martedì 13 ottobre 2015

Teorie sulla morte di Giovanni Paolo I

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1leftarrow.pngVoce principale: papa Giovanni Paolo I.
La tomba del Papa nelle Grotte Vaticane
L'improvvisa morte di papa Giovanni Paolo I, avvenuta nella notte del 28 settembre 1978, dopo soli 33 giorni dalla sua elezione al soglio pontificio, ha dato via a tutta una serie di ipotesi e speculazioni.

Indice

La versione ufficiale

Stando alle fonti Vaticane, papa Luciani morì tra le ore 21:30 del 28 settembre 1978 e le ore 4:45 del giorno successivo nei suoi appartamenti, per infarto miocardico acuto. A scoprire il Pontefice morto nel suo letto sarebbe stato il suo secondo segretario personale John Magee; sul suo comodino era posata una copia dell'Imitazione di Cristo, opera medievale che, dopo la Bibbia, è il testo più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale.
Il decesso venne annunciato dal seguente comunicato:
« Questa mattina, 29 settembre 1978, verso le 5,30, il segretario privato del Papa, non avendo trovato il Santo Padre nella cappella del suo appartamento privato, lo ha cercato nella sua camera e lo ha trovato morto nel letto, con la luce accesa, come se fosse intento a leggere. Il medico, dott. Buzzonetti, accorso immediatamente, ne ha constatato il decesso, avvenuto presumibilmente verso le 11 di ieri sera, per infarto acuto del miocardio. »
(comunicato ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede)

Gli eventi successivi

Dopo la morte del papa, il collegio cardinalizio prese la decisione di non autorizzare l'autopsia, che avrebbe potuto accertare le cause del decesso, dichiarando che non si era mai fatta un'autopsia sul corpo di uno dei successori di Pietro, nonostante in passato sia stata eseguita su Pio VIII[1].
Successivamente, grazie alle testimonianze di chi era presente quella notte nella camera da letto del defunto, emersero alcune imprecisioni nella versione ufficiale dei fatti. La prima a trovare il papa morto sarebbe stata in realtà la fedele suor Vincenza Taffarel; inoltre sul suo comodino non ci sarebbe stato il summenzionato testo medievale ma dei fogli contenenti appunti e annotazioni personali. Chi ha compilato il comunicato ufficiale avrebbe preferito sorvolare sulla presenza di una donna (suor Vincenza) nella stanza del Papa[2].
Anche la causa del decesso, l'infarto del miocardio, è stata oggetto di discussione. C'è chi[senza fonte] a proposito sostiene l'ipotesi dell'embolia polmonare, che provoca una morte quasi istantanea: un'embolia, in questo caso ad un occhio, già aveva colpito Luciani nel 1975 di ritorno da un viaggio in Brasile.
Gli errori, le incongruenze, le omissioni della versione ufficiale, la mancata autopsia favorirono l'emergere, dopo alcuni mesi, di versioni alternative a quella ufficiale, anche a carattere complottista. Esse chiamano in causa soprattutto la massoneria, la mafia, i servizi segreti.

Le condizioni di salute del Papa

Le testimonianze sullo stato di salute di Giovanni Paolo I risultano estremamente discordanti.
Prima di essere eletto Pontefice, Albino Luciani era stato sottoposto a una serie di interventi chirurgici ma presentava un quadro clinico decisamente buono, anche se da alcuni ritenuto alquanto cagionevole; quel che è certo è che negli anni immediatamente precedenti alla sua elezione la sua salute era del tutto stabile, anche perché in caso di infermità o cagionevolezza il Conclave non avrebbe proceduto all'investitura pontificale, visto il notevole impegno richiesto dalla carica[2].
I parenti di Luciani non escludono la naturalità del decesso improvviso, posto che sostengono l'esistenza di almeno altri due casi, nella loro famiglia, di decessi improvvisi senza alcun particolare elemento premonitore. L'ipotesi da essi sostenuta propende per un'embolia, anche alla luce del fatto, di cui si è già fatto cenno poc'anzi, che tre anni prima del suo decesso all'allora card. Luciani era stato riscontrato un embolo a un occhio: lui stesso aveva considerato con la sorella Nina che se quell'embolo si fosse fermato nel cuore o nei polmoni, egli sarebbe morto istantaneamente, senza nemmeno accorgersene[2].
Nel 1987, durante la trasmissione "Giallo" condotta da Enzo Tortora, uno dei segretari privati di Giovanni Paolo I, Don Diego Lorenzi, asserì che la sera precedente il suo decesso, intorno alle 18.30, il papa aveva ricevuto in udienza privata il segretario di Stato Vaticano, cardinale Villot, per poi congedarlo dopo circa un'ora, alle 19.30.
Al termine dell'udienza, Luciani avrebbe esternato a Lorenzi i sintomi di un malessere in termini di "dolori e fitte al centro del petto, con un senso di forte peso e oppressione".
La dichiarazione scatenò un gran numero di polemiche: innanzitutto perché si trattava dell'unica testimonianza che deponesse in tal senso, posto che tutti coloro che avevano interagito col papa, fino al momento in cui si era ritirato nelle sue stanze private, non avevano mancato di evidenziarne l'apparente ottimo stato di salute; secondariamente, per via dell'intempestività della dichiarazione di padre Lorenzi, giunta a quasi dieci anni di distanza dalla morte del pontefice, peraltro giustificata dall'interessato con l'affermazione:
« Non l'ho mai rivelato a nessuno perché nessuno è mai venuto a chiedermi spiegazioni o lumi al riguardo »
In terzo luogo, poiché poche ore prima del suo decesso (e poco dopo l'asserita esternazione di malessere a Don Diego Lorenzi), alle 21.30 del 28 settembre il papa aveva parlato al telefono con il suo medico personale, il dott. Antonio Da Ros, il quale ripeterà a più riprese nel corso degli anni che in quell'occasione Giovanni Paolo I non aveva fatto il minimo riferimento a dolori, oppressioni o malesseri di sorta[2].

L'ipotesi emotiva

Il cardinal Siri

La causa naturale della morte fu spiegata in privato[3] dal cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova: il nuovo Papa, persona di estrema semplicità evangelica, aveva una spiccata emotività, come risulta dal fatto che arrossiva al trovarsi in situazioni che potevano essere motivo di vergogna[4] e non ne fece mai mistero, ammettendolo anche durante una sua celebre udienza papale.
Papa Luciani, a detta del cardinal Siri, avrebbe confermato sine die le cariche curiali occupate dai cardinali nelle congregazioni romane; ciò l'avrebbe portato a ritrovarsi contornato di persone che non godevano della sua piena stima e fiducia, e il cuore non avrebbe retto a questa angosciosa situazione[senza fonte].

