Carlo Bonini per "la Repubblica"
DePedis Enrico De Pedis Enrico
In un borgo del centro Italia vive un uomo di 62 anni che custodisce un segreto. Si chiama Antonio Mancini, "Nino l'Accattone". È stato un bandito e un assassino ("Ho ucciso quattro volte", elenca sulle dita di una mano). Nel direttorio criminale padrone di Roma tra la metà degli anni '70 e i primi anni '90 e consegnato alla Storia come "Banda della Magliana", sedeva alla destra di Franco Giuseppucci "er Negro" e Maurizio Abbatino, "Crispino".
È diventato un "infame" per risparmiare alla figlia adolescente Nefertari quello che è toccato a lui. "Infame" ieri, nello svelare il ruolo della Banda nell'omicidio di Mino Pecorelli. "Infame" oggi, nell'indicare il responsabile (Enrico De Pedis) e il movente ("una pressione sul Vaticano e lo Ior di Marcinkus") del sequestro di Emanuela Orlandi.
statue di membri della banda della magliana all'eur
Ora, però, con la stessa naturalezza con cui pesca l'ennesima "Marlboro" dal pacchetto, Nino l'Accattone dice qualcos'altro: "La Banda della Magliana esiste ancora. Ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso". "Vedi - insiste - Io non sono uno che farfuglia. Non do opinioni. Dico che quella storia non è finita perché lo so. Basta andare a cercare chi ne è uscito alla grande quindici anni fa.
statue di membri della banda della magliana all'eur
O magari chiedersi come mai i miei soldi di bandito, un miliardo e trecento milioni di lire, sono finiti, come ho saputo, nelle tasche di Danilo Coppola. Il "furbetto del quartierino", quello delle scalate alle banche. Prima di andare dentro, avevo affidato quei soldi a Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda. E non li ho mai rivisti. Che ci ha fatto Nicoletti con la montagna di miliardi della Banda?".
statue di membri della banda della magliana all'eur
IL CASSIERE
La Banda della Magliana non è dunque un pezzo di archeologia giudiziaria, dice Mancini. Accattone offre una traccia. Fa due nomi: Enrico Nicoletti, Danilo Coppola. Invita a cercare risposte a una domanda. Chi ha continuato a muovere le ricchezze di quell'Agenzia del Crimine?
Maurizio Abbatino Crispino
Enrico Nicoletti, oggi, ha 74 anni. Nonostante una condanna definitiva per appartenenza alla Banda (sei anni, ridotti a tre e mezzo nel 2000) e una sentenza di primo grado, nel 2008, a dodici anni di reclusione per associazione a delinquere, estorsione, riciclaggio, continua ad amministrare un fiume di denaro dal salotto della sua villa di Torre Gaia, dove, per un quarto di secolo, si è genuflessa la Roma che conta.
Maurizio Abbatino Crispino
Magistrati, avvocati, dirigenti di banca, imprenditori. Mancini non lo indica a caso. Per dare un'idea, nel 1990, Nicoletti, che risultava nullatenente e dichiarava al fisco un reddito annuo di 450 mila lire, era seduto su una ricchezza che la Guardia di Finanza stimava in oltre duemila miliardi di lire (1 miliardo di euro).
Maurizio Abbatino Crispino
Nicoletti detesta i ficcanaso. Soprattutto ora che si è convinto di poter riavere parte di ciò che negli anni gli è stato confiscato. Tanto più che il suo processo di appello, curiosamente fermo da un anno e mezzo, si avvia, nel più assoluto silenzio e disinteresse, a probabile eutanasia da "processo breve". Raggiunto al telefono, non gradisce dunque il disturbo e si abbandona prima a del sentito turpiloquio, quindi a qualche minaccia. Non vuole parlare.
Franco Giuseppucci detto Er Negro
Anche perché i suoi guai non sono con i morti e il folclore nero di ieri (De Pedis, Abbruciati, Giuseppucci), ma con i vivi di oggi. Negli ultimi dieci anni si è rimesso in affari con i figli, Massimio e Antonio, detto "Tony" (arrestati più volte negli ultimi anni). Per un periodo gli si sono incredibilmente riaperte le porte del credito (l'agenzia di Montecitorio della Cassa di Risparmio di Rieti gli concede, negli anni '90, nonostante sia stato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e sottoposto a misure di prevenzione, un fido di 8 miliardi di lire).
EMANUELA ORLANDI CERCASI
Ha annodato saldi rapporti con i Casalesi, investendo in supermercati nelle aree sotto il loro controllo e facilitandone il radicamento a Roma. Non ha mai smesso di prestare i soldi a strozzo, né - come ha raccontato nel 2000 alla Procura di Roma Ennio Mazzalupi, una delle sue storiche vittime - di garantire con il suo denaro i grandi carichi di stupefacente, in conto Camorra e 'Ndrangheta, in ingresso sul mercato romano. Ha accompagnato - almeno alle origini - le fortune di Danilo Coppola, la "faccia nuova" della finanza italiana. Ne è stato una delle tasche.
Ma in che modo?
Emanuela Orlandi
"IL FURBETTO"
Dimenticato dalle cronache, dopo la galera nel 2007 e una prima condanna a sei anni per bancarotta, Danilo Coppola è tornato nei suoi uffici di via Morgagni, a Roma. Gli attacchi di claustrofobia sono solo un ricordo, come le pulsioni suicide. Nonostante i 600 milioni di euro di debito verso il fisco, i 40 fallimenti pendenti per altrettante società del Gruppo e l'ormai prossima conclusione dell'inchiesta sulle scalate Bnl e Antonveneta condotta dal pm di Roma Giuseppe Cascini, lo raccontano di nuovo in gran forma.
Emanuela Orlandi
Forte di qualche nuova e antica stampella bancaria ("la Banca Popolare Italiana - spiegano fonti della Procura - lo sta sostenendo nelle procedure concorsuali") è "sempre in viaggio", come tiene a dire la gentile segretaria, nel promettere al telefono che "il Presidente farà senz'altro sapere a Repubblica se e quando potrà rendersi disponibile per un'intervista". Il Presidente, va da sé, non si farà mai vivo. Forse perché anche lui, come Nicoletti, ha qualche buon motivo per preferire il silenzio.
Nelle carte dell'istruttoria della Procura di Roma, si documenta infatti che quelle di Mancini, Nino l'Accattone, proprio fantasie non devono essere. Che i legami tra il "furbetto del quartierino" e Nicoletti, tra le sue fortune e il tesoro della Banda, non sono fuffa. Alla fine degli anni '80, Coppola, agli esordi, presenta come garanzie bancarie cambiali in possesso di uomini che fanno capo alla Banda (Aldo De Benedittis).
Paul Marcinkus
Nel 2003, acquista un appartamento che affaccia sulla villa di Nicoletti e in quello stesso anno conclude affari immobiliari con i fratelli Antonio e Nazzareno Ascenzi, legati a filo doppio a Enrico Terribile, cresciuto sotto l'ala della Banda e uomo di Nicoletti (e con lui condannati per associazione a delinquere nel 2008). Naturalmente, esiste anche il miliardo e 300 milioni di lire ricevuti da tale Antonio Mancini di cui parla l'Accattone. Ma per questo denaro, almeno, Coppola una risposta ce l'ha.
E' un curioso "caso di omonimia". L'Antonio Mancini che ha che fare con il "furbetto" e a cui il miliardo e tre sarà restituito con assegni mensili "è un commerciante di abiti". Non l'Accattone, insomma. È un fatto che la somma di denaro di cui parla Mancini collimi come un calco con il debito dell'omonimo commerciante di abiti. È un fatto che, nella storia opaca di Coppola, non sia un caso di omonimia un altro signore: tale Umberto Morzilli.
ph oggi danilo coppola
Un tipo con cui il "furbetto" chiude nel 2003, attraverso la società "Toro 91", due importanti compravendite immobiliari. A Rocca di Papa (un terreno edificabile) e a Torgiano, in provincia di Perugia (un lotto residenziale di 14 ville). Soprattutto, un nome da annotare - vedremo subito perché - e per il quale conviene tornare ad ascoltare proprio l'Accattone, sollecitandolo con una nuova domanda. Quando è tornata a sparare la Banda? E contro chi?
"IL MECCANICO" E LA NUOVA SCIA DI SANGUE
"La Banda - dice Mancini - è tornata a uccidere di recente. Il "meccanico" di Centocelle e Emidio Salomone ad Acilia. Andate a guardare chi erano". "Il meccanico" è Umberto Morzilli. Proprio così. Il Morzilli di Danilo Coppola. Due killer lo finiscono con cinque colpi, l'ultimo alla nuca, a Centocelle, periferia di Roma, nel febbraio del 2008. In mezzo alla strada, in pieno giorno, mentre è al volante della sua Mercedes.
danilo coppola rep
Cresciuto all'ombra della Banda e titolare di un'officina, di mestiere fa il narcotrafficante ed è legato a filo doppio con Enrico Nicoletti. È garante e terminale di una delle rotte di approvvigionamento della coca verso la Spagna, Marbella, e lavora con la famiglia calabrese dei Parrello, entrata sulla piazza di Roma alla fine degli anni '90. Le cronache chiosano la morte di Morzilli come quella di un vecchio boss "legato alla Magliana". "L'ultimo". Anche se ultimo non è. Perché dopo di lui, nel giugno 2009, morirà ad Acilia Emidio Salomone, appunto.
Un colpo in testa anche per lui, al tramonto, di fronte a una sala giochi, dopo essere stato chiamato per nome dai suoi assassini. Salomone arriva dritto dritto dall'album di famiglia della Magliana. Se l'è cavata senza eccessivi danni nel 1993, quando le confessioni di Abbatino smantellano la Banda per come l'abbiamo conosciuta. E' stato l'ombra di Vittorio Carnevale, "il coniglio", e ne ha preso il posto, ereditandone l'autorità. Quando lo ammazzano è una stella di prima grandezza.
È il padrone di Ostia e del mercato della droga e ha già dimostrato di poter navigare tranquillo tra le maglie della nostra giustizia (nel 2004, durante una delle sue latitanze, lo arrestano in Danimarca. Ma non metterà mai piede in un carcere italiano perché un Tribunale del Riesame annullerà l'ordinanza di custodia che lo insegue prima ancora che venga estradato).
Morzilli e Salomone sono solo gli ultimi due anelli di una catena di morte. Prima di loro, sono stati giustiziati i narcotrafficanti Salvatore Nigro (1997), Paolo Frau (2002), Giuseppe Valentini (2005). E anche nelle loro biografie la Banda fa capolino. Il fratello di Nigro, Mario, della Magliana è stato organico. Soprattutto, racconta Ennio Mazzalupi, "giostrava tutta la droga a Roma per conto di Enrico Nicoletti".
Paolo Frau è stato assolto in appello nel maxi-processo alla componente storica della Banda, giusto in tempo per diventare il luogotenente di Salomone a Ostia, dove ha assunto il pieno controllo delle nuove attività sul litorale, del racket delle estorsioni e del gioco clandestino. Giuseppe Valentini, che di mestiere risulta barista, a 38 anni (l'età in cui lo finiscono con un colpo alla nuca nel bar di Porta Metronia "Il gatto, la volpe e il sorcio"), traffica stupefacente con la Spagna, incrociando i cartelli napoletani e calabresi che hanno base a Roma.
Morzilli, Salomone, Nigro, Frau, Valentini. Ha dunque davvero ragione Mancini a dire che la Banda è tornata?
"IL METODO E LE RICORRENZE"
Lucia Lotti per quindici anni ha lavorato come pubblico ministero della Direzione Distrettuale antimafia di Roma. Ha arrestato Nicoletti e i suoi figli. Ha lavorato con pazienza e dedizione certosine sulle origini delle fortune di Danilo Coppola e sugli epigoni della Magliana. Le migliaia di pagine di atti dei processi che ha istruito restano, insieme alle indagini dello storico pm della Banda, Andrea De Gasperis, lo sguardo più articolato e profondo sugli epigoni di quella stagione.
Oggi, la Lotti è procuratore della Repubblica a Gela. Dice: "Tra la storia di vent'anni fa e quella di oggi esistono delle significative ricorrenze. Ritornano dei cognomi. Si rivede un metodo. Si apprezza una capacità criminale di tenere insieme attori diversi: malavita, camorra, 'ndrangheta, mafia. Troppo poco per dire che esiste un solo padrone della città, ma abbastanza per pensare che le traiettorie di quel gruppo criminale non si siano esaurite". Il generale Vittorio Tomasone, comandante del Nucleo provinciale dei carabinieri di Roma, annuisce.
Anche lui ha conosciuto e indagato la Banda di ieri, indaga su quel che ne resta oggi. "Immaginare la Banda come vent'anni fa è un errore. Ma è altrettanto un errore dire che non esiste più. I vecchi elementi hanno potuto modificare abitudini, modo d'essere e mutuare i tratti di altre forme di crimine che sulla piazza di Roma sono da sempre: 'ndrangheta, camorra, mafia". Già, forse Nino l'Accattone non ha torto.
[04-02-2010]
by dagospia
sabato 6 febbraio 2010
AHò, STANNO TORNANDO PROPRIO TUTTI: DOPO CRAXI, LA BANDA DELLA MAGLIANA! – ANZI, NON CI HA MAI LASCIATO: CONTINUA AD USARE I SOLDI DI CHI È MORTO E DI CHI È FINITO IN GALERA E COME 20 ANNI FA PRATICA FINANZA SPORCA E OMICIDI – “NON HA PIÙ BISOGNO DI SPARARE TROPPO SPESSO”, RIVELA MANCINI “L’ACCATTONE” - CHI HA CONTINUATO A MUOVERE LE RICCHEZZE DI QUELL'AGENZIA DEL CRIMINE? …
martedì 2 febbraio 2010
NTONIO GIRAUDO, AMBASCIATORE PLENIPOTENZIARIO DI ANDREA AGNELLI E DI SUA MADRE, ALLEGRA CARACCIOLO, VEDOVA DI UMBERTO AGNELLI, HA SUGGELLATO L'ALLEANZA CON LA FIGLIA DELL'AVVOCATO E SUO MARITO, IL CONTE SERGE DE PAHLEN. CHE POTREBBE AVERE CONSEGUENZE DECISIVE NEGLI EQUILIBRI DI POTERE CHE REGGONO LA FIAT.
