lunedì 6 luglio 2020

ECCO DA DOVE ARRIVA IL COVID - UN’INCHIESTA DEL "SUNDAY TIMES" RICOSTRUISCE IL PERCORSO DEL VIRUS - NEL 2012 TRE OPERAI, DOPO AVER LAVORATO IN UNA MINIERA PIENA DI PIPISTRELLI E TOPORAGNI, MORIRONO PER CAUSE MISTERIOSE - GLI SCIENZIATI DI WUHAN, GUIDATI DALLA RICERCATRICE SHI ZHENGLI, FURONO MANDATI A INDAGARE E PORTARONO IL VIRUS IN LABORATORIO - COME MAI IL PATOGERNO SCOPERTO NELLE CAVERNE DEL SUD DELLA CINA E TRASPORTATO FINO AL LABORATORIO DI WUHAN, DOVE FU POI CONSERVATO A MENO 80 GRADI, RIEMERSE NELLA STESSA CITTÀ 8 ANNI DOPO?

Carlo Pizzati per “la Stampa”

mercato di wuhanMERCATO DI WUHAN
Nel 2012, a sei operai fu ordinato di ripulire il pavimento di una miniera di rame abbandonata nel Sudest della Cina. Tra ratti e toporagni che si rincorrevano, i manovali si fecero strada nella fanghiglia di guano di pipistrelli. Dopo qualche giorno, i sei furono ricoverati con una polmonite incurabile che ne uccise tre. A causa di queste morti misteriose un gruppo di scienziati arrivò nella provincia dello Yunnan per indagare sulla miniera di Tongguan. Secondo un'inchiesta pubblicata ieri dal «Sunday Times», gli scienziati del laboratorio di Wuhan scoprirono un virus assassino simile a quello che oggi chiamiamo Covid-19.

wuhan institute of virologyWUHAN INSTITUTE OF VIROLOGY
Se confermato, questo riaprirebbe le porte a diverse ipotesi sull'origine della pandemia. Come mai un virus scoperto nelle caverne del sud della Cina e trasportato fino al laboratorio di Wuhan, dove fu poi conservato a meno 80 gradi, riemerse nella stessa città otto anni dopo nel mercato degli animali di Huanan? A guidare la caccia al virus fu chiamata la virologa Shi Zhengli, soprannominata «Batwoman», la donna dei pipistrelli, celebre in Cina e nella comunità scientifica internazionale.

Shi ZhengliSHI ZHENGLI 
Lei e la sua squadra entrarono nella miniera di rame con tute e maschere, armati di reti e palette per raccogliere campioni di feci da 276 pipistrelli da analizzare in laboratorio con studi molecolari. I risultati mostrarono che metà dei pipistrelli erano portatori di coronavirus e molti ne avevano più di un genere contemporaneamente: convivenza che può creare una pericolosa miscela di patogeni.

Nello studio pubblicato nel 2016, «La coesistenza di multipli coronavirus in diverse colonie di pipistrelli in una miniera abbandonata», Shi spiegò che delle 152 sequenze genetiche dei diversi coronavirus, trovati in sei specie di pipistrelli, due erano del genere che causò la Sars nel 2003. Un nuovo coronavirus della Sars trovato nel Rhinolophus affinis, pipistrello noto anche come «il ferro di cavallo», fu classificato come RaBtCoV/4991. Otto anni dopo si sarebbe compresa la sua devastante importanza planetaria. Si trattava quasi al 100 per cento del virus del Covid-19.

pipistrelloPIPISTRELLO
Nel frattempo a Wuhan, in gran segreto veniva completato un laboratorio di massima sicurezza su commissione dell'Esercito di liberazione popolare cinese, il primo del genere in Cina. Si tratta di un «Livello 4 di biosicurezza», il più alto. Ed è proprio qui che Batwoman e i suoi scienziati portarono il campione di RaBtCov/4991 per capire come avrebbe potuto mutare infettando gli umani. Questo genere di ricerca sulle possibili evoluzioni di uno specifico virus, tesa nelle intenzioni degli scienziati cinesi a prepararsi al peggio, fu documentata in ricerche pubblicate tra il 2015 e il 2017. Si trattava di combinare diversi tipi di coronavirus per vedere come avrebbero potuto diventare più facilmente trasmettibili.

