato al rischio di credito della Repubblica italiana — si legge nel documento Bassanini — e in questo modo potrebbe essere sottoscritto, insieme alla tranche di qualità più alta, dalla Bce».

Il tentativo è dunque di usare il quantitative easing della Bce per liberare le banche italiane della zavorra. Circa 50 miliardi di prestiti originari posso essere venduti all’Eurotower a 20 miliardi circa. Eventuali perdite ulteriori per circa il 40%, a causa dei default dei debitori, comporterebbero poi per il governo un indennizzo di 8 miliardi all’Eurotower.

Tecnicamente non appare fuori portata, ma restano vari scogli: nessun governo italiano ha mai osato usare denaro pubblico per le banche, anche se ciò ha poi aggravato il credit crunch e la recessione stessa. Se Renzi lo facesse, forse vorrebbe imporre il licenziamento dei manager che ricevono l’aiuto tramite la Bce. I manager dunque ultimi rischiano di non voler vendere nulla all’Eurotower, pur di conservare il loro posto a dispetto delle enormi sofferenze in bilancio che paralizzano la loro attività.
RAINER MASERARAINER MASERA

C’è poi un dubbio sul governo: l’Italia è a un solo gradino dal rating “spazzatura”. Se fosse ancora declassata, la Bce non potrebbe più accettare una garanzia così svilita. Più passano i mesi, più il tempo stesso lavora contro la soluzione del problema più urgente. Quello che quasi nessuno ha mai voluto affrontare.

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/draghi-ti-prego-compra-nostri-titoli-monnezza-tanto-poi-paga-stato-92210.htm

domenica 7 dicembre 2014

Giampaolo Pansa e la profezia su Renzi: "Lo cacciano, arriva un militare. E poi..."

Il caos politico-criminale al municipio di Roma provocò le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. E subito dopo quelle del governo di Matteo Renzi, ferito dal marciume che tracimava dal Partito democratico della capitale. Una gran parte della Casta si precipitò a strillare che il successore di Renzi, chiunque fosse, doveva essere sempre un politico professionale, pronto a riconoscere il primato dei partiti. Per questo la Casta rimase sgomenta quando apprese le intenzioni del vecchio presidente della Repubblica. Il padrone del Quirinale stava cucinando un piatto molto indigesto per la politica politicante. Voleva mandare a Palazzo Chigi un signore sconosciuto alla Casta. Un alieno, che per di più vestiva una divisa. Un generale dei carabinieri. Un certo Silvestro Rambaudo.




Il Transatlantico di Montecitorio cadde nel panico. Non si era mai visto in Italia un generale diventare capo del governo. Era successo in altri paesi e in momenti eccezionali. In Grecia, Cile, Argentina e Polonia. Ma dal 1948 in poi, a Palazzo Chigi era sempre entrato un politico eletto dal popolo, mai qualcuno imposto da un’autorità esterna come in fondo era l’inquilino pro tempore del Quirinale. E poi chi era questo Rambaudo? Verso la fine del dicembre 2014 non fu difficile tracciare il profilo del futuro premier. Silvestro Rambaudo aveva 55 anni ed era un generale di divisione dell’Arma dei carabinieri. Nato ad Asti da una famiglia di coltivatori diretti, aveva sempre desiderato entrare nella Benemerita. Dopo la laurea in Giurisprudenza, si era arruolato nell’Arma, che l’aveva subito inviato alla Scuola ufficiali.

Grazie all’intelligenza e al carattere, Rambaudo si era fatto strada rapidamente. Prestando servizio in Libano, poi in Iraq e quindi in Afghanistan. E aveva scalato la gerarchia sino a diventare colonnello, poi generale di brigata e infine generale di divisione. Il dato sorprendente è che non aveva mai goduto di protezioni politiche. Né quelle nascoste, in grado di sostenerlo nella carriera. E neppure quelle lecite, da lui sempre rifiutate. Veniva dipinto come un signore taciturno, che sapeva tutto della politica italiana, pur restandone ben lontano. Un bravo tattico e un eccellente stratega. In grado di parlare alla perfezione inglese, tedesco e francese. Aveva un aspetto fisico che colpiva: alto, magro, barba corta, capelli sale e pepe rasati quasi a zero. Il volto da contadino, lo stesso del padre e del nonno. Di carattere era un freddo, capace di mantenere la calma anche nei frangenti più rischiosi. Gli uomini al suo comando lo adoravano, perché era un comandante severo, ma giusto, che aveva cura dei sottoposti e non si sottraeva alla fatica e alle responsabilità.