Lo psicanalista Cesare Musatti

Cesare Musatti, nella sua celebre rievocazione a transazione psicanalitica della morte di papa Luciani, parla di una sorta di sublime fuga mistica, la cui simbologia è rappresentata dalla presenza sul suo comodino dell'Imitazione di Cristo, e soprattutto da quel fatale numero trentatré che rappresenta la sintesi di una identificazione totale con il Cristo, unico vero porto di salvezza, in questo caso dalle fauci di una corte che non risparmiava occasioni, ritiene il Musatti, per fargli presente la sua inadeguatezza.
Musatti ritiene che Luciani fosse una persona umile e semplice, ma non un sempliciotto e neanche uno sprovveduto. Tuttavia, al di fuori della dimensione pastorale (l'unica nella quale si sentiva a suo agio, da vero sacerdote), non era particolarmente brillante nei rapporti umani. C'è chi conclude che effettivamente sarebbe stato lasciato solo, persino dai suoi segretari[5]. In questa visione, l'"uscita" di papa Luciani è interpretata come drammaticamente coerente e misteriosa al tempo stesso, non nel significato dato da Yallop e altri, quanto in quello di trovare "nella profezia che si avvera" l'unico rimedio di salvezza, mediante un olocausto che Musatti ritiene non sia stato vano nella vita della chiesa. Le debolezze fisiche (cuore, polmoni, ecc.) di Luciani e la probabile caduta, in una situazione di estremo stress, delle difese immunitarie, non sarebbero state altro che un facile veicolo di realizzazione di questo inconscio sacrificio.

La ricostruzione di Cornwell

John Cornwell, un giornalista e scrittore inglese specializzatosi nelle biografie papali ha condotto nel 1987 un'inchiesta sulle cause di morte del papa e sulle "stranezze" ad essa connesse.
Egli esclude ogni forma di avvelenamento fisico, ma si diffonde con diverse esemplificazioni su altri gravi fattori di turbamento morale, relazionale e psicologico tra i quali, secondo l'autore:
  • i difficili rapporti con la curia, che instaurarono in lui fortissime preoccupazioni, ansie, tensioni e un senso di impotenza e di solitudine;
  • la scarsa armonia regnante all'interno della stessa "famiglia pontificia", soprattutto da parte dei due segretari;
  • la mancanza di attenzione verso alcuni sintomi manifestatisi nel corso degli ultimi giorni di vita (gonfiore ai piedi, oppressione allo sterno, piccoli mancamenti ecc,) che avrebbero dovuto allarmare segretari e suore, costringendo il papa, pur riluttante, a farsi visitare e curare.
Cornwell propone anche una ricostruzione dell'ora della morte, che sarebbe avvenuta alle ore 23 ma sarebbe state comunicata più tardi per consentire di spostare e sistemare sul letto il corpo del papa.

Le ipotesi del delitto

La più celebre tesi alternativa alla versione ufficiale riguarda un presunto complotto a sfondo politico terminato con un omicidio.
Questo sarebbe stato commissionato in quanto Luciani, sostenitore di un'idea di "banca etica" fin dai tempi del suo episcopato vittoriese, pochi giorni prima di morire avrebbe convocato i principali responsabili delle finanze vaticane per verificare come venivano gestiti gli introiti curiali, ma senza fare in tempo ad approfondire l'argomento.
Il papa infatti fin dai primi giorni di pontificato aveva espresso la necessità di un ritorno ad una povertà evangelica per la Chiesa, affermando di voler procedere ad una profonda revisione della presenza del Vaticano nei mercati finanziari mondiali, gestione in quegli anni affidata all'arcivescovo statunitense Paul Marcinkus[6], a capo dello I.O.R., e di voler devolvere ai paesi poveri l'1% degli introiti del clero[7]. Secondo papa Luciani, infatti, «Lo IOR deve essere integralmente riformato. La Chiesa non deve avere potere, né possedere ricchezze. Il mondo deve sapere le finalità dello IOR, come vengono raccolti i denari e come vengono spesi. Si deve arrivare alla trasparenza ...»[8].
Particolarmente sgradite, inoltre, erano le idee innovative e riformiste espresse da papa Giovanni Paolo I, in particolare quelle attinenti alla riforma della Curia[8], della nomina cardinalizia di alcuni vescovi dell'Africa, dell'Asia e delle Americhe[8], sul ruolo della donna[8] e sul tema della contraccezione, sulla quale aveva espresso timide aperture nella commissione sul controllo delle nascite al Concilio Vaticano II parlando di "maternità responsabile" (in parziale disaccordo con l'Humanae Vitae di Paolo VI)[9], nonché a seguito di un convegno delle Nazioni Unite sulla sovrappopolazione mondiale[7].

