lunedì 8 settembre 2014

LOBBY CONTINUA - OBAMA AVEVA PROMESSO: “DOMERÒ LE LOBBY”. MADDECHÉ! LE SOCIETÀ CHE INFLUENZANO LA POLITICA NON SONO MAI STATE COSÌ POTENTI - E ORA GLI AMERICANI HANNO PAURA DELLE POTENZE STRANIERE CHE RIVERSANO SOLDI SU WASHINGTON Il “New York Times” ricostruisce l’origine delle donazioni ai think tank principali, dal Brookings all’Atlantic Council. “Lobbisti occulti” stranieri che influenzano l’amministrazione Obama a 360 gradi, dall’energia al commercio internazionale, alla difesa...

L’INCHIESTA DEL “NEW YORK TIMES” SULLE ‘POTENZE STRANIERE CHE COMPRANO INFLUENZA NEI THINK TANK AMERICANI’


2. SOLDI STRANIERI AI «LOBBISTI OCCULTI» MA LA POLITICA USA NON SI INFLUENZA COSÌ
Massimo Gaggi per il "Corriere della Sera"

barack obama 4BARACK OBAMA 4
Il New York Times dedica un’inchiesta molto ampia alla crescente mole di contributi ricevuti dai più autorevoli think tank americani, dal Brookings Institution all’Atlantic Council . Soldi arrivati da Paesi stranieri interessanti a influenzare la politica degli Stati Uniti in vari campi, dall’energia al commercio internazionale, alla difesa. Centri di ricerca noti per la loro autorevolezza e indipendenza che operano, a volte, anche come «lobbisti occulti»?

BROOKINGS INSTITUTIONBROOKINGS INSTITUTION
Fosse così, non ci sarebbe molto da sorprendersi: Washington è una grande fabbrica che produce leggi, regolamenti, eroga incentivi, ordina beni e servizi, stabilisce regimi di controllo. Ma il prodotto più prezioso è la conquista dell’attenzione del presidente e della sua Amministrazione. Un bene scientificamente misurato in secondi, partecipazioni di Obama a eventi pubblici e privati, foto con supporter e finanziatori, menzione nei suoi discorsi di questo o quel personaggio.

BROOKINGS INSTITUTIONBROOKINGS INSTITUTION
È attorno a questo «fatturato» che lavora l’immensa macchina lobbistica della Capitale. Quando fu eletto, nel 2008, Obama promise di domare le lobby mettendole in condizioni di non nuocere. Invece da allora le società il cui mestiere è quello di influenzare la politica sono più potenti e ricche che mai. E i loro leader (alcuni dei quali sono ex collaboratori dello stesso presidente democratico) ormai rifiutano con sdegno la definizione di «lobbista»: vogliono essere chiamati «professionisti delle relazioni col governo».

WASHINGTON dcWASHINGTON DC
Con tanti miliardi di dollari e tanti personaggi di prestigio in circolazione, non c’è da stupirsi che a volte i confini tra le società di questi professionisti e centri di ricerca spesso guidati da economisti, ex diplomatici o personaggi di elevato rango politico, possano in qualche punto confondersi.

house of cards posterHOUSE OF CARDS POSTER
Lo spettro agitato dal giornale americano è quello del «denaro straniero» ma Washington è pur sempre la capitale di un impero, anche se in declino, ed è abbastanza normale che Paesi che vogliono far sentire la loro voce al di là di quello che possono fare le loro ambasciate, puntino anche sui think tank .

petrolio e dollariPETROLIO E DOLLARI
Serve agli arabi per premere sulla politica energetica Usa? La Norvegia, come scrive il Times cerca di far cambiare idea al governo sulle politiche per l’Artico attraverso la Brookings? Forse è così. Ma difficilmente il paper di qualche esperto farà cambiare rotta alla Casa bianca o al Congresso su questioni cruciali. Spesso quei Soldi servono a risolvere problemi molto più terra-terra: trovare una sede di prestigio nella quale il ministro straniero in visita nella capitale dell’impero possa lasciare un segno, parlando in istituto davanti a un pubblico sussiegoso.
obama petrolioOBAMA PETROLIO


venerdì 5 settembre 2014

La Germania “stampa moneta” emettendo titoli di debito per 5 miliardi a tasso zero. E con più soldi rilancia lo sviluppo VIVERE SENZA L'EURO La Germania “stampa moneta” emettendo titoli di debito per 5 miliardi a tasso zero. E con più soldi rilancia lo sviluppo