Il Presidente aveva conosciuto Rambaudo all’inizio del novembre 2014, durante una visita al contingente italiano in Afghanistan. Anche il generale si trovava alla nostra base di Herat per un’ispezione. E quel giorno il capo dello Stato, con uno strappo al cerimoniale, si concesse un’ora di colloquio a tu per tu con il generale. Iniziando a chiedergli come giudicava le condizioni dell’Italia. Rambaudo gli disse di essere molto preoccupato di quanto avveniva nel paese. Vedeva una nazione sfibrata e in declino. In preda al disordine politico, l’origine di tutti i mali: la corruzione, la gigantesca evasione fiscale, la protervia della criminalità organizzata, le violenze dei gruppi antagonisti, la disperazione dei quartieri popolari, l’assenza di sicurezza. A tutto questo, aggiunse il generale, si accompagnava un’immoralità pubblica e privata senza precedenti: un altro riflesso della crisi etica, persino più corrosiva della crisi economica. Disse: «Le grandi città italiane sono diventate luoghi infernali senza legge. I miei ufficiali le descrivono in mano a politici senza scrupoli, a depravati sessuali che non risparmiano i bambini e a bande criminali capaci di qualsiasi malvagità».

Il presidente chiese a Rambaudo: «Lei ritiene possibile mettere un argine a questo sfacelo?». Il generale rispose: «Non lo so. Forse si potrebbe tentare di imporre di nuovo la legge e l’ordine. Ma per riuscirci sarebbe indispensabile l’aiuto generoso di un ceto politico ancora provvisto di un minimo di dignità e di senso del dovere. In Parlamento esistono uomini e donne così? A un militare non spetta dare giudizi sui partiti. Tuttavia non voglio esimermi dal dirle che siamo perigliosamente vicini al punto di rottura…». «Che cosa intende per rottura?» gli domandò il Presidente. «Intendo un colpo di Stato» chiarì il generale. «Di solito i golpe nascono nella testa di chi intende compierli. Ma hanno sempre bisogno di essere giustificati. Con il disordine che regna in un paese. O con l’aggravarsi di un degrado che appare privo di soluzione. Nel caso italiano sono presenti entrambe queste condizioni. Per questo credo che la nazione sia a un passo da un ciclo di violenze che ci farebbero ricordare la guerra civile. Le ho presentato uno schema teorico, signor Presidente». «E sul piano pratico che cosa potrebbe accadere?» chiese il capo dello Stato. «Niente di traumatico, a parte una nostra lenta discesa in un baratro di mediocrità e di miseria. Le gerarchie militari sono fedeli alla Repubblica. E non prenderebbero mai le armi per sostituirsi al Parlamento. Del resto, l’Europa e i mercati finanziari sarebbero pronti a impedire un golpe in Italia. Per di più, i miei colleghi generali hanno imparato che non conviene essere golpisti. La storia del Novecento ci ha insegnato che i colpi di Stato non portano a nulla. A parte un solo caso: quello di Mussolini».

Il Presidente rimase in silenzio per lunghi istanti. Poi interrogò di nuovo Rambaudo: «Se le cose stanno come dice lei, generale, quale soluzione abbiamo per affrontare le tante crisi italiane?». Il generale si strinse nelle spalle: «Presidente, io non sono un leader politico e neppure un esperto economia o un politologo. Credo che l’unica strada da percorrere sia di mettere in sella un governo che sappia avere la mano dura nei confronti di chi tiene l’Italia sui carboni ardenti. Ma senza violare la Costituzione, né spargere sangue. Può nascere un governo siffatto? La risposta a questa domanda spetta soltanto a lei». 
Il capo dello Stato ringraziò Rambaudo, poi usci dalla tenda e si apprestò a ripartire per Roma. Un mese dopo, quando le trattative per un nuovo governo languivano, il Presidente convocò al Quirinale il generale. Gli disse: «Non ho dimenticato il nostro colloquio a Herat. Lo riassumo così: l’Italia ha bisogno di un governo affidato a un uomo di polso, che non abbia interessi elettorali, un tecnico capace di tenere in pugno un paese che si sfalda. Per questo ho pensato a lei, generale. Conosco il suo percorso professionale e il suo carattere. Lei è un militare con una grande esperienza di comando nell’arma dei carabinieri e riuscirà di certo a trasferirla nelle stanze di Palazzo Chigi».

