domenica 14 settembre 2014

Le “deviazioni” dei servizi segreti e il doppio livello Le “deviazioni” dei servizi segreti e il doppio livello Nel 1949 viene istituito il primo servizio segreto della neonata Repubblic



Servizi segreti deviati
“Far prendere una via diversa, volgere in altra direzione”. Così il dizionario Treccani spiega il termine“deviare”, un vocabolo forse troppo abusato nella dialettica della storia repubblicana. Cosa s’intende infatti per “deviazione dei servizi segreti” o “servizi segreti deviati”?
Stando alla definizione, i servizi d’intelligence italiani – nelle loro mille sfaccettature – hanno, più o meno, preso una via diversa o volto verso in un’altra direzione. In realtà, però, la storia non sarebbe questa. Basta volgere lo sguardo indietro, al dopo guerra, per poter comprendere quanto il termine “ deviazione” sia improprio. Come è nata, infatti, la nostra intelligence?
Il Sifar – servizio informazioni forze armate – nasce nel 1949, solo dopo l’entrata dell’Italia nel patto atlantico e sotto la direzione dei servizi segreti statunitensi. Gli anni precedenti alla fine del conflitto e alla ricostituzione della repubblica italiana, sono trascorsi senza che la neo-nata nazione repubblicana avesse un proprio servizio d’intelligence. Il freno a mano alla sua costituzione l’avevano tirato, non a caso, gli americani che volevano essere sicuri dell’entrata dell’ Italia nell’alleanza. Solo dopo la firma diedero il via libera e si prodigarono per le nomine di vertici dichiaratamente anti-comunisti. I servizi statunitensi non fecero altro che prendere gli ex vertici militari del periodo fascista e porli ai vertici del neonato servizio segreto, con una clausola, piccola ma importante, che prevedeva il passaggio di qualsiasi informazione ai servizi statunitensi.
Ciò poteva avvenire, però, solo in una direzione. Non era un rapporto di “collaborazione” ma di vera e propria sottomissione poiché il Sifar doveva, si, inviare qualsiasi informazione in suo possesso alla Cia ma senza che quest’ultima ricambiasse inviando le informazioni in suo possesso.
Dunque lo spionaggio italiano nasce con una logica anti-comunista, totalmente sottomesso all’intelligence americana e diretta da generali provenienti dall’entourage del fascismo. La prima esperienza del servizio segreto italiano sembra nascere nel peggiore dei modi e si allinea agli assetti mondiali derivati dalla fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Non “devia” bensì segue la scia del nuovo assetto mondiale e delle logiche della guerra fredda.
Uno, solo e categorico era infatti il verbo impartito dagli americani all’alleanza: impedire l’avanzata dei comunisti. E ciò non era assolutamente detto che dovesse essere perseguito con metodi “democratici”. I generali, infatti, non giuravano soltanto alla Repubblica ma anche all’Alleanza, ponendosi nella difficile condizione del doppio giuramento. Cariche di esplosivo, armi e munizioni – i c.d. “nasco” – venivano nascoste, con il timbro della Nato, nelle terre del Veneto e del Friuli, pronte all’uso in caso di avanzata o invasione comunista. Ma non solo: nascevano in questo periodo cellule militari preposte all’addestramento della “guerra non ortodossa” – o anche detta “ guerra psicologica” – combattuta, appunto, con metodi non convenzionali.
Il concetto di “guerra psicologica” è estremamente interessante per capire le dinamiche degli sviluppi futuri. Questo tipo di conflitto – maturato nel gelo della guerra fredda – prevede infatti un combattimento sul piano della tensione e della paura emotiva e psicologica, con l’obiettivo di allontanare qualsiasi avvicinamento dei comunisti al governo del Paese o avanzate di movimenti affini. Prima della guerra non ortodossa, l’esigenza di tali azioni viene preceduta da tentativi “golpisti”. E’ il caso – ad esempio – del “piano solo” – chiamato in questo modo perché doveva essere attuato “solo” dai carabinieri – che si prefiggeva come obiettivo un colpo di Stato, capeggiato dall’allora capo del Sifar generale Giovanni De Lorenzo, conosciuto per aver schedato e spiato centinaia di attivisti politici comunisti nel corso degli anni ‘50. Lo smascheramento del golpe e il conseguente allontanamento dal servizio segreto di De Lorenzo, portarono, nel 1966, allariforma dell’intelligence che, di fatto, rappresentava un semplice cambio di sigladal Sifar, infatti, si passava al Sid, servizio informazioni difesa. La situazione non cambiava, la logica di appartenenza alla NATO restava immutata, come immutata restava l’ambigua condizione di doppio giuramento.
Anzi, alla già citata anomalia se n’era aggiunta un’altra: le sovrapposizioni di competenze e gli intralci reciproci con l’ufficio all’interno del ministero dell’interno con deleghe formali agli affari riservati “interni”, erano diventati sempre più palesi con l’avanzare delle forze extraparlamentari. Il Sid – che si occupava anche di questioni interne, ma pur sempre in un’ottica militare e geopolitica – si scontrava con l’ufficio affari riservati – che si occupava solo di questioni interne, con un occhio particolare alle questioni di polizia politica – proprio sulla gestione delle forze politiche. L’ambiguità di competenze dei due servizi diventava equivoca e induceva spesso a scontri frontali.
Le due forze di intelligence erano servizi ufficiali della Repubblica italiana. Ma nell’universo dello spionaggio ruotavano altre strutture riservate e non ufficiali, con compiti delicati e riservati. Si è avuto modo di parlare dell’Anello, una struttura segreta e parallela scoperta dallo storico Aldo Giannuli e ri-elaborata dalla giornalista Stefania Limiti ( L’anello della repubblica, Chiarelettere, 2009). L’Anello (o “noto servizio”) veniva utilizzato per questioni delicate che richiedevano maggiore discrezione di quanto ne potessero offrire i servizi segreti ufficiali (come, ad esempio, la fuga del generale nazista Keppler nda). Sempre nell’ottica della guerra fredda, l’Anello faceva da collante tra i servizi segreti e la società civile e intraprendeva azioni volte a non lasciare tracce. A capo di questa struttura segreta ci sarebbe stato un ex maggiore dell’aeronautica militare, Adalberto Titta che ricompare in alcune delle vicende più calde della storia repubblicana e scompare proprio nel momento in cui il noto servizio non trova più ragione di esistere.
Oppure è possibile parlare di Ordine nuovo, organizzazione veneta di estrema destra, come servizio segreto “clandestino”. Capeggiata dall’avvocato padovano Franco Freda, ON era in contatto con il Sid sin dalla sua nascita. Anello di congiunzione era il giornalista Guido Giannettini, che nell’aprile del 1968 aveva portato in “ vacanza studio” circa 60 studenti neo-fascisti dai colonnelli greci. Giannettini era un agente segreto (“agente z”) del Sid dal 1965, messo in connessione dai giudici con la strage di Piazza Fontana (1969). Ordine nuovo aveva infatti infiltrato – come un vero e proprio servizio segreto – diversi uomini nelle fila degli anarchici e della sinistra extra parlamentare, mettendo bombe sui treni e facendo ricadere la colpa sui movimenti anarchici. Ed è sempre ON che farà scoppiare la bomba a Piazza Fontana.
Secondo il giornalista Paolo Cucchiarelli – autore di una voluminosa e importante inchiesta su Piazza Fontana (Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, 2012) – le bombe all’interno della banca dell’agricoltura erano due: una posta da Valpreda e l’altra posta da qualche uomo di Stato (conteneva tritolo, esplosivo all’epoca a disposizione delle sole forze militari). Due esplosivi che attestano due livelli di strage. Ed è proprio il “doppio livello” la chiave di lettura per capire le stragi e le deviazioni dei servizi segreti.
Stefania Limiti (Doppio livello, Chiarelettere, 2013) l’ha usato come chiave di volta per spiegare un’intera stagione passata alle cronache come “periodo della strategia della tensione”. La guerra non ortodossa è proprio figlia del doppio livello: lo Stato che si serve della criminalità  (mafiosi, terroristi, bande criminali) per sistemare, mutare, mantenere lo status quo e riportarlo a ciò che la geopolitica richiede nell’inquadramento dell’Italia nello scacchiere mondiale. Ed ecco che la strage, proprio per l’impatto psicologico e metaforico che suscita, rappresenta il più politico dei reati.
Ed ecco perché i servizi segreti non sono “deviati” bensì “deviano”, ed è un ruolo diverso.