Gianluca Beltrame per Panorama
Antonio Giraudo
L'incontro decisivo è avvenuto alla fine del maggio scorso ad Allaman, quasi a metà strada fra Ginevra e Losanna: è nella tenuta di Margherita Agnelli che Antonio Giraudo ha suggellato l'alleanza con la figlia dell'Avvocato e suo marito, il conte Serge de Pahlen.
L'ex amministratore delegato della Juventus, trasferitosi a Londra subito dopo Calciopoli, non tratta in proprio: è in Svizzera in veste di ambasciatore plenipotenziario di Andrea Agnelli e di sua madre, Allegra Caracciolo, vedova di Umberto Agnelli.
MARGHERITA AGNELLI
Fra questi due rami della «famiglia reale» di Torino i rapporti non si sono mai interrotti, anche nei momenti più tesi della battaglia per l'eredità di Gianni Agnelli. Fin da bambina Margherita è sempre stata legatissima allo zio Umberto («Zumberto», nel lessico familiare), del quale ha chiesto e apprezzato i consigli fino alla fine.
Dall'altra parte, donna Allegra e il figlio Andrea non hanno mai fatto mancare il loro affetto alla figlia dell'Avvocato: nel giugno 2007, per esempio, quando alcuni membri della famiglia scrivono una dura lettera di dissociazione per l'azione legale intrapresa da Margherita contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried Maron a proposito dell'eredità, nessuno del nucleo umbertiano firma la missiva.
Rapporti buoni, spesso affettuosi, dunque, ma il colpo messo a segno in Svizzera da Giraudo è quello di averli trasformati in una vera alleanza. Che potrebbe avere conseguenze decisive negli equilibri di potere che reggono la Fiat.
ANDREA AGNELLI
Il ruolo di Giraudo come regista di un'operazione tanto delicata sorprende solo coloro che lo conoscono esclusivamente nei panni del manager sportivo. In realtà questo sessantatreenne dal carattere ruvido, che non si tira indietro quando si tratta di litigare, che sa battere i pugni e imporsi, è sempre stato l'uomo di fiducia di Umberto Agnelli.
Ha studiato dai gesuiti, si è laureato in economia ed è il prototipo del capo freddo e spietato. «Ha una calcolatrice al posto del cuore» è stato scritto di lui. E anche: «Va dove lo porta il calcolo e i suoi conti tornano sempre».
Il suo primo posto di lavoro è alla Toro assicurazioni: è lì che nasce il legame con il Dottore (come veniva chiamato Umberto, per distinguerlo dall'Avvocato). Giraudo lavora duro sotto l'ala del più giovane dei fratelli Agnelli: ne diventa il segretario. Dal 1984 al 1991 è alla guida del progetto Sestriere, stazione sciistica all'epoca un po' fané, che lui rilancia.
u mes27 allegra caracciolo agnelli
I rapporti con il Dottore si fanno sempre più stretti: ne diventerà l'amministratore del patrimonio personale e la testa di ponte nel settore immobiliare. Ma già negli anni Ottanta il suo ufficio al piano nobile del quartier generale della Fiat in corso Marconi, a Torino, diventa il punto di riferimento degli umbertiani, manager la cui strategia spesso non corrispondeva a quella di Cesare Romiti, allora dominus del gruppo.
I rapporti tra lui e Giraudo vengono descritti come tutt'altro che idilliaci: alla fine di una delle periodiche guerre con gli umbertiani, tra il 1989 e il 1990 Romiti ottiene la sua testa. E Giraudo trasferisce il suo ufficio in piazza Solferino, dove aveva sede l'Ifil, presieduta all'epoca da Umberto Agnelli.
Umberto e Gianni Agnelli
Fedelissimo consigliere del Dottore, tanto quanto Gabetti e Grande Stevens lo sono dell'Avvocato. Giraudo non si tira indietro neppure quando, nel 1994, gli viene chiesto di diventare amministratore delegato della Juventus e d'iniziare una nuova era dopo quella di Giampiero Boniperti.
FRANZO GRANDE STEVENS E ALAIN ELKANN- Copyright Pizzi
Giraudo è un torinista sfegatato: un suo gesto dell'ombrello (dedicato pare proprio a Boniperti) dopo un derby vinto in extremis dal Toro viene immortalato dai fotografi e mai più dimenticato dai tifosi della Vecchia signora. Ma lui non si tira indietro: mette in un angolo la fede granata, prende al suo fianco Luciano Moggi e Roberto Bettega (dando vita alla celebre Triade) e porta la Juve a una serie impressionante di successi.
Per dieci anni è sulla cresta dell'onda. Poi il 27 maggio 2004 muore Umber-to Agnelli, suo grande protettore, e la fortuna pare girargli contro. Non passano neppure 20 mesi e viene investito dallo scandalo di Calciopoli (in dicembre è stato condannato a tre anni dal gup di Napoli).
CESARE ROMITI
Si ritira a Londra con la moglie Maria Elena Rayneri, ma non interrompe certo i rapporti con la famiglia Agnelli: «Giraudo non è un manager qualsiasi, ma lo stratega finanziario della vedova donna Allegra Caracciolo e del figlio Andrea, eredi di Umberto Agnelli» scrive il suo vecchio sodale Moggi nel libro 'Un calcio nel cuore'.
E veniamo all'oggi. Proprio in questi giorni sta per concludersi a Torino il processo Ifil Exor che vede imputati Gabetti e Grande Stevens: in caso di condanna sono in molti a ritenere possibile un addio alle scene dei due grandi vecchi di Torino.
Se questo avvenisse, il primo a venire indebolito sarebbe John Elkann, l'erede di Gianni Agnelli alla guida della Fiat: con lui, infatti, Gabetti e Grande Stevens hanno mantenuto il ruolo di consiglieri del principe che già ebbero con il nonno.
agnelli juventus giamp boniperti
Come cambierebbero allora i rapporti di povere all'interno del primo gruppo privato italiano? I tifosi della Juventus un'idea se la sono fatta: hanno già visto il rientro nella società di Roberto Bettega (il meno bersagliato, non solo mediaticamente, della vecchia Triade) e hanno rivisto Andrea Agnelli andare in visita alla squadra (insieme con il cugino John Elkann) al quartier generale bianconero di Vinovo.
Già anni fa per Andrea (l'unico erede della sterminata famiglia a portare ancora il cognome Agnelli) si era previsto un futuro da dirigente di primo piano della Juventus. E il regista di quell'operazione era proprio Giraudo.
Moggi e Giraudo
Dopo Calciopoli Andrea Agnelli si fece da parte, ma ora il progetto di Gi-raudo sembra tornare d'attualità. E, vista l'alleanza siglata in Svizzera con Margherita Agnelli (la figlia dell'Avvocato e lo stratega del Dottore oggi hanno in comune anche gli avvocati, Andrea e Michele Galasso di Torino), forse non soltanto per la Juve.
2 - GIRA GIRAUDO, GIRA!
Gianluca Ferraris per Panorama
BETTEGA
Per quasi 20 anni Antonio Giraudo ha attraversato le varie stanze del potere agnelliano: Ifil, Fivi, Piaggio, Juventus. Oggi l'ex consulente immobiliare del «ramo umbertino» di famiglia e «tutor» di Andrea, abbandonate le cariche più visibili, vive e lavora soprattutto a Londra. Ma resta vicino alla Torino che conta.
Scorrendo il libro soci della sua Royat Park estate (Rpe), costituita nel 2005 appena quattro mesi prima della bufera Calciopoli, si trovano Andrea Nasi (azionista al 27,6 per cento), Allegra Caracciolo e i due figli (Andrea è anche consigliere), oltre alta Fiat partecipazioni spa e al senatore a vita, ed ex uomo forte del Lingotto, Sergio Pininfarina.
La società ha chiuso tre bilanci consecutivi in rosso (l'ultimo registrato è del 2008: - 962 milioni), ma ha in portafoglio molti progetti di sviluppo immobiliare. Tra questi il parco Le mandrie di Torino e circoli esclusivi di golf come il ligure Garlenda e il piemontese I roveri, di cui Umberto fu presidente onorario e dove oggi gioca Andrea.
LAPO E JOHN ELKANN
Ma a Torino e dintorni molti scommettono sul fatto che la Rpe, così come la Edenhill (un'altra società di consulenza e pianificazione fondata da Giraudo a inizio 2008), sarà coinvolta anche nella costruzione del nuovo stadio bianconero.
A ventilare per primo l'idea di un impianto di proprietà per la «Vecchia signora» era stato proprio il tandem Giraudo-Umberto nella seconda metà degli anni Novanta, dopo che il primo era stato imposto dal ramo umbertino nel ruolo di amministratore delegato juventino.
[02-02-2010]
by dagospia
Antonio Giraudo
L'incontro decisivo è avvenuto alla fine del maggio scorso ad Allaman, quasi a metà strada fra Ginevra e Losanna: è nella tenuta di Margherita Agnelli che Antonio Giraudo ha suggellato l'alleanza con la figlia dell'Avvocato e suo marito, il conte Serge de Pahlen.
L'ex amministratore delegato della Juventus, trasferitosi a Londra subito dopo Calciopoli, non tratta in proprio: è in Svizzera in veste di ambasciatore plenipotenziario di Andrea Agnelli e di sua madre, Allegra Caracciolo, vedova di Umberto Agnelli.
MARGHERITA AGNELLI
Fra questi due rami della «famiglia reale» di Torino i rapporti non si sono mai interrotti, anche nei momenti più tesi della battaglia per l'eredità di Gianni Agnelli. Fin da bambina Margherita è sempre stata legatissima allo zio Umberto («Zumberto», nel lessico familiare), del quale ha chiesto e apprezzato i consigli fino alla fine.
Dall'altra parte, donna Allegra e il figlio Andrea non hanno mai fatto mancare il loro affetto alla figlia dell'Avvocato: nel giugno 2007, per esempio, quando alcuni membri della famiglia scrivono una dura lettera di dissociazione per l'azione legale intrapresa da Margherita contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried Maron a proposito dell'eredità, nessuno del nucleo umbertiano firma la missiva.
Rapporti buoni, spesso affettuosi, dunque, ma il colpo messo a segno in Svizzera da Giraudo è quello di averli trasformati in una vera alleanza. Che potrebbe avere conseguenze decisive negli equilibri di potere che reggono la Fiat.
ANDREA AGNELLI
Il ruolo di Giraudo come regista di un'operazione tanto delicata sorprende solo coloro che lo conoscono esclusivamente nei panni del manager sportivo. In realtà questo sessantatreenne dal carattere ruvido, che non si tira indietro quando si tratta di litigare, che sa battere i pugni e imporsi, è sempre stato l'uomo di fiducia di Umberto Agnelli.
Ha studiato dai gesuiti, si è laureato in economia ed è il prototipo del capo freddo e spietato. «Ha una calcolatrice al posto del cuore» è stato scritto di lui. E anche: «Va dove lo porta il calcolo e i suoi conti tornano sempre».
Il suo primo posto di lavoro è alla Toro assicurazioni: è lì che nasce il legame con il Dottore (come veniva chiamato Umberto, per distinguerlo dall'Avvocato). Giraudo lavora duro sotto l'ala del più giovane dei fratelli Agnelli: ne diventa il segretario. Dal 1984 al 1991 è alla guida del progetto Sestriere, stazione sciistica all'epoca un po' fané, che lui rilancia.
u mes27 allegra caracciolo agnelli
I rapporti con il Dottore si fanno sempre più stretti: ne diventerà l'amministratore del patrimonio personale e la testa di ponte nel settore immobiliare. Ma già negli anni Ottanta il suo ufficio al piano nobile del quartier generale della Fiat in corso Marconi, a Torino, diventa il punto di riferimento degli umbertiani, manager la cui strategia spesso non corrispondeva a quella di Cesare Romiti, allora dominus del gruppo.
I rapporti tra lui e Giraudo vengono descritti come tutt'altro che idilliaci: alla fine di una delle periodiche guerre con gli umbertiani, tra il 1989 e il 1990 Romiti ottiene la sua testa. E Giraudo trasferisce il suo ufficio in piazza Solferino, dove aveva sede l'Ifil, presieduta all'epoca da Umberto Agnelli.
Umberto e Gianni Agnelli
Fedelissimo consigliere del Dottore, tanto quanto Gabetti e Grande Stevens lo sono dell'Avvocato. Giraudo non si tira indietro neppure quando, nel 1994, gli viene chiesto di diventare amministratore delegato della Juventus e d'iniziare una nuova era dopo quella di Giampiero Boniperti.
FRANZO GRANDE STEVENS E ALAIN ELKANN- Copyright Pizzi
Giraudo è un torinista sfegatato: un suo gesto dell'ombrello (dedicato pare proprio a Boniperti) dopo un derby vinto in extremis dal Toro viene immortalato dai fotografi e mai più dimenticato dai tifosi della Vecchia signora. Ma lui non si tira indietro: mette in un angolo la fede granata, prende al suo fianco Luciano Moggi e Roberto Bettega (dando vita alla celebre Triade) e porta la Juve a una serie impressionante di successi.
Per dieci anni è sulla cresta dell'onda. Poi il 27 maggio 2004 muore Umber-to Agnelli, suo grande protettore, e la fortuna pare girargli contro. Non passano neppure 20 mesi e viene investito dallo scandalo di Calciopoli (in dicembre è stato condannato a tre anni dal gup di Napoli).
