domenica 3 luglio 2016

ECCO CHI HA SPARATO A MORO!



 
di Gianni Lannes

L’assassino di Aldo Moro ha un nome e un cognome ben noti alle autorità italiane (governo Andreotti, ministro dell’interno Cossiga) già nel 1978. Altro che brigate rosse, sia pure telecomandate dall’estero e dintorni.




La specialità criminale dell'impunito Giustino De Vuono? I colpi a raggera attorno al cuore della vittima, gli stessi inferti allo statista italiano, come ha confermato l'autopsia.





Nel maggio di 38 anni fa, un rapporto informativo riservato sarebbe stato trasmesso dagli investigatori alla procura generale di Roma. Si tratta proprio del calabrese De Vuono. A far pensare a De Vuono sarebbero state alcune modalità dell’esecuzione di Moro. E’ lui, un killer della ‘ndrangheta ma non solo, l’esecutore materiale dell’omicidio, riconosciuto anche in via Fani, e avvistato 55 giorni dopo in via Caetani. E' sua impronta rilevata nella Renault 5. Attualmente, l'ex legionario se la gode forse in Sudafrica?




Eppure, quel rapporto su De Vuono non è agli atti dell’inchiesta Moro. Ora, incrociando le risultanze delle varie perizie, si evince che la reale dinamica dell’assassinio fu decisamente diversa da quella inventata dalle br. Moro, infatti, fu ucciso mentre era seduto nella Renault 4, alle spalle del guidatore. De Vuono occupava il sedile anteriore destro e gli sparò a bruciapelo con una Skorpion calibro 7,65 Browning, all’incirca alle ore 04.30 del 9 maggio 1978. Dopo i primi 4 colpi Moro era ancora vivo. Pertanto fu tirato fuori dall’abitacolo, avvolto in una coperta e buttato nel bagagliaio dove gli furono sparati contro altri 8 colpi (in totale 12).





Insomma, è tutt’un’altra storia, ben diversa di quella propinata all’opinione pubblica, imbottita come al solito di menzogne e depistaggi. I servizi segreti italiani (Sismi e Sisde) lasciarono che Moro venisse sequestrato. In altri termini, il rapimento di Aldo Moro fu lasciato accadere. Inoltre, il governo italiano era ben al corrente dei luoghi di prigionia del presidente democristiano. E in ben due occasioni, come si intuisce dai documenti scampati alla distruzione del Viminale, con le operazioni “topazio” e “smeraldo”, un reparto speciale di incursori della Marina Militare, era pronto (il 21 marzo e il 21 aprile) a liberare il prigioniero sul litorale di Roma, ma al Comsubin giunse all'ultimo istante il contrordine. Moro vivo avrebbe comportato la fine politica quantomeno di Andreotti e Cossiga.



In ogni caso, l'unica persona che si impegnò concretamente per liberare Moro fu Paolo VI, con la mediazione di don Antonello Mennini, ma ad un soffio dal rilascio, Moro fu ucciso a tradimento in via Caetani, nel centro di Roma, a circa 50 metri dal luogo di rinvenimento del suo cadavere.










Il movente? Moro portando al governo i comunisti di Berlinguer avrebbe fatto saltare gli equilibri imperialisti di Yalta, dunque era scomodo a Washington come a Mosca; inoltre avrebbe impedito l’installazione degli euromissili nucleari, e avrebbe reso l’Italia indipendente dagli Usa, dopo aver aperto la via del petrolio, già solcata da Enrico Mattei.  

Oggi come allora l'Italia non è un paese sovrano: non aveva e non ha la forza politica, economica e morale, nonché la dignità nazionale per tirare fuori la verità, costantemente sepolta dai segreti e dalle ignobili ragion di Stato, che celano anche i veri moventi della strage di Ustica (trasferimento di tecnologia nucleare all'Irak inviso ad Israele) e della strage di Bologna (protettorato italiano su Malta con vendetta e ritorsione libica, per impedire un posizionamento della Sovmedron nell'isola).

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