http://www.lettera35.it/deviazioni-servizi-segreti-doppio-livello/

Che fine ha fatto la Commissione d’inchiesta sul caso Moro? Che fine ha fatto la Commissione d’inchiesta sul caso Moro? Varata a maggio per indagare sul sequestro e l'uccisione dello statista si deve ancora insediare perché alcuni gruppi parlamentari non hanno indicato i componenti Pubblicato il 10 settembre 2014 da fabrizio colarieti in Misteri italiani // Nessun commento Maria Fida Moro: senza verità gli italiani non avranno pace A distanza di quattro mesi dalla sua approvazione la Commissione bicamerale d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, fortemente sostenuta dal Partito Democratico e da altre forze politiche, non ha ancora visto la luce. A quanto afferma il vicepresidente dei deputati del Pd, Gero Grassi, in una lettera inviata al presidente della Camera, Laura Boldrini, il rinvio dell’insediamento è «preoccupante e incomprensibile, conseguenza del comportamento di alcuni gruppi che non hanno ancora indicato le proprie designazioni». «Abbiamo ventiquattro mesi di tempo – scrive l’esponente democratico che al caso Moro ha dedicato anche un dossier – per poter coordinare e sintetizzare le più recenti novità e per dare impulso a nuove indagini che possano contribuire, si spera, a fare verità su questo delitto politico». Grassi definisce molto grave il ritardo da parte di alcuni gruppi nel fornire le indicazioni necessarie per procedere alla nomina dei componenti del nuovo organismo «perché costituisce oggettivamente una omissione istituzionale, visto che non consente l’avvio dei lavori della commissione, istituita con legge dello Stato». «Il rallentamento – ha aggiunto il vicepresidente dei deputati del Pd – invia al Paese un messaggio negativo: il disinteresse o, peggio, l’ostruzionismo da parte di alcuni nei confronti di questa iniziativa che invece, ha bisogno di avere un’opinione pubblica concorde e consapevole dei nostri sforzi, a tanti anni di distanza dei fatti. A fronte della legge approvata a maggio, siamo a settembre e la Commissione non ha ancora potuto avviare i propri lavori». Grassi nella lettera chiede alla Boldrini di sollecitare i gruppi politici «a dare seguito alle loro responsabilità o mettendo in atto i suoi poteri sostitutivi di designazione». «Nel 2014 – conclude – ho tenuto già sessanta incontri pubblici sul caso Moro in ogni parte d’Italia ed altri cento sono programmati. Dovunque i cittadini auspicano la verità e partecipano con grande interesse. Il ritardo del parlamento non è davvero tollerabile». Secondo quanto prevede la legge 82 del 2014, la Commissione sarà composta da 60 membri (30 deputati e 30 senatori), avrà il compito di accertare sia nuovi elementi che possano integrare le conoscenze sulla strage di via Fani, acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari (due quelle finora svolte), sul sequestro e sull’assassinio di Aldo Moro e sulle eventuali responsabilità di apparati pubblici e organizzazioni. I lavori della Commissione, che avrà gli stessi poteri investigativi dell’autorità giudiziaria, dovranno essere conclusi entro ventiquattro mesi dal suo insediamento con la presentazione al Parlamento di una relazione, anche da parte della minoranza, sulle risultanze delle indagini. L’organismo potrà avvalersi non solo di consulenti esterni ma anche di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria.