La tesi del libro-inchiesta di David Yallop

Su queste basi, sei anni dopo la morte di Luciani, il giornalista investigativo britannico David Yallop pubblicò il best-seller In nome di Dio, dove esponeva la tesi secondo la quale la morte sarebbe da attribuirsi ad avvelenamento, probabilmente ad azione cardiaca (del tipo della Digitale), e il delitto sarebbe riconducibile ad ambienti massonici deviati, legati alla P2 di Licio Gelli.
L'elezione di Luciani avrebbe scontentato parecchi esponenti della gerarchia e degli ambienti vaticani[10]. Tra questi, monsignor Marcinkus, che fino all'ultimo istante sperò nell'elezione di un altro candidato, Giuseppe Siri, esponente dell'ala tradizionalista e delfino di Pio XII.
L'arcivescovo statunitense, figura di spicco nel panorama della finanza vaticana, protagonista delle relazioni dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR, la Banca Vaticana) con le grandi banche straniere per l'accrescimento dei capitali gestiti dall'Istituto, intuì immediatamente il potenziale pericolo rappresentato (a lui è stata attribuita la frase "Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno"[11]) dall'elezione di Luciani che, sin dai suoi primi discorsi, aveva appunto lasciato chiaramente trasparire l'intenzione di ricondurre la chiesa cattolica agli ideali di carità cristiana del primo cristianesimo, rifiutando l'ingerenza della Chiesa negli affari economici internazionali e respingendo ogni gestione speculativa dei suoi beni, alla stregua di una banca qualunque, nonché di contrastare fermamente l'appartenenza di ecclesiastici alla massoneria. Di personaggi come Roberto Calvi e Michele Sindona, Luciani aveva approfondito la conoscenza disponendo apposite indagini; subito dopo la sua elezione, il periodico OP-Osservatore Politico (secondo molti "strumento di comunicazione" dei servizi segreti italiani per veicolare messaggi all'ambiente politico[senza fonte]) pubblicò un ampio servizio riportando un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, in buona parte componenti l'entourage papale, fra cui Jean-Marie Villot (cardinale segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano), Pasquale Macchi (segretario di Paolo VI), monsignor Donato De Bonis (alto esponente dello I.O.R.), Ugo Poletti (vicario generale di Roma), don Virgilio Levi (vicedirettore de L'Osservatore Romano) e Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana)[12]. Direttore di O.P. era Mino Pecorelli, ucciso in circostanze misteriose un anno dopo l'elezione di Luciani e la cui morte viene ricondotta al caso Moro.
Yallop nel libro evidenziò le già citate incongruenze tra la versione ufficiale del Vaticano e le dichiarazioni dei testimoni oculari:
  • Luciani, come già affermato in precedenza, sarebbe stato trovato morto con in mano il testo medievale Imitazione di Cristo, poi si parlò di fogli di appunti, quindi di un discorso per i gesuiti e, infine, di un elenco di eccellenti nomine e rimozioni che sarebbero state rese note l'indomani.
  • L'ora della morte fu inizialmente fissata verso le 23, poi posticipata alle 4.
  • Il corpo senza vita del Papa sarebbe stato scoperto dal secondo segretario, John Magee; si disse poi invece che a trovarlo fu una delle suore che gli prestavano assistenza.
Al crescere dei sospetti e degli interrogativi sulla morte di Luciani, la stampa italiana e una parte del clero si spinse a chiedere l'autopsia della salma del Pontefice, ipotesi respinta dal collegio cardinalizio.
L'inchiesta di Yallop evidenziò, inoltre, numerose incongruenze e circostanze poco chiare, come la scomparsa di tutti gli oggetti personali dalla camera del Papa (occhiali, pantofole, appunti, il flacone di Effortil, un farmaco per l'ipotensione): la prima autorità a poter entrare nella stanza del defunto fu il segretario di Stato, Jean-Marie Villot (figurante nella lista dei cardinali-massoni pubblicata da O.P.[12]), accompagnato da suor Vincenza Taffarel, indicata quale autrice materiale delle sottrazioni.
Sulla scrivania di Luciani venne ritrovata una copia del settimanale «Il Mondo» aperta su un articolo titolato «Santità... è giusto?», un documento-inchiesta circa la dubbia moralità dei fini perseguiti dalla Banca Vaticana.
Secondo Yallop, Luciani fu assassinato per volontà di Licio Gelli, con il supporto diretto o indiretto di:
  • Michele Sindona e Roberto Calvi, che avevano buone ragioni per desiderarne la morte, nonché capacità e mezzi per organizzarla;
  • Paul Marcinkus, indicato quale "regista" dell'intera operazione;
  • John Patrick Cody, perché passibile di esonero dalla sede di Chicago per motivi legati ad una discutibile gestione finanziaria, di cui la corte federale iniziava ad interessarsi;
  • Jean-Marie Villot, che avrebbe appoggiato e permesso il compimento dell'operazione.
Anche a seguito delle rivelazioni di Yallop, nel 1997 e negli anni seguenti, un gruppo di deputati e senatori italiani presentò in Parlamento alcuni atti di sindacato ispettivo (quali interrogazioni parlamentari, interpellanze ecc.) richiedendo delucidazioni in merito al misterioso decesso di Papa Luciani.[senza fonte]

Le motivazioni del presunto omicidio

Secondo Yallop, erano due i temi scottanti sui quali Luciani era in contrasto con il gruppo di potere vaticano e gli ambienti massonici: questione demografica (controllo delle nascite) e gestione finanziaria.
Villot e pochissimi altri sapevano del dialogo in corso tra il nuovo Papa e il Dipartimento di Stato americano sulla questione demografica e dell'udienza privata che era stata fissata tra Papa Luciani e una delegazione di parlamentari americani, appunto per discutere il tema del controllo delle nascite. Le discussioni con Luciani avevano dissipato in Villot ogni dubbio sulle posizioni innovative del nuovo Papa su questo tema. Egli era certo che ci sarebbe stata una drastica inversione di marcia[13]. Alcuni, come Villot e altri conservatori, ritenevano che questa svolta sarebbe stata un tradimento del pensiero di Paolo VI. Molti, invece, l'avrebbero acclamata come il maggior contributo della Chiesa al superamento del più drammatico tra i problemi del XX secolo.
Il nuovo Papa aveva deciso un generale repulisti degli uomini più vicini alla Banca Vaticana, lo IOR[6][8]. E il 20 settembre 1978 era ormai chiaro che cinque uomini - Marcinkus, Villot, Cody, Sindona e Gelli - avevano moltissimo da temere se Giovanni Paolo I fosse vissuto e moltissimo da guadagnare se fosse morto improvvisamente.

Il memoriale Calcara

Nel memoriale del pentito di Cosa Nostra Vincenzo Calcara sulle rivelazioni fatte a Paolo Borsellino, rese pubbliche a inizio 2008, Calcara racconta di essere venuto a conoscenza di una congiura di quattro cardinali (Jean-Marie Villot, Pasquale Macchi, Giovanni Benelli e un certo Gianvio[14]), tutti membri, come Marcinkus, dell'Ordine del Santo Sepolcro[15] e in diretto contatto con Antonio Albano (notaio personale di Giulio Andreotti, del boss Luciano Liggio e di Frank Coppola[16] e «fiore all'occhiello» di Cosa Nostra) che, usando Marcinkus, uccisero il papa «con una gran quantità di gocce di calmante», «con l'aiuto del suo medico personale»[17].
Alla base del gesto, sarebbe stata l'insofferenza di Papa Luciani verso «l'idea che cardinali e vescovi amministrassero tramite lo I.O.R. enormi ricchezze. La prima cosa che aveva già deciso di fare sarebbe stata quella di rimuovere alcuni cardinali che gestivano, usavano e manipolavano il vescovo Marcinkus sfruttando non solo la sua posizione all'interno dello I.O.R., ma anche e soprattutto i contatti e le potenti amicizie internazionali che il monsignore aveva»[17].
L'idea "rivoluzionaria" di Luciani era di «distribuire il 90% delle ricchezze in diverse parti del mondo, costruendo case, scuole, ospedali etc., dopodiché il 10% dei restanti beni sarebbe stato affidato, per i bisogni della Chiesa, allo Stato italiano»[17], progetto inaccettabile per i vertici delle finanze vaticane.

