sabato 3 marzo 2018

L'esperto Usa: «Così manipolammo il caso Moro» di Marco Ludovico. Con il blog di Roberto Galullo01 ottobre 2013

A distanza di molti anni parla Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento Usa nel 1978 in materia di terrorismo, componente del comitato di crisi voluto da Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, durante il rapimento e poi l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Br.
Ieri, a Mix24, Pieczenick ha rotto il silenzio e ha risposto per mezz'ora alle domande di Giovanni Minoli. Ha parlato di una «manipolazione strategica al fine di stabilizzare la situazione dell'Italia» in quel periodo. Racconta di aver temuto che Moro venisse alla fine rilasciato: «Mi aspettavo che le Br si rendessero conto dell'errore che stavano commettendo - con il rapimento - e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano - ha spiegato l'ex consulente Usa - Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro». La procura di Roma ha disposto l'acquisizione dell'intervista. Lo ha deciso il pm Luca Palamara, titolare dell'ultimo procedimenti aperto sul sequestro e l'omicidio dello statista Dc. Il magistrato intende sentire il consulente americano, potrebbe essere aperta una procedura di rogatoria internazionale.
Nel comitato di crisi per il rapimento Moro, Pieczenik sedeva insieme al criminologo Franco Ferracuti, l'esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato renato Squillante. «In quei giorni quotidianamente, anche più volte, parlavo con Cossiga» dice il consulente inviato a Roma dall'allora segretario di Stato americano Cyrus Vance. «Abbiamo passato insieme più di 40 giorni». E, aggiunge, «Cossiga capì subito che il problema non era solo legato alla "persona" Moro - ma che doveva affrontare una crisi dello Stato, che avrebbe dovuto "stabilizzare" l'Italia». Di più: «A un certo punto, per poter incidere in una situazione di crisi, sono stato costretto a sminuire la posizione e il valore dell'ostaggio, a Cossiga ho suggerito di screditare la posta in gioco» fino a suggerirgli, rivela, di dire che quello delle lettere - le ultime soprattutto - non era il vero Aldo Moro. Così come bocciò l'iniziativa del Vaticano di raccogliere una cospicua somma di denaro, pare di dieci miliardi di lire, per pagare un riscatto. «In quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Non era per Aldo Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate rosse e il processo di destabilizzazione dell'Italia». Chiede Minoli: «Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire?». «Per quanto mi riguarda, la cosa era evidente - risponde il consulente - Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell'Italia». 
Incalzato su Bettino Craxi, che tentò in modo convinto di aprire una trattativa, Pieczenick si fa scappare una rivelazione inquietante che conferma molte ipotesi formulate su Tangentopoli e il ruolo americano che favorì la vicenda di Mani Pulite. «Non mi preoccupai sul possibile ruolo di Craxi, era stato già neutralizzato, gli stavamo dietro da tempo. Avevamo il coltello dalla parte del manico, sapevamo qualcosa su di lui. Craxi era comunque compromesso, si era compromesso da solo». La procura di Roma intende acquisire anche un'intervista all'attrice Piera Degli Esposti, realizzata dalla giornalista del Tg5 Claudia Marchionni, in cui l'attrice racconta di essere stata in via Caetani dalle 11.30 all'una e mezza del 9 maggio 1978. Era rimasta appoggiata, racconta, quasi sempre alla Renault dov'era il cadavere di Moro, senza accorgersene, ma aggiunge anche che in quelle ore non arrivò nessuno.

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Cosa hanno in comune gli omicidi di Aldo Moro, Kennedy e Lincoln? 5 mesi ago written by Complottisti Staff