Questa è una di quelle notizie che non leggerete mai da nessuna parte. Nessun telegiornale, giornale e sito istituzionale italiano la riporterà e se mai dovesse farlo, non ne evidenzierà la reale portata.
La notizia è questa, pubblicata sul Wall Street Journal del 19 Agosto: Germany Set to Issue Bonds at 0% as Investors Seek Refuge.
“The German Finance Agency Tuesday set a 0% coupon–or fixed annual interest payment–on the two year Treasury notes, known as Schatz, of which it aims to sell an initial €5 billion ($6.69 billion)”.
La Germania ha emesso 5 miliardi di bond (Schatz) al mirabile tasso dello 0%!!! In altri termini, emettere debito a tasso zero, equivale a “stampare moneta”!!!
Questa manovra consentirà alla Germania di ridurre il proprio debito e di conseguenza, l’importo degli interessi passivi sullo stesso. Il che significa lasciare nelle tasche dei cittadini tedeschi una maggior quota di reddito disponibile con cui stimolare la domanda interna.
Infatti, se la Germania proseguisse nell’emettere titoli al tasso dello 0%, si determinerebbe la seguente situazione:
Crescita PIL Germania > Tasso d’indebitamento Germania
1,65 > 0 , per cui il debito teutonico si ridurrebbe dell’1,65% ogni anno. Altro che storie! Da noi il debito continua inesorabilmente a salire del 3% l’anno e loro invece lo riducono! Questo spread, ben più importante di quello enfatizzato dai media, è di 465 punti base!!
Cerchiamo di spiegare perché la Germania emettendo debito su cui non paga interesse, è come se stampasse moneta (per inciso, non erano i tedeschi i più grandi nemici della stampa di moneta per paura dell’inflazione??!,…avranno cambiato idea…mah..misteri del cosmo!)
Questa bella notizia dalla Germania, ci consente di tornare a spiegare da una differente prospettiva cosa sia in realtà il "debito pubblico", cioè una passività dello Stato verso il settore privato, su cui paga un interesse. Ma anche la moneta comunemente intesa, la banconota o il saldo di conto corrente (nella misura in cui è convertibile in banconote) è anch’essa una passività dello Stato, solo che non paga interesse.
Ergo: debito pubblico e moneta sono equivalenti e lo Stato può scegliere di emettere l’uno o l’altro, indifferentemente.
Il debito pubblico e "la moneta" sono equivalenti, perché il credito (debito) che le banche creano, alla fine ha valore in quanto promette di essere scambiato, su richiesta, in moneta emessa dallo Stato (ad esempio, se ci rechiamo al bancomat per un prelievo, il nostro saldo o parte di esso, viene corrisposto in denaro contante).

In un mondo come quello degli ultimi anni in cui il debito pubblico paga quasi 0% (accade per gli Usa, Giappone, ora in Germania), la distinzione tra debito pubblico e moneta scompare del tutto perché sono in realtà all’origine la stessa cosa, due passività dello Stato.
E che la quantità di moneta (contante o credito) sia fondamentale per la crescita dell’economia e dunque per consentire la sostenibilità del debito, lo si comprende dai seguenti grafici:
In appena 6 anni, tra Italia e Germania, si è creato un gap del 30% nella quantità di moneta M3 presente nell’economia.
Bisogna capire che la quantità di moneta conta eccome nel permettere al sistema economico di crescere, come spiegava Milton Friedman nel 1948 (e come ripetono oggi Mosler, Werner, Lucas, Woodford, Keen,…) mentre invece per i vari Draghi, Padoan, Giavazzi, Alesina e praticamente il restante 90% degli esperti economici, la moneta è irrilevante, perché questa si produce miracolosamente quando l'economia cresce...(e se non cresce è sempre per qualche motivo "reale").

Friedman, quando nel 1948 i tassi di interesse nel mondo occidentale erano tutti vicino a 0% (come oggi) e si parlava allora (come oggi) di una stagnazione globale, affermava che:
“Se il volume di investimenti che dà la piena occupazione è inferiore al volume di risparmi che sono generati a questo livello di reddito e di prezzi... allora... quello che occorre è un livello di deficit (pubblico) tale da compensare la moneta tesaurizzata e non spesa.. .L'aumento della quantità di moneta che seguirebbe a questo deficit pubblico farebbe aumentare la posizione finanziaria del pubblico e poi anche la frazione di reddito che viene spesa... e ci sarebbe poi anche un aumento dei prezzi e del reddito e prodotto nazionale monetario e una graduale riduzione poi del deficit..."
Fin quando si continuerà a tagliare i deficit, con la scusa della riduzione del debito, del rispetto degli imbecilli parametri dei Trattati, non ci sarà salvezza per il nostro Paese. E’ l’intero sistema bancario che oggi di fatto crea la moneta, che deve essere cambiato, prima di ogni altra riforma, prima di ogni altra nuova legge.
Le tanto invocate riforme renziane, il Senato, la modifica all’art.18, la legge elettorale, l’evasione e la corruzione, la casta e le sua prebende, non c’entrano un fico secco con la triste ed ingloriosa fine del sistema produttivo e sociale italiano e non faranno altro che peggiorare la situazione economica dei cittadini italiani.
di Stefano Di Francesco 05/09/2014 

http://ioamolitalia.it/blogs/vivere-senza-l-euro/la-germania-%E2%80%9Cstampa-moneta%E2%80%9D-emettendo-titoli-di-debito-per-5-miliardi-a-tasso-zero-e-con-piu-soldi-rilancia-lo-sviluppo.html