La "visione" di suor Erika

È inoltre documentato[18] che una religiosa tedesca, suor Erika Holzach, già segretaria del professor Feiner, teologo e perito al Concilio, affermasse di essere stata scelta da Dio, negli ultimi anni della sua vita, per ricevere "visioni" riguardanti eventi ecclesiali importanti. Giovanni Paolo I sarebbe apparso più volte nelle visioni di suor Erika.
La religiosa, scomparsa nel 1987, "vide" la morte di Papa Luciani, senza essere a conoscenza del libro di Yallop:
« Vedevo Papa Luciani era presente, sicuro e reale... Ieri sera, quasi alla fine della preghiera... mi è stato dato di conoscere qualcosa in modo molto chiaro: nella notte in cui fu ucciso, due uomini entrarono nella stanza da letto del Papa. Il primo aveva una siringa, l'altro doveva solo fare la guardia. Ma il Santo Padre si è svegliato e ha capito subito che volevano ucciderlo. Ha visto anche il secondo uomo, non poteva e non voleva difendersi. Ha accettato volontariamente di morire per amore. Tutto è successo molto velocemente. La cara Madre di Dio mi ha rivelato che il Santo Padre si è consegnato totalmente nell'ultimo istante, raccomandando a Lei la Chiesa e il futuro Papa. »
(suor Erika Holzak)

Il caso Nikodim

Il 5 settembre 1978, durante l'udienza privata concessa dal Papa al vescovo metropolita russo di Leningrado Nikodim, questi si accasciò in terra e spirò improvvisamente. Si ipotizzò che la morte di Nikodim, che si vociferava fosse al servizio del KGB, fosse avvenuta a causa dell'incauta ingestione di un caffè alterato, destinato a Papa Luciani probabilmente alterato da chi dopo, nella teoria cospiratoria, lo uccise, ossia la massoneria interna al Vaticano.[senza fonte]

Contro la tesi dell'omicidio

La Chiesa cattolica ha sempre respinto con forza ogni ipotesi dell'omicidio, teoria sposata, seppure in maniera velata, anche dalla discussa fiction sul Papa prodotta da RaiUno nel 2006, anche se la stessa fiction contiene la battuta «La stampa inglese non va mai per il sottile quando è in ballo la Chiesa Cattolica», pronunciata dal protagonista Neri Marcorè-Albino Luciani nel corso dello sceneggiato, che si sposa con la posizione della Chiesa nei riguardi di chi ha sostenuto ogni ipotesi di complotto.
Anche in ambienti laici, l'opera del giornalista inglese è stata bollata come poco attendibile,[senza fonte] per il suo taglio più al limite del romanzo che dell'inchiesta giornalistica, per l'immagine distorta che mostra della personalità del pontefice e per alcune incongruenze fra le affermazioni in esso contenute e la realtà dei fatti[19].
Ad esempio è da considerare che buona parte degli ecclesiastici sospettati di appartenere alla massoneria cui fa riferimento il libro facevano parte dell'area riformatrice della chiesa e avevano avuto un ruolo di primo piano nelle riforme che Paolo VI intraprese dopo il concilio. Sono state pertanto avanzate delle perplessità circa il collegamento fra la massoneria e gli ambienti tradizionalisti e conservatori, che non avrebbero visto di buon occhio l'elezione di Luciani, considerando che questi ultimi sono da sempre i più accaniti avversari della massoneria mentre quasi tutti i presunti massoni interni al vaticano erano di posizioni progressiste.
Papa Luciani respinse le dimissioni di Marcinkus, uno dei presunti cospiratori, nonostante l'operato di gestione delle finanze vaticane operata dal monsignore americano fosse ben lontano dall'idea di banca etica del pontefice bellunese.

Le voci sulle premonizioni

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Giovanni Paolo I § L'incontro con suor Lucia.
L'insolita repentina scomparsa del pontefice da poco eletto si circondò d'aneddoti di tematica paranormale, tendenti ad accreditare l'esistenza d'una qualche premonizione o addirittura della consapevolezza della morte imminente da parte dello stesso Albino Luciani.
Una prima voce di questo tipo riguarda l'incontro con la religiosa Lucia dos Santos, nota come veggente di Fátima. La suora avrebbe predetto i due eventi (l'elezione al soglio pontificio e l'improvviso decesso) allo stesso cardinal Luciani nel 1977. L'episodio è però screditato da fonti ecclesiastiche.
Altro noto richiamo al destino di papa Luciani è stato letto nella celebre profezia di Malachia, dalla quale risulterebbe assegnato a Giovanni Paolo I il motto De medietate Lunae (che potrebbe essere interpretato come «Il tempo medio d'una luna»). V'è stato visto un riferimento alla durata del pontificato (33 giorni), vagamente paragonabile a quella d'una fase lunare (29 giorni).

Un "Giovanni Paolo I" ne Il Padrino

La trama de Il padrino - Parte III contiene degli evidenti richiami, con alcune licenze, alla teoria dell'omicidio sulla morte di questo papa. Nel film il protagonista Michael Corleone decide di prendere il controllo di una società controllata dal Vaticano; alla morte di Paolo VI, il nuovo pontefice Giovanni Paolo I decide di ratificare il contratto che permetterebbe la scalata dei Corleone al potere e per questo viene assassinato su ordine dei concorrenti, quattro personaggi che si ispirano chiaramente alle figure di Paul Marcinkus, Licio Gelli, Giulio Andreotti e Roberto Calvi.[senza fonte]

 https://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_sulla_morte_di_Giovanni_Paolo_I

Lo strano caso della morte di Albino Luciani A cura di Giuseppe Ardagna

Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani divenne ufficialmente Vescovo di Roma (cioè fu eletto Papa) e successore di Paolo VI. In Vaticano, parecchie persone non erano contente dell’elezione di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri.
Ma chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più[1]. Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato…
Marcinkus diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno»[2].
Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque[3]. E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini[4].
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite.[5] Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi[6].
Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).[7]
Di Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare.
La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?[8]
Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.[9]
Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto.
Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi.
Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I.
Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.[10]
Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione[11].
La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa.
Tuttavia la ricostruzione dello scrittore inglese pone alcuni problemi, primo fra tutti la netta sensazione che, in alcuni passi della ricostruzione, gli episodi, le date e le circostanze, tendano ad «esser fatte coincidere» troppo forzatamente.
Tuttavia il lavoro investigativo di Yallop è comunque buono e non si può non tener conto del lavoro dell’inglese soprattutto considerando il fatto che troppi sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa.
Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione.
Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire?
Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita.
Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità...è giusto?» che trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto...» recita l’articolo «...che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di italiani?»[12].