In questo articolo analizzeremo le inquietanti coincidenze relative in particolar modo a tre esponenti politici che, poco dopo aver promosso leggi a favore della sovranità monetaria dei rispettivi Paesi, hanno poi fatto una brutta fine. Stiamo parlando di Abraham Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e Aldo Moro.
Il problema di fondo è quello dell’emissione sovrana di moneta, ben noto per chi si occupa di Signoraggio Bancario. Abbiamo in parte toccato questo tema i due precedenti articoli: Signoraggio Bancario: perché il debito è inestinguibile? e Auriti, il valore indotto e la proprietà della moneta.
Le banche centrali di moltissimi Paesi, spacciate come istituti pubblici, ma in realtà Società per Azioni private possedute generalmente da famiglie di banchieri senza scrupoli, hanno da sempre utilizzato qualsiasi mezzo per occultare la loro vera natura e nascondere l’inganno agli occhi della popolazione.
Cerchiamo di riassumere brevemente i fatti.
Il presidente Lincoln nel 1862, ebbe un incontro privato con un amico di vecchia data, il colonnello Edmund Dick Taylor che suggerì di stampare biglietti di Stato a corso legale per fronteggiare le spese della Guerra Civile Americana scoppiata l’anno precedente. Questa idea scaturì anche a causa degli interessi usurai (dal 24 al 36 per cento) pretesi dai banchieri internazionali nell’eventualità di un prestito all’Unione. Lincoln ovviamente non accettò le condizioni poiché non voleva trascinare il proprio Paese nel baratro del debito. Così, nonostante forti opposizioni, il 25 febbraio 1862 firmò il First Legal Tender Act che autorizzava l’emissione dei biglietti di Stato, conosciuti in seguito come greenbacks, nome derivato dall’uso di inchiostri verdi per distinguerli dalle altre banconote.
Il 14 aprile 1865, durante uno spettacolo teatrale al Ford’s Theatre, John Wilkes Booth (attore che aveva più volte recitato proprio in quello stesso teatro) spara un colpo alla testa del presidente Lincoln. I lati oscuri della vicenda resteranno numerosi: l’assenza della guardia del corpo del presidente, impegnata a bersi qualche drink ed il mistero del killer, ufficialmente scovato e ucciso una decina di giorni dopo, anche se nel corso degli anni molti ricercatori hanno sostenuto che Booth fosse riuscito a scappare.
Facciamo un salto di un secolo.
John Fitzgerald Kennedy, il 4 giugno 1963, firma l’Ordine Esecutivo 11110, un decreto presidenziale che di fatto toglieva alla Federal Reserve Bank (la banca centrale presente negli Stati Uniti) il potere di stampare denaro, restituendolo al Dipartimento del Tesoro, come sancito nella Costituzione americana. Il governo USA tornava in possesso della propria sovranità monetaria grazie ad una legge esplicita che lo autorizzava a «emettere certificati d’argento a fronte di ogni lingotto di argento e dollari d’argento della Tesoreria».
Praticamente gli Stati Uniti si riprendevano il diritto di stampare moneta, collegando l’emissione di banconote alle riserve d’argento della Tesoreria, senza la necessità di chiedere prestiti ad interessi alla Federal Reserve: biglietti a corso legale sgravati dal debito all’atto di emissione. L’unica differenza visibile sulle nuove banconote rispetto alle precedenti era la dicitura: quelle successive all’ordine esecutivo di Kennedy riportavano “Biglietto degli Stati Uniti” (United States Note), le altre “Biglietto della Federal Reserve” (Federal Reserve Note).
Guarda caso pochi mesi dopo, il 22 novembre 1963, il presidente Kennedy verrà ucciso a Dallas. Dopo più di quarant’anni i punti oscuri di questo omicidio rimangono senza una plausibile e convincente spiegazione ufficiale. Al contrario, risultano ormai palesi le incongruenze, i depistaggi e le manomissioni relative alla vicenda. Come in altri casi analoghi, i poteri forti hanno manovrato nell’ombra per far passare l’idea che il tutto fosse riconducibile ad un mitomane, un povero pazzo isolato che aveva agito da solo (in questo caso Lee Harvey Oswald). Questo perché, per definizione, un’eventuale azione premeditata da più persone costituirebbe un complotto. Il che starebbe a significare l’esistenza di strategie occulte che meriterebbero un’attenzione profonda da parte del pubblico. Ed è ovvio che i criminali complottisti abbiano tutto l’interesse nel mantenere un basso profilo e non essere scoperti.
Stranamente anche lo squilibrato, l’utile idiota dell’omicidio Kennedy, verrà a sua volta messo a tacere per sempre prima ancora di poter rivelare qualche informazione compromettente, ucciso in pubblico da Jack Leon Ruby (nato Jacob Leon Rubenstein), apparentemente senza un valido movente, appena un paio di giorni dopo l’assassinio del presidente USA. Il bello è che “Sparky” Jack Ruby riuscì ad eliminare lo scomodo testimone davanti alla centrale di polizia di Dallas, proprio mentre Oswald veniva scortato da un gruppo di poliziotti al vicino carcere statale. Inutile dire che pure Ruby morirà poco dopo, ufficialmente per un’embolia polmonare, il 3 gennaio 1967, dopo aver scampato una sentenza di morte dettata dal tribunale il 14 marzo 1964. Sia Oswald che Ruby avevano dichiarato più volte di essere stati incastrati.
Facciamo notare, fra parentesi, che pure la data della morte di Kennedy presenta una particolare coincidenza: cade esattamente cinquantatré anni dopo l’incontro (all’epoca segreto) tenuto sull’isola di Jekill (Jekill Island) fra un gruppetto di banchieri che stavano sviluppando il progetto che avrebbe portato a costituire proprio la Federal Reserve. Un fatto che potrebbe apparire casuale per chi è a digiuno di esoterismo, rituali e la logica relativa a gruppi massonici e paramassonici. Invitiamo perciò i nostri lettori ad approfondire la questione con studi e ricerche.
Veniamo al caso Moro. Negli anni sessanta lo statista della Democrazia Cristiana decise di finanziare la spesa pubblica italiana attraverso l’emissione di cartamoneta di Stato sgravata da debiti, in tagli da 500 lire, ossia con un “biglietto di Stato a corso legale”.
Con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat venne regolamentata la prima emissione, la serie “Aretusa” (Legge 31-05-1966), mentre il presidente Giovanni Leone regolarizzò con il DPR 14-02-1974, la serie “Mercurio” (DM 2 aprile 1979), le famose banconote da 500 lire conosciute come “Mercurio alato”.
Già all’epoca la sovranità monetaria dell’Italia era limitata: allo Stato era concesso (chiedetevi, fra l’altro, da chi fosse “elargita” questa concessione) solamente il diritto di conio delle monete attraverso la Zecca, mentre le banconote venivano acquistate dal Fondo Monetario Internazionale. Un po’ come accade oggi, dove ai singoli Paesi europei spetta il diritto di coniare gli euro di metallo ma non le banconote, che vengono emesse dalla Banca Centrale Europea. Per questo quando nel 2002 Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, propose di sostituire le monete da uno e due euro, Wim Duisenberg, primo governatore della BCE, rispose con un avvertimento: «Spero che Mr. Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Fra parentesi ci sarebbe anche da indagare sulla strana morte di Duisenberg, avvenuta il 31 luglio 2005, nemmeno due giorni dopo le sentenze di rinvio a giudizio pronunciate a Milano contro le filiali Deutsche Bank, UBS, Morgan Stanley e Citygroup partite dai procuratori che stavano indagando sul crac Parmalat. Ricordiamo che il banchiere olandese era stato eletto primo presidente della Banca Centrale Europea proprio grazie all’appoggio del colosso bancario tedesco. Coincidentemente, nelle stesse ore, precipitava dalla finestra del suo appartamento di New York Arthur Zankel, ex membro del consiglio di Citybank.
Ma forse stiamo divagando troppo, torniamo alle 500 lire cartacee emesse dai governi Moro.
Lo statista, per ovviare ai limiti imposti di cui sopra, utilizzò un brillante stratagemma. Dopo aver autorizzato il conio delle 500 lire di metallo, fece una deroga che permetteva, contemporaneamente, l’emissione della versione cartacea, che poteva in questo modo essere stampata ugualmente dalla Zecca di Stato.
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito e ucciso il 9 maggio dello stesso anno. Casualmente, in seguito al tragico avvenimento, l’Italia smise di emettere biglietti di Stato.
Come per gli omicidi di Lincoln e Kennedy, anche in questo caso i punti oscuri sono numerosissimi.