Superata la sorpresa, Rambaudo replicò: «Signor presidente, non mi sembra un’idea felice. Affidare il governo a un generale dei carabinieri, anche se di indubbia fede democratica, farà strillare a molti che è in atto un golpe. Sia pure non dichiarato e soffice, senza carri amati per le strade, né arresti di oppositori politici…». Il capo dello Stato gli ribatté: «Se molti strilleranno, toccherà a noi convincerli del contrario. Quello che conta è la scelta dei ministri, ma in questo compito l’aiuterò io. Le garantisco che avrà la fiducia del Parlamento. Sarà un voto favorevole anche se a denti stretti. Però lo otterrà». Il generale Rambaudo si alzò e allargò le braccia, rassegnato: «Lei mi affida una croce che non immaginavo di portare. Una croce pesante che non sono sicuro di saper reggere. Però mi trovo di fronte al presidente della Repubblica e dunque obbedirò».

Nel marzo 2015, l’ingresso di Rambaudo a Palazzo Chgi fu meno difficile del previsto. La destra lo acclamò perché era un militare. La sinistra gridò al golpe, ma poi lo votò. In tutti i partiti era prevalso un calcolo cinico: «Se il generale andrà a sbattere, come è inevitabile, la colpa sarà soltanto sua e non nostra». All’opposizione rimase soltanto qualche irriducibile, ma con poche speranze di contare. Del resto, il programma del governo non poteva che essere quello dettato dall’Europa e dalla grande recessione mondiale che seguitava a infuriare. I capisaldi erano sempre gli stessi: massima austerità, taglio spietato della spesa pubblica, rigore finanziario. Le sinistre provarono per l’ennesima volta a chiedere un’imposta patrimoniale straordinaria a carico dei presunti ricchi. Ma il premier Rambaudo, dati alla mano, dimostrò che esisteva già e sarebbe stata soltanto una misura punitiva e dannosa.

Il primo guaio incontrato da Rambaudo fu tremendo. Il sistema bancario iniziò a traballare. Alcuni piccoli istituti di credito bloccarono i conti correnti dei clienti. La rabbia dei correntisti diventò feroce. Molte agenzie vennero assalite. I presidenti di due grandi banche furono assassinati da killer sconosciuti. Nei loro volantini di rivendicazione i killer si definirono i nuovi Robin Hood. Tutta l’Italia si era impoverita. Nella primavera del 2015 i consumi continuarono a ridursi. I negozi vendevano le merci sotto costo, ma gli acquirenti scemavano. La disoccupazione si fece drammatica. Le casse dello Stato erano quasi vuote. Rimaneva soltanto quanto bastava per pagare lo stipendio dei dipendenti pubblici, le pensioni e far funzionare i servizi essenziali.


Grandi opere pubbliche non se ne vedevano più. Anche la manutenzione ordinaria diventava difficile. Lo confermava lo stato delle strade, in condizioni pessime e tutte rabberciate alla meglio. In molte città, le famiglie rimaste senza soldi vendevano in bancarelle improvvisate i ricordi di un’epoca felice: corredi da sposa, vasellame di pregio, oggetti d’oro e d’argento. Da Palazzo Chigi il premier assisteva impotente all’agonia del paese. Usando la severità necessaria, Rambaudo era riuscito a imporre un minimo di ordine, a tenere a bada i corrotti, ad arrestare criminali e mafiosi, ma niente di più. L’Italia stava morendo. Anche attività ritenute tra le più salde languivano. A cominciare da quelle frivole. Non si giravano più film. I programmi della televisione pubblica a privata ripresentavano vecchi spettacoli. Venivano trasmessi soltanto i telegiornali. Godevano di un ascolto altissimo, poiché tutti volevano sapere che cosa stesse accadendo.