LABORATORIO DI WUHANLABORATORIO DI WUHAN 
Questi «esperimenti di infettività virale» sono sempre stati controversi perché hanno il potenziale di trasformare artificialmente i virus in patogeni umani capaci di causare una pandemia. Gli Stati Uniti li hanno proibiti nel 2014, e nel 2018 Washington mandò un comitato scientifico a Wuhan per valutare i rischi alla biosicurezza del laboratorio. Ma la squadra di Shi continuò per la sua strada. E la scienziata dichiara che i dubbi che il Covid-19 possa essere uscito dalle sue provette si sono dileguati dopo aver studiato i dati del laboratorio.

Manca però una verifica indipendente, oggi altamente improbabile in questo clima conflittuale. La domanda che resta senza risposta è: com' è possibile che un virus originario delle caverne del sud della Cina sia emerso a così tante migliaia di chilometri di distanza, a Wuhan? Un dato è certo: il mercato degli animali selvatici è dall'altra parte del fiume dal laboratorio dove veniva conservato il campione di RaBtCov/4991.
pipistrelliPIPISTRELLI

È plausibile che un animale infettato dal virus, forse un pangolino, abbia viaggiato dal sud della Cina fino al mercato selvatico di Wuhan, o che uno dei giovani studenti della squadra di Shi sia diventato un portatore asintomatico. Ma, con questa inchiesta, si riapre più seriamente l'ipotesi di una fuga dai laboratori segreti dell'Esercito cinese del virus modificato, a scopi di studio, per renderlo più trasmissibile.

https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ecco-dove-arriva-covid-rsquo-inchiesta-quot-sunday-241365.htm

mercoledì 1 luglio 2020

SI SCRIVE ''PROFIT SHIFTING'' SI LEGGE ELUSIONE FISCALE - L'ITALIA OGNI ANNO PERDE 6,5 MILIARDI IN TASSE ''GRAZIE'' AI PARADISI FISCALI CHE CI TROVIAMO DENTRO L'UNIONE EUROPEA. MILENA GABANELLI SPIEGA COME FIAT, EXOR, CAMPARI, STM, FERRERO E GLI ALTRI SFRUTTANO IL DUMPING FISCALE DI OLANDA, LUSSEMBURGO, IRLANDA, MALTA ECC. - TI CREDO CHE L'OLANDA NON VUOLE DARCI SOLDI PER IL RECOVERY FUND: SI È IMPEGNATA COSÌ TANTO PER SOTTRARCELI!

VIDEO - DATAROOM DI MILENA GABANELLI SUL ''PROFIT SHIFTING''



Domenico Affinito e Milena Gabanelli per www.corriere.it

Profit shifting, ovvero lo spostamento dei profitti per pagare meno tasse. Molti dei protagonisti di questa pratica, che passa attraverso una politica fiscale «aggressiva» con regimi di tassazione agevolati, sono in Europa. Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta sono i sei campioni europei del paradiso fiscale. Quello che permettono tecnicamente è un’elusione fiscale, ma altro non è che un dumping fiscale contrario al principio di solidarietà tra i membri dell’Unione previsto dai trattati. Tutto dipende dalla direttiva madre-figlia, adottata per evitare che gli utili delle multinazionali potessero essere tassati due volte tra società madre e società figlia quando queste due appartengano a differenti Stati membri dell’Unione. Ma se io opero in Italia, mando gli utili in Olanda e l’Olanda non mi tassa, il gioco è fatto.
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Come eludere il fisco
Sono tre i meccanismi per pagare meno tasse.
1) Il primo è quello di stabilire la sede fiscale dove la tassazione è più bassa: basta dimostrare che la società è «residente» in quel Paese e, cioè, che i meeting del Consiglio di amministrazione si svolgono là.

2) Il secondo è quello del «transfer pricing», le transazioni economiche (spesso fittizie) all’interno di un gruppo multinazionale (come prestiti, cessione di marchi o brevetti, servizi assicurativi), il tutto gestito da una controllata che ha sede in un paradiso fiscale. Lo ha fatto Fiat con Fiat Finance & Trade, controllata lussemburghese di Fca che per 15 anni ha fornito servizi finanziari ad altre società del gruppo, una sorta di banca con tanto di utili che la Corte Europea ha condannato a pagare 23,1 milioni di euro di tasse arretrate al Lussemburgo, frutto di un vantaggio fiscale indebito grazie a un accordo ad hoc con il Granducato.

3) Il terzo è quello che adottano molte aziende digitali: fatturare tutto in un Paese estero con fiscalità agevolata. Come fanno Booking, Google e Uber, le cui sedi sono in Olanda e lì fatturano anche i servizi che vendono in Italia. I vantaggi fiscali passano spesso dal tax ruling, come fanno ad esempio i sei Paesi dell’Ue. Formalmente è un modo per le multinazionali di richiedere preventivamente chiarimenti alle