Uno dei fattori comuni è il ruolo dei servizi segreti. La versione ufficiale che additava la responsabilità alle fantomatiche Brigate Rosse non hai mai convinto le persone minimamente informate sui fatti. La strategia della tensione era chiaramente funzionale alla volontà di destabilizzare l’Italia, obiettivo confermato e dichiarato anche nell’Operazione Chaos e nell’Operazione Condor in America latina (fra i tanti misteri dei Servizi, mai sentito parlare dell’ufficio K?).
Più volte è stata avanzata l’ipotesi dei tre livelli delle BR: base ideologizzata utilizzata come manovalanza, alcuni capicolonna eterodiretti come Mario Moretti ed il centro studi Hyperion di Parigi, una scuola di lingue usata come copertura per uno degli avamposti della CIA in Europa, il corrispettivo francese della Gladio italiana, il tutto parte della rete NATO “Stay Behind”.
I dubbi su Moretti (capo effettivo delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro) circa il suo ruolo di infiltrato, spia e doppiogiochista dei servizi segreti sono stati sollevati più volte dagli stessi brigatisti, ad esempio Alberto Franceschini, Renato Curcio, Giorgio Semeria e Valerio Morucci o da personaggi come il senatore Sergio Flamigni, che definì il capo brigatista “la sfinge”. Addirittura vennero fatti degli accertamenti da parte di alcuni esponenti delle BR su questo losco individuo, prima del sequestro dello statista, ma non ne venne fuori nulla e così Moretti rimase ai vertici dell’organizzazione.
È ormai risaputa la presenza del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi in via Stresa la mattina dell’agguato e del rapimento di Moro avvenuto in via Fani, a soli duecento metri di distanza. Cosa ci facesse da quelle parti non è mai stato chiarito. E nemmeno un’altra delle miriadi di coincidenze: nello stesso palazzo in via Gradoli 96 dove viveva Moretti al tempo del sequestro c’erano almeno 24 appartamenti intestati a società immobiliari fra i quali amministratori figuravano membri dei servizi segreti. Al secondo piano dello stabile viveva un’informatrice della polizia, mentre al n° 98 della solita via abitava un compaesano di Moretti, agente segreto militare ed ex ufficiale dei carabinieri.
Qualche anno fa nel libro Nous avons tué Aldo Moro di Emmanuel Amara pubblicato da Patrick Robin Editions (uscito in Italia con il titolo Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra edito da Cooper e curato da Nicola Biondo), Steve Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, mandato in missione da Washington su “invito” di Francesco Cossiga durante i cinquantacinque giorni del sequestro, ha rivelato: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik non solo ha ammesso di aver intavolato una falsa trattativa con i brigatisti, ma dice spudoratamente che uno degli obiettivi fu quello di costringere le Brigate Rosse ad uccidere Moro: «La mia ricetta per deviare la decisione delle BR era di gestire un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Il colpo di grazia venne inferto quando risultò evidente che Moro fosse ormai disperato e si decise di attuare il piano della Duchessa, un falso comunicato da attribuire alle Brigate Rosse: «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Secondo le parole di Pieczenik Cossiga era d’accordo con praticamente la maggior parte delle scelte proposte: «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. È in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle BR. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Gli obiettivi raggiunti con questa strategia furono molteplici: venne eliminato Moro, le BR furono messe a tacere e fu possibile entrare in possesso del vero memoriale e delle registrazioni dell’interrogatorio dello statista italiano. Quello dell’esponente della Democrazia Cristiana è stato un sacrificio umano, come dichiarato apertamente da Pieczenik: «Mai l’espressione “ragion di Stato” ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». E come ogni rituale, la scena del delitto era carica di simbologia esoterica, evidente soprattutto per gli iniziati. Il discorso merita un articolo a parte, che verrà pubblicato prossimamente. La cosa meno esoterica fu la seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi, dove venne fuori la parola “Gradoli”, il nome della via in cui era situato il covo dei sequestratori di Moro. Quella stessa via nella quale erano presenti immobili di proprietà dei servizi segreti. Ovviamente la seduta spiritica fu un escamotage per tenere sotto copertura la fonte della soffiata che comunque venne deliberatamente ignorata. Venne sviata l’attenzione su Gradoli in provincia di Viterbo, arrivando addirittura ad affermare che non esistesse nessuna via a Roma con quel nome.
Va anche tenuto presente che all’epoca del sequestro i massimi dirigenti dei Servizi erano appartenenti alla Loggia P2. Senza considerare che alcuni anni prima, durante la visita negli Stati Uniti dello statista italiano nel settembre 1974, Henry Kissinger lo minacciò pesantemente, come riferito dal portavoce di Moro, Corrado Guerzoni, davanti ai giudici. Per non parlare della testimonianza della moglie dell’esponente della DC, che dichiarò alla commissione parlamentare a proposito delle evidenti minacce fatte al marito da parte della delegazione americana: «Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara, veda lei come la vuole intendere».
Un’altra delle numerose coincidenze fu la morte di Pier Paolo Pasolini che, guarda caso, aveva espresso pubblicamente le sue perplessità, avanzando ipotesi e connessioni tra “stragi di Stato”, poteri forti, servizi segreti internazionali, politici, petrolieri e banchieri. Già nel 1975 aveva fatto notare che la “Strategia della Tensione” era cominciata il 12 dicembre 1969 proprio con l’attacco alle sedi di tre banche: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la Banca Commerciale Italiana, anch’essa a Milano (dove per fortuna la bomba rimase inesplosa) e la Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto a Roma.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura, che aveva comiciato ad emettere le 500 lire cartacee poco prima di questi tragici eventi, casualmente interruppe l’emissione dei biglietti di Stato a corso legale dopo gli attentati.
Guardatevi il video della relazione di Marco Saba sul tema di Signoraggio Bancario e stragi di Stato. Sentite cosa dice a proposito dei libri Il bilancio dello Stato – Un istituto in trasformazione – Franco Angeli / La finanza pubblica (1977) di Giuliano Passalacqua e del Libro bianco del Ministero del Tesoro (1969): «A proposito dei buoni ordinari del tesoro, il grado di liquidità dei BOT può essere uguale a quello della base monetaria se la Banca d’Italia li acquista senza limiti ad un prezzo uguale a quello di emissione». In poche parole la Banca d’Italia (quando era un po’ più statale di ora) poteva comprare illimitatamente BOT alla pari, senza dover pagare interessi; praticamente come se lo Stato italiano si fosse stampato la propria moneta. Come riferisce Marco Saba, la cosa importante da notare è che questa era la pratica che effettivamente esisteva in Italia fino al 1969, anno della strage di piazza Fontana e delle bombe nelle banche. Senza considerare il discorso sui residui passivi.
Altro tema interessante è quello sulle guerre, le quali hanno quasi sempre a che vedere con il ricatto ed il potere bancario nei confronti dei Paesi che hanno le banche nazionalizzate ed una gestione della moneta a livello statale. Saba pone l’esempio della rivoluzione iraniana che cominciò quando Khomeini fece due leggi contro l’usura e nazionalizzò le banche.
Chissà perché chi si occupa di denunciare e contrastare le attività criminose di banchieri senza scrupoli generalmente non fa una bella fine. Per esempio Federico Caffè, scomparso alle prime luci dell’alba dalla sua casa a Roma, dove viveva con il fratello Alfonso, il 15 aprile nel 1987 (coincidentemente lo stesso giorno della morte del presidente Abraham Lincoln). Un paio di anni prima, il 27 marzo 1985, il suo allievo Ezio Tarantelli venne ucciso nel parcheggio dell’Università La Sapienza, attentato poi rivendicato dalle fantomatiche Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Sia ben inteso, sono tutte coincidenze. Fonte
http://www.complottisti.info/cosa-hanno-in-comune-gli-omicidi-di-aldo-moro-kennedy-e-lincoln/