CESARE ROMITI
Si ritira a Londra con la moglie Maria Elena Rayneri, ma non interrompe certo i rapporti con la famiglia Agnelli: «Giraudo non è un manager qualsiasi, ma lo stratega finanziario della vedova donna Allegra Caracciolo e del figlio Andrea, eredi di Umberto Agnelli» scrive il suo vecchio sodale Moggi nel libro 'Un calcio nel cuore'.
E veniamo all'oggi. Proprio in questi giorni sta per concludersi a Torino il processo Ifil Exor che vede imputati Gabetti e Grande Stevens: in caso di condanna sono in molti a ritenere possibile un addio alle scene dei due grandi vecchi di Torino.
Se questo avvenisse, il primo a venire indebolito sarebbe John Elkann, l'erede di Gianni Agnelli alla guida della Fiat: con lui, infatti, Gabetti e Grande Stevens hanno mantenuto il ruolo di consiglieri del principe che già ebbero con il nonno.
agnelli juventus giamp boniperti
Come cambierebbero allora i rapporti di povere all'interno del primo gruppo privato italiano? I tifosi della Juventus un'idea se la sono fatta: hanno già visto il rientro nella società di Roberto Bettega (il meno bersagliato, non solo mediaticamente, della vecchia Triade) e hanno rivisto Andrea Agnelli andare in visita alla squadra (insieme con il cugino John Elkann) al quartier generale bianconero di Vinovo.
Già anni fa per Andrea (l'unico erede della sterminata famiglia a portare ancora il cognome Agnelli) si era previsto un futuro da dirigente di primo piano della Juventus. E il regista di quell'operazione era proprio Giraudo.
Moggi e Giraudo
Dopo Calciopoli Andrea Agnelli si fece da parte, ma ora il progetto di Gi-raudo sembra tornare d'attualità. E, vista l'alleanza siglata in Svizzera con Margherita Agnelli (la figlia dell'Avvocato e lo stratega del Dottore oggi hanno in comune anche gli avvocati, Andrea e Michele Galasso di Torino), forse non soltanto per la Juve.
2 - GIRA GIRAUDO, GIRA!
Gianluca Ferraris per Panorama
BETTEGA
Per quasi 20 anni Antonio Giraudo ha attraversato le varie stanze del potere agnelliano: Ifil, Fivi, Piaggio, Juventus. Oggi l'ex consulente immobiliare del «ramo umbertino» di famiglia e «tutor» di Andrea, abbandonate le cariche più visibili, vive e lavora soprattutto a Londra. Ma resta vicino alla Torino che conta.
Scorrendo il libro soci della sua Royat Park estate (Rpe), costituita nel 2005 appena quattro mesi prima della bufera Calciopoli, si trovano Andrea Nasi (azionista al 27,6 per cento), Allegra Caracciolo e i due figli (Andrea è anche consigliere), oltre alta Fiat partecipazioni spa e al senatore a vita, ed ex uomo forte del Lingotto, Sergio Pininfarina.
La società ha chiuso tre bilanci consecutivi in rosso (l'ultimo registrato è del 2008: - 962 milioni), ma ha in portafoglio molti progetti di sviluppo immobiliare. Tra questi il parco Le mandrie di Torino e circoli esclusivi di golf come il ligure Garlenda e il piemontese I roveri, di cui Umberto fu presidente onorario e dove oggi gioca Andrea.
LAPO E JOHN ELKANN
Ma a Torino e dintorni molti scommettono sul fatto che la Rpe, così come la Edenhill (un'altra società di consulenza e pianificazione fondata da Giraudo a inizio 2008), sarà coinvolta anche nella costruzione del nuovo stadio bianconero.
A ventilare per primo l'idea di un impianto di proprietà per la «Vecchia signora» era stato proprio il tandem Giraudo-Umberto nella seconda metà degli anni Novanta, dopo che il primo era stato imposto dal ramo umbertino nel ruolo di amministratore delegato juventino.
[02-02-2010]
by dagospia
LE CIANCE DI CIANCIMINO JR. – DELL’UTRI SOSTITUÌ MIO PADRE, AVEVA RAPPORTI DIRETTI CON PROVENZANO – LA MANCATA PERQUISIZIONE DEL COVO DI RIINA FU CONCORDATA - MIO PADRE SI SENTI' INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER L'ARRESTO DI RIINA - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA…
- CIANCIMINO: DELL'UTRI SOSTITUI' MIO PADRE IN TRATTATIVA...
Massimo Ciancimino
(ANSA) - "Dopo il suo arresto, a dicembre del '92, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con l'avallo di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.
2 - RAPPORTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO...
(ANSA) - "Marcello Dell'Utri e Bernardo Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.
3 - ECCO LA VIA DEI 'PIZZINI' DI PROVENZANO...
MARIO MORI
(Adnkronos) - 'I 'pizzini' che arrivavano a mio padre provenivano da Provenzano. Me lo disse mio padre'. Lo ha detto Massimo Ciancimino, proseguendo la deposizione all'aula bunker dell'Ucciardone di Palermo al processo Mori. 'Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da Provenzano, ma erano tutti riconoscibili, secondo un codice criptato all'interno degli stessi, che mio padre poteva riconoscere. Erano sempre in buste chiuse che io portavo a mio padre.
Lui andava a prendere i guanti monouso, quelli sterili, usava il borotalco, apriva i 'pizzini', li leggeva e li richiudeva - ha detto ancora Ciancimino junior - Faceva sempre le fotocopie dei 'pizzini' che metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e aveva paura che si potessero trovare gli originali con le impronte di Provenzano. Cosi' preferiva fare le fotocopie'.
I pizzini di Provenzano, come spiega poi il figlio dell'ex sindaco di Palermo, sarebbero stati conservati 'in territorio non italiano, in un istituto svizzero'. Ed e' lo stesso Massimo Cancimino a spiegare al Tribunale di essere 'indagato in Svizzera', senza dare ulteriori spiegazioni.
Provenzano Mafia
4 - MANCATA PERQUISIZIONE COVO RIINA FU CONCORDATA...
(Adnkronos) - La mancata perquisizione del covo del boss mafioso Toto' Riina sarebbe stata concordata dai Carabinieri. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, proseguendo la sua deposizione all'aula bunker del carcere Ucciardone del capoluogo siciliano.
Ciancimino junior ne aveva parlato con il padre in uno dei colloqui in carcere: "Per mio padre la mancata perquisizione del covo fu una sorta di onore alle armi per il capomafia". Ed e' sempre Massimo Ciancimino a raccontare che il padre gli racconto' che "Riina si vantava sempre che nel momento in cui avessero lo avessero arrestato e avessero perquisito il covo, avrebbero trovato tanta di quella documentazione da fare crollare l'Italia".
Una circostanza appresa dal padre in carcere. Sulla mancata perquisizione del covo del boss mafioso Riina, dopo la sua cattura, avvenuta il 15 gennaio del 1993, Ciancimino dice ancora: 'Per l'arresto di Riina i Carabinieri avevano avuto un atteggiamento di rispetto per la sua famiglia che doveva essere messa nelle condizioni di potere raggiungere il suo paese (Corleone ndr)'.
Marcello Dell'Utri
5 - CARABINIERI NON PERQUISIRONO CASSAFORTE CON 'PAPELLO' RIINA...
(Adnkronos) - Nella perquisizione eseguita dai Carabinieri nell'abitazione di Massimo Ciancimino dopo l'avviso di garanzia ricevuto per riciclaggio, i Carabinieri 'non controllarono la cassaforte' dove erano conservati tutti i 'pizzini' del padre Vito Ciancimino, tra cui quelli inviati dal boss Bernardo Provenzano, ma anche il cosiddetto 'papello', cioe' la lista di richieste avanzate da Toto' Riina per far cessare l'offensiva stragista del 1992 di Cosa nostra allo Stato.
A rivelarlo oggi in aula, al processo Mori, e' lo stesso Massimo Ciancimino, che sta ricostruendo, rispondendo alle domande del pm Antonio Ingoia, la via dei 'pizzini'. Nel 2006 - ha spiegato - i documenti furono portati all'estero "perche' fui avvisato da una persona, vicina al 'signor Franco' (uomo dei servizi segreti ndr), che da li' a poco mi avrebbero arrestato e che sarebbe stato opportuno sbarazzarmi dei pizzini".
Totò Riina nascondiglio Mafia
6 - RIINA PRESSATO DA SUGGERITORE PER POLITICA STRAGISTA...
(Adnkronos) - 'Carissimo ingegnere... Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore... Come gia' avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e' molto pressato'. Inizia cosi' uno dei 'pizzini' inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. 'Ricevetti la busta con all'interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe' da familiari di Pino Lipari', ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.
Analizzando il 'pizzino', mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del 'nostro amico' si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un 'grande architetto' con l'obiettivo di 'mandare avanti la politica stragista' anche se, ha detto il figlio dell'ex sindaco, 'mio padre e Provenzano erano contrari all'accelerazione delle stragi'.
vito e massimo ciancimino
'E'il momento che tutti facciamo un grande sforzo', si legge nel 'pizzino' e Massimo Ciancimino spiega: 'Mio padre diceva che l'ulteriore sforzo era il contropapello'. Ma chi e' 'l'architetto' di cui si parla nel pizzino? "Il nome non mi fu mai fatto da mio padre", ha detto Ciancimino. "Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme", si legge ancora nel pizzino.
7 - PRIMA DI CATTURA RIINA MIO PADRE DOVEVA INCONTRARE PROVENZANO...
(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino poco prima dell'arresto di Salvatore Riina 'doveva incontrare all'estero il boss mafioso Bernardo Provenzano', all'epoca latitante. A rivelarlo in aula e' Massimo Ciancimino che continua la deposizione al processo Mori. "Mio padre - ricorda - chiese ai Carabinieri di avere un passaporto valido per l'espatrio".
'Mio padre percepiva come il fatto stesso di avere dato indicazioni per la cattura di Riina, attraverso Bernardo Provenzano, necessitava di ulteriori cautele - ha detto ancora - Da qui la necessita' di incontrare Provenzano all'estero'. Ma il 19 dicembre del 1992 Vito Ciancimino venne arrestato. "Per mio padre fu una trappola dei Carabinieri che lo volevano togliere di mezzo" ha commentato il figlio dell'ex sindaco.
LUCIANO VIOLANTE
8 - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER ARRESTO RIINA...
(Adnkronos) - Il boss mafioso Bernardo Provenzano avrebbe dato ai Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino, le indicazioni per catturare il boss mafioso Salvatore Riina. E' quanto dice, per la prima volta in un'aula di giustizia, Massimo Ciancimino, continuando la deposizione al processo Mori a Palermo. I Carabinieri, secondo il racconto di Ciancimino junior, che continua a parlare della presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino 'due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo'.
I documenti, ridotti a una zona piu' ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con alcune zone ristrette e 'cerchiate con l'evidenziatore'.
Secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato proprio il padre Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo, a 'convincere Provenzano. Non fu facile, lui non amava il tardimento".
borsellino
9 - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA...
(Adnkronos) - "Mio padre chiese ai Carabinieri che della trattativa bisognava informare anche l'onorevole Violante". Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori in corso all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A proposito della cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, Ciancimino junior ha detto ai giudici della quarta sezione via D'Amelio, che ci sarebbe stato un altro incontro tra Vito Ciancimino, l'allora capitano De Donno e il generale Mario Mori.
Parlando ancora di Violante, che era all'epoca Presidente della Commissione nazionale antimafia, il figlio dell'ex sindaco afferma che era considerato 'vicino ai giudici comunisti'. Secondo quanto racconta in aula Ciancimino junior, il padre riteneva opportuno informare Luciano Violante perche' "voleva una contropartita per la cattura di Riina" e sperava di potere avere un trattamento di favore per la restituzione dei beni che gli erano stati sequestrati dalla magistratura.
10 - CARABINIERI NON IPOTIZZARONO MAI CATTURA PROVENZANO...
(Adnkronos) - 'A mio padre i Carabinieri non chiesero mai la cattura di Provenzano, ma non credo fosse mai stata neppure ipotizzata, proprio perche' l'interlocutore privilegiato di mio padre per giungere alla cattura di Riina era Provenzano'. Lo ha detto Massimo Ciancimino proseguendo nella sua deposizione in aula al processo Mori.
11 - PER CATTURARE RIINA SI USO' PROVENZANO...
(Adnkronos) - Dopo la strage di Via D'Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, sarebbe ripresa la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. A rivelarlo in aula, al processo Mori, e' Massimo Ciancimino che dice: 'Mio padre mi disse che per riuscire a catturare Toto' Riina i Carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano'.
'Alla luce dell'ennesima strage, quella di via D'Amelio - ha detto in aula - -nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere i contatti con i Carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro.
borsellino strage
Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla 'prima' trattativa. In quel caso, era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari, un atteggiamento piu' morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase che e' piu' operativa. Dalla resa dei latitanti si passa alla volonta' di volere catturare Salvatore Riina. Ovviamente si parla di catturare Riina e non Provenzano, perche' era un interlocutore privilegiato di mio padre e loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre'.
12 - MIO PADRE SI SENTI' INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO...
(Adnkronos) - E' iniziata all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la seconda giornata di deposizione di Massimo Ciancimino al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ciancimino e' entrato in aula accompagnato dal suo legale Francesca Russo.
Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato l'udienza parlando della strage di via D'Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino a e la scorta. 'Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage - ha detto - mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile, dell'ennesima strage. 'Se questo e' capitatato e' anche colpa nostra', mi disse mio padre'.
[02-02-2010]
by dagospia
Massimo Ciancimino
(ANSA) - "Dopo il suo arresto, a dicembre del '92, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con l'avallo di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.
2 - RAPPORTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO...
(ANSA) - "Marcello Dell'Utri e Bernardo Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.