giovedì 4 settembre 2014

DELITTO IM-PERFETTO - “TUN TUN! GLI SPARAI ANCHE QUANDO ERA GIA’ MORTO”. RIINA RIVELA DI ESSERE STATO IL KILLER DI DALLA CHIESA. MA COME MAI NEL PROCESSO NESSUNO FECE IL SUO NOME? - IL FIGLIO DEL GENERALE: “IL BOSS FACCIA I NOMI DI CHI HA PORTATO VIA DOPO L’OMICIDIO I DOCUMENTI DA CASA DI MIO PADRE” Riina rivendica l’omicidio del prefetto: “Aveva guardato nelle banche” - Ma gli atti processuali raccontano una verità diversa: secondo un pentito il mandante dell’omicidio non fu Riina ma Provenzano - Nando Dalla Chiesa e il mistero della cassaforte svuotata: “Dopo l’omicidio sono intervenuti pezzi dello Stato”...

 RIINA: “SPARAI A DALLA CHIESA ANCHE QUANDO ERA GIÀ MORTO”
Giuseppe Lo Bianco per “Il Fatto Quotidiano
  
Generale Dalla ChiesaGENERALE DALLA CHIESA
Dal carcere di Opera, Totò Riina riscrive il delitto del generale Dalla Chiesa, della sua giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e dell'agente di scorta, Domenico Russo, confessando di avere addirittura partecipato all'omicidio: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza... tun... tun... (si porta la mano sinistra davanti alla bocca come per indicare ‘lo abbiamo ucciso’, scrive la Dia)”.

E poi continua, raccontando la sua esperienza di killer a 52 anni: “Al primo colpo, al primo colpo – prosegue – ci siamo andati noialtri... eravamo qualche sette, otto... di quelli terribili... eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto, ma pure che era morto gli abbiamo sparato”. Riina è infervorato, si agita, fa segno più volte, come annota la Dia, di sparare con le dita, è beffardo con i figli del generale (“Certe volte, certe volte rido con la figlia di Canale 5, questa è appassionata con suo padre”).
  
toto riinaTOTO RIINA
L’inedita rivelazione fa a pugni però con le risultanze processuali raccolte sulla base delle rivelazioni dei pentiti Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che non hanno mai parlato del capo dei capi a bordo di una moto o dentro un'auto a sparare contro la A112 del generale, ridotta a un colabrodo. Così com’è accaduto per le stragi del '92, Riina rivendica a sé la decisione dell'omicidio, sostenendo che Dalla Chiesa “andava a guardare nelle banche”.

E sostiene di avere deciso tutto da solo: “Loro (i figli, ndr) sono convinti che a uccidere il padre fu lo Stato – dice Riina – ma c'è solo un uomo e basta, ha avuto la punizione di un uomo che non ne nasceranno più”. A Lorusso, Riina racconta i dettagli della sua decisione e l'origine dell’ordine di morte: “Quando ho sentito alla televisione che era stato promosso prefetto di Palermo per distruggere la mafia, ho detto: ‘Prepariamoci – esordisce Riina – mettiamo tutti i ferramenti a posto, tutte le cose pronte per dargli il benvenuto”.

0eu10 nando dalla chiesa0EU10 NANDO DALLA CHIESA
E ricorda, chiamando presumibilmente in causa Pino Greco Scarpuzzedda, uno dei capimafia più potenti degli anni 80, poi fatto uccidere dallo stesso Riina: “L'indomani gli ho detto: Pino, Pino (ruota l'indice e il medio della mano sinistra alludendo, verosimilmente a un suo ordine di attivarsi per un omicidio, scrive la Dia) vedi di dedicarmi, a dedicarmi ad andare a cercare queste cose che... prepariamo armi, prepariamo tutte cose”.

BERNARDO PROVENZANOBERNARDO PROVENZANO
E quasi si rammarica di non averlo fatto uccidere davanti “l'albergo”, forse villa Whitaker: “Potevo farlo là, per essere più spettacolare nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio”. Per Riina, Dalla Chiesa era un'antica conoscenza da quando il Prefetto era un giovane tenente dell'Arma, negli anni '60 a Corleone: “Questo qua cominciò da Corleone. L'hanno fatto tenente a Corleone, nella caserma di Corleone... E Corleone lo sdisossò”.
  
Ma gli atti processuali raccontano una realtà diversa dalle parole del capomafia corleonese, a partire dalle parole del medico mafioso Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio, captate da una microspia piazzata nel salotto di casa: “Perché glielo dovevamo fare questo favore”. Parlando con un altro medico vicino ai boss, Salvatore Aragona, che ha ammesso di avere portato a Totò Cuffaro le richieste della mafia, il boss si dice convinto che uccidendo Dalla Chiesa, Cosa Nostra abbia fatto un favore a qualcuno.
Giovanni FalconeGIOVANNI FALCONE

Una rivelazione assai sintonizzata con le parole del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto: “Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”. Greco avrebbe indicato chiaramente che dietro l’esecuzione c’era non Riina, ma Provenzano: “Comunque qua io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e stu scherzetto me lo fece u ragioniere (Provenzano ndr)”. Il clima attorno al prefetto è sempre più cupo, e qualche giorno prima dell’agguato Dalla Chiesa dice alla moglie: “Se mi accade qualcosa prendi quel che sai, ho messo tutto nero su bianco”. Ma non verrà trovato nulla.
paolo borsellino lapPAOLO BORSELLINO LAP
  
A confermare che il livello dei segreti è alto è la stessa moglie, Emanuela che confida alla madre: “So delle cose talmente tremende, talmente grandi, non posso raccontartele perché Carlo Alberto mi ha fatto giurare. Però ti assicuro che quasi tu non potresti credere, perché queste cose coinvolgono persone che noi conosciamo molto bene”.

“Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene – scrivono i giudici nella sentenza di condanna di killer e mandanti mafiosi che al riguardo persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia (praticamente da solo e senza mezzi) a fronteggiare il fenomeno mafioso, forse negli anni in cui il sodalizio Cosa Nostra ha potuto esercitare nel modo più arrogante ed incontrastato l’assoluto dominio sul territorio siciliano, sia la coesistenza di specifici interessi – anche all’interno delle istituzioni – all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.
RITA DALLA CHIESA FOTO MICHELA DE NICOLARITA DALLA CHIESA FOTO MICHELA DE NICOLA


2. I CENTO GIORNI DEL GENERALE E IL MISTERO DELLA VALIGETTA
G.L.B. per “Il Fatto Quotidiano

Cento giorni a Palermo, come il titolo del film di Giuseppe Ferrara, durò l’avventura del prefetto di ferro Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia dal governo democristiano il giorno dopo l’uccisione del segretario del Pci Pio La Torre per fare piazza pulita di Cosa Nostra negandogli, però, fino alla fine i poteri speciali da lui richiesti; per l’esattezza 126 giorni.
   
Fino alla sera di quel 3 settembre del 1982, quando in via Isidoro Carini un commando di killer a bordo di moto e auto avvertito dell’uscita della A112 del prefetto da villa Whitaker massacrò a colpi di kalasnikov il generale, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
giulio andreottiGIULIO ANDREOTTI
   
Pochi minuti dopo un misterioso funzionario in cerca di lenzuola per coprire pietosamente i corpi delle vittime entrò nella residenza di Dalla Chiesa a Villa Paino, a un km scarso dal luogo dell’omicidio, e fece sparire i documenti che il generale custodiva nella cassaforte la cui chiave venne trovata in un cassetto una settimana dopo.

Così come sparirono senza lasciare traccia (e per Nando Dalla Chiesa è questa la sparizione importante) i documenti di un’inchiesta su politici collusi con la mafia sia a Roma che a Palermo che il generale portava sempre con se e che quella sera aveva nascosto sotto il sedile della sua A112.

L’attivismo degli apparati proseguì nei giorni seguenti (“ci fecero andare via da Palermo per agire indisturbati”, disse Nando Dalla Chiesa) e il figlio del prefetto denunciò strane incursioni nella villa di campagna della famiglia. Il generale lo aveva detto chiaro e tondo in faccia a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. E il divo Giulio, come scrisse il generale nel suo diario “sbiancò”.
carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti CarraroCARLO ALBERTO DALLA CHIESA EMANUELA SETTI CARRARO

3. NANDO DALLA CHIESA: “QUEL GIORNO LA MAFIA NON UCCISE DA SOLA”
Alessandro Ferrucci per “Il Fatto Quotidiano
   
“Questa storia mi puzza, mi puzza come escono queste rivelazioni, gli atteggiamenti, la ricostruzione di Riina”. Nando dalla Chiesa risponde calmo, lucido, riflessivo, ha la voce e il tono di chi sa, di chi ha studiato le carte. E da una vita, anzi da 32 anni.
   
In particolare cosa non la convince?
   La sua presenza nel commando che ha eseguito l’omicidio: il pentito Francesco Paolo Anzelmo non ha mai fatto il nome di Riina, mai. Eppure lo conosceva, e non aveva motivo per tacerlo.
   
Riina definisce suo padre come un nemico storico della mafia.
   Ed è vero, nel 1949 era a Corleone, poi dal 1966 al 1973 capo della caserma dei Carabinieri: i mafiosi saranno stati anche privi di istruzione, ma sapevano capire le persone molto prima delle istituzioni e dello Stato (silenzio). Mi viene alla mente l’ultima intervista rilasciata da mio padre e scritta da Bocca...
carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti CarraroCARLO ALBERTO DALLA CHIESA EMANUELA SETTI CARRARO
   
Quale passaggio in particolare?
   Quando il giornalista gli ha chiesto: ‘Perché è stato ucciso il comunista Pio La Torre’, lui ha risposto ‘per quello che ha fatto durante tutta la sua vita’. Ecco, è la stessa cosa accaduta poi a lui.
   
Cosa vorrebbe sapere da Riina?
   I nomi di quelli che sono entrati in casa di mio padre subito dopo l’omicidio, in quel caso sono intervenuti pezzi delle istituzioni e dello Stato.
   
Sono scomparsi documenti importanti.
   Eccome. Sa una cosa? Subito dopo la notizia dell’omicidio, mio zio è corso a casa, ma gli è stato impedito di entrare perché sotto sequestro, solo uomini delle istituzioni e dello Stato potevano varcare quella soglia e hanno ripulito.
   