[1] Matillò R.D., L’avventura delle finanze Vaticane,Ed.Pironti, Napoli, 1988 ;
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ardagna G., La scoperta della lista P2 nella stampa italiana,Napoli, 2004;
[6] Ibidem
[7] Matillò R.D., L’avventura delle finanze Vaticane, Ed.Pironti, Napoli, 1988;
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Yallop D., In God’s name, Ed.Pironti, Napoli, 1992;
[11] Ibidem
[12] Ibidem

lunedì 12 ottobre 2015

IL LATO OSCURO DEL PALLONE - UN CARDINALE SPONSOR DEL BOLOGNA E DUE ANZIANE SORELLE PROPRIETARIE DEL CHIEVO - VIPERETTA NON HA NEMMENO UN’AZIONE DELLA SAMP: IL CLUB È DELLA FIGLIA VANESSA - L’INCHIESTA DIRITTI TV E IL RUOLO DI INFRONT Dalle analisi su tutte le proprietà dei club di A, molte curiosità e qualche punto interrogativo (un dipendente delle Ferrovie ha in mano il 45% del Frosinone) - Inchiesta diritti tv, l’ipotesi è che alcuni club abbiano effettuato operazioni finanziarie per «abbellire» i bilanci - Arrestato il fiscalista di Mr Bee e di Infront...

Mario Gerevini per il “Corriere della Sera”

FERRERO FERRERO
Dai club quotati in Borsa alle società appena arrivate dalla serie B: ecco un’analisi approfondita (in due puntate) su tutte le proprietà delle venti società della serie A. Con alcune sorprese, molte curiosità e qualche punto interrogativo. Prima tappa.

Due anziane sorelle sono proprietarie di un club di calcio di serie A. Un dipendente delle Ferrovie quest’estate ha rilevato il 45% di un’altra squadra di A. Il cardinale sponsor. I 111 soci del Milan. I prestanome, le coperture societarie all’estero. E i club campioni di trasparenza. Andiamo a vedere fino in fondo «chi controlla e come» le 20 società di serie A.
 
Juventus, Lazio, Roma
Sono i tre club quotati in Borsa. Dunque con alti standard di trasparenza e comunicazione. A Torino la famiglia Agnelli governa tramite la holding quotata Exor che ha il 64% della Juve. Nick Train e Michael Lindsell, due londinesi gestori di fondi, hanno fatto insistenti acquisti in Borsa tanto da portarsi nella City il 5%, diventando i secondi soci.
CAMPEDELLI CAMPEDELLI

La proprietà della Roma (78%) è invece di due società del Delaware, paradiso fiscale nel cuore degli Usa. Non sono giuridicamente di James Pallotta ma il numero uno della Roma ne è il dominus. La Lazio ha il 34% flottante in Borsa ma il resto è nelle immobiliari e società di pulizia di Claudio Lotito.
 
Chievo
No n si discute: il Chievo è un fenomeno (duraturo) di lungimirante gestione e Luca Campedelli ne è l’artefice. Tutti ritengono che il Chievo sia suo attraverso la Paluani di cui, a leggere le cronache e anche Wikipedia, lui è «il maggiore azionista». In realtà le «padrone» della Paluani, e quindi del Chievo, con un’ampia maggioranza, sono le sorelle Maria Adua (79 anni) e Berta Cardi (84). Cioè mamma e zia di Campedelli che dunque deve farsi approvare i bilanci da loro. Non solo: un’anziana e sconosciuta signora di Nogara (Vr), Giovanna Veronesi (78 anni), ha in mano un altro 16% della squadra.
 
SAPUTO SAPUTO
Atalanta 
A Bergamo Antonio Percassi, ex difensore nerazzurro anni 70, custodisce l’80% dell’Atalanta (il resto è suddiviso tra 150 soci) nella holding Odissea, insieme alla catena di prodotti cosmetici Kiko (653 negozi per 430 milioni di fatturato) che porta ricchi dividendi.
Milan
Silvio Berlusconi controlla il Milan al 99,93% tramite la Fininvest. Tutto noto tranne che in quello 0,07% sono compresi ben 111 soci, dal giornalista Carlo Pellegatti all’ex n°1 dell’Eni Paolo Scaroni. Furono azioni distribuite come optional degli abbonamenti vip ai tempi della presidenza di Giussy Farina.
Frosinone
Qui siamo agli antipodi. Un piccolo club con budget limitato che compete al massimo livello. Il maggiore azionista, l’imprenditore Maurizio Stirpe (Prima spa, 2.200 dipendenti, componentistica per auto e moto) è affiancato da un gruppo di manager della sua azienda, anch’essi soci rilevanti del Frosinone. A luglio il 45% del club messo in vendita da Arnaldo Zeppieri è stato acquistato da Vittorio Ficchi, presidente del Basket Ferentino (A2).
barbara e maurizio stirpe con aurelio regina barbara e maurizio stirpe con aurelio regina

«Manager e imprenditore», riportavano le cronache ma in sostanza, sfrondato dell’auto marketing, dipendente delle Ferrovie. Ha firmato assegni per 2,4 milioni. La Banca Popolare del Frusinate l’ha finanziato. «E io — dice — ho dato in pegno i risparmi di famiglia ma spero con il marketing di far fronte ai debiti e rientrare dell’investimento». Intanto a dar retta al sito del club e a quello della Lega, Ficchi è uno dei due vicepresidenti del Frosinone, con Stirpe presidente. Ma è «per bellezza» perché nella realtà il Frosinone ha un unico amministratore, Maurizio Stirpe.
 
SETTI SETTI
Bologna
Joe &Joey hanno divorziato. Tacopina è fuori, il canadese Saputo, figlio di un industriale dei formaggi da 7,3 miliardi di fatturato, comanda da solo. Ma ancora non è chiaro qual è la porta d’ingresso dei suoi soldi. Il Bologna fa capo alla lussemburghese Bfc 1909 Lux che è totalmente controllata dalla connazionale Fastpad, costituita da un gruppo di avvocati. Saputo dove è entrato? Il Bologna intanto langue in fondo alla classifica. E la Faac (cancelli automatici), il main sponsor di proprietà dell’arcidiocesi guidata dal cardinale Carlo Caffarra, prega per una rapida risalita.
 