3 - ECCO LA VIA DEI 'PIZZINI' DI PROVENZANO...
MARIO MORI
(Adnkronos) - 'I 'pizzini' che arrivavano a mio padre provenivano da Provenzano. Me lo disse mio padre'. Lo ha detto Massimo Ciancimino, proseguendo la deposizione all'aula bunker dell'Ucciardone di Palermo al processo Mori. 'Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da Provenzano, ma erano tutti riconoscibili, secondo un codice criptato all'interno degli stessi, che mio padre poteva riconoscere. Erano sempre in buste chiuse che io portavo a mio padre.
Lui andava a prendere i guanti monouso, quelli sterili, usava il borotalco, apriva i 'pizzini', li leggeva e li richiudeva - ha detto ancora Ciancimino junior - Faceva sempre le fotocopie dei 'pizzini' che metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e aveva paura che si potessero trovare gli originali con le impronte di Provenzano. Cosi' preferiva fare le fotocopie'.
I pizzini di Provenzano, come spiega poi il figlio dell'ex sindaco di Palermo, sarebbero stati conservati 'in territorio non italiano, in un istituto svizzero'. Ed e' lo stesso Massimo Cancimino a spiegare al Tribunale di essere 'indagato in Svizzera', senza dare ulteriori spiegazioni.
Provenzano Mafia
4 - MANCATA PERQUISIZIONE COVO RIINA FU CONCORDATA...
(Adnkronos) - La mancata perquisizione del covo del boss mafioso Toto' Riina sarebbe stata concordata dai Carabinieri. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, proseguendo la sua deposizione all'aula bunker del carcere Ucciardone del capoluogo siciliano.
Ciancimino junior ne aveva parlato con il padre in uno dei colloqui in carcere: "Per mio padre la mancata perquisizione del covo fu una sorta di onore alle armi per il capomafia". Ed e' sempre Massimo Ciancimino a raccontare che il padre gli racconto' che "Riina si vantava sempre che nel momento in cui avessero lo avessero arrestato e avessero perquisito il covo, avrebbero trovato tanta di quella documentazione da fare crollare l'Italia".
Una circostanza appresa dal padre in carcere. Sulla mancata perquisizione del covo del boss mafioso Riina, dopo la sua cattura, avvenuta il 15 gennaio del 1993, Ciancimino dice ancora: 'Per l'arresto di Riina i Carabinieri avevano avuto un atteggiamento di rispetto per la sua famiglia che doveva essere messa nelle condizioni di potere raggiungere il suo paese (Corleone ndr)'.
Marcello Dell'Utri
5 - CARABINIERI NON PERQUISIRONO CASSAFORTE CON 'PAPELLO' RIINA...
(Adnkronos) - Nella perquisizione eseguita dai Carabinieri nell'abitazione di Massimo Ciancimino dopo l'avviso di garanzia ricevuto per riciclaggio, i Carabinieri 'non controllarono la cassaforte' dove erano conservati tutti i 'pizzini' del padre Vito Ciancimino, tra cui quelli inviati dal boss Bernardo Provenzano, ma anche il cosiddetto 'papello', cioe' la lista di richieste avanzate da Toto' Riina per far cessare l'offensiva stragista del 1992 di Cosa nostra allo Stato.
A rivelarlo oggi in aula, al processo Mori, e' lo stesso Massimo Ciancimino, che sta ricostruendo, rispondendo alle domande del pm Antonio Ingoia, la via dei 'pizzini'. Nel 2006 - ha spiegato - i documenti furono portati all'estero "perche' fui avvisato da una persona, vicina al 'signor Franco' (uomo dei servizi segreti ndr), che da li' a poco mi avrebbero arrestato e che sarebbe stato opportuno sbarazzarmi dei pizzini".
Totò Riina nascondiglio Mafia
6 - RIINA PRESSATO DA SUGGERITORE PER POLITICA STRAGISTA...
(Adnkronos) - 'Carissimo ingegnere... Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore... Come gia' avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e' molto pressato'. Inizia cosi' uno dei 'pizzini' inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. 'Ricevetti la busta con all'interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe' da familiari di Pino Lipari', ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.
Analizzando il 'pizzino', mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del 'nostro amico' si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un 'grande architetto' con l'obiettivo di 'mandare avanti la politica stragista' anche se, ha detto il figlio dell'ex sindaco, 'mio padre e Provenzano erano contrari all'accelerazione delle stragi'.
vito e massimo ciancimino
'E'il momento che tutti facciamo un grande sforzo', si legge nel 'pizzino' e Massimo Ciancimino spiega: 'Mio padre diceva che l'ulteriore sforzo era il contropapello'. Ma chi e' 'l'architetto' di cui si parla nel pizzino? "Il nome non mi fu mai fatto da mio padre", ha detto Ciancimino. "Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme", si legge ancora nel pizzino.
7 - PRIMA DI CATTURA RIINA MIO PADRE DOVEVA INCONTRARE PROVENZANO...
(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino poco prima dell'arresto di Salvatore Riina 'doveva incontrare all'estero il boss mafioso Bernardo Provenzano', all'epoca latitante. A rivelarlo in aula e' Massimo Ciancimino che continua la deposizione al processo Mori. "Mio padre - ricorda - chiese ai Carabinieri di avere un passaporto valido per l'espatrio".
'Mio padre percepiva come il fatto stesso di avere dato indicazioni per la cattura di Riina, attraverso Bernardo Provenzano, necessitava di ulteriori cautele - ha detto ancora - Da qui la necessita' di incontrare Provenzano all'estero'. Ma il 19 dicembre del 1992 Vito Ciancimino venne arrestato. "Per mio padre fu una trappola dei Carabinieri che lo volevano togliere di mezzo" ha commentato il figlio dell'ex sindaco.
LUCIANO VIOLANTE
8 - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER ARRESTO RIINA...
(Adnkronos) - Il boss mafioso Bernardo Provenzano avrebbe dato ai Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino, le indicazioni per catturare il boss mafioso Salvatore Riina. E' quanto dice, per la prima volta in un'aula di giustizia, Massimo Ciancimino, continuando la deposizione al processo Mori a Palermo. I Carabinieri, secondo il racconto di Ciancimino junior, che continua a parlare della presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino 'due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo'.
I documenti, ridotti a una zona piu' ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con alcune zone ristrette e 'cerchiate con l'evidenziatore'.
Secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato proprio il padre Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo, a 'convincere Provenzano. Non fu facile, lui non amava il tardimento".
borsellino
9 - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA...
(Adnkronos) - "Mio padre chiese ai Carabinieri che della trattativa bisognava informare anche l'onorevole Violante". Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori in corso all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A proposito della cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, Ciancimino junior ha detto ai giudici della quarta sezione via D'Amelio, che ci sarebbe stato un altro incontro tra Vito Ciancimino, l'allora capitano De Donno e il generale Mario Mori.
Parlando ancora di Violante, che era all'epoca Presidente della Commissione nazionale antimafia, il figlio dell'ex sindaco afferma che era considerato 'vicino ai giudici comunisti'. Secondo quanto racconta in aula Ciancimino junior, il padre riteneva opportuno informare Luciano Violante perche' "voleva una contropartita per la cattura di Riina" e sperava di potere avere un trattamento di favore per la restituzione dei beni che gli erano stati sequestrati dalla magistratura.
10 - CARABINIERI NON IPOTIZZARONO MAI CATTURA PROVENZANO...
(Adnkronos) - 'A mio padre i Carabinieri non chiesero mai la cattura di Provenzano, ma non credo fosse mai stata neppure ipotizzata, proprio perche' l'interlocutore privilegiato di mio padre per giungere alla cattura di Riina era Provenzano'. Lo ha detto Massimo Ciancimino proseguendo nella sua deposizione in aula al processo Mori.
11 - PER CATTURARE RIINA SI USO' PROVENZANO...
(Adnkronos) - Dopo la strage di Via D'Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, sarebbe ripresa la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. A rivelarlo in aula, al processo Mori, e' Massimo Ciancimino che dice: 'Mio padre mi disse che per riuscire a catturare Toto' Riina i Carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano'.
'Alla luce dell'ennesima strage, quella di via D'Amelio - ha detto in aula - -nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere i contatti con i Carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro.
borsellino strage
Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla 'prima' trattativa. In quel caso, era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari, un atteggiamento piu' morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase che e' piu' operativa. Dalla resa dei latitanti si passa alla volonta' di volere catturare Salvatore Riina. Ovviamente si parla di catturare Riina e non Provenzano, perche' era un interlocutore privilegiato di mio padre e loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre'.
12 - MIO PADRE SI SENTI' INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO...
(Adnkronos) - E' iniziata all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la seconda giornata di deposizione di Massimo Ciancimino al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ciancimino e' entrato in aula accompagnato dal suo legale Francesca Russo.
Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato l'udienza parlando della strage di via D'Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino a e la scorta. 'Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage - ha detto - mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile, dell'ennesima strage. 'Se questo e' capitatato e' anche colpa nostra', mi disse mio padre'.
[02-02-2010]
by dagospia
OAK FUND MISTERY - Malagutti svela sul Corriere della Sera (13 aprile 1999) i segreti del Fondo Quercia - Dalle Cayman Islands alla Svizzera. Tra i soci di Giorgio Magnoni anche Rossi, ex Campari - il promotore dell'Oak fund figura tra gli amministratori della Intek, societa' quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata dall'Olivetti allora guidata da De Benedetti - L' investimento passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell'intero gruppo di Ivrea...
Vittorio Malagutti per Corriere della Sera (13 aprile 1999)
giorgio magnoni
L' indirizzo e' esotico quanto basta per un villaggio vacanze: West Bay road, Grand Cayman Islands, Indie occidentali britanniche. + questo il recapito dichiarato dell' Oak fund, importante finanziatore di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti nella loro scalata all' Olivetti. Tanto importante da comprare il 5,92 % della finanziaria Bell di Lussemburgo, principale azionista del gruppo di Ivrea con una quota di capitale del 13,84 % .
Ma per chi cerca informazioni su questo fondo d' investimento nato al sole delle Antille, e' inutile bussare a quella porta. L' indirizzo di West Bay road corrisponde agli uffici della Citco services, una vera multinazionale dei servizi finanziari off shore, con filiali nei piu' diversi paradisi fiscali. "Tra gli amministratori dell' Oak fund c' e' Giorgio Magnoni", ha dichiarato Gnutti in una recente intervista al Corriere.
9 em gnutti1 lap
Magnoni e' un cognome noto nel mondo della finanza internazionale. Se non altro perche' Ruggero, fratello di Giorgio, e' uno dei manager di punta della Lehman, la banca d' affari statunitense che sin dai primi passi dell' operazione assiste Colaninno nel suo attacco a Telecom.
E allora, per trovare qualche informazione utile, conviene lasciare il sole delle Antille per spostarsi nel meno esotico Canton Ticino. Qui, nel paesino di Manno, non lontano da Lugano, che Giorgio Magnoni tira le fila dell' International technology innovation (Iti), una societa' registrata a Rotterdam in Olanda. E insieme a Magnoni, ai vertici di Iti siede Antonio Rossi, un manager abituato a muoversi ben lontano dai riflettori della cronaca.
Antonio Rossi
Fino a pochi anni fa pero' Rossi, 40 anni circa, controllava il 40 % del capitale della Campari, forse uno dei marchi piu' noti dell' industria italiana. Antonio Rossi gestiva il patrimonio di famiglia insieme al padre Erinno, alla madre Angelina e alla sorella Erinna.
Nel 1994, quando nell' azienda del bitter entrarono come soci forti gli olandesi della Bols, i Rossi preferirono farsi da parte incassando un assegno che a quei tempi, in mancanza di notizie certe, venne stimato intorno ai 400 miliardi. Da allora Antonio Rossi si e' impegnato in numerosi investimenti in campo finanziario e immobiliare e Giorgio Magnoni e' da tempo uno dei suoi partner abituali.
Carlo De Benedetti con moglie
Tra le iniziative della coppia di finanzieri ci sarebbe anche l' Oak fund, che, nato qualche anno fa, col tempo ha raccolto adesioni di altri investitori. Del resto lo stesso Giorgio Magnoni vanta molteplici attivita' anche in Italia, alcune di queste insieme al fratello Ruggero.
Tra l' altro il promotore dell' Oak fund figura tra gli amministratori della Intek. Quest' ultima e' una societa' quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata proprio dall' Olivetti allora guidata da Carlo De Benedetti. L' investimento passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell' intero gruppo di Ivrea.
[01-02-2010]
by dagospia
giorgio magnoni
L' indirizzo e' esotico quanto basta per un villaggio vacanze: West Bay road, Grand Cayman Islands, Indie occidentali britanniche. + questo il recapito dichiarato dell' Oak fund, importante finanziatore di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti nella loro scalata all' Olivetti. Tanto importante da comprare il 5,92 % della finanziaria Bell di Lussemburgo, principale azionista del gruppo di Ivrea con una quota di capitale del 13,84 % .
Ma per chi cerca informazioni su questo fondo d' investimento nato al sole delle Antille, e' inutile bussare a quella porta. L' indirizzo di West Bay road corrisponde agli uffici della Citco services, una vera multinazionale dei servizi finanziari off shore, con filiali nei piu' diversi paradisi fiscali. "Tra gli amministratori dell' Oak fund c' e' Giorgio Magnoni", ha dichiarato Gnutti in una recente intervista al Corriere.
9 em gnutti1 lap
Magnoni e' un cognome noto nel mondo della finanza internazionale. Se non altro perche' Ruggero, fratello di Giorgio, e' uno dei manager di punta della Lehman, la banca d' affari statunitense che sin dai primi passi dell' operazione assiste Colaninno nel suo attacco a Telecom.