Maria Fida Moro: senza verità gli italiani non avranno pace
A distanza di quattro mesi dalla sua approvazione la Commissione bicamerale d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, fortemente sostenuta dal Partito Democratico e da altre forze politiche, non ha ancora visto la luce. A quanto afferma il vicepresidente dei deputati del Pd, Gero Grassi, in una lettera inviata al presidente della Camera, Laura Boldrini, il rinvio dell’insediamento è «preoccupante e incomprensibile, conseguenza del comportamento di alcuni gruppi che non hanno ancora indicato le proprie designazioni».
«Abbiamo ventiquattro mesi di tempo – scrive l’esponente democratico che al caso Moro ha dedicato anche un dossier – per poter coordinare e sintetizzare le più recenti novità e per dare impulso a nuove indagini che possano contribuire, si spera, a fare verità su questo delitto politico». Grassi definisce molto grave il ritardo da parte di alcuni gruppi nel fornire le indicazioni necessarie per procedere alla nomina dei componenti del nuovo organismo «perché costituisce oggettivamente una omissione istituzionale, visto che non consente l’avvio dei lavori della commissione, istituita con legge dello Stato».
«Il rallentamento – ha aggiunto il vicepresidente dei deputati del Pd – invia al Paese un messaggio negativo: il disinteresse o, peggio, l’ostruzionismo da parte di alcuni nei confronti di questa iniziativa che invece, ha bisogno di avere un’opinione pubblica concorde e consapevole dei nostri sforzi, a tanti anni di distanza dei fatti. A fronte della legge approvata a maggio, siamo a settembre e la Commissione non ha ancora potuto avviare i propri lavori».
Grassi nella lettera chiede alla Boldrini di sollecitare i gruppi politici «a dare seguito alle loro responsabilità o mettendo in atto i suoi poteri sostitutivi di designazione». «Nel 2014 – conclude – ho tenuto già sessanta incontri pubblici sul caso Moro in ogni parte d’Italia ed altri cento sono programmati. Dovunque i cittadini auspicano la verità e partecipano con grande interesse. Il ritardo del parlamento non è davvero tollerabile».
Secondo quanto prevede la legge 82 del 2014, la Commissione sarà composta da 60 membri (30 deputati e 30 senatori), avrà il compito di accertare sia nuovi elementi che possano integrare le conoscenze sulla strage di via Fani, acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari (due quelle finora svolte), sul sequestro e sull’assassinio di Aldo Moro e sulle eventuali responsabilità di apparati pubblici e organizzazioni.
I lavori della Commissione, che avrà gli stessi poteri investigativi dell’autorità giudiziaria, dovranno essere conclusi entro ventiquattro mesi dal suo insediamento con la presentazione al Parlamento di una relazione, anche da parte della minoranza, sulle risultanze delle indagini. L’organismo potrà avvalersi non solo di consulenti esterni ma anche di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria.

http://www.lettera35.it/ritardo-istituzione-commissione-moro/

sabato 13 settembre 2014

LE CARTE DI CRAXI AD HAMMAMET (1994-2000) – “NON GLI CONSENTIRÒ DI SCRIVERE LA STORIA DEI VINCITORI” - ‘’LA SECONDA REPUBBLICA? FALSA RIVOLUZIONE” – “I PARAMETRI EUROPEI NON DIVENTINO DOGMI” - ALCUNI SCRITTI INEDITI SU NAPOLITANO, BERLUSCONI, FINI, D’ALEMA Questa mole di carte che quasi quotidianamente spedisce via fax da Hammamet finisce perlopiù, annota lo stesso leader del Psi, «nei cestini della carta» dei grandi quotidiani - Non ci sono autocritiche, ma una chiamata di correo al Pci-Pds sul finanziamento illegale: D’Alema, in particolare, “non poté non occuparsi personalmente” dei soldi al suo partito…

LE CARTE DI CRAXI AD HAMMAMET
Massimo Rebotti per Corriere della Sera

Io parlo, e continuerò a parlare. Note e appunti sull'Italia vista da Hammamet di Bettino CraxiIO PARLO, E CONTINUERÒ A PARLARE. NOTE E APPUNTI SULL'ITALIA VISTA DA HAMMAMET DI BETTINO CRAXI
Bettino Craxi, negli anni di Hammamet (1994-2000), scrive. Articoli, note, interventi, a getto continuo. Scrive nella convinzione di impedire che prevalga «la storia dei vincitori». Il leader socialista, premier dal 1983 al 1987, è riparato nella città tunisina in seguito alle accuse di corruzione e finanziamento illecito dei partiti.

Da lì, da quella casa da cui «può quasi toccare l’Italia con la mano», segue meticolosamente fatti e persone della Seconda Repubblica subentrati al sisma che ha azzerato la Prima. Partecipa, e con passione, a una vicenda dalla quale è ormai del tutto escluso, il suo nome rimosso e quasi impronunciabile, tranne che per i fedelissimi.

Questa mole di carte che quasi quotidianamente spedisce via fax da Hammamet finisce perlopiù, annota lo stesso leader del Psi, «nei cestini della carta» dei grandi quotidiani. Eppure continuerà a scrivere fino a un mese prima della morte. 
DEMITA CRAXIDEMITA CRAXI

Il volume ‘’Bettino Craxi. Io parlo, e continuerò a parlare’’ , curato dallo storico Andrea Speri, raccoglie quegli interventi, una parte inediti e altri che all’epoca furono pubblicati solo da fogli socialisti come L’Avanti e Critica Sociale oppure da giornali locali.

Un lavoro che, sostiene il curatore, può servire «alle nuove generazioni che di Craxi sanno poco» e «a quelle vecchie che di lui ritengono di sapere tutto e che forse troppo in fretta ne hanno fatto — come disse Cossiga — un capro espiatorio». 
craxi bettino bobo craxiCRAXI BETTINO BOBO CRAXI

La raccolta è un documento storico, ma non solo. È anche un punto di vista sulla politica di un leader nel momento della sua caduta: «Ripetere le proprie idee fino a sfiancarsi, è il solo modo per difendere la propria libertà: difendo la politica, la sua autonomia, il suo valore». Lo stile diretto, le cose «prese di petto», si ritrovano nel libro, a cominciare dall’incipit: «A dieci anni ho fracassato a sassate i vetri della Casa del fascio del paesino dove la mia famiglia era sfollata». 
CRAXI BERLUSCONICRAXI BERLUSCONI

Parti del volume riguardano la vicenda giudiziaria vista con gli occhi dell’interessato: la giustizia è «politica», i processi «speciali», i magistrati «angeli vendicatori» e Hammamet «un esilio». Sono gli aspetti più noti del pensiero del segretario del Psi sul passaggio — Craxi lo chiama il «disegno» — che ha portato alla fine della Prima Repubblica: «I partiti aggrediti si arresero». 