Sampdoria 
Massimo Ferrero canta, balla, dichiara, commenta e comanda. La Samp è il suo palcoscenico. Però a essere pignoli, Ferrero senior non ha nemmeno un’azione. La Samp è della figlia Vanessa.
 
ferrero ferrero

Verona
È davvero Maurizio Setti il proprietario del Verona? Il club è controllato al 100% dalla HV7 di Carpi che finanzia la squadra con un prestito da 14 milioni (in parte restituito) al tasso del 6%. HV7 si è indebitata a sua volta, al 5,5%, con la controllante lussemburghese Falco Investments.

E la Falco ha raccolto i soldi piazzando un prestito obbligazionario da 20 milioni (il vero polmone finanziario dell’operazione Verona) a ignoti sottoscrittori. Sopra la Falco c’è un’altra holding, la Seven e infine, in cima alla catena, una fiduciaria, la Argos, che copre qualcuno. Dov’è Setti? E se è il proprietario, perché questa costruzione così «carbonara»?
 
2. L’INCHIESTA DIRITTI TV: UNA MATRIOSKA CON TRE FILONI
MARCO BOGARELLI MARCO BOGARELLI
Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella per il “Corriere dellaSera”

È un’inchiesta giudiziaria ma somiglia a una matrioska di almeno tre filoni il fascicolo «a carico di Baroni Andrea più altri» emerso venerdì scorso dalle nebbie del segreto istruttorio con l’arresto in Svizzera per riciclaggio proprio di questo fiscalista della Tax and Finance di Lugano.
 
Tanto che solo poco a poco si comincia a mettere a fuoco ad esempio che, per la parte di fascicolo che a carico di alcuni degli indagati ipotizza il già noto reato di «ostacolo all’attività dell’autorità di vigilanza», l’autorità in ipotesi ingannata sarebbe la Covisoc, cioè la Commissione per la vigilanza e il controllo delle società di calcio, e non l’Antitrust garante della concorrenza, che pure in maggio, con riferimento alla gara per la vendita dei diritti tv del calcio di serie A e B, aveva avviato accertamenti su eventuali condotte potenzialmente restrittive della concorrenza concordate fra gli operatori Sky, Mediaset, Lega Calcio e Infront Italy, l’advisor di Lega Calcio.

MARCO BOGARELLI INFRONT MARCO BOGARELLI INFRONT
Infatti, nella propria indagine sui rapporti tra uomini o strutture riferibili a Tax and Finance e uomini o strutture riferibili a Infront (che dice di non aver «mai intrattenuto alcun rapporto con la Tax and Finance»), la Procura milanese ipotizza che siano state utilizzate complicate operazioni finanziarie all’estero per fare il maquillage ai sofferenti bilanci di qualche squadra di calcio di serie A, che altrimenti avrebbe avuto problemi a farli rientrare nei parametri pretesi dalla Covisoc per dare l’ok per l’ammissione ai campionati. Ieri, ad esempio, il Sole 24 Ore ha segnalato due operazioni di abbattimento dei debiti di Bari e Genova.
 
philippe blatter e marco bogarelli philippe blatter e marco bogarelli
L’asta per i diritti tv per il campionato in corso e per quelli dei prossimi due anni, invece, è l’oggetto vero e proprio dell’altro filone di indagine per «turbativa d’asta» e «turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente». In questo caso, stando a quanto riportato nelle motivazioni delle richieste di documenti, l’ipotesi è che la Infront di Marco Bogarelli, insieme ai dirigenti di Rti (gruppo Mediaset) Marco Giordani e Giorgio Giovetti, «abbia turbato il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto dei bandi», e «il corretto e imparziale svolgimento delle gare», per «condizionare le modalità di scelta, violando i canoni di trasparenza e leale concorrenza».

La commercializzazione all’estero di questi diritti tv è stata poi affidata dalla Lega Calcio alla società di un’altra delle persone che sono state oggetto di perquisizione in questi giorni, e cioè alla Mp &Silva Group di Riccardo Silva, più noto ai tifosi per esser stato fra i fondatori del canale tematico rossonero Milan Channel con Bogarelli e Andrea Locatelli (altro consigliere di amministrazione di Infront pure indagato come Giuseppe Ciocchetti).

Per ora col cerino in mano più di tutti rimane Baroni. Il quale — non per le vicende dei diritti tv o dei bilanci delle squadre di A, né tantomeno per la trattativa sul Milan del magnate asiatico Bee Thaechaubol, al quale la Tax and Finance sta fornendo consulenza — è finito venerdì a San Vittore per la parte sinora più concreta e matura dell’inchiesta: le operazioni di impiego di capitali contestate come «associazione a delinquere» finalizzata al «riciclaggio» di denaro di provenienza illecita, soprattutto da evasione fiscale, di imprenditori italiani poco noti, ma molto ricchi.
  http://www.dagospia.com/rubrica-30/sport/lato-oscuro-pallone-cardinale-sponsor-bologna-due-anziane-110440.htm

domenica 11 ottobre 2015

Derivati, maxi buco nei conti dello Stato: M5S chiede il sequestro alla Procura di Roma Una potenziale voragine di 42 miliardi di euro per investimenti sospetti. Fatti a spese degli italiani. Ma il Ministero dell’Economia continua a secretare i contratti. Nonostante la trasparenza annunciata dal governo Renzi. I 5 Stelle chiedono ai magistrati di bloccarli. Inoltrando una denuncia anche alla Corte dei conti di Stefano Iannaccone | 1 ottobre 2015