E allora, per trovare qualche informazione utile, conviene lasciare il sole delle Antille per spostarsi nel meno esotico Canton Ticino. Qui, nel paesino di Manno, non lontano da Lugano, che Giorgio Magnoni tira le fila dell' International technology innovation (Iti), una societa' registrata a Rotterdam in Olanda. E insieme a Magnoni, ai vertici di Iti siede Antonio Rossi, un manager abituato a muoversi ben lontano dai riflettori della cronaca.
Antonio Rossi
Fino a pochi anni fa pero' Rossi, 40 anni circa, controllava il 40 % del capitale della Campari, forse uno dei marchi piu' noti dell' industria italiana. Antonio Rossi gestiva il patrimonio di famiglia insieme al padre Erinno, alla madre Angelina e alla sorella Erinna.
Nel 1994, quando nell' azienda del bitter entrarono come soci forti gli olandesi della Bols, i Rossi preferirono farsi da parte incassando un assegno che a quei tempi, in mancanza di notizie certe, venne stimato intorno ai 400 miliardi. Da allora Antonio Rossi si e' impegnato in numerosi investimenti in campo finanziario e immobiliare e Giorgio Magnoni e' da tempo uno dei suoi partner abituali.
Carlo De Benedetti con moglie
Tra le iniziative della coppia di finanzieri ci sarebbe anche l' Oak fund, che, nato qualche anno fa, col tempo ha raccolto adesioni di altri investitori. Del resto lo stesso Giorgio Magnoni vanta molteplici attivita' anche in Italia, alcune di queste insieme al fratello Ruggero.
Tra l' altro il promotore dell' Oak fund figura tra gli amministratori della Intek. Quest' ultima e' una societa' quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata proprio dall' Olivetti allora guidata da Carlo De Benedetti. L' investimento passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell' intero gruppo di Ivrea.
[01-02-2010]
by dagospia
MI FAI UN Baffino! - Appena comprata (a debito) Telecom, Tronchetti chiede a Tavaroli & Cipriani di scoprire chi c’è dietro il “Fondo Quercia” (Oak Fund) - Nell’archivio Zeta c’è un faldone “alto più di una spanna”, Cipriani parla di “un noto esponente politico”. Tavaroli cita esplicitamente Piero Fassino - L’ex segretario Ds ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata - Del dossier Oak esistono diverse copie. E prima o poi il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica...
Da "Il Fatto Quotidiano"
Quelli della security Telecom lo chiamavano il "dossier Baffino", e non bisogna essere degli straordinari investigatori per capire il perchè. Era una delle pratiche scottanti dell'archivio Zeta di Emanuele Cipriani, che insieme a decine di altri fascicoli su politici ed esponenti della finanza, per mesi hanno dato l'impressione di condizionare l'attività del parlamento.
EMANUELE CIPRIANI
Quando, per esempio, l'ex capo del controspionaggio Marco Mancini racconta di aver illustrato, su ordine dell'ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, il contenuto di due di essi a Nicola Latorre (Ds) e Lorenzo Cesa (Udc) - i quali però negano - immediatamente viene presentato un emendamento (poi ritirato a causa delle polemiche) per introdurre nella riforma dei servizi segreti una norma che avrebbe salvato dai processi sia Pollari che Mancini.
marco mancini
Le carte di Cipriani insomma scottano. Anche se nessuno può dire se le informazioni in esse contenute siano esatte o meno. Le indagini su queste notizie sono infatti state vietate per legge già nel 2006. Il mistero più grande riguarda comunque il caso "Baffino", cioè un faldone alto più di una spanna, in cui sono contenuti gli accertamenti sugli azionisti di Bell, la finanziaria lussemburghese al centro della scalata a Telecom da parte dei "capitani coraggiosi" di Roberto Colaninno. Era il 1998, al governo c'era Massimo D'Alema dal cui arrivò il via libera all'operazione. Tra chi controllava il capitale di Bell c'era però anche il misterioso Oak Fund (Fondo Quercia).
rmsn16 nicola latorre
Nel 2001, quando in Telecom arriva Tronchetti, parte così l'operazione "New Entry" o "Operazione Fondo", condotta da Cipriani per capire chi si nascondesse dietro. Cipriani durante le indagini, in un suo verbale riassuntivo dice il 28 marzo del 2007, che uno degli ultimi documenti raccolti macchiato sulle firme) indicava come dietro tutta la complessa operazione ci fosse "un noto esponente politico".
Massimo D Alema
Giuliano Tavaroli, in una serie di dichiarazioni a La Repubblica, parla invece esplicitamente di Piero Fassino. L'ex segretario dei Ds, nell'estate del 2008, ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata. Forse anche perchè Guido Calvi, storico avvocato della Quercia, sentito qualche settimana fa da Il Fatto spiega di non aver ricevuto un mandato in proposito.
PIERO FASSINO
Il mistero, insomma, resta fitto. E l'unico fatto certo è che la norma approvata per distruggere i dossier di Cipriani è servita solo ad evitare le indagini. Stando a quanto risulta a il Fatto Quotidiano almeno del dossier Oak esistono altre copie. E prima o poi, vero o falso che sia, il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica.
Guido Calvi
[01-02-2010]
by dagospia
Quelli della security Telecom lo chiamavano il "dossier Baffino", e non bisogna essere degli straordinari investigatori per capire il perchè. Era una delle pratiche scottanti dell'archivio Zeta di Emanuele Cipriani, che insieme a decine di altri fascicoli su politici ed esponenti della finanza, per mesi hanno dato l'impressione di condizionare l'attività del parlamento.
EMANUELE CIPRIANI
Quando, per esempio, l'ex capo del controspionaggio Marco Mancini racconta di aver illustrato, su ordine dell'ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, il contenuto di due di essi a Nicola Latorre (Ds) e Lorenzo Cesa (Udc) - i quali però negano - immediatamente viene presentato un emendamento (poi ritirato a causa delle polemiche) per introdurre nella riforma dei servizi segreti una norma che avrebbe salvato dai processi sia Pollari che Mancini.
marco mancini
Le carte di Cipriani insomma scottano. Anche se nessuno può dire se le informazioni in esse contenute siano esatte o meno. Le indagini su queste notizie sono infatti state vietate per legge già nel 2006. Il mistero più grande riguarda comunque il caso "Baffino", cioè un faldone alto più di una spanna, in cui sono contenuti gli accertamenti sugli azionisti di Bell, la finanziaria lussemburghese al centro della scalata a Telecom da parte dei "capitani coraggiosi" di Roberto Colaninno. Era il 1998, al governo c'era Massimo D'Alema dal cui arrivò il via libera all'operazione. Tra chi controllava il capitale di Bell c'era però anche il misterioso Oak Fund (Fondo Quercia).
rmsn16 nicola latorre
Nel 2001, quando in Telecom arriva Tronchetti, parte così l'operazione "New Entry" o "Operazione Fondo", condotta da Cipriani per capire chi si nascondesse dietro. Cipriani durante le indagini, in un suo verbale riassuntivo dice il 28 marzo del 2007, che uno degli ultimi documenti raccolti macchiato sulle firme) indicava come dietro tutta la complessa operazione ci fosse "un noto esponente politico".
Massimo D Alema
Giuliano Tavaroli, in una serie di dichiarazioni a La Repubblica, parla invece esplicitamente di Piero Fassino. L'ex segretario dei Ds, nell'estate del 2008, ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata. Forse anche perchè Guido Calvi, storico avvocato della Quercia, sentito qualche settimana fa da Il Fatto spiega di non aver ricevuto un mandato in proposito.
PIERO FASSINO
Il mistero, insomma, resta fitto. E l'unico fatto certo è che la norma approvata per distruggere i dossier di Cipriani è servita solo ad evitare le indagini. Stando a quanto risulta a il Fatto Quotidiano almeno del dossier Oak esistono altre copie. E prima o poi, vero o falso che sia, il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica.
Guido Calvi
[01-02-2010]
by dagospia
LE CIANCE DI CIANCIMINO - "Mio padre mi disse che Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente. Accordo che risale al maggio del ’92". Cioè pochi giorni prima dell'assassinio di Falcone e Borsellino - "Nel 1990 mio padre si fece annullare l’ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione" (all’epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale)...
dal giornale .it Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento per la mancata cattura del boss Provenzano.
MARIO MORI falcone borsellino
"Questa immunità - ha aggiunto - secondo quanto mi ha spiegato mio padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale al maggio del '92". Cioè pochi giorni prima della strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, e di quella di via D'Amelio, di cui rimase vittima il giudice Paolo Borsellino.
I rapporti con Provenzano "Conosco Provenzano da sempre. Ho ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni '70, fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre". Ha detto ancora, deponendo al processo per favoreggiamento agli ufficiali dell'Arma Mario Mori e Mauro Obinu, Ciancimino junior.
vito e massimo ciancimino
Il testimone, che ha detto di avere conosciuto il capomafia con il nome di "ingegner Lo Verde", ha scherzosamente ricordato che il padre lo rimproverava di avere risposto male al boss di Corleone, quando era ragazzino, dicendogli: "Tu sei l'unico che è riuscito a dire cornuto a Provenzano".
Arresto annullato in Cassazione "Nel 1990 mio padre si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione". Ciancimino ha fatto un riferimento esplicito, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.
[01-02-2010]
by dagospia
MARIO MORI falcone borsellino
"Questa immunità - ha aggiunto - secondo quanto mi ha spiegato mio padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale al maggio del '92". Cioè pochi giorni prima della strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, e di quella di via D'Amelio, di cui rimase vittima il giudice Paolo Borsellino.
I rapporti con Provenzano "Conosco Provenzano da sempre. Ho ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni '70, fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre". Ha detto ancora, deponendo al processo per favoreggiamento agli ufficiali dell'Arma Mario Mori e Mauro Obinu, Ciancimino junior.
vito e massimo ciancimino
Il testimone, che ha detto di avere conosciuto il capomafia con il nome di "ingegner Lo Verde", ha scherzosamente ricordato che il padre lo rimproverava di avere risposto male al boss di Corleone, quando era ragazzino, dicendogli: "Tu sei l'unico che è riuscito a dire cornuto a Provenzano".
Arresto annullato in Cassazione "Nel 1990 mio padre si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione". Ciancimino ha fatto un riferimento esplicito, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.
[01-02-2010]
by dagospia
I furbetti del telefonino (L'INNOCENZA SI PAGA!) - Altro che parte lesa, sul dossieraggio selvaggio Pirelli e Telecom sono talmente “innocenti” che patteggiano e pagano la bellezza di 7 milioni e mezzo di euro - E proprio ieri intervista bomba dello spione cipriani: nella Bell, la società Lussembughese di GNUTTI, che controllava parte della telecom, C'era scritto Oak fund: fondo quercia…
1 - L'INNOCENZA SI PAGA
Luigi Ferrarella per "Il Corriere della Sera"
TELECOM tronchetti tavaroli dall Espresso
Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai dipendenti schedati al momento dell'assunzione (circa 4,8 milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7 milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all'accordo che, depositato sabato mattina negli uffici deserti per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, farà uscire le due aziende dall'udienza preliminare sul dossieraggio illecito praticato dalla divisione Security negli anni in cui la guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa di patteggiare 4 anni e mezzo.
Logo "Telecom"
In questo modo, sebbene entrambe le imprese quotate in Borsa non intendano ammettere alcuna responsabilità ma si rappresentino come danneggiate dal comportamento di Tavaroli e degli altri manager della sicurezza aziendale che avrebbero reso vani i modelli organizzativi interni anti illeciti, Telecom e Pirelli chiedono di patteggiare l'accusa di corruzione per la quale i pm Napoleone- Civardi-Piacente ne avevano chiesto nel 2008 il rinvio a giudizio in forza della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reati commessi dai propri dipendenti nell'interesse aziendale.
PIRELLI
Il dossieraggio illegale con casi anche di intercettazioni non telefoniche ma telematiche, pagato dal 1997 al 2005 con 34 milioni di euro aziendali (11 dei quali sequestrati all'investigatore privato Emanuele Cipriani), si alimentava infatti di molti canali: le risorse societarie utilizzate dalla struttura di Tavaroli per il mercimonio di tabulati telefonici o l'intercettazione di posta elettronica; l'agenzia di investigazione privata di Cipriani; il flusso informativo veicolato da detective privati come Giampaolo Spinelli (ex Cia) e Marco Bernardini (ex Sisde); la pirateria informatica del Tiger Team di Fabio Ghioni in Telecom; le notizie carpite dagli archivi dei servizi segreti grazie ai contatti con 007 (Marco Mancini) e «fonti» italiane (Rossi e Vairello) e francesi (Guatteri); i «profili» stilati dall'ex giornalista di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini. Ma anche, ed è questa l'origine dell'imputazione di corruzione mossa alle aziende in base alla legge 231, le tangenti pagate a poliziotti-carabinieri- finanzieri per gli accessi abusivi alle banche dati del ministero dell'Interno, della Giustizia e delle Finanze.
Fabio Ghioni
Per riparare le conseguenze del reato, l'articolo 17 della legge 231 chiede che la società indagata risarcisca integralmente il danno, vanti un modello organizzativo che sia riconosciuto come adeguato a prevenire i reati dei dipendenti, si faccia confiscare il profitto conseguito.
È quello che Telecom e Pirelli hanno preferito fare, rinunciando a giocare nel futuro la lotteria delle tante variabili che pezzo dopo pezzo stanno smantellando l'udienza preliminare: la prescrizione che corre e che ha già cancellato i reati fino al 2003; la legge 2007 di distruzione dei dossier illegali, che dopo la sentenza della Corte costituzionale dell'aprile 2009 rende di scarsissima utilizzabilità gran parte del dvd sequestrato a Cipriani con migliaia di dossier; la recente apposizione del segreto di Stato da parte del premier Silvio Berlusconi sulle circostanze richiamate dall'indagato ex numero tre del Sismi, Marco Mancini; e la possibile approvazione della legge sul «processo breve» anche per le aziende, che estinguerebbe un procedimento la cui richiesta di giudizio non è lontana dai 2 anni.