giovedì 14 dicembre 2017

L’EUROPA SARA’ ANCHE PERFIDA MA NOI SIAMO COGLIONAZZI - L’ITALIA E’ RIUSCITA A SPENDERE SOLO 2,4 MILIARDI DEI 42,6 CHE L’UE CI HA DATO PER LE AREE PIU’ DEBOLI - SIAMO IN RITARDO SUL FRONTE DELLA SPESA MA ANCHE SU QUELLO DELLA PROGRAMMAZIONE: ABBIAMO IMPEGNATO SOLO IL 37% DEI FONDI A DISPOSIZIONE

Antonio Troise per “il Giorno”


La storia si ripete. E, anche questa volta, la classifica che arriva da Bruxelles è impietosa: l' Italia continua ad essere il fanalino di coda nell' utilizzo dei fondi europei. Certo, non siamo proprio gli ultimi della lista. Ci sono almeno quattro paesi, sui 28 dell' Unione, che sono stati in grado di fare addirittura peggio di noi: Spagna, Romania, Irlanda, Austria.

Altri due, Croazia e Slovacchia hanno le stesse percentuali di spesa. Ma c' è poco da stare allegri. Perché i fondi comunitari sono strutturati, come si sa, per cicli di sette anni. L'ultimo è partito nel 2014 e si chiuderà inesorabilmente nel 2020. Oggi, insomma, siamo praticamente a metà strada.