Riina si vanta di avergli sparato anche da morto.
DON VITO CIANCIMINODON VITO CIANCIMINO
   E la dice lunga sul coraggio dei mafiosi, è un perfetto ritratto da offrire ai ragazzi più giovani, per fargli capire di chi stiamo parlando. Ci ha consegnato una grande immagine di sé, un bel regalo per i posteri.
   
Quindi non crede a un suo intervento diretto nel gruppo di fuoco.
   Non ho detto questo, ma che la verità giudiziaria è un’altra. Comunque Vito Ciancimino definiva Riina come ‘un uomo dal cervello a forma di pistola’.
   
Intanto continuano a uscire notizie sul boss.
   E ribadisco, non mi piace, io vorrei capire come un uomo del genere abbia potuto tenere in mano un pezzo di politica e di economia.
   
Ha citato sua sorella Rita.
   Ed è molto interessante, salta anche quella retorica mafiosa a buon mercato secondo la quale i figli non debbano pagare per i genitori, ma basta! E poi penso a fiction come il Capo dei Capi, dove esce un uomo anti-Stato, tenace nel tenere testa alle istituzioni, osannato e protetto dai suoi uomini. La realtà è un’altra, e mi pare chiaro.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/delitto-im-perfetto-tun-tun-sparai-anche-quando-era-gia-morto-83909.htm

mercoledì 3 settembre 2014

Home » Mafie » Riina e i segreti della cassaforte del generale Dalla Chiesa Riina e i segreti della cassaforte del generale Dalla Chiesa Intercettato nel carcere di Opera il boss di Corleone accenna alla vicenda del furto compiuto a Villa Pajno dopo l'assassinio del generale Pubblicato il 3 settembre 2014 da redazione in Mafie

“Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti”. Sono le parole pronunciate in carcere dal boss Totò Riina, intercettato mentre racconta al suo compagno di cella, Alberto Lorusso, di quando venne svuotata la cassaforte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Villa Pajno, la residenza palermitana del generale ucciso daCosa Nostra il 3 settembre 1982.
“Minchia il figlio faceva … il folle. Perché dice c’erano cose scritte”, continua Riina nella conversazione intercettata nel carcere milanese di Opera il 29 agosto del 2013 e finita agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. “Ma pure a Dalla Chiesa gli hanno portato i documenti dalla cassaforte?”, chiede poi Lorusso. “Sì, sì – risponde il boss che poi accenna alla cassaforte del suo ultimo covo, sostenendo che fosse priva di documenti – Li tenevo in testa”. “Loro – continua, tornando a Dalla Chiesa – quando fu di questo… di Dalla Chiesa… gliel ‘hanno fatta, minchia, gliel’hanno aperta, gliel’hanno aperta la cassaforte … tutte cose gli hanno preso”.
«Le parole intercettate di Totò Riina confermano i sospetti che manifestammo da subito». Ha commentato, a margine delle commemorazioni per l’assassinio del prefetto Dalla Chiesa, il figlio Nando. L’avvocatoFrancesco Caroleo Grimaldi, che fu difensore di parte civile al maxi processo di Palermo del ’86, auspica che dopo le parole di Riina si faccia piena chiarezza sulla vicenda della cassaforte.
«Già nel maxi processo – ricorda l’avvocato – ebbi a rappresentare la assoluta evidenza di un furto istituzionale sui documenti contenuti nella cassaforte del generale Dalla Chiesa in prefettura a Palermo nei momenti immediatamente successivi al suo omicidio. Su questi punti – prosegue Caroleo – nonostante la evidenza della prova non si è mai voluto fare chiarezza, mi auguro che queste dichiarazioni carpite a Riina a distanza di tanti anni e probabilmente anche a seguito della uscita di scena di determinati personaggi istituzionali siano finalmente vagliate e approfondite e si giunga alla verità sia pure a distanza di tanti anni».

http://www.lettera35.it/riina-segreti-cassaforte-dalla-chiesa/

martedì 2 settembre 2014

MUNCHAU-AU-AU! - IL GIORNALISTA TEDESCO SPARA CONTRO DRAGHI: “LUI E MERKEL HANNO SBAGLIATO TUTTO. E L’ITALIA CON IL FISCAL COMPACT VA VERSO IL FALLIMENTO, COME HA FATTO MONTI A FIRMARLO?” “Il discorso di Draghi a Jackson Hole era giusto ma tardivo: il quantitative easing doveva iniziare un anno fa, ora bisogna iniettare migliaia di miliardi” - “Il ricatto del Fiscal Compact, se applicato alla lettera, porterà l’Italia al fallimento: ridurre al 60% il debito significa andare incontro a una recessione disastrosa, e la fine dell’euro”... Eugenio Occorsio per “La Repubblica”

«Mi sembra pazzesco continuare a chiedersi chi abbia telefonato a chi, Merkel o Draghi, mentre l’euro vive la sua crisi più profonda. Perché entrambi hanno fatto errori gravissimi: la situazione attuale è più frutto di questi errori che della bolla finanziaria che arrivò dagli Usa».