EMANUELE CIPRIANI
Così Telecom e Pirelli hanno ciascuna affrontato 400.000 euro come sanzione pecuniaria misurata dalla legge in un numero variabile di quote societarie, versato 100.000 euro come confisca del profitto delle corruzioni; e con 750.000 euro l'una hanno risarcito i tre ministeri tutelati dall'Avvocatura dello Stato, cifra 10 giorni fa rifiutata ma ora accettata dalla presidenza del Consiglio come indennizzo del danno sia diretto sia da responsabilità per fatto illecito dei dipendenti.
In più, nel pacchetto vanno conteggiati i 2 milioni che Telecom e i 2,8 milioni che Pirelli avevano già offerto ai propri lavoratori come risarcimento (3.000 euro a dipendente) per le schedature di massa operate dalla Security al momento dell'assunzione e per asserite finalità antiterrorismo.
Come effetto collaterale della definizione della procedura sulla corruzione ai fini della legge 231, alle vittime del dossieraggio non resterà che provare a intentare alle società per le quali lavorava Tavaroli una causa civile a parte. Telecom e Pirelli restano invece nell'udienza preliminare solo come parti civili costituite contro Tavaroli e Cipriani per l'ipotesi che costoro si siano indebitamente appropriati di soldi delle società, e come responsabili civili rispetto ad altri reati contestati agli indagati.
marco mancini sismi02 lap
2 - Cipriani al Fatto: "Tronchetti sapeva tutto dei nostri metodi. Ci chiedeva dossier sui politici che doveva incontrare
Peter Gomez per "Il Fatto Quotidiano"
Guardi, funzionava così. Io, quasi ogni settimana, incontravo a Milano Giuliano Tavaroli e gli illustravo il contenuto delle pratiche. Quando il dossier era particolarmente importante, Giuliano nemmeno mi lasciava finire di parlare, che già era al telefono. Come ho raccontato ai pm chiamava la segreteria di Marco Tronchetti Provera o lui direttamente, visto che in azienda era uno dei pochissimi a poterlo fare. Diceva: 'Dottore sono qui con il fiorentino, ha portato l'esito che aspettavamo, vengo subito'. Poi s'incamminava verso via Negri, dove Tronchetti ha l'ufficio, con il dossier sotto il braccio".
marco mancini
Eccola qui la verità del "fiorentino", al secolo Emanuele Cipriani, 49 anni vissuti nell'ombra tra detective privati, servizi segreti e grandi aziende. E anche se viene da un imputato è una verità scomoda. Perché Cipriani, l'uomo che raccoglieva dossier su esponenti del mondo della finanza e della politica - dai Ds a Forza Italia - e che schedava i dipendenti di Telecom e Pirelli, oggi ha un diavolo per capello.
Ce l'ha con Tronchetti che nell'inchiesta sullo scandalo della security della compagnia telefonica era ed è rimasto testimone. Ce l'ha con i magistrati che "non sono saliti di livello". E che, per giunta, gli hanno sequestrato molti milioni di euro considerati frutto di una gigantesca appropriazione indebita ai danni dell'azienda. Denaro che adesso Cipriani rivuole indietro.
Silvio Berlusconi
"Perché - protesta - è come se mi dicessero che quei soldi li ho rubati. Ma io i reati che ho commesso, li ho ammessi. Ladro però, no. Era tutto fatturato. E a ogni fattura corrispondeva un codice numerico che rimandava ad una pratica, ovvero ad una attività che poteva essere: lecita, illecita o parzialmente lecita. Un lavoro di cui, oltretutto i vertici dell'azienda e Tronchetti, che adesso fa persino fìnta di non sapere chi sono, erano perfettamente a conoscenza. I miei committenti erano Pirelli e Telecom. Tra i miei clienti, in qualche caso, ci sono stati lo stesso Tronchetti e alcuni suoi avvocati: è tutto riscontrabile".
D'accordo, Cipriani, le cose staranno pure così. Ma lei come fa a sostenere che Tronchetti fosse al corrente dei metodi usati per raccogliere informazioni? Agli incontri tra lui e Tavaroli lei non partecipava...
Sa che cosa sono i disturbatori d'assemblea?
Aldo Brancher
Sì, azionisti che fanno domande scomode. In qualche caso sono persino dei ricattatori...
Esatto, in Telecom ce ne erano molti. Ma alcuni di loro erano delle brave persone. Gente laureata, preparata che, come mi diceva Tavaroli, Tronchetti pativa. Lo puntavano da anni e spesso con le loro domande lo mettevano in imbarazzo.
Francesca Zaccariotto e Umberto Bossi
E allora?
Beh ogni anno Tavaroli mi chiedeva un aggiornamento investigativo sulla loro situazione. Si andava a vedere se c'era qualcosa di negativo su di loro. Li analizzavamo da cima a fondo.
Questo cosa dimostra?
Mi ascolti. Le racconto un episodio che non ho riferito ai magistrati, anche perche sul punto non mi hanno chiesto niente. Sarà stato il 2003 o il 2004, era comunque l'ultima assemblea da me seguita. Tavaroli riceve una telefonata. È Tronchetti che gli dice "Mi raccomando quello là". Si riferiva a un docente calabrese, Gianfranco D'Atri, su cui c'è un dossier molto particolareggiato. Giuliano mi spiega che "quello il Dottore lo patisce".
Umberto Bossi giovane
E lei cosa fa?
Un'attività pesante. Giuliano diceva: "voglio tutto". In assemblea D'Atri verrà anche controllato di continuo, in gergo diciamo mappato, dagli uomini della security d'accordo con i loro dirigenti e alcuni vertici dell'azienda seduti al fianco di Tronchetti.
Non mi pare un reato.
Sì. Ma io ho un colpo di fortuna. Riesco ad affiancargli una mia fonte. Una persona che mi anticipa quasi tutte le domande che farà a Tronchetti. È un'operazione stile servizi segreti, loro la chiamerebbero un'operazione di manipolazione. Nella notte precendente all'assemblea giro le informazioni a un uomo della security che, come mi viene detto, le veicola a Tronchetti. Il risultato è che il dottore risponde a tutto con tranquillità. Insomma fa una bellissima .figura. Mi spieghi lei come poteva pensare che fossero informazioni ottenute lecitamente?
Giuseppe D'avanzo
Storiaccia. Ma non chiude il cerchio...
Dice? Io mi sono occupato di business che per Pirelli e Telecom valevano molti milioni di dollari. Le richieste d'informazioni "ordinarie" riguardavano di solito i fornitori o gli aspiranti fornitori: facevamo delle analisi per capire se erano affidabili. In altri casi, chiamiamoli " straordinari ", le richieste erano mirate e dirette ali 'acquisizione di notizie anche strategiche per Pirelli e Telecom. A richiederle erano i cosiddetti "clienti interni". I mega dirigenti, spesso della direzione legale o del personale, che ne parlavano con Tavaroli o gli inviavano delle mail che, a volte, mi girava.
E allora?
Questo dimostra che l'azienda era perfettamente al corrente delle modalità, anche illegali, del mio lavoro. E non solo perché Tavaroli mi diceva che le pratiche più importanti e sensibili riguardavano affari che ovviamente Tronchetti seguiva personalmente. Il punto è che venivano spesso raccolte informazioni di natura bancaria e patrimoniale. E visto che il segreto bancario esiste, mi pare che tutti potessero capire che ci si trovava di fronte a qualcosa d'illecito. Per non parlare poi delle schedature di massa...
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Schedature di massa?
Sì, se lo ricorda lo scandalo dei primi anni Settanta sulle migliaia di dipendenti Fiat su cui l'azienda di Torino aveva fatto fare dei dossier?
LORENZO CESA
Certo.
Beh, anche noi avevamo fatto qualcosa di simile. Nelle operazioni Scanning e Filtro abbiamo controllato chi aspirava ad entrare in Telecom e in Pirelli. Controlli anche sui precendenti di polizia. I risultati li mandavo alla security che li girava ai dirigenti del personale.
E i dossier sui politici, invece, a che cosa servivano?
Quello sul sottosegretario alle riforme Aldo Brancher 10 facemmo perché Tavaroli mi disse che il "dottore" doveva incontrare il leader della Lega, Umberto Bossi. E che per questo " Tronchetti aveva bisogno della sponsorizzazione di Brancher". Lui mi spiegò che doveva essere pesante, che doveva sapere tutto di lui. Io così partii da una società off-shore che lo collegava a una serie di operazioni speculative. Da lì sono arrivato andato a finire su di lui.
Lorenzo Cesa - Copyright Pizzi
Ma Tronchetti lesse il dossier?
Quando ne riportai l'esito a Giuliano fu una di quelle volte in cui lui gli telefonò per dirgli "è arrivato il fiorentino, vengo subito da lei". Ma adesso leggo che Tronchetti sostiene di non aver quasi mai visto Giuliano e che Tavaroli si è approfittato della sua fiducia. E il bello è che la magistratura gli ha creduto.
Forse perché Tavaroli nei suoi interrogatori lo ha accuratamente tenuto fuori da tutto. Mentre lo ha tirato in ballo durante sei chiacchierate con Giuseppe D'Avanzo di Repubblica. Si è chiesto il perché di questo atteggiamento da parte di Tavaroli?
Me lo sono chiesto, e non l'ho condiviso. Dico solo che Tavaroli, a distanza di due anni dalle sue dichiarazioni a Repubblica, ha chiesto il patteggiamento e ha chiuso tutto con 4 anni e mezzo di pena. Una pena di fatto già espiata, visto che tre anni sono stati condonati. Insomma forse alla luce del suo patteggiamento la risposta ciascuno se la può dare da solo.
Luigi De Magistris
Cosa pensò quando vide le sue affermazioni?
Dopo aver chiuso il giornale, dissi "Finalmente si è deciso a parlare". Siccome ero contentissimo insistetti con i miei avvocati perché andassero in procura dal dottor Fabio Napoleone a chiedere che cosa sarebbe accaduto. Uno dei miei legali mi riferì la risposta: "Io sono qua, se Tavaroli viene lo verbalizzo". Mi cascarono le braccia...
Luigi De Magistris
Per lei, quindi, non si è voluto indagare a fondo.
Constato quello che è accaduto. Si potevano sentire molte altre persone da me menzionate come a conoscenza del "modus-operandi" nelle aziende Pirelli e Telecom. Pensi solo ai dirigenti che ricevevano i report sul personale d'assumere. Si potevano fare perquisizioni, per riscontrare le mie dichiarazioni. Mi fa poi riflettere il fatto che le registrazioni di alcuni miei interrogatori sui dossier più sensibili politicamente sono state depositate, ma senza trascriverle. Agli atti ci sono i verbali riassuntivi in cui mancano dei nomi che sono quasi certo di avere fatto.
Cosa intende dire?
Le faccio un esempio: il dossier su Lorenzo Cesa, il segretario dell'Udc. Durante un interrogatorio il dottor Napoleone mi dice sorridendo che per certi versi ho anticipato delle situazioni che poi sono emerse nelle indagini di Luigi De Magistris Poseidone e Why Not. Io gli ho risposto, con altrettanta simpatia: "Ha visto perché mi pagavano bene? Perché dicevano che ero bravo". Lui si è messo a ridere. Ma era la verità. La procura però per capire perché mi era stata commissionata l'indagine avrebbe dovuto prendere l'agenda di Tronchetti, come avevo suggerito, mi pare ovvio.
berlusconi dalema colaninno
Anche il dossier Oak, quello su presunti conti esteri dei Ds fu disposto in vista di un appuntamento politico?
No, quella fu un'inchiesta lunghissima. La chiese Tavaroli per Tronchetti in occasione dell'acquisto del pacchetto di maggioranza di Telecom, insomma subito dopo il suo ingresso.
ROBERTO COLANINNO
Tavaroli ha detto a verbale che si era partiti perché si credeva che Oak Fund riguardasse dei dirigenti di Telecom.
No, le dico come è andata. L'ho già detto ma nessuno mi ha creduto. Lui mi chiama e mi dice che devo rientrare dalle ferie "perché il Dottore ha comprato Telecom" . Siamo a fine agosto 2001. Tavaroli ha II Sole 24 ore sul tavolo. Prende la penna e dice guardando la composizione di Bell, la società Lussembughese, che controllava parte del capitale: questi sono loro. C'era scritto Oak fund: fondo quercia. Io dico 'ah bene, è uno scherzo? ', lui mi dice ' no io ho contezza che sono loro. Il Dottore vuole sapere chi ha in casa'. E io esco con l'articolo in mano, chiedendomi: e adesso come faccio a partire?
9 fiorani ricucci gnutti lap
Già, come ha fatto?
Come quasi sempre. Dall'inizio, analizzando le notizie su fonti aperte e banche dati accessibili a tutti. Se ci fossero qui i mie faldoni anche lei se ne renderebbe conto. Chiamai a rapporto le mie fonti, tra cui la mia fonte principale per operazioni internazionali, il famoso investigatore inglese "John Poa" e siamo andati avanti gradino per gradino. Abbiamo fatto più di 10 report, con altrettanti schemi riassuntivi, perché il Dottore voleva solo schemi ed "executive summary", Tavaroli me lo diceva sempre. Il lavoro che fai, lo fai bene. Ma i documenti me li metti dietro. Ed è così venuto fuori un sistema finanziario di altissimo livello. Le famose società finanziarie...
MASSIMO DALEMA MISTICO
Il problema, hanno scritto i giornali, è che l'ultimo documento, quello decisivo, è macchiato.
No, non è l'ultimo documento. E' un documento, allegato a uno degli ultimi "executive summary", ottenuto da una fiduciaria estera di un paese off-shore. Ma è su carta intestata e dentro viene lasciato il corpo. Insomma si legge una frase, se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra richiesta vi diciamo che dietro questo conto ci sono queste persone. Poi sono macchiate solo le firme degli amministratori della fiduciaria.