Un capitolo sull’Europa, per i temi, sembra scritto ieri: «I parametri di Maastricht» annota nel ‘97 «non possono diventare dogmi: senza nuove condizioni l’Italia finirà in un limbo o andrà all’inferno». 
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Gli aspetti più inediti riguardano la Seconda Repubblica, una «falsa rivoluzione» secondo Craxi: il primo governo del centrodestra, le mosse di Bossi, Fini, Buttiglione, il governo tecnico di Dini, Prodi e il successivo D’Alema: quasi tutto è «trasformismo». Si salva Berlusconi, «nuovo» almeno per quanto riguarda la politica.

Craxi associa la propria vicenda giudiziaria alle inchieste sul Cavaliere e quando il 22 novembre ‘94 arriva l’avviso di garanzia della Procura di Milano Craxi sostiene di saperlo già: «Me lo scrissero a luglio, il mese dei veleni, in cui si ordiscono congiure prima di andare in vacanza». La «congiura» contro il Cavaliere e quella contro di lui: le successive inchieste sul leader di Forza Italia (e la prima condanna nel ‘97) lo spingeranno a profetizzare l’«eliminazione» dalla scena anche di Berlusconi e, per l’Italia, un destino cattocomunista lungo «un ventennio». 
bettino craxiBETTINO CRAXI

Ma il cruccio più pressante resta il discredito in cui è caduta la politica fino a immaginare un futuro dominato da «plutocrazia e videocrazia» dove i cittadini diventano «gente». Che lui stesso, Craxi, possa essere una delle cause di quel discredito non è un argomento.

Non ci sono autocritiche, ma una chiamata di correo al Pci-Pds sul finanziamento illegale: D’Alema, in particolare, «non poté non occuparsi personalmente» dei soldi al suo partito. Il tema dell’onestà Craxi lo affronta usando alcuni passaggi di un saggio del ‘31 di Benedetto Croce: «Ma che cos’è dunque l’onesta politica? Non è altro che la capacità politica... Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo renderanno improprio in altre sfere, ma non già nella politica…perché in quella è la sua passione, il fine sostanziale della sua vita».
 
DICEMBRE BETTINO CRAXI CONTESTATO ESCE DALLHOTEL RAPHAEL DI ROMADICEMBRE BETTINO CRAXI CONTESTATO ESCE DALLHOTEL RAPHAEL DI ROMA
TRATTO DAL LIBRO : “IO PARLO, E CONTINUERÒ A PARLARE - NOTE E APPUNTI SULL’ITALIA VISTA DA HAMMAMET’’


Alcuni scritti su Napolitano, Berlusconi, Fini, D’Alema ed in ultimo sull’Europa…

Un obbligo politico e morale
Di fronte ad una Commissione di inchiesta parlamentare sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e della politica, Giorgio Napolitano sarebbe un testimonio di primo piano ed un collaboratore utilissimo di verità e di giustizia. Naturalmente questo presupporrebbe da parte sua una piena e reale volontà di collaborazione, coerente con i suoi doveri parlamentari e con la sua posizione di persona informata dei fatti.

ANTONIO DI PIETRO INTERROGA BETTINO CRAXI DURANTE UN'UDIENZA DEL PROCESSO ENIMONTANTONIO DI PIETRO INTERROGA BETTINO CRAXI DURANTE UN'UDIENZA DEL PROCESSO ENIMONT
Insomma l’on. Napolitano non dovrebbe dare prova di avere la memoria corta. Infatti, chi non ce l’ha ricorda bene che l’on. Napolitano è stato per anni il responsabile delle relazioni inter- nazionali del PCI. In questa veste «non poteva non sapere» e non poteva non ave- re un ruolo nel sistema di relazioni politiche tra il PCI, il potere sovietico ed i regimi comunisti dell’est, cui era connesso un sistema articolato di finanziamenti illegali di cui i comunisti italiani erano i primi, tra i partiti comunisti e non del mondo, ad avvantaggiarsene.
BETTINO CRAXI E GIANNI AGNELLIBETTINO CRAXI E GIANNI AGNELLI

Era un sistema complesso cui partecipavano direttamente il partito attraverso i suoi responsabili e i suoi fiduciari, oppure attraverso società di varia composizione e natura, strutture e società del movimento cooperativo ed una lunga lista di imprese e gruppi industriali italiani interessati ad appalti, forniture e quant’altro.

ANNA E BETTINO CRAXIANNA E BETTINO CRAXI
L’on. Napolitano, per le responsabilità politiche che ha rivestito, per le esperienze e le conoscenze che ha accumulato, e d’altro canto certamente non solo lui, non potrebbe senza dubbio non rendere su tutta la materia una preziosa testimonianza. Ricostruire in modo completo, chiaro ed onesto, i termini reali in cui si svolse la lotta politica in Italia e la lotta per il potere, è di- ventato sempre più necessario, specie di fronte a tante mistifica- zioni, a tante censure ed anche a tante ingiustizie.

BETTINO CRAXI STELLA PENDE MATILDE BERNABEI LELLA CURIELBETTINO CRAXI STELLA PENDE MATILDE BERNABEI LELLA CURIEL
L’on. Napolitano, che ha il privilegio di rappresentare il «nuovo», dopo aver avuto un ruolo non secondario in una parte importante del «vecchio», sentirà certamente l’obbligo politico e morale di dare il buon esempio. E d’altro canto non credo possa sostenere e pretendere, come fanno altri, che la storia della democrazia italiana sia iniziata nell’89.

LA LUNGA MARCIA
L’on. Colletti dice quello che vede, e cioè che «noi di Forza Italia faremo la fine dei socialisti e Berlusconi la fine di Craxi. Ma sapete quanti rinvii a giudizio ha?». Non è del resto il solo a vederlo. C’è un vero e proprio piano al massacro che procede con gradualità e per linee convergenti, ma che ha al fondo un obiettivo, uno e uno solo, e cioè Silvio Berlusconi.