E, nei primi 36 mesi, l'Italia è riuscita a spendere appena il 3% della montagna di soldi che l' Europa ha stanziato per le aree più deboli: 42,67 miliardi. Eppure siamo il secondo Paese dell' Unione destinatario di questi denari, superati solo dalla Polonia, che può contare su una dote di circa 105 miliardi di euro.

Ma anche l' Italia non scherza. I fondi europei, insieme con il cofinanziamento a carico del Tesoro, possono infatti attivare investimenti per 73,67 miliardi. Quasi 10 miliardi all' anno da destinare allo sviluppo, una cifra che in tempi di vacche magre per il bilancio dello Stato vale più dell' oro. Ma non basta. Perché siamo fortemente in ritardo non solo sul fronte della spesa ma anche su quello della programmazione. Abbiamo impegnato, infatti, solo il 37% dei fondi a disposizione.


Nella speciale classifica contenuta nella relazione della commissione Ue sui fondi europei, nelle posizioni inferiori troviamo solo Slovacchia, Croazia, Cipro, Romania e Spagna. Per ora nessuno nel governo ha fatto suonare campanelli di allarme. Anzi, c' è un certo ottimismo.

Anche perché negli ultimi tempi, l' Italia ha accelerato il passo. Un dato per tutti. Nel 2011, a due anni dal ciclo di programmazione 2007-2013, la spesa era inchiodata al 15%, con il rischio concreto di dover restituire una buona parte delle risorse assegnate. Poi, però, il ministro della Coesione Claudio De Vincenti ha fatto un piccolo miracolo ed è riuscito a spendere il 110% dei fondi incassando, in più, i complimenti della commissaria Ue per le politiche regionali, Corina Cretu. Inoltre, per il nuovo ciclo, la scelta è stata quella di concentrare le risorse nei cosiddetti patti territoriali, che dovrebbero ribaltare le statistiche. Sempre che, ovviamente, non si perda altro tempo.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/rsquo-europa-sara-rsquo-anche-perfida-ma-noi-siamo-coglionazzi-162867.htm

domenica 3 dicembre 2017

AGNELLI, “UN MILIARDO NASCOSTO ALL’ESTERO”



 tesoro segreto di Gianni Agnelli esiste ed è ben nascosto all’estero. È un malloppo di almeno un miliardo di euro, forse più. Difficile scoprirlo e quantificarlo, perché schermato da fiduciari e prestanome e protetto in paradisi societari che rispondono picche alle rogatorie dei magistrati italiani. Eppure le tracce sono inequivocabili. Lo sostengono i pm di Milano Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, in una richiesta d’archiviazione che chiude una vicenda giudiziaria lunga e complicata messa in moto dalla figlia dell’Avvocato, Margherita Agnelli, ma apre uno squarcio sul tesoro e sui suoi custodi eccellenti.
Tutto era nato dopo la morte di Gianni Agnelli. Margherita Agnelli de Pahlen sostiene che l’accordo di ripartizione dell’eredità, sottoscritto dalla famiglia nel 2004, nasconde un imbroglio: non considera una parte del patrimonio, nascosta all’estero. Avvia dunque una causa contro i gestori dei beni del padre: Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron, tutti uomini di fiducia della madre, Marella Caracciolo. Ne nasce una grande Dynasty all’italiana. Margherita contro suo figlio, il presidente della Fiat John Elkann, e tutto il resto della famiglia. Un processo civile a Torino, uno penale a Milano. Una storia contorta: a Milano, l’avvocato Emanuele Gamna, già difensore di Margherita, dichiara ai magistrati di avere ricevuto pressioni dalla sua ex cliente e dal suo nuovo legale, Charles Poncet, affinché restituisse parte della parcella ricevuta, 15 milioni di euro. Margherita minacciava di denunciarlo per evasione fiscale, se non gli avesse restituito una fetta dei suoi soldi: sosteneva infatti che l’avvocato aveva fatto il doppio gioco e si era accordato con i suoi avversari. La denuncia di Gamna provoca l’iscrizione di Margherita e di Poncet tra gli indagati. Ma fa partire anche le indagini per verificare se sia vero quanto sostiene la figlia di Agnelli.
Ora Fusco e Ruta chiudono l’inchiesta. Chiedono al gip di archiviare le accuse a Margherita e al suo legale (tentata estorsione) e a Gamna (falso in scrittura privata). Ma mettono nero su bianco che il tesoro di Agnelli esiste: è “verosimile l’esistenza di un patrimonio immenso in capo al defunto Giovanni Agnelli, le cui dimensioni e la cui dislocazione territoriale non sono mai stati compiutamente definiti”. Per questo, “l’iniziativa giudiziaria promossa da Margherita Agnelli non può essere liquidata come una pretesa avventata”, né “possono escludersi, in linea teorica, accordi tra le persone coinvolte per marginalizzare Margherita Agnelli sul piano economico”. Dov’è, però, il tesoro? Quanto è grande? Le domande rimangono senza risposte compiute, perché le indagini sono state bloccate sia in Liechtenstein sia in Svizzera dalla “mancata collaborazione delle autorità locali”. Eppure qualche frammento di verità emerge: società offshore, finanziarie, un conto segreto in terra elvetica. Ne parla un testimone, Paolo Revelli, ex managing director di Morgan Stanley. “Questi ha affermato”, scrivono Fusco e Ruta, “di avere sempre saputo che presso la filiale di Zurigo esisteva una provvista direttamente riferibile all’avvocato Giovanni Agnelli per una cifra compresa fra gli 800 e il miliardo di euro, fiduciariamente intestata e detenuta attraverso molteplici conti da Siegfrid Maron”, uno dei consulenti personali dell’avvocato per la gestione del patrimonio. A Vaduz, in Liechtenstein, secondo i pm sono domiciliate invece fondazioni, trust e anstalt riconducibili a Gianni Agnelli. La fondazione Alkyone, per esempio, che faceva riferimento a “protectors” eccellenti come Gabetti, Grande Stevens e Maron. Erano dell’Avvocato anche tre moli (il 25, il 26 e il 27) del porto francese di Beaulieu, in Costa Azzurra, usati da Gianni Agnelli fin dagli anni Settanta. Uno è della Triaria Investments di Jersey, intestataria anche di uno dei conti correnti di Maron presso la Morgan Stanley di Zurigo. Gli altri due sono riconducibili alla Delphburn Limited (Isola di Man) e Celestina Company Limited (Jersey). Ma erano dell’Avvocato, secondo le testimonianze dei figli di Achille Boroli, l’imprenditore che nel 2004 li aveva rilevati.