Pure il sistema sanitario sembrava sull’orlo del tracollo. Per garantirlo, il governo Rambaudo intensificò la caccia agli evasori fiscali. I controlli sui redditi diventarono sempre più sofisticati. Venne varata la legge «Manette agli evasori». I contribuenti infedeli erano indicati al pubblico disprezzo con nome e cognome. Nel carcere di San Vittore morì d’infarto una grande firma della moda. Un famoso attore dei cinepanettoni si uccise in cella soffocandosi con una busta di plastica. Tre banchieri vennero arrestati per aver trasferito capitali all’estero.

Il Terrore fiscale ebbe successo. Le entrate dello Stato migliorarono, ma i conti pubblici restarono in rosso. La tivù di Stato precipitò nella depressione più nera. La Rai optò per una sola rete e lo stesso fece Mediaset. La Sette fu comprata dagli Emirati arabi. Venne mandato a casa il direttore del tigì Mentana, considerato troppo anziano e incapace di catturare telespettatori giovani. Qualche reduce dei talk show si rifugiò alla tivù albanese che aveva allestito un programmino in italiano. Anche il campionato di calcio ne risentì. In serie A giocavano soltanto dieci squadre. I compensi dei campioni erano ridotti all’osso. Gli stadi risultavano mezzi vuoti perché soltanto pochi potevano permettersi di comprare i biglietti. Lo scudetto lo vinse una squadra di Bari nata da poco: la Padrinese Fbc, finanziata da una società delle Isole Cayman e in mano alla Sacra corona unita. Rambaudo la chiuse. Le librerie persero clienti su clienti. I pochi quotidiani rimasti in vendita uscivano a otto pagine e senza pubblicità. L’uso del web venne tassato in modo pesante e crollò. Anche twittare costava un occhio della testa. Fu l’unico fatto positivo in un tempo di disgrazie.

L’inverno 2015-2016 cominciò con grandi bufere di neve che investirono l’intero paese. Il governo Rambaudo ordinò che a partire dal 1° gennaio 2016 il riscaldamento negli uffici pubblici e nelle case private venisse limitato a tre ore al giorno. Soltanto gli asili e gli ospedali furono esentati dall’obbligo. Nelle scuole elementari erano ammesse appena le stufe a legna, purché alimentate dai ceppi che gli alunni portavano in classe ogni mattina. Il presidente della Repubblica, una vera roccia, lesse il messaggio di Capodanno indossando il cappotto.
Malgrado il freddo arrivarono in Italia schiere di cinesi pronti ad acquistare aziende e palazzi. E si trovarono di fronte a una novità. Il premier Rambaduo aveva introdotto la tessera per i beni di prima necessità, tutti razionati. Informò il paese che la borsa nera sarebbe stata repressa con anni di carcere. Gli italiani misero in pratica un’arte che conoscevano da secoli: quella di arrangiarsi.
L’Italia cambiò faccia. Le università si svuotarono di migliaia di studenti sfaticati, anche perché le rette erano cresciute del trecento per cento. Molti giovani si decisero a fare mestieri che avevano sempre rifiutato. La concorrenza con gli extracomunitari diventò senza pietà. Le colf e le badanti italiane ormai si trovavano con facilità. Questo consentì di accudire gli anziani meglio di prima. Era fortunato chi possedeva un pezzo di terra: il lavoro dell’agricoltore ritornò di moda. Permaneva un solo risvolto negativo: l’aumento impressionante dei furti e delle rapine. Ma sotto la sferza del premier Rambaudo, le forze dell’ordine si dimostrarono implacabili. Una volta arrestati, i delinquenti restavano in galera, con il regime previsto per i mafiosi, il 41 bis. I campi rom non furono chiusi, ma vennero messi sotto la sorveglianza di una rete di marescialli dei carabinieri che imposero ordine e pulizia.
Rambaudo era riuscito nell’impresa più urgente: ripristinare l’imperio della legge. La condizione indispensabile per tentare di risalire dal baratro del collasso. Infine emerse una sorpresa positiva: le coppie giovani facevano più figli di prima. Poteva sembrare un paradosso. Ma soltanto a chi dimenticava quanti italiani fossero nati nell’Italia devastata dalla seconda guerra mondiale. Tutto venne riassunto da un libro di grande successo, scritto un’anziana sociologa. Il titolo diceva: «Era ora!». Il sottotitolo spiegava: «La Grande Crisi ci rende migliori. Nascono più bambini e il futuro sarà rosa».

di Giampaolo Pansa

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