LA Famiglia Craxi - Bobo, Anna, Bettino e StefaniaLA FAMIGLIA CRAXI - BOBO, ANNA, BETTINO E STEFANIA
Del resto il trattamento sin qui riservato al gruppo Fininvest attraverso indagini, inchieste, processi e quant’altro, ha un carattere eccezionalissimo che non è stato riservato proprio a nessuno. Gli strateghi della conquista del potere, i teorici della «falsa rivoluzione», e i loro collaboratori ed aiutanti, puntando alla distruzione politica personale di Berlusconi sanno che questa comporterà quasi automaticamente il disfacimento di Forza Italia. nel frattempo ci si preoccuperà di accentuare l’isolamento e la criminalizzazione di Bossi. la via sarà allora definitivamente aperta a un ventennio almeno di egemonia catto-comunista.

Craxi ad Hammamet Foto di Umberto Cicconi © Archivio CicconiCRAXI AD HAMMAMET FOTO DI UMBERTO CICCONI © ARCHIVIO CICCONI
A Fini invece, se sarà risparmiato dall’attacco dei più sfegatati, verrà affidato il compito di dimostrare che la democrazia funziona e che l’opposizione può svolgere il suo ruolo di opposizione senza rompere troppo le scatole. Nel frattempo, in attesa del risultato finale, si svolgono le manovre di accompagnamento che seguono, come in questi casi la storia insegna, tattiche consuete. una volta è il bastone e la carota, un’altra è il pugno di ferro e il guanto di velluto, un’altra ancora è il giorno delle promesse, delle concessioni, delle generose diplomazie segrete [...].

La macchina è in marcia. Non ne sente il rumore solo chi non vuol sentire, e non ne intravede le sagome e non riconosce chi siede alla guida solo chi non lo vuole. Ho l’impressione che Colletti, benché travolto dal pessimismo, non dica cose che sono solo frutto della sua immaginazione. «per vent’anni non ci crescerà nemmeno la cicoria.»
Bettino Craxi e Giovanni MinoliBETTINO CRAXI E GIOVANNI MINOLI


UN COMPAGNO
Fini è un compagno come si deve. Viene dall’estrema destra ma marcia, anzi corre, nella direzione giusta. Ha capito innanzitutto che il vero problema è Berlusconi. Via lui, tante cose si chiariranno anche tra di noi. lui con il suo ruolo, noi con il nostro. in fondo siamo noi i veri perseguitati della prima repubblica. Berlusconi in quegli anni si è solo fatto grosso.
CRAXI BETTINOCRAXI BETTINO

Fini, dobbiamo riconoscerlo, non perde un colpo. I magistrati infieriscono su Berlusconi? Lui non lascia cadere l’occasione e fa loro l’occhiolino. Berlusconi punta i piedi sulle non-riforme? il compagno Fini si alza a difendere l’interesse della nazione. Berlusconi distribuisce Il libro nero sul comunismo? Fini provvede a seppellire il comunismo passato, presente e futuro.

Berlusconi allora si impressiona e corre ad abbracciarlo. Fini si guarda intorno e sembra che dica «ma questo che vuole?». Scoppia la polemica. Sono tanti che si preoccupano. e lui subito: «non preoccupatevi, l’aggiusto in un minuto». Un colpo al cerchio e un colpo alla botte e quando verrà il momento un paio di telefonate, una a D’Alema e una a Caselli, e un calcio nel culo. Sarà una vera finezza. Macerie
Bettino CraxiBETTINO CRAXI

«Nonostante il peso negativo del craxismo, non si puo? usare la parola sociali- sta come un insulto. [...] Dobbiamo avere generosita? verso i socialisti che non meritano di finire sotto le macerie del craxismo, cosi? come noi non meritava- mo di finire sotto altre macerie. Lo sento come un dovere personale: e? arrivato il momento per la sinistra di trovare un cammino comune.»

Queste parole pronunciate da Massimo D’Alema il 4 novembre 1997 a Genova, citta? che diede i natali al Psi, suscitano la dura reazione di Bettino Craxi, il quale torna a chiedere che sia fatta piena luce sulla «violenza» esercitata nei confronti dei socialisti, che, «quando sarà ricostruita e descritta in tutti i suoi aspetti», apparirà come «un capitolo tragico della vita democratica e della vita civile del nostro Paese».

Bettino CraxiBETTINO CRAXI
D’alema vuole ridare la vita ai socialisti facendoli rinascere dal- le «macerie» del Socialismo craxiano. E chi e? mai questo eroico condottiero che i socialisti dovrebbe- ro accogliere come il loro liberatore? purtroppo non e? altro che uno dei tanti che hanno concorso o hanno assistito cinicamente al massacro socialista ed alla distruzione di uno dei grandi edifici della democrazia italiana.

L’aggressione politica antisocialista, che era scuola, cultura ed anima della nuova generazione comunista, visti i tempi, non sarebbe di certo bastata. per ridurre il psi in un cumulo di rovine e? stata necessaria un’aggressione politica-giudiziaria di portata impressionante e dall’altro lato il concorso pusillanime di una classe dirigente socialista che, almeno per la sua gran parte, ha dato prova di opportunismo e di vilta.

NAPOLITANO VEDE ITALIA COSTARICA SULLA BATTELLO PER CAPRINAPOLITANO VEDE ITALIA COSTARICA SULLA BATTELLO PER CAPRI
C’e? chi ci ha rimesso la vita, e se ne contano molti, c’e? chi ci ha rimesso il lavoro, la famiglia, il ruolo sociale, la salute. C’e? chi ha perso per periodi piu? o meno lunghi la propria liberta?, e c’e? chi ha subito persecuzioni e prepotenze di ogni genere.

Ciò che e? stato fatto ai socialisti e? un’infamia la cui responsabilità ricade totalmente su chi l’ha organizzata, l’ha compiuta, vi ha concorso, vi ha partecipato, l’ha salutata come una disgrazia provvidenziale che capitava agli odiati nemici. Tanti avevano fatto i loro calcoli, e tanti avevano fatto conto di trarne profitto.

SILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONESILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONE
Ora, se dalle macerie potrà rinascere qualcosa, non saranno certo loro a poterlo fare. Men che meno D’Alema.[...] C’e? un modo sincero per tentare di dare spazio, consistenza ed organizzazione alla dispersione socialista ed alla diaspora di buona parte del suo elettorato.