L'immenso patrimonio in nero dell'Avvocato AgnelliI pm di Milano elencano le proprietà off-shore di Gianni: c'è un immenso patrimonio scheamato in Svizzera e Liechtenstein. Spunta anche un conto segreto da 1 mld a Zurigo

di Nino Sunseri

Certo non è la maniera più lusinghiera per celebrare il decennale della scomparsa dell’Avvocato Agnelli. Chiuse le celebrazioni solenni alla presenza del Capo dello Stato, spente le candele, appassiti i fiori resta una realtà oscura e limacciosa che certo non aiuta la memoria del defunto. Gian Luigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, i più stretti collaboratori di Gianni Agnelli,  concludono la carriera di fedeltà alla dinastia con una condanna a un anno e quattro mesi inflitta dalla Corte d’Appello di Torino (in primo grado erano stati assolti). Una pena che non sconteranno e certo non farà ombra alla loro fedina penale perchè fra una settimana il processo si chiuderà per la prescrizione. Resterà la macchia di cui si sono fatti carico come ultimo sacrificio offerto alla famiglia: l’operazione in derivati che, nel 2005 consentì agli eredi Agnelli di mantenere il controllo della Fiat bloccando l’avanzata delle banche creditrici. Condannati solo Franzo Grande e Gabetti: i più fedeli fra i fedelissimi di Giovanni Agnelli. Le società coinvolte, a cominciare da Ifi-Ifil (oggi Exor) e l’accomandita di famiglia assolte.
C’è amarezza nelle parole di Franzo Grande Stevens che mai si sarebbe aspettato di chiudere la carriera di avvocato dell’Avvocato con una condanna per aver servito gli interessi della famiglia fino all’estremo limite della sua sapienza giuridica.
Ma in fondo questo è ancora niente. Più mortificante per la memoria dell’Avvocato l’altra notizia uscita ieri dal Palazzo di Giustizia (Milano stavolta).  
Riguarda il ricorso di sua figlia Margherita. Un’appendice della lite che ha contrapposto la primogenita di Gianni alla madre Marella e ai figli John, Lapo e Ginevra. Uno scontro degno più di un anfiteatro da tragedia greca che non una sorda e fredda aula di tribunale. In questo cascame processuale  Margherita e l’avvocato Charles Poncet erano accusati di tentata estorsione ai danni di un altro avvocato, Emanuele Gamna accusato, a sua volta, di falso in scrittura privata. Una vicenda piuttosto intessuta di interessi incrociati che avevano tutta l’apparenza di ricatti. Ma la Procura di Milano ha archiviato.
Tutto chiuso tranne un particolare. Dai documenti emerge un conto segreto da un miliardo di euro dell’avvocato Agnelli in Svizzera. Frutto di evasione fiscale? Chi può dirlo visto che i magistrati italiani non sono mai riusciti ad avere accesso alle carte. A rivelarne l’esistenza Paolo Revelli, ex manager di Morgan Stanley. In una testimonianza del 21 dicembre 2009 dichiara di «avere sempre saputo che presso la filiale di Zurigo esisteva una provvista direttamente riferibile all’avvocato Giovanni Agnelli per una cifra compresa fra gli 800 milioni e il miliardo di euro,  intestata a Siegfried Maron». Il banchiere svizzero che gestiva le finanze personali dell’avvocato. Dall’indagine sarebbe emersa anche la presenza di due società offshore e una finanziaria riconducibili a loro volta all’Avvocato e destinate a schermare la proprietà di tre moli in Costa Azzurra. Un tesoretto nella disponibilità diretta di Gianni Agnelli e custodito all’estero. Impossibile saperne di più per la mancata collaborazione di Svizzera e Liechtenstein. «Vi sono molteplici indizi che portano a ritenere  verosimile l’esistenza di un patrimonio immenso in capo al defunto Giovanni Agnelli, le cui dimensioni non sono mai state compiutamente definite» scrivono i pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta.
http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1189231/L-immenso-patrimonio-in-nero--dell-Avvocato-Agnelli.html

domenica 19 novembre 2017

AMERICA FATTA A MAGLIE - PENSATE CHE COLPO SE L'INFORMATORE DELL'FBI SUL CASO URANIUM ONE-ROSATOM DIRÀ AL CONGRESSO CHE NEL 2010 SI DOVEVA FERMARE IN NOME DELLA SICUREZZA NAZIONALE LA VENDITA DELL'URANIO AMERICANO ALLA RUSSIA, E CHE QUELL'OPERAZIONE ANDÒ AVANTI PER INTERVENTO DI OBAMA E DELLA CLINTON (LA CUI FONDAZIONE RICEVETTE 150 MILIONI DAI RUSSI) E CHE I FEDERALI LO HANNO MINACCIATO PER NON PARLARE. CHI SAREBBERO I TRADITORI ALLORA?

Maria Giovanna Maglie per Dagospia

Pensate che colpo se l'informatore dell' FBI sul caso UraniumOne-Rosatom finalmente libero di parlare dirà al Congresso che già nel 2010 c'erano informazioni sufficienti per fermare la vendita di un quinto dell'uranio americano alla Russia in nome della sicurezza nazionale, e che quell'operazione non si fermo’ per intervento di Obama e della Clinton, per un sacco di soldi, e che come beffa finale a lui e’ stato imposto il silenzio, e che è stato a lungo minacciato proprio dai federali. Chi sarebbero i traditori allora?


Pare che metà degli americani abbiano già deciso che eviteranno accuratamente di parlare di politica quando tra qualche giorno si siederanno insieme alla famiglia allargata per il pranzo di Thanksgiving, l'appuntamento tradizionale al quale è molto difficile rinunciare negli Stati Uniti.

Eppure da ringraziare ci sarebbe, visto che l'economia marcia a meraviglia, disoccupazione al 4,1%, la più bassa in 17 anni, nell’ultimo anno un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro, stock market più alto di sempre, a 5,4 trilioni, e anche se è tutta da vedere al Senato, la Camera ha approvato una gran riforma delle tasse che dovrebbe dare un'ulteriore spinta. Di ritorno dalla Cina Donald Trump ha pure riportato a casa tre giocatori di basket dell'Ucla arrestati e in attesa di processo per furto in un negozio.

Ma gli americani sono disuniti e arrabbiati, ed è tutto un raccontare di imbrogli elettorali, trame occulte con la Russia e il Terribile Putin, mentre lo scandalo delle denunce per molestie sessuali a vip, che da Hollywood sono arrivate ora a Washington, rischia di diventare un autentico fenomeno di isteria collettiva, alla fine della quale si saranno tutti quanti arrestati tra di loro o saranno tutti ricoverati in una clinica per riabilitazione.


Certo, che la parte del maiale, quasi paragonabile ad Harvey Weinstein, tocchi anche all’ex comico televisivo di Saturday Night Live, ora senatore del Minnesota, sempre liberal, difensore delle donne e castigatore di Trump e dei repubblicani sessisti e razzisti, Al Franken, è un colpo al cuore per i democratici.

Succedono cose strane, succede che femministe ed esponenti liberal si ricordino ora che vent’anni fa Bill Clinton avrebbe dovuto dimettersi. È un segno preciso che la Dynasty è in disgrazia, ma Hillary Clinton non sembra darsene per inteso e anche ieri, per chi sia ancora disposto ad ascoltarla, ha sostenuto che le elezioni del 2016 dovrebbero essere annullate perché non sono state un processo legale. Bisogna però vedere chi ha tentato di renderlo illegale, per il momento su Trump non esce alcuna accusa, anche se un Procuratore speciale indaga sul presidente da mesi.


Il quale Procuratore speciale ha citato una decina di uomini della campagna Trump e chiede loro di consegnare documenti e email proprio nel giorno in cui un ex collaboratore sotto copertura dell'FBI e’ stato finalmente liberato dall'obbligo del segreto, e potrà raccontare al Congresso come andò la famosa vendita dell'uranio ai russi, e perché per tanti anni l’Fbi quelle cose non le abbia rivelate e abbia proibito a lui di farlo.

Ci sono un paio di Commissioni del Congresso che indagano sul gran casino russo elettorale, tornando indietro fino a UraniumOne, e passando per il dossier ritenuto fasullo dal quale parte l'indagine del Russiagate.


Sarebbe proprio perché è in competizione con le Commissioni che il Procuratore speciale Mueller chiede ora altri documenti alla campagna Trump, a quanto dicono il Wall Street Journal e anche Fox News. Vuol essere sicuro di aver avuto accesso allo stesso materiale di deputati e senatori. Che poi è un ulteriore indizio dell'inutilità di nominare Procuratori speciali.

Robert Mueller era stato nominato a furor di stampa e tv, e per grande e persino sospetta debolezza dei repubblicani vincitori. Doveva trovare i famosi hacker russi colpevoli del furto di mail del Comitato Nazionale Democratico nell'estate del 2016, poi diffuse e rivelatesi imbarazzanti perché dimostravano che il comitato non si comportava in modo obiettivo, ma favoriva la Clinton.

Mueller avrebbe dovuto anche trovare gli eventuali legami tra costoro, mandati e pagati da Putin, e gli uomini di Donald Trump. Il tutto sulla base di un dossier commissionato a una spia inglese ormai ritiratasì, Christopher Steele, pagato dalla campagna di Hillary Clinton un sacco di soldi alla GPS fusion, ma finito anche nelle mani dell'FBI che cominciò a indagare da li’, nonostante si fosse rivelato malfatto, inaccurato e pieno di imprecisioni.

Di hacker russi, dopo mesi di inchiesta, e nonostante tutto il polverone sollevato dai media, non c'è traccia, non una parola o un contatto con il presidente nelle incriminazioni di Paul Manafort e Rick Gates. Ma dal lobbista Paul Manafort, che per Trump ha lavorato per pochi mesi, poi è stato licenziato, si è arrivati al gruppo Podesta, titolare Tony Podesta, fratello del più famoso John, capo della campagna di Hillary Clinton.

 L'intreccio e’ complicato. Il gruppo di Podesta non si è mai registrato come lobbista di interessi esteri, anche se rappresentava un think Tank ucraino, il Centro europeo per l'Ucraina moderna, vicino a Putin, e poi Uranium One, di proprietà del governo russo, a cui arrivo’ su indicazione di Paul Manafort e socio.

 Il gruppo Podesta adesso chiude, un po' travolto dallo scandalo tutto ancora da verificare, un po' perché con la nuova Amministrazione forse gli affari non saranno più così rosei. Fatto sta che hanno lavorato dal 2011 al 2013 per 180mila dollari per Uranium One, il cui rappresentante, Vadim Mikerin, nel 2015 è stato condannato a 4 anni di prigione, perché è stato dimostrato che confluiva nella società denaro frutto di estorsioni e riciclaggio. Ma la società era sotto inchiesta dell'FBI già dal 2010, e sulle sue malefatte e crimini il dipartimento di Giustizia a cui i Federali riferivano, aveva deciso di tacere dal 2010 al 2015, evidentemente per non bloccare l'affare.

Queste rivelazioni le hanno scritte il New York Times, il Washington Post, the Hill, che però ora si affrettano a smentire se’ stessi, sostenendo che niente di tutto ciò riguarda Hillary Clinton o l'amministrazione Obama. Vedremo. Intanto il procuratore speciale non potrà che incriminare Tony Podesta, e dovrà verificare quali fossero i legami tra la società della famiglia Podesta, il Partito Democratico, i Clinton, e il Cremlino del Terribile Putin. Dettaglio: il procuratore speciale Robert Mueller era direttore dell'FBI all'epoca dei fatti di Uranium One.


Si chiama William Campbell l'informatore confidenziale dell'FBI che sotto copertura lavoro’ all'epoca della cessione dell'uranio americano. Testimonierà davanti a una Commissione del Congresso su quello che ha visto mentre era un informatore sotto copertura.

Il suo compito era ottenere informazioni sugli sforzi dei russi per aumentare il volume di affari di energia atomica. Facendo questo lavoro avrebbe trovato le prove che la filiale, d'Intesa con alti funzionari russi, era gestita come un centro di malavita, ed anche informazioni precise e dettagliate sugli interessi della fondazione Clinton e dell’allora Segretario di Stato. La cifra per la Fondazione di cui si è sempre parlato e’ di 145 milioni di dollari, mentre per una sola conferenza di Bill Clinton a Mosca fu pagato mezzo milione di dollari.

Era il 2009, ben prima che l'affare fosse concluso; non c'era ragione di indagare per altri quattro anni lasciando all'oscuro di tutto il Congresso o la Commissione per gli investimenti esteri, era chiaro già il tentativo dei russi di guadagnare potere nucleare su territorio americano.


Mettiamo per un attimo da parte la famiglia Clinton e i suoi lucrosi affari. Una indagine sulla Fondazione porterebbe a scoperte straordinariamente gravi. Del 2009 Obama e la Clinton erano impegnati in in un'operazione chiamata “reset”, mettere a punto le relazioni con Mosca e cooperare strettamente nel campo dell'energia nucleare. Per questo verosimilmente fu approvata l'acquisizione di Uranium One.

 Il presidente Premio Nobel per la Pace è un campione di queste cose, qualche anno dopo ha fatto la stessa cosa con l'Iran e ha finto di credere che gli ayatollah stessero all'accordo, non lavorassero alla destabilizzazione di Iraq e Siria, non pompassero il programma di missili balistici.

Ci vorrà l'annessione della Crimea e lo scontro violento sull'Ucraina per far decidere l'amministrazione Obama a mettere in galera l'uomo del Cremlino in Usa. Ma l'arresto avvenne quasi in sordina, mai accaduto in situazioni del genere, e lui ottenne il patteggiamento. All'informatore fu imposto il silenzio. Il tutto per evitare uno scandalo enorme alla vigilia dell'inizio della campagna elettorale di Hillary Clinton.


Che cosa mi ricorda? Ma certo, la strage di Bengasi a settembre 2012, quando l'ambasciatore Stevens e i suoi uomini furono abbandonati al massacro da parte dei terroristi, l'intero caso insabbiato e coperto di menzogne,perché si era alla vigilia delle elezioni di Barack Obama.

È tutta roba che sta nelle famose mail fatte sparire da Hillary Clinton. Quando era ancora in corso quell'indagine, all'inizio dell'estate del 2016, Barack Obama dichiarò che sicuramente non c'era alcuna ragione di incriminazione, cioè detto’ la linea all’Fbi. Si capisce perché la chiamino swamp, palude.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/america-fatta-maglie-pensate-che-colpo-se-39-informatore-dell-39-fbi-161136.htm