Quindi potrebbe essere falso...
Me lo ha detto anche il dottor Napoleone. Ma io gli ho risposto: peccato che negli ultimi report, tra documenti bancari, telex e carta con le firme macchiate ci saranno una trentina di allegati. Ipotizziamo che mi abbiano truffato al 50 per cento, ma mi pare che basti. E poi tenga conto che le mie fonti sono persone con cui ho lavorato per più di dieci anni e non mi hanno mai dato un'informazione sbagliata. Le stesse aziende Pirelli e Telecom ne hanno certificato l'affidabilità.
MASSIMO DALEMA
Che cosa vuoi dire fonti certificate ?
Significa che ci sono stati dei dirigenti costretti alle dimissioni sulla base dei miei dossier. Dirigenti che oggi non si sono costituiti parte civile contro di me. Eppure in quei fascicoli si parla di loro conti esteri; di bonifici bancari oltre frontiera, insomma di infedeltà aziendale. È tutta gente che è stata dimissionata con tanto di lettera di benemerenza di Tronchetti. Insomma, erano Telecom e Pirelli che mi confermavano che le mie fonti erano buone, perché quei dirigenti erano stati visti "in difficoltà" da Tronchetti. E allora, se erano buone quando io facevo cacciare i dirigenti, perché non dovevano essere buone su Oak?
Le polpette avvelenate si vendono anche così...
Certo, però io ho trenta allegati....
Solo che ora nessuno per legge può indagare per sapere se il contenuto dei dossier era falso o meno. Nel 2006 il parlamento con una legge bipartisan ne ha ordinato la distruzione..
Interviene Francesco Caroleo Grimaldi, avvocato di fiducia di Cipriani, assieme a Vìnicio Nardo: "Sulla base dei dossier non si può aprire un'indagine. Ma sulla base delle dichiarazioni del nostro assistito si. E infatti ci lascia interdetti che oggi si colpisca l'autore delle investigazioni e che viceversa restino immuni chi ha dato l'incarico delle investigazioni e i soggetti destinatari di ipotesi di reato oggetto delle investigazioni". Cipriani continua: "Io penso che se era difficoltoso fare le verifiche sull'estero, c'era abbondante materiale su persone fisiche e societarie italiane che avevo individuato come fiduciari italiani, alcuni dei quali addirittura lombardi. Queste cose andavano verificate."
IL GRANDE VINCITORE BAFFINO MASSIMO DALEMA
Credo di sì, anche se in procura spiegano che i fatti contenuti nel suo dossier non erano recenti. E che l'eventuale ipotesi di reato, la violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, era già caduta in prescrizione. Comunque, Cipriani, le informazioni sui Ds a che servivano?
Tavaroli diceva che le avrebbe gestite il dottore nelle sue attività romane. Perché Telecom, sosteneva, era un patrimonio romano ed un "feudo " di una certa area politica. Io ne prendevo atto e pensavo che loro volessero sapere come gira la musica per avere argomenti di interlocuzione.
Un ricatto?
In carcere i magistrati mi hanno chiesto: "ma voi chi ricattavate?". Ho risposto io nessuno e sfido chicchessia a dire se è mai stato ricattato da me. Le pratiche non erano per me, ma per chi le commissionava: lo chieda a loro. Comunque io, con tutto quello che penso di Tronchetti, sono convinto che non sia un ricattatore. Certo, però, che conoscere le notizie serve: si dice da sempre che l'informazione è potere.
IL GRANDE VINCITORE BAFFINO MASSIMO DALEMA
Lei aveva anche legami di amicizia e lavoro con Marco Mancini, il capo del controspionaggio...
Sì, da quasi trent'anni. Ma su questo, oggi, c'è il Segreto di Stato. Posso dire, come ho già fatto con la procura, dopo aver chiesto ai magistrati che s'informassero se potevo rispondere, che ho fatto delle attività per conto del Sismi. A verbale ho parlato di due operazioni perché ritenevo, e ritengo, che non ponessero problemi si segretezza anche se erano riservate. Del resto non ho parlato. Comunque la mia collaborazione col servizio risale all'epoca del colonnello'Umberto Bonaventura. Era un supporto finalizzato all'attività informativa, operativa e logistica italiana ed estera. Il mio interlocutore di solito era Mancini anche perché io avevo delle fonti che lui non aveva.
Così tra legge che impone la distruzione dei dossier, il segreto di Stato, i silenzi di Tavaroli e quelli della stampa di queste storie nessuno parla più...
I poteri forti esistono. Quando Tavaroli, nelle sue dichiarazioni a Repubblica ha descritto il network "romano" che può influenzare strategie e decisioni di rango politico ed economico, sulla base di quanto mi narrava, ritengo avesse ragione. Tronchetti ha giocato bene le sue carte. Ha trovato i canali attraverso cui poteva essere ascoltato. La situazione è questa. E il fatto che sia diventato vice-presidente di Mediobanca dopo aver lasciato Telecom, per me, la dice lunga. Comunque facciano come credono.
A me importa solo che non mi facciano passare per un ladro. Le mie società non erano una cartiera, non facevano fatture false. Lavoravano per Pirelli, Telecom e per le migliori industrie italiane, con un portafoglio clienti di tutto rispetto. E io oggi voglio solo indietro quello che mi spetta.
[01-02-2010]
by dagospia
Luigi Ferrarella per "Il Corriere della Sera"
TELECOM tronchetti tavaroli dall Espresso
Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai dipendenti schedati al momento dell'assunzione (circa 4,8 milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7 milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all'accordo che, depositato sabato mattina negli uffici deserti per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, farà uscire le due aziende dall'udienza preliminare sul dossieraggio illecito praticato dalla divisione Security negli anni in cui la guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa di patteggiare 4 anni e mezzo.
Logo "Telecom"
In questo modo, sebbene entrambe le imprese quotate in Borsa non intendano ammettere alcuna responsabilità ma si rappresentino come danneggiate dal comportamento di Tavaroli e degli altri manager della sicurezza aziendale che avrebbero reso vani i modelli organizzativi interni anti illeciti, Telecom e Pirelli chiedono di patteggiare l'accusa di corruzione per la quale i pm Napoleone- Civardi-Piacente ne avevano chiesto nel 2008 il rinvio a giudizio in forza della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reati commessi dai propri dipendenti nell'interesse aziendale.
PIRELLI
Il dossieraggio illegale con casi anche di intercettazioni non telefoniche ma telematiche, pagato dal 1997 al 2005 con 34 milioni di euro aziendali (11 dei quali sequestrati all'investigatore privato Emanuele Cipriani), si alimentava infatti di molti canali: le risorse societarie utilizzate dalla struttura di Tavaroli per il mercimonio di tabulati telefonici o l'intercettazione di posta elettronica; l'agenzia di investigazione privata di Cipriani; il flusso informativo veicolato da detective privati come Giampaolo Spinelli (ex Cia) e Marco Bernardini (ex Sisde); la pirateria informatica del Tiger Team di Fabio Ghioni in Telecom; le notizie carpite dagli archivi dei servizi segreti grazie ai contatti con 007 (Marco Mancini) e «fonti» italiane (Rossi e Vairello) e francesi (Guatteri); i «profili» stilati dall'ex giornalista di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini. Ma anche, ed è questa l'origine dell'imputazione di corruzione mossa alle aziende in base alla legge 231, le tangenti pagate a poliziotti-carabinieri- finanzieri per gli accessi abusivi alle banche dati del ministero dell'Interno, della Giustizia e delle Finanze.
Fabio Ghioni
Per riparare le conseguenze del reato, l'articolo 17 della legge 231 chiede che la società indagata risarcisca integralmente il danno, vanti un modello organizzativo che sia riconosciuto come adeguato a prevenire i reati dei dipendenti, si faccia confiscare il profitto conseguito.
È quello che Telecom e Pirelli hanno preferito fare, rinunciando a giocare nel futuro la lotteria delle tante variabili che pezzo dopo pezzo stanno smantellando l'udienza preliminare: la prescrizione che corre e che ha già cancellato i reati fino al 2003; la legge 2007 di distruzione dei dossier illegali, che dopo la sentenza della Corte costituzionale dell'aprile 2009 rende di scarsissima utilizzabilità gran parte del dvd sequestrato a Cipriani con migliaia di dossier; la recente apposizione del segreto di Stato da parte del premier Silvio Berlusconi sulle circostanze richiamate dall'indagato ex numero tre del Sismi, Marco Mancini; e la possibile approvazione della legge sul «processo breve» anche per le aziende, che estinguerebbe un procedimento la cui richiesta di giudizio non è lontana dai 2 anni.
EMANUELE CIPRIANI
Così Telecom e Pirelli hanno ciascuna affrontato 400.000 euro come sanzione pecuniaria misurata dalla legge in un numero variabile di quote societarie, versato 100.000 euro come confisca del profitto delle corruzioni; e con 750.000 euro l'una hanno risarcito i tre ministeri tutelati dall'Avvocatura dello Stato, cifra 10 giorni fa rifiutata ma ora accettata dalla presidenza del Consiglio come indennizzo del danno sia diretto sia da responsabilità per fatto illecito dei dipendenti.
In più, nel pacchetto vanno conteggiati i 2 milioni che Telecom e i 2,8 milioni che Pirelli avevano già offerto ai propri lavoratori come risarcimento (3.000 euro a dipendente) per le schedature di massa operate dalla Security al momento dell'assunzione e per asserite finalità antiterrorismo.
Come effetto collaterale della definizione della procedura sulla corruzione ai fini della legge 231, alle vittime del dossieraggio non resterà che provare a intentare alle società per le quali lavorava Tavaroli una causa civile a parte. Telecom e Pirelli restano invece nell'udienza preliminare solo come parti civili costituite contro Tavaroli e Cipriani per l'ipotesi che costoro si siano indebitamente appropriati di soldi delle società, e come responsabili civili rispetto ad altri reati contestati agli indagati.
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2 - Cipriani al Fatto: "Tronchetti sapeva tutto dei nostri metodi. Ci chiedeva dossier sui politici che doveva incontrare
Peter Gomez per "Il Fatto Quotidiano"
Guardi, funzionava così. Io, quasi ogni settimana, incontravo a Milano Giuliano Tavaroli e gli illustravo il contenuto delle pratiche. Quando il dossier era particolarmente importante, Giuliano nemmeno mi lasciava finire di parlare, che già era al telefono. Come ho raccontato ai pm chiamava la segreteria di Marco Tronchetti Provera o lui direttamente, visto che in azienda era uno dei pochissimi a poterlo fare. Diceva: 'Dottore sono qui con il fiorentino, ha portato l'esito che aspettavamo, vengo subito'. Poi s'incamminava verso via Negri, dove Tronchetti ha l'ufficio, con il dossier sotto il braccio".
marco mancini
Eccola qui la verità del "fiorentino", al secolo Emanuele Cipriani, 49 anni vissuti nell'ombra tra detective privati, servizi segreti e grandi aziende. E anche se viene da un imputato è una verità scomoda. Perché Cipriani, l'uomo che raccoglieva dossier su esponenti del mondo della finanza e della politica - dai Ds a Forza Italia - e che schedava i dipendenti di Telecom e Pirelli, oggi ha un diavolo per capello.
Ce l'ha con Tronchetti che nell'inchiesta sullo scandalo della security della compagnia telefonica era ed è rimasto testimone. Ce l'ha con i magistrati che "non sono saliti di livello". E che, per giunta, gli hanno sequestrato molti milioni di euro considerati frutto di una gigantesca appropriazione indebita ai danni dell'azienda. Denaro che adesso Cipriani rivuole indietro.
Silvio Berlusconi
"Perché - protesta - è come se mi dicessero che quei soldi li ho rubati. Ma io i reati che ho commesso, li ho ammessi. Ladro però, no. Era tutto fatturato. E a ogni fattura corrispondeva un codice numerico che rimandava ad una pratica, ovvero ad una attività che poteva essere: lecita, illecita o parzialmente lecita. Un lavoro di cui, oltretutto i vertici dell'azienda e Tronchetti, che adesso fa persino fìnta di non sapere chi sono, erano perfettamente a conoscenza. I miei committenti erano Pirelli e Telecom. Tra i miei clienti, in qualche caso, ci sono stati lo stesso Tronchetti e alcuni suoi avvocati: è tutto riscontrabile".
D'accordo, Cipriani, le cose staranno pure così. Ma lei come fa a sostenere che Tronchetti fosse al corrente dei metodi usati per raccogliere informazioni? Agli incontri tra lui e Tavaroli lei non partecipava...
Sa che cosa sono i disturbatori d'assemblea?
Aldo Brancher
Sì, azionisti che fanno domande scomode. In qualche caso sono persino dei ricattatori...
Esatto, in Telecom ce ne erano molti. Ma alcuni di loro erano delle brave persone. Gente laureata, preparata che, come mi diceva Tavaroli, Tronchetti pativa. Lo puntavano da anni e spesso con le loro domande lo mettevano in imbarazzo.
Francesca Zaccariotto e Umberto Bossi
E allora?
Beh ogni anno Tavaroli mi chiedeva un aggiornamento investigativo sulla loro situazione. Si andava a vedere se c'era qualcosa di negativo su di loro. Li analizzavamo da cima a fondo.
Questo cosa dimostra?
Mi ascolti. Le racconto un episodio che non ho riferito ai magistrati, anche perche sul punto non mi hanno chiesto niente. Sarà stato il 2003 o il 2004, era comunque l'ultima assemblea da me seguita. Tavaroli riceve una telefonata. È Tronchetti che gli dice "Mi raccomando quello là". Si riferiva a un docente calabrese, Gianfranco D'Atri, su cui c'è un dossier molto particolareggiato. Giuliano mi spiega che "quello il Dottore lo patisce".