Gianfranco FiniGIANFRANCO FINI
E? una via semplice e lineare ed e? quella della verità, del ristabilimento della verità, di un’operazione verità senza la quale tutto rimane ambiguo, strumentale, non degno di fede. E? la demonizzazione dei socialisti, la loro criminalizzazione, l’aggressione giudiziaria forcaiola, mediatica, politica che ne è seguita che ha provocato un cumulo di macerie, non altro.

EUROPA
“C’e? da chiedersi perché si continua a magnificare l’entrata in Europa come una sorta di miraggio, dietro il quale si delineano le delizie del paradiso terrestre. Non sara? cosi?. alle condizioni attuali, dal quadro dei vincoli cosi? come sono stati definiti, ad aspettare l’italia non c’e? affatto un paradiso terrestre. Senza una nuova trattativa e senza una definizione di nuove condizioni, l’Italia nella migliore delle ipotesi finira? in un limbo, ma nella peggiore andra? all’inferno”.
L ARRIVO DI MASSIMO D ALEMA FOTO ANDREA ARRIGAL ARRIVO DI MASSIMO D ALEMA FOTO ANDREA ARRIGAMASSIMO D ALEMA E SILVIO BERLUSCONIMASSIMO D ALEMA E SILVIO BERLUSCONI


mercoledì 10 settembre 2014

DOPO IL MISTERO DI FATIMA, IL MSTERO DI UNA CRISI CHE NON FINISCE PIÙ – SETTE ANNI DI IMPOTENZA E NESSUNA RICETTA CHE HA FUNZIONATO – UN ROMPICAPO ANCHE PER CIA, FBI E PENTAGONO Quest’estate gli esperti delle barbe finte americane si sono confrontati sulla crisi e hanno scoperto che indebitarsi non crea più sviluppo. Non solo, ma la Federal Reserve si troverebbe ormai sull’orlo dell’insolvenza: le sue riserve sono aumentate fino a 52,6 miliardi di dollari, ma a fronte di esse gli impieghi sono balzati a 4.300 miliardi…

Stefano Cingolani per “Il Foglio

PIAZZA AFFARI BORSA MILANOPIAZZA AFFARI BORSA MILANO
Sono trascorsi sette anni di vacche magre, anzi scheletriche, ma la profezia biblica non si è avverata, le vacche grasse sono di là da venire, mentre scalpitano di nuovo i cavalieri dell’Apocalisse. E’ che sono stati sette anni di tentativi falliti, sette anni di impotenza di fronte alla forza distruttiva della crisi. La politica monetaria, si dice, ha evitato il peggio. Le banche centrali hanno stampato una quantità pazzesca di moneta, tuttavia hanno curato i sintomi e non le cause, provocando effetti collaterali le cui conseguenze si vedranno fra qualche anno. L’alluvione di denaro liquido non è servito nemmeno a impedire la discesa dei prezzi, che in molti paesi (tra i quali l’Italia) sono già sotto zero, evocando un nuovo mostro, la deflazione che s’accompagna alla stagnazione produttiva.

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I governi hanno impiegato i denari dei contribuenti per tamponare gli effetti sociali sulle famiglie, per salvare le banche e le imprese. Siccome le tasse non bastano, si sono indebitati sempre più diventando vulnerabili rispetto alla speculazione finanziaria internazionale. E nel 2010 è scoppiata una crisi nella crisi, quella dei debiti sovrani. Dunque, anche la politica fiscale interventista, cavallo di battaglia dei keynesiani, s’è inceppata.

 Non ha funzionato nemmeno la ristrutturazione industriale. Secondo la teoria classica dei cicli economici, quando c’è un eccesso di produzione, le imprese tagliano, riducono le ore lavorative e spesso anche gli occupati. Così svuotano i magazzini, azzerano le scorte e poi ricominciano. Invece, non sono ripartite. Quanto all’austerità, avrebbe dovuto metter fine alla finanza allegra, seguendo la regola aurea che non si spende un centesimo se prima non lo si è risparmiato da qualche altra parte, e introducendo nella Costituzione il criterio del pareggio. Invece, il rischio è che la Grande recessione si trasformi davvero in Grande depressione come quella degli anni 30. Come è stato possibile?
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Sulle orme degli antichi aruspici, c’è chi ha letto i segni. I profeti di sventura questa volta non sono economisti o scrittori di varia umanità, ma fanno parte della comunità chiamata intelligence, sono barbouze come dicono i francesi, le barbe finte. Di che si tratta? In piena estate Cia, Fbi e servizi segreti del Pentagono hanno riunito i loro esperti di finanza e mercati per passare in rassegna l’economia mondiale e hanno trovato i sette sigilli della nuova tempesta perfetta.

Eccoli qua: 1) Indebitarsi non crea più sviluppo. A ogni dollaro di debito corrispondono oggi 3 centesimi di crescita economica. Negli anni d’oro, il ventennio postbellico, l’indebitamento era un moltiplicatore efficace perché metteva in modo 2,4 dollari. Nel decennio della lunga stagnazione, tra i 70 e gli 80, era già sceso a 41 centesimi, oggi siamo vicini a zero.

2) La moneta non si muove. La velocità di circolazione si è ridotta da 2,2 di prima della crisi a 1,3, una quota pericolosamente vicina a quella degli anni 30. Hai voglia di stampare banconote se poi non vengono spese. I keynesiani la chiamato trappola della liquidità e sta paralizzando tutto l’occidente.
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3) La Federal Reserve si trova ormai sull’orlo dell’insolvenza. Le sue riserve sono aumentate fino a 52,6 miliardi di dollari. Ma a fronte di esse gli impieghi sono balzati a 4.300 miliardi. Nell’intero sistema finanziario, a ogni dollaro di mezzi propri corrispondono 77 dollari impiegati; nel 2008 erano “solo” 22.

4) Il sistema bancario americano è super- indebitato, siamo a 60 mila miliardi di dollari e i debiti viaggiano trenta volte più veloci dell’intera economia.

5) Wall Street è in piena bolla. La capitalizzazione rispetto al prodotto lordo oggi è pari al 203 per cento, cioè è tornata al livello antecrisi. Per fare un paragone (anche se ovviamente la Borsa oggi è molto più grassa e grossa) era all’87 per cento. Comunque la si giri, siamo in mezzo a una nuova bolla azionaria.