Wolfgang Munchau, già direttore del Financial Times Deutschland, editorialista dello stesso quotidiano e fondatore del thinktank Eurointelligence, è da sempre severo verso l’austerity imposta da Berlino. Ma ora al centro delle sue critiche finisce anche il presidente della Bce.

«Intendiamoci, il discorso di Jackson Hole è stato ottimo, il migliore della sua carriera. Forse è andato un po’ più in là del previsto, ma ha detto cose giuste. Il problema sono i passi falsi del passato, ai quali temo che ne seguiranno altri».
MERKEL E DRAGHIMERKEL E DRAGHI

Perché questo pessimismo? In un modo o nell’altro con la Cancelliera, e poi ieri con Hollande, si sono chiariti...
«Malgrado mese dopo mese sia smentito dai fatti, Draghi continua a ripetere ossessivamente che le aspettative d’inflazione vengono disattese. Non sembra capire che è il modello macroeconomico stesso su cui si basa a non funzionare e a non tenere in appropriato conto le aspettative, che sono un importante veicolo d’inflazione. C’è poi il problema centrale: la Bce non ha ancora lanciato il quantitative easing, rimasto l’unico modo per dare ossigeno all’economia ».

Però lo stesso Draghi ha precisato nel Wyoming che aspetta le riforme per affiancare manovre monetarie e fiscali: e poi che ne è dei dubbi di “legalità” sul QE?
Merkel e MontiMERKEL E MONTI
«Quelli restano. Possiamo stare certi che il QE verrà sfidato da fior di avvocati in Germania. Invece rientra nel mandato di stabilità monetaria: occorre insistere, anzi andava fatto un anno fa. Ora l’intervento dovrà essere più massiccio: diverse migliaia di miliardi di euro. Di meno, sarebbero soldi sprecati.

La Bce dovrà comprare di tutto, buoni governativi, obbligazioni, forse non azioni per non essere anche accusata di interferire con le Borse, ma titoli di ogni genere pur di far salire la base monetaria. Basta ritardi: già con la riduzione dei tassi, che era più urgente in Europa che in America perché qui ci sono condizioni fiscali più dure, ne sono stati accumulati abbastanza. Le dirò di più: paradossalmente le Omt, outright monetary transaction , rimaste un annuncio con la promessa di comprare bond, hanno ritardato gli interventi veri».
Draghi, Merkel e MontiDRAGHI, MERKEL E MONTI

Almeno stanno per partire i finanziamenti speciali alle banche, i nuovi Ltro...
«Non gli attribuirei troppo valore. In Italia, se le banche non prestano soldi alle imprese non è perché non ne hanno ma perché non hanno più fiducia nel sistema economico».

Draghi - diceva - non è l’unico ad aver commesso errori. Quali sono quelli della Merkel?
Wolfgang MunchauWOLFGANG MUNCHAU
«Il più grave è culturale. Da cinquant’anni gli economisti tedeschi, strettamente aderenti alla scuola neoclassica, si preoccupano solo dell’offerta: fanno sì che in casa loro, dai conti pubblici all’organizzazione del lavoro, tutto sia in ordine, e poi il mercato farà il resto. Non si sono accorti che la crisi attuale è di domanda, e che ormai fanno parte di una comunità di 18 Paesi le cui peculiarità vanno considerate.

EURO CRACEURO CRAC
Di qui l’ostinazione per l’austerity, e anche quel vero e proprio ricatto da cui è nato il Fiscal Compact, concepito in cambio degli aiuti alla “periferia”. Mi chiedo come un economista del calibro di Mario Monti abbia potuto firmare un trattato che, se applicato alla lettera, porterà l’Italia al fallimento: ridurre al 60% il debito in vent’anni significa andare incontro a una recessione che sottrarrebbe il 30-40% del Pil nello stesso periodo. Un disastro, e la fine dell’euro».

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/munchau-au-au-giornalista-tedesco-spara-contro-draghi-lui-merkel-83751.htm

lunedì 1 settembre 2014

CONTI CHE NON TORNANO – TUTTI I GIORNALI A SPAVENTARE LA GENTE CON LO SPAURACCHIO DELLA DEFLAZIONE, MA IL PROBLEMA È CHE LA MONETA NON ENTRA NELL’ECONOMIA REALE E RESTA TRA BANCHE E TITOLI DI STATO Le banche non trovano conveniente investire il denaro pompato dalle banche centrali nell’economia reale, ma lasciano i soldi nei titoli di Stato sapendo che tanto la Bce non fa fallire nessuno. Ma gli Stati, come le aziende inefficienti, devono poter fallire…

DAGOREPORT

EUROEURO
“Deflazione e libertà” è il titolo di un noto testo pubblicato nel 2008 dall'economista di Scuola Austriaca Jorg Guido Hulsmann (Deflation & Liberty, Ludwig Von Mises Institute, 2008, ISBN 978-1-933550-35-0) che ha trattato e previsto con largo anticipo il fenomeno monetario che sta stressando i governanti di tutto il mondo. A dir la verità Hulsmann è solo uno degli ultimi a trattare il tema che la Scuola Austriaca ha brillantemente descritto nel corso dei suoi oltre 100 anni di storia.