Umberto Bossi giovane
E lei cosa fa?
Un'attività pesante. Giuliano diceva: "voglio tutto". In assemblea D'Atri verrà anche controllato di continuo, in gergo diciamo mappato, dagli uomini della security d'accordo con i loro dirigenti e alcuni vertici dell'azienda seduti al fianco di Tronchetti.
Non mi pare un reato.
Sì. Ma io ho un colpo di fortuna. Riesco ad affiancargli una mia fonte. Una persona che mi anticipa quasi tutte le domande che farà a Tronchetti. È un'operazione stile servizi segreti, loro la chiamerebbero un'operazione di manipolazione. Nella notte precendente all'assemblea giro le informazioni a un uomo della security che, come mi viene detto, le veicola a Tronchetti. Il risultato è che il dottore risponde a tutto con tranquillità. Insomma fa una bellissima .figura. Mi spieghi lei come poteva pensare che fossero informazioni ottenute lecitamente?
Giuseppe D'avanzo
Storiaccia. Ma non chiude il cerchio...
Dice? Io mi sono occupato di business che per Pirelli e Telecom valevano molti milioni di dollari. Le richieste d'informazioni "ordinarie" riguardavano di solito i fornitori o gli aspiranti fornitori: facevamo delle analisi per capire se erano affidabili. In altri casi, chiamiamoli " straordinari ", le richieste erano mirate e dirette ali 'acquisizione di notizie anche strategiche per Pirelli e Telecom. A richiederle erano i cosiddetti "clienti interni". I mega dirigenti, spesso della direzione legale o del personale, che ne parlavano con Tavaroli o gli inviavano delle mail che, a volte, mi girava.
E allora?
Questo dimostra che l'azienda era perfettamente al corrente delle modalità, anche illegali, del mio lavoro. E non solo perché Tavaroli mi diceva che le pratiche più importanti e sensibili riguardavano affari che ovviamente Tronchetti seguiva personalmente. Il punto è che venivano spesso raccolte informazioni di natura bancaria e patrimoniale. E visto che il segreto bancario esiste, mi pare che tutti potessero capire che ci si trovava di fronte a qualcosa d'illecito. Per non parlare poi delle schedature di massa...
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Schedature di massa?
Sì, se lo ricorda lo scandalo dei primi anni Settanta sulle migliaia di dipendenti Fiat su cui l'azienda di Torino aveva fatto fare dei dossier?
LORENZO CESA
Certo.
Beh, anche noi avevamo fatto qualcosa di simile. Nelle operazioni Scanning e Filtro abbiamo controllato chi aspirava ad entrare in Telecom e in Pirelli. Controlli anche sui precendenti di polizia. I risultati li mandavo alla security che li girava ai dirigenti del personale.
E i dossier sui politici, invece, a che cosa servivano?
Quello sul sottosegretario alle riforme Aldo Brancher 10 facemmo perché Tavaroli mi disse che il "dottore" doveva incontrare il leader della Lega, Umberto Bossi. E che per questo " Tronchetti aveva bisogno della sponsorizzazione di Brancher". Lui mi spiegò che doveva essere pesante, che doveva sapere tutto di lui. Io così partii da una società off-shore che lo collegava a una serie di operazioni speculative. Da lì sono arrivato andato a finire su di lui.
Lorenzo Cesa - Copyright Pizzi
Ma Tronchetti lesse il dossier?
Quando ne riportai l'esito a Giuliano fu una di quelle volte in cui lui gli telefonò per dirgli "è arrivato il fiorentino, vengo subito da lei". Ma adesso leggo che Tronchetti sostiene di non aver quasi mai visto Giuliano e che Tavaroli si è approfittato della sua fiducia. E il bello è che la magistratura gli ha creduto.
Forse perché Tavaroli nei suoi interrogatori lo ha accuratamente tenuto fuori da tutto. Mentre lo ha tirato in ballo durante sei chiacchierate con Giuseppe D'Avanzo di Repubblica. Si è chiesto il perché di questo atteggiamento da parte di Tavaroli?
Me lo sono chiesto, e non l'ho condiviso. Dico solo che Tavaroli, a distanza di due anni dalle sue dichiarazioni a Repubblica, ha chiesto il patteggiamento e ha chiuso tutto con 4 anni e mezzo di pena. Una pena di fatto già espiata, visto che tre anni sono stati condonati. Insomma forse alla luce del suo patteggiamento la risposta ciascuno se la può dare da solo.
Luigi De Magistris
Cosa pensò quando vide le sue affermazioni?
Dopo aver chiuso il giornale, dissi "Finalmente si è deciso a parlare". Siccome ero contentissimo insistetti con i miei avvocati perché andassero in procura dal dottor Fabio Napoleone a chiedere che cosa sarebbe accaduto. Uno dei miei legali mi riferì la risposta: "Io sono qua, se Tavaroli viene lo verbalizzo". Mi cascarono le braccia...
Luigi De Magistris
Per lei, quindi, non si è voluto indagare a fondo.
Constato quello che è accaduto. Si potevano sentire molte altre persone da me menzionate come a conoscenza del "modus-operandi" nelle aziende Pirelli e Telecom. Pensi solo ai dirigenti che ricevevano i report sul personale d'assumere. Si potevano fare perquisizioni, per riscontrare le mie dichiarazioni. Mi fa poi riflettere il fatto che le registrazioni di alcuni miei interrogatori sui dossier più sensibili politicamente sono state depositate, ma senza trascriverle. Agli atti ci sono i verbali riassuntivi in cui mancano dei nomi che sono quasi certo di avere fatto.
Cosa intende dire?
Le faccio un esempio: il dossier su Lorenzo Cesa, il segretario dell'Udc. Durante un interrogatorio il dottor Napoleone mi dice sorridendo che per certi versi ho anticipato delle situazioni che poi sono emerse nelle indagini di Luigi De Magistris Poseidone e Why Not. Io gli ho risposto, con altrettanta simpatia: "Ha visto perché mi pagavano bene? Perché dicevano che ero bravo". Lui si è messo a ridere. Ma era la verità. La procura però per capire perché mi era stata commissionata l'indagine avrebbe dovuto prendere l'agenda di Tronchetti, come avevo suggerito, mi pare ovvio.
berlusconi dalema colaninno
Anche il dossier Oak, quello su presunti conti esteri dei Ds fu disposto in vista di un appuntamento politico?
No, quella fu un'inchiesta lunghissima. La chiese Tavaroli per Tronchetti in occasione dell'acquisto del pacchetto di maggioranza di Telecom, insomma subito dopo il suo ingresso.
ROBERTO COLANINNO
Tavaroli ha detto a verbale che si era partiti perché si credeva che Oak Fund riguardasse dei dirigenti di Telecom.
No, le dico come è andata. L'ho già detto ma nessuno mi ha creduto. Lui mi chiama e mi dice che devo rientrare dalle ferie "perché il Dottore ha comprato Telecom" . Siamo a fine agosto 2001. Tavaroli ha II Sole 24 ore sul tavolo. Prende la penna e dice guardando la composizione di Bell, la società Lussembughese, che controllava parte del capitale: questi sono loro. C'era scritto Oak fund: fondo quercia. Io dico 'ah bene, è uno scherzo? ', lui mi dice ' no io ho contezza che sono loro. Il Dottore vuole sapere chi ha in casa'. E io esco con l'articolo in mano, chiedendomi: e adesso come faccio a partire?
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Già, come ha fatto?
Come quasi sempre. Dall'inizio, analizzando le notizie su fonti aperte e banche dati accessibili a tutti. Se ci fossero qui i mie faldoni anche lei se ne renderebbe conto. Chiamai a rapporto le mie fonti, tra cui la mia fonte principale per operazioni internazionali, il famoso investigatore inglese "John Poa" e siamo andati avanti gradino per gradino. Abbiamo fatto più di 10 report, con altrettanti schemi riassuntivi, perché il Dottore voleva solo schemi ed "executive summary", Tavaroli me lo diceva sempre. Il lavoro che fai, lo fai bene. Ma i documenti me li metti dietro. Ed è così venuto fuori un sistema finanziario di altissimo livello. Le famose società finanziarie...
MASSIMO DALEMA MISTICO
Il problema, hanno scritto i giornali, è che l'ultimo documento, quello decisivo, è macchiato.
No, non è l'ultimo documento. E' un documento, allegato a uno degli ultimi "executive summary", ottenuto da una fiduciaria estera di un paese off-shore. Ma è su carta intestata e dentro viene lasciato il corpo. Insomma si legge una frase, se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra richiesta vi diciamo che dietro questo conto ci sono queste persone. Poi sono macchiate solo le firme degli amministratori della fiduciaria.
Quindi potrebbe essere falso...
Me lo ha detto anche il dottor Napoleone. Ma io gli ho risposto: peccato che negli ultimi report, tra documenti bancari, telex e carta con le firme macchiate ci saranno una trentina di allegati. Ipotizziamo che mi abbiano truffato al 50 per cento, ma mi pare che basti. E poi tenga conto che le mie fonti sono persone con cui ho lavorato per più di dieci anni e non mi hanno mai dato un'informazione sbagliata. Le stesse aziende Pirelli e Telecom ne hanno certificato l'affidabilità.
MASSIMO DALEMA
Che cosa vuoi dire fonti certificate ?
Significa che ci sono stati dei dirigenti costretti alle dimissioni sulla base dei miei dossier. Dirigenti che oggi non si sono costituiti parte civile contro di me. Eppure in quei fascicoli si parla di loro conti esteri; di bonifici bancari oltre frontiera, insomma di infedeltà aziendale. È tutta gente che è stata dimissionata con tanto di lettera di benemerenza di Tronchetti. Insomma, erano Telecom e Pirelli che mi confermavano che le mie fonti erano buone, perché quei dirigenti erano stati visti "in difficoltà" da Tronchetti. E allora, se erano buone quando io facevo cacciare i dirigenti, perché non dovevano essere buone su Oak?
Le polpette avvelenate si vendono anche così...
Certo, però io ho trenta allegati....
Solo che ora nessuno per legge può indagare per sapere se il contenuto dei dossier era falso o meno. Nel 2006 il parlamento con una legge bipartisan ne ha ordinato la distruzione..
Interviene Francesco Caroleo Grimaldi, avvocato di fiducia di Cipriani, assieme a Vìnicio Nardo: "Sulla base dei dossier non si può aprire un'indagine. Ma sulla base delle dichiarazioni del nostro assistito si. E infatti ci lascia interdetti che oggi si colpisca l'autore delle investigazioni e che viceversa restino immuni chi ha dato l'incarico delle investigazioni e i soggetti destinatari di ipotesi di reato oggetto delle investigazioni". Cipriani continua: "Io penso che se era difficoltoso fare le verifiche sull'estero, c'era abbondante materiale su persone fisiche e societarie italiane che avevo individuato come fiduciari italiani, alcuni dei quali addirittura lombardi. Queste cose andavano verificate."
IL GRANDE VINCITORE BAFFINO MASSIMO DALEMA
Credo di sì, anche se in procura spiegano che i fatti contenuti nel suo dossier non erano recenti. E che l'eventuale ipotesi di reato, la violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, era già caduta in prescrizione. Comunque, Cipriani, le informazioni sui Ds a che servivano?
Tavaroli diceva che le avrebbe gestite il dottore nelle sue attività romane. Perché Telecom, sosteneva, era un patrimonio romano ed un "feudo " di una certa area politica. Io ne prendevo atto e pensavo che loro volessero sapere come gira la musica per avere argomenti di interlocuzione.
Un ricatto?
In carcere i magistrati mi hanno chiesto: "ma voi chi ricattavate?". Ho risposto io nessuno e sfido chicchessia a dire se è mai stato ricattato da me. Le pratiche non erano per me, ma per chi le commissionava: lo chieda a loro. Comunque io, con tutto quello che penso di Tronchetti, sono convinto che non sia un ricattatore. Certo, però, che conoscere le notizie serve: si dice da sempre che l'informazione è potere.
IL GRANDE VINCITORE BAFFINO MASSIMO DALEMA
Lei aveva anche legami di amicizia e lavoro con Marco Mancini, il capo del controspionaggio...
Sì, da quasi trent'anni. Ma su questo, oggi, c'è il Segreto di Stato. Posso dire, come ho già fatto con la procura, dopo aver chiesto ai magistrati che s'informassero se potevo rispondere, che ho fatto delle attività per conto del Sismi. A verbale ho parlato di due operazioni perché ritenevo, e ritengo, che non ponessero problemi si segretezza anche se erano riservate. Del resto non ho parlato. Comunque la mia collaborazione col servizio risale all'epoca del colonnello'Umberto Bonaventura. Era un supporto finalizzato all'attività informativa, operativa e logistica italiana ed estera. Il mio interlocutore di solito era Mancini anche perché io avevo delle fonti che lui non aveva.
Così tra legge che impone la distruzione dei dossier, il segreto di Stato, i silenzi di Tavaroli e quelli della stampa di queste storie nessuno parla più...
I poteri forti esistono. Quando Tavaroli, nelle sue dichiarazioni a Repubblica ha descritto il network "romano" che può influenzare strategie e decisioni di rango politico ed economico, sulla base di quanto mi narrava, ritengo avesse ragione. Tronchetti ha giocato bene le sue carte. Ha trovato i canali attraverso cui poteva essere ascoltato. La situazione è questa. E il fatto che sia diventato vice-presidente di Mediobanca dopo aver lasciato Telecom, per me, la dice lunga. Comunque facciano come credono.
A me importa solo che non mi facciano passare per un ladro. Le mie società non erano una cartiera, non facevano fatture false. Lavoravano per Pirelli, Telecom e per le migliori industrie italiane, con un portafoglio clienti di tutto rispetto. E io oggi voglio solo indietro quello che mi spetta.
[01-02-2010]
by dagospia
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