6) I derivati continuano a crescere, oggi ammontano a 710 mila miliardi di dollari, pari a quasi dieci volte il prodotto annuo del mondo intero.
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7) Infine, è peggiorato anche l’indice della miseria che misura disoccupazione e inflazione. Steve Hanke della Brookings Institution di Baltimora lo ha calcolato per paesi e aree geografiche: si va da 11 punti negli Stati Uniti ai 15 in Europa fino a 20 in Asia. La disoccupazione colpisce di più in occidente, l’inflazione in oriente e in Sudamerica.

Dunque, allarme rosso. Gli equilibri rischiano di saltare e il crollo del dollaro è vicino. E’ questo il messaggio che l’intelligence ha mandato alla Casa Bianca. Le conseguenze geopolitiche sono enormi. La Cina sta comprando oro a man bassa. I paesi produttori di petrolio cercano un’alternativa. Il Fondo monetario internazionale si prepara a diventare la vera banca centrale del mondo intero usando una moneta artificiale come i Diritti speciali di prelievo, costruita su un paniere di monete nazionali o regionali.

La notizia sul summit delle barbe finte è stata lanciata da un singolare personaggio, James Rickard, uomo di banca ed esperto della Cia, che ha lavorato in una serie di fronti caldi (cominciando dagli ostaggi americani a Teheran) fino a essere reclutato dopo l’11 settembre per capire e controllare le mosse di al Qaida a Wall Street e dintorni, insomma il terrorismo nel tempio della finanza.

Rickard ha pubblicato alcuni libri apocalittici, come “La guerra delle valute”, che hanno avuto un certo successo. Il suo ultimo lavoro, “La morte della moneta”, uscito in primavera, è un bestseller ed è stato preso sul serio anche dal Financial Times. L’autore appare sulle maggiori reti televisive americane, è stato ascoltato dal Congresso e le sue tesi, per esempio l’attacco contro gli eccessi della Federal Reserve o il recupero dell’oro come àncora valutaria, vengono rilanciate da Rand Paul, il senatore campione del Tea Party Movement che, come suo padre Ron, vorrebbe abolire del tutto la Banca centrale.

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Dunque, siamo su una sponda di destra secondo lo spettro politico consueto. Potrebbe essere facile per la sinistra mettersi contro i “deliri” da ultra-ortodossi. Ma le cose non stanno esattamente così. Se facciamo un salto nell’area liberal e dintorni, troviamo facce ancor più cupe dei barbouze monetaristi. Larry Summers, l’8 novembre 2013 durante un seminario indetto dal Fmi butta là una bomba: la stagnazione secolare. E da allora cambia il dibattito di politica economica. “In questi anni – spiega l’ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, uno degli economisti americani più famosi e stimati – la quota di adulti al lavoro non è aumentata affatto. Il prodotto lordo è caduto al di sotto del proprio potenziale. E l’esperienza americana non è unica; Europa e Giappone stanno addirittura peggio”.

Sono tutti indicatori di una tendenza di lungo periodo che vede un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti e una mancanza di vera spinta alla crescita. Le politiche monetarie e quelle fiscali non hanno ripristinato lo sviluppo, ma hanno solo gonfiato i prezzi delle azioni. Paul Krugman gli dà ragione e parla a sua volta di “una crisi permanente”. L’evidenza suggerisce che “stiamo diventando una economia il cui stato normale è una sorta di media depressione nella quale i brevi periodi di prosperità arrivano solo grazie alle bolle e a un insostenibile indebitamento”. Perché è accaduto ciò? Una causa è senza dubbio il rallentamento demografico che fa cadere la domanda: “La prova è che anche al picco della bolla immobiliare noi abbiamo costruito meno case degli anni 70 quando diventano adulti i figli del baby boom”.

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A confermare lo stato dell’arte arriva la Banca dei regolamenti internazionali, cioè la banca delle maggiori banche centrali. Nel suo ultimo rapporto annuale scrive: “Nel complesso, il periodo postcrisi è stato deludente. Per gli standard dei normali cicli economici, la ripresa è stata lenta e debole nei paesi colpiti dalla crisi. La disoccupazione è ancora ben al di sopra dei livelli pre-crisi, malgrado una recente flessione. Le prospettive di crescita nel più lungo periodo, poi, sono tutt’altro che rosee”. Sulla base dell’esperienza storica – continua la Bri – quando il rapporto tra credito e prodotto lordo supera il 10 per cento entro tre anni si manifesta una crisi bancaria. Ebbene l’Asia è al doppio (e la Cina al 23,6), ma anche Brasile, Turchia e Svizzera sono ben oltre la soglia di sicurezza. E’ chiaro dunque dove sono i detonatori che possono far scoppiare la prossima bomba.

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I vecchi vizi non sono spariti, al contrario. La Bri conferma che i contratti derivati sono più numerosi rispetto al periodo pre-crisi, anche se oggi si tratta per lo più di coperture rispetto al fallimento dei debiti sovrani. Ma sono tornati anche i subprime, impiegati per finanziare l’acquisto di auto (il boom negli Stati Uniti si spiega anche così) o per gli studenti soffocati dalle banche: la questione s’è fatta politica in vista delle elezioni di midterm ed è finita sul tavolo della Casa Bianca, Barack Obama ha ricevuto una delegazione di studenti e ha promesso un intervento per far scendere gli interessi. Che fare? Ancora una volta le ricette divergono.

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Il presidente della Bri, Jaime Caruana, già banchiere centrale spagnolo, guarda al medio periodo e parla di tre transizioni da compiere: verso un modello di crescita meno dipendente dal debito, verso una politica monetaria più normale e verso un sistema finanziario più affidabile. Davvero un vasto programma. Krugman rilancia Keynes: siamo in una trappola della liquidità e risparmiare in questa situazione è una virtù personale, ma un vizio collettivo. Le cose da fare esistono, però ci vuole il coraggio di sfidare i tabù: per esempio bisogna rilanciare l’inflazione.