soldiSOLDI
Gli articoli dei principali quotidiani sono pieni di titoloni che cercano di descrivere lo “spettro della deflazione”, attribuendo alla stessa le più nere aspettative sulla ripresa economica. Possiamo affermare con certezza che è vero esattamente il contrario. Per spiegare l'affermazione è necessario fare un po' di ordine semantico e dire che per la Scuola Austriaca l'inflazione non è l'aumento dei prezzi, ma l'aumento dell'offerta di moneta (M0, per i più esperti) effettuata dalla banca centrale.

mario draghiMARIO DRAGHI
Quando l'aumentata quantità di moneta, attraverso il sistema bancario privato, scivola nell'economia, allora i prezzi salgono. La cosa è facilmente intuitiva: se aumenta il numerario, la quantità di moneta, il suo valore, il potere d'acquisto, scende e l'effetto è l'aumento dei prezzi. Questo è ciò che fa una banca centrale ogni volta che mette in atto politiche monetarie espansive. I prezzi quindi, in un economia di libero mercato, salgono soprattutto per le modifiche del sistema di misura degli stessi, la moneta.

Allo stesso modo la deflazione può essere definita come la diminuzione dell'offerta di moneta (sempre M0, la base monetaria) da parte della banca centrale. Quando la moneta esce dal sistema economico il suo valore relativo, il potere d'acquisto, aumenta, determinando la discesa dei prezzi dei beni di consumo (ma anche degli immobili e degli investimenti finanziari).
mario draghi 2MARIO DRAGHI 2

Perché oggi le principali economie si trovano in una situazione di quasi deflazione? Anche qui la Scuola Austriaca di economia è l'unica in grado di rappresentare una interpretazione coerente e verificabile. La crisi, che cronologicamente non è iniziata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers ma molto prima e cioè nel marzo del 2007 con il fallimento di Northern Rock (e per qualcuno nel 1998 con il fallimento del fondo hedge Long Term Capital Management), è il risultato delle politiche espansive (inflattive sulla moneta) portate avanti dalle banche centrali da almeno 40 anni ed in particolare dalla fine del Gold Standard nell'agosto del 1971.

mario draghi 1MARIO DRAGHI 1
La necessità di finanziare il crescente debito USA per affrontare gli enormi costi della guerra del Vietnam portarono Nixon a sganciare il Dollaro USA dalla copertura aurea fissato a Bretton Woods. Da allora le banche centrali di tutto il mondo in accordo con le esigenze della politica inflazionano la moneta al fine di ottenere il finanziamento dei crescenti debiti pubblici attraverso il sistema bancario privato in un accordo perverso e mostruoso che ha inondato il mondo con insostenibili debiti pubblici e privati.

Oggi siamo in una situazione apparentemente paradossale ma facilmente spiegabile. Esiste una enorme inflazione monetaria (aumento dell'offerta di moneta) collocata tra le banche centrali ed il sistema bancario privato, grazie ai vari programmi di stimolo monetario in USA (TARP, TALF, Twist, QE), in Giappone (QE), in Gran Bretagna (QE) ed in Europa (LTRO 1 e 2 e recentemente TLTRO).
PIAZZA AFFARI BORSA MILANOPIAZZA AFFARI BORSA MILANO

Questa inflazione monetaria sta gonfiando i bilanci delle banche centrali (ricordiamo che la moneta è debito emesso dalla banca centrale) e delle banche private, che reinvestono la nuova liquidità ricevuta dalle banche centrali in titoli di stato, che a differenza degli investimenti in attività del sistema economico (le imprese) oramai non presentano rischi di perdita per le banche stesse (il default de facto della Grecia, negato anche dagli organi di controllo di mercato ne è la testimonianza).

borseBORSE
Per il motivo descritto, questa enorme quantità di nuova moneta non entra nell'economia, che invece assiste ad una fase deflattiva, che determina la discesa dei prezzi dei beni di consumo e dei prezzi degli immobili. Nonostante i tentativi delle autorità monetarie la nuova moneta non entrerà mai nella cd economia reale perché per le banche è molto meno rischioso investire in titoli di stato a rendimento certo oramai privo di rischio (perché nessun default pubblico in un'economia di grandi dimensioni verrà mai accettato).
borsa parigiBORSA PARIGI

La deflazione quindi non è il risultato di minori consumi ma della nulla attitudine al rischio delle banche private che sanno che i rischi di mercato non sono remunerati congruamente. Perché questo avvenga è necessario che il rendimento delle attività a rischio aumenti, per incentivare l'investimento nelle attività stesse. Purtroppo le banche centrali hanno portato i rendimenti prossimi allo zero alterando tutta la struttura dei rendimenti dell'economia. Una rapida e profonda deflazione è l'unica possibilità per vedere tali rendimenti risalire. Per tornare a livelli tali da remunerare il rischio dell'investimento.
borsa francoforteBORSA FRANCOFORTE

Finché questo non avverrà non ci saranno nuovi investimenti né da parte del sistema bancario né da parte degli imprenditori. E' vero, la deflazione determina il fallimento di tutte quelle attività economiche marginali, che si sono tenute in piedi grazie al credito facile degli ultimi 40 anni. Quando i prezzi dei beni di consumo scendono infatti i margini aziendali si comprimono, ma le imprese che non ce la fanno sono quelle con strutture di bilancio esasperatamente indebitate, mentre le aziende più efficienti non sono penalizzate da questi movimenti al ribasso.

Ci sarà un momento in cui i consumatori giudicheranno i prezzi di mercato congrui ed arresteranno il processo di discesa degli stessi tornando ad acquistare.  Se però le aziende inefficienti (e gli stati) non vengono fatte fallire, fallisce tutto il sistema.
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DIVO GIULIO PER SEMPRE – CIRINO POMICINO NON CI STA E RISPONDE AL PROCURATORE ROBERTI: “SU ANDREOTTI LA CASSAZIONE DICE CHE I RAPPORTI CON LA MAFIA PRIMA DEL 1980 POSSONO ESSERCI STATI O NON STATI” L’ex ministro napoletano scrive al Corriere dopo che il procuratore antimafia Franco Roberti aveva dato per accertati i rapporti tra il Divo Giulio e Cosa nostra fino al 1980. “In realtà i fatti di quel periodo erano prescritti e quindi non sono stati accertati. “Anche Falcone incontrava Andreotti, vale la proprietà transitiva degli amici?”…

Lettera di Paolo Cirino Pomicino al “Corriere della Sera
andreottiANDREOTTI

Anche da morto Giulio Andreotti incute paura in chi lo ha perseguito, ma viene spesso ancora oggi citato per le sue massime o per le sue sarcastiche battute. Tanto per intenderci chi è leader lo è sempre, anche da morto, e chi è, invece, piccolo piccolo lo sarà per tutta la vita in particolare se incapace di riconoscere i propri errori.

Avete mai sentito o letto di scuse di qualche pubblico ministero date a chi, indagato, imputato o arrestato, è stato poi riconosciuto innocente? Noi ricordiamo un solo caso, quello di Diego Marmo, pm del processo Tortora, che ha chiesto scusa alla famiglia dopo oltre 30 anni ed è stato subissato di critiche da parte di molti colleghi. Eppure il chiedere scusa dei propri errori è segno di grandezza morale e di onestà intellettuale.
paolo cirino pomicinoPAOLO CIRINO POMICINO

Avete mai sentito, ad esempio, qualcuno chiedere scusa all’on. Mannino per aver fatto 20 mesi di carcere da innocente? Oggi ancora una volta si torna a parlare di Giulio Andreotti per i presunti rapporti con Totò Riina. E sconcerta il fatto che l’attuale procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che non credo sappia qualcosa del processo Andreotti, dichiari al Corriere del 29 agosto che Andreotti avrebbe avuto rapporti con la mafia sino al 1980 come dice la sentenza di secondo grado nel processo intentato all’ex presidente del Consiglio.

FRANCO ROBERTIFRANCO ROBERTI
Naturalmente Roberti, autorevolissimo inquirente, non sa, e se sa tace, che la Cassazione proprio sul punto ha sentenziato che i rapporti con la mafia prima del 1980 «possono esserci stati o possono non esserci stati», ma dal momento che i fatti di quel periodo erano prescritti non sono stati accertati.

Giovanni FalconeGIOVANNI FALCONE
D’altro canto l’autorevolissimo Roberti dovrebbe anche sapere che nel febbraio del 1989 Giovanni Falcone andò a trovare Giulio Andreotti nel suo studio di piazza San Lorenzo in Lucina accompagnato da Salvo Lima. Quell’incontro fu visto dal sottoscritto che era in anticamera e testimoniato al processo di Palermo.

SALVO LIMASALVO LIMA
Se Roberti, dunque, crede di sapere che Andreotti è stato in rapporto con mafiosi dovrebbe affermare che, contro ogni leggenda, anche Falcone, per la proprietà transitiva, frequentava gli amici dei mafiosi e, anzi, lavorava con loro e per loro. Come è noto, infatti, Falcone lavorò con il governo presieduto proprio da Giulio Andreotti per alcuni anni. Se non lo dice, abbiamo tutti scherzato e il divo Giulio farà il solito sorrisino.
CALOGERO MANNINOCALOGERO MANNINO

D’altro canto Franco Roberti era autorevolissimo componente di quel pool napoletano che chiese nell’aprile del 1993 di indagare per il reato di mafia tre ministri napoletani tutti prosciolti con formula piena, due in istruttoria e uno dopo un processo. E anche qui ci soccorre Giulio Andreotti che ci diceva sempre che i grandi uomini, quando sbagliano, anche i loro errori sono grandi. Tralasciava di dire, però, con il suo modo discreto, che quando gli errori non si riconoscono quegli uomini grandi diventano piccoli piccoli piccoli!
 
 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/divo-giulio-sempre-cirino-pomicino-non-ci-sta-risponde-83710.htm