Un potenziale buco di 42 miliardi di euro. Accumulato in maniera poco chiara con i derivati finanziari. E sui quali il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) guidato da Pier Carlo Padoan continua a non fornire spiegazioni. Nonostante le ripetute richieste dei parlamentari che vorrebbero leggere i contratti sottoscritti per capire come lo Stato ha investito i soldi degli italiani. È quanto sostiene il Movimento 5 Stelle, che ha chiesto il sequestro dei contratti del Ministero con un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti. Il documento, firmato da 90 parlamentari pentastellati e dal presidente Adusbef Elio Lannutti, chiede di “svolgere tutti gli accertamenti investigativi necessari ad appurare se nello svolgimento dei fatti, nonché in tutti quelli che emergeranno in fase istruttoria, dovessero essere stati commessi reati in danno dallo Stato Italiano”. E quindi di perseguire “eventualmente i responsabili ai sensi di legge”.
RISPOSTE VAGHE L’ultima risposta del Mef, datata 17 luglio, è stata fornita dal direttore generale del Debito pubblico, Maria Cannata con il “parere negativo alla divulgazione di dati contrattuali, ignorando gli obblighi di riservatezza che i parlamentari richiedenti dovrebbero comunque nel caso rispettare, dimenticando forse i rischi propri del libero mercato e quindi quelli connessi alla sottoscrizione di contratti con un Paese Sovrano e alle leggi in esso vigenti”, riporta l’esposto del M5S consegnato ai magistrati. Eppure il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva annunciato “un meccanismo di rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il proprio rappresentante”. Ma dall’esposto emerge un’altra storia: “Diversi parlamentari di differenti gruppi politici hanno presentato richieste di chiarimenti sui contratti derivati posti in essere dal ministero del Tesoro e oggetto della norma, tramite interpellanze, interrogazioni urgenti e scritte, alle quali a detta degli esponenti, sono state fornite solo risposte parziali, insufficienti, se non financo in taluni casi mai pervenute”. E cosa può nascondersi dietro questo comportamento? “Una situazione favorevole alle banche. Lo Stato potrebbe pagare 4-5 miliardi di euro all’anno proprio alle banche d’affari che beneficiano di regimi fiscali speciali. E come al solito ci rimettono i risparmiatori”, afferma Daniele Pesco, deputato del Movimento 5 Stelle.
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SPRECO DERIVATO – Ma cosa sono i derivati? Si tratta di complessi strumenti finanziari con cui ogni contratto o titolo basa il valore di mercato su un altro strumento finanziario, definito sottostante, che può essere un bene come il petrolio o delle azioni di Borsa. La loro storia è ormai ultradecennale. “I derivati del Tesoro sono stati introdotti in Italia da Mario Draghi, quando era direttore generale al ministero negli anni Novanta. Sono prodotti che dovrebbero garantire le parti dagli andamenti dei mercati”, spiega Elio Lannutti. “Il Mef – prosegue – ha negato l’accesso agli atti. Ma dai dati dell’Eurostat abbiamo appreso di una perdita di 16,9 miliardi di euro dello Stato solo in riferimento al triennio 2012/2014. A nessuno in Europa è andata così male”. Per quale motivo queste informazioni vengono considerate “riservate” pur trattandosi dei soldi degli italiani? “Non c’è mica segreto di Stato”, incalza Daniele Pesco. Il sospetto del Movimento 5 Stelle è che ci siano stati errori di valutazione sugli investimenti: “Hanno cercato di rischiare sui derivati. Per questo dovremmo studiare nei minimi dettagli, con l’aiuto degli esperti, i contratti stipulati dallo Stato con le banche”, afferma il parlamentare pentastellato. Non è tenero nemmeno il giudizio di Lannutti: “Il comportamento del Mef è incomprensibile. Forse non vuole rivelare i contratti capestro sottoscritti. E devo dire che nessun governo, compreso quello di Renzi, si è mosso per affrontare la questione trasparenza sui derivati”.
CERCASI TRASPARENZA – Adesso la parola passa alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma per valutare – come si legge nell’esposto del Movimento 5 Stelle – l’eventuale “mancanza di trasparenza sui contratti in questione: a differenza di ogni altra fornitura di beni e servizi nei confronti dello Stato Italiano, non esiste alcuna procedura pubblica, trasparente e garantista degli interessi dei cittadini italiani, nella selezione di questi contratti ‘assicurativi’, che possono diventare per l’appunto arbitrari, o, nella migliore delle ipotesi, non verificabili”. Lannutti sintetizza così l’obiettivo di questa battaglia: “Vogliamo sapere quanti sono i contratti, come paghiamo e quanto paghiamo”.
Twitter: @SteI

 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/01/derivati-maxi-buco-nei-conti-dello-stato-m5s-chiede-il-sequestro-alla-procura-di-roma/2087144/

domenica 4 ottobre 2015

SULLE 2 GERMANIE AVEVA RAGIONE LA THATCHER: “LA RIUNIFICAZIONE NON PORTERÀ A UNA GERMANIA EUROPEA MA A UN'EUROPA TEDESCA” - LE LAMENTELE DI ANDREOTTI CON BUSH SR: “UNA GERMANIA UNITA IN UN'EUROPA SENZA L'AMERICA SAREBBE UN PERICOLO” - - - - Documenti finora segreti gettano nuova luce sulla riunificazione tedesca - L’America temeva che Berlino potesse sottrarle la leadership sul continente, Bush Sr all’inizio provò a frenare Kohl per non compromettere la distensione con l'Urss - Gorbaciov contrario a qualsiasi estensione dell’area Nato - Andreotti aveva capito tutto... -

Ennio Caretto per il “Corriere della Sera”

Il 3 ottobre 1990 entra in vigore il Trattato di unificazione tra Germania Est e Germania Ovest. Il popolo tedesco esulta: dopo 45 anni, a 10 mesi dal crollo del Muro di Berlino, è di nuovo unito. Per l' Europa, non più divisa dalla Guerra Fredda, è la svolta più importante dalla Seconda guerra mondiale, una svolta che con il crollo dell' Urss (alla fine del 1991) determinerà il suo assetto odierno.
 
THATCHER THATCHER
A 25 anni di distanza, i documenti de-secretati a Washington, Mosca e Berlino rivelano i contrasti che precedettero lo storico evento. La prospettiva di una Germania riunificata ridestava le paure di molti governi europei. La stessa America temeva che Berlino potesse sottrarle la leadership sul continente. Il 28 novembre 1989, quando il cancelliere Helmut Kohl portò al Bundestag il piano in dieci punti per la riunificazione tedesca, la comunità atlantica reagì perciò ambiguamente.
 
THATCHER ANDREOTTI THATCHER ANDREOTTI
Il presidente Usa George Bush Sr., riferiscono i dossier, chiese chiarimenti a Kohl in una telefonata il giorno seguente, e avallò il piano solo dopo essersi accertato al vertice di Malta del 2 e 3 dicembre che il leader sovietico Michail Gorbaciov non si sarebbe opposto con le armi. La premier britannica Margaret Thatcher criticò il cancelliere: la riunificazione, disse, «non porterà a una Germania europea ma a un' Europa tedesca».
 
KOHL ANDREOTTI KOHL ANDREOTTI
I carteggi Usa mettono in rilievo lo sforzo iniziale di Bush: frenare Kohl per non compromettere la distensione con l' Urss. A Malta, Bush sottolinea tre punti a Gorbaciov.
«Washington vuole rapporti di amicizia con Mosca. Mosca non deve impedire la riunificazione tedesca. Se l' Urss interferirà, l' America sospenderà aiuti e negoziati». Gorbaciov risponde che «l' unificazione sarà possibile se procederà in parallelo all' integrazione delle due Europe senza alterare l' equilibrio tra Nato e Patto di Varsavia», l' alleanza militare che fa capo all' Urss.
 
Bush giudica la risposta positiva, e la sera del 3 dicembre dà via libera a Kohl, con tre condizioni che tradiscono un altro timore: il riavvicinamento della Germania a Mosca. La Repubblica federale non negozi da sola con il Cremlino; consulti prima gli alleati; e rimanga nella Nato. Ma il cancelliere tedesco non ascolta. Il 10 febbraio 1990, in visita a Mosca, strappa a Gorbaciov l' assenso all' Unione monetaria delle due Germanie. E dice no quando l' Italia chiede di partecipare ai negoziati con le Grandi.
 
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Tutto ciò non è gradito al presidente Usa, che due settimane più tardi invita Kohl «a non innervosire gli altri Paesi della Nato con i quali dobbiamo concordare una strategia comune». Bush ha in mente l' Italia, su cui conta per il controllo dei Balcani: «L' avete offesa, e se la sono presa tutti gli altri europei». Il cancelliere è sardonico: «Dovrò fare opera magistrale di resurrezione sul premier italiano Andreotti e sul presidente francese Mitterrand. Ma non potrò resuscitare Margaret Thatcher. Lei pensa che Londra abbia pagato un prezzo enorme combattendoci in due guerre mondiali e teme di dover pagare ancora».
 
schaeuble kohl merkel schaeuble kohl merkel
Due settimane dopo Bush accoglie Andreotti alla Casa Bianca. Il premier è risentito: «Se Kohl cedesse alla tentazione di negoziare bilateralmente con Gorbaciov sarebbe un disastro… Lo ha fatto senza preavvertirci per l' Unione monetaria, che avrà un effetto pesante su tutti noi... D' ora in poi dovrà consultarsi con la Comunità europea e con la Nato e mantenersi nel loro ambito».
 
Andreotti denuncia le spinte isolazioniste del Congresso Usa: «Una Germania unita in una Europa occidentale senza l' America sarebbe un pericolo … La signora Thatcher insiste su questo e ha ragione».
 
BUSH SR GORBACIOV BUSH SR GORBACIOV
I carteggi gettano luce anche su una questione alla base dell' odierna crisi ucraina. Nel febbraio 1990 Gorbaciov chiede prima al Segretario di Stato Usa James Baker e poi a Kohl garanzie che la Nato non verrà ampliata. In un pro memoria per il cancelliere tedesco, Baker scrive che «per Gorbaciov qualsiasi estensione dell' area Nato è inaccettabile».
 
Kohl assicura a Gorby che «la Nato non si estenderà alla Repubblica democratica tedesca».
 
Ancora al loro secondo vertice, il 1° giugno a Washington, Gorbaciov insiste per «una Germania unificata con due ancore, quella dell' Ovest nella Nato quella dell' Est nel Patto di Varsavia». Ma Kohl si è rimangiato la promessa e Baker è stato scavalcato da Bush.
«Michail - ribatte Bush Sr. - la tua soluzione è schizofrenica, la riunificazione della Germania e la sua appartenenza alla Nato sono dietro l' angolo, nessuno poteva immaginarlo. Possiamo solo lavorare assieme alla comune casa europea che tu vuoi». Il leader sovietico si piega in cambio di massicci aiuti finanziari tedeschi.
 
mitterrand andreotti kohl mitterrand andreotti kohl
Nel ventennio successivo la Nato verrà estesa ai paesi Baltici, alle frontiere settentrionali con la Russia, e non escluderà di estendersi all' Ucraina. Nel 2014, il presidente russo Putin reagirà occupando la Crimea .
THATCHER RIUNIFICAZIONE DUE GERMANIE 

 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/germanie-aveva-ragione-thatcher-riunificazione-non-porter-109845.htm

giovedì 1 ottobre 2015

MORO PER SEMPRE - FIORONI ANNUNCIA NOVITA’ SULL'ASSASSINIO DEL LEADER DC PER MANO DELLE BR: ''LA MORTE DI ALDO MORO NON FU IMMEDIATA” - ALTRE 4 PERSONE NEL COVO DI VIA GRADOLI? L’annuncio di Fioroni, presidente della commissione d'inchiesta sul caso Moro, durante l’audizione di ieri con il Ris di Roma: “Abbiamo la disponibilità di 4 diversi profili di Dna, due maschili e due femminili rintracciati su oggetti ritrovati nel covo di via Gradoli: necessario un procedimento di comparazione per identificare eventuali altre presenze oltre a quelle giudiziariamente note


“Dopo 37 anni, sulla morte di Aldo Moro ci sono elementi di straordinaria novità”. L’annuncio è di Giuseppe Fioroni (in foto), presidente della Commissione d’inchiesta sul sequestro e la morte dello storico leader della Democrazia cristiana, ucciso dalle Brigate rosse nella primavera del 1978.

giuseppe fioroni giuseppe fioroni
In verità, la “straordinaria novità” annunciata da Fioroni durante l’audizione di ieri con il Ris di Roma, è piuttosto deludente: “Abbiamo la prova scientifica – ha detto il parlamentare del Pd – che Aldo Moro non andò incontro a una morte immediata, come provano i riscontri sui reperti utilizzabili”.

ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI
Non si tratta, in ogni caso, dell’unico riscontro ottenuto grazie al lavoro dei Ris: “Abbiamo la disponibilità, per la prima volta, di 4 diversi profili di Dna, due maschili e due femminili – aggiunge Fioroni – rintracciati su oggetti ritrovati nel covo di via Gradoli: sarà dunque necessario un procedimento di comparazione per riuscire a identificare eventuali altre presenze nel covo, oltre a quelle giudiziariamente note.
ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI


 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/moro-sempre-fioroni-annuncia-novita-sull-assassinio-leader-dc-109711.htm