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale batte da tempo su questo tasto: secondo lui la spinta alla crescita migliorerebbe con un aumento dei prezzi al 4 per cento doppio rispetto agli obiettivi che si sono poste le banche centrali. Il fatto è che oggi persino quota 2 è lontana soprattutto nei paesi europei dove è arrivata la deflazione che peggiora i debiti, riduce la base imponibile, deprime la produzione. Ci sono naturalmente anche segnali incoraggianti. Una quarta rivoluzione sta trasformando l’industria e ora sconvolge anche i servizi.

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Spuntano nuovi settori e nuove attività. La McKinsey ha pubblicato uno studio sulle “tecnologie dirompenti” il cui impatto viene calcolato tra i 14 e i 33 mila miliardi di dollari nel prossimo decennio: stampanti 3D, robotica, telecomunicazioni, genetica, in un ambiente di inflazione bassa e commerci aperti, possono da sole spingere la crescita. L’energia è in pieno boom; non si vedeva da decenni tanto eroico furore. Esplorazioni, scoperte di nuovi giacimenti di idrocarburi, fonti alternative accessibili (anche se sussidiate dai governi) e soprattutto le rocce, il gas e il petrolio da scisti. Gli Stati Uniti già prima del 2020 potranno contare sull’autosufficienza energetica, mettendo fine così a una dipendenza dal Golfo Persico cominciata con la Seconda guerra mondiale. I costi calano e spingono l’industria manifatturiera a rimpatriare una parte dei propri impianti, assumendo operai e tecnici. Ha cominciato l’auto, ma ormai è un fenomeno che coinvolge tutti i settori.

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Il reshoring non è solo americano, per produzioni dove conta soprattutto la qualità si sta manifestando anche in Germania e persino in Italia. Difficile valutarne l’impatto macroeconomico, però la spinta dal lato dell’offerta c’è ed è evidente. Manca la domanda, ma chi la può stimolare? Le banche centrali non bastano. Lo ha detto chiaramente Mario Draghi. Nel suo discorso a Jackson Hole ha delineato un modello a tre gambe: la politica monetaria non può fare tutto, ha bisogno del sostegno della politica fiscale (bilanci pubblici risanati sono la premessa per poter ridurre le imposte, aumentare salari e profitti, rilanciare i redditi); entrambe poi vanno sostenute da riforme dell’offerta che accrescano il prodotto potenziale e aumentino la produttività. “Draghi deve fronteggiare tempi turbolenti”, ha scritto Simon Nixon sul Wall Street Journal, sempre più deluso dagli assetti istituzionali della zona euro che giudica inadeguati ad affrontare le sfide economiche.

Come dargli torto: la Francia non ha fatto nulla, l’Italia ha perso due anni e la Germania è scivolata anche lei nella stagnazione. Giovedì la Banca centrale ha portato i tassi d’interesse a 0,05, siamo ormai al pavimento. E ha annunciato l’acquisto di titoli cartolarizzati a partire da ottobre. Essi andranno di pari passo con il nuovo programma di finanziamento straordinario per le banche purché concedano prestiti alle piccole imprese. Tra una cosa e l’altra oltre mille miliardi entreranno in circolo. Basteranno?
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Un’altra iniezione di “monetadone” commenta il banchiere italo-svizzero Antonio Foglia. “Una politica monetaria espansiva come il Quantitative easing in cui la Banca centrale compra sul mercato le attività finanziarie è un palliativo”. Il vecchio adagio di Milton Friedman sulla moneta gettata dall’elicottero non funziona se la moneta resta in terra e nessuno la raccoglie, come sta accadendo in questa fase. La spiegazione non è scritta in sofisticati logaritmi, ma nella psicologia umana, cioè la paura, l’ansia per il futuro, la depressione. Summers forse esagera con la sua stagnazione secolare, però cerotti e aspirine non possono bastare.

Raghuram Rajan, cattedratico a Chicago, già capo economista al Fmi e adesso governatore della Banca centrale indiana, rivisita “La favola delle api” di Bernard de Mandeville. Ai primi del Settecento, il pensatore angloolandese scrisse un poemetto satirico nel quale raccontava il mistero dell’alveare nel quale ogni ape fa la cosa giusta eppure tutte insieme vanno verso la rovina. E’ successo così con la crisi, ma accade anche nel dopo crisi, perché non è stata rimossa nessuna delle cause che hanno portato al collasso, a cominciare dalle distorsioni del sistema finanziario.
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Al coro s’aggiunge pure il globalista Martin Wolf: “Gli sforzi per spingere le economie e creare banche più sicure hanno soltanto preservato un sistema fallato”. L’Europa ha protetto, non riformato il sistema bancario. Gli Stati Uniti sono andati più avanti con la legge Dodd-Frank e con la Volcker rule che limita l’utilizzo dei depositi per speculare in Borsa. Ma i supermarket finanziari restano ancora in piedi e tra la raccolta del risparmio e il suo impiego ad alto rischio non c’è nessuna diga. Stanley Fischer, numero due alla Federal Reserve, uno dei maggiori economisti sulla piazza, sostiene che “spezzare le grandi banche può aiutare, ma non è la soluzione che mette fine ai rischi finanziari una volta per tutte, anzi, è molto complicato e i suoi vantaggi sono incerti”.

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In una conferenza in onore di Martin Feldstein, il 10 luglio scorso, ha fatto il punto dei cambiamenti realizzati e di quelli realizzabili, ricordando che Lehman Brothers non era poi così grande, solo che era interconnessa in una matassa inestricabile con una infinità di altre banche e istituzioni finanziarie. Il contagio è il vero rischio e per evitarlo le autorità di vigilanza debbono agire come i medici prima che scoppi una pandemia.

Facile a dirsi, ma chi ha la scienza e la prescienza per farlo? E chi ha il potere di imporre la cura? Fischer non è Carl Schmitt e non predica lo stato d’eccezione economica durante il quale la libertà viene sospesa a favore della sicurezza. Quindi non può che ammettere: “Ci sarà una prossima crisi, ma non sarà identica all’ultima per questo dobbiamo vigilare per prevederla e cercare di prevenirla”. Si sentono già gli zoccoli sul selciato, i quattro cavalieri s’avvicinano e noi dobbiamo ancora preparare nuove lance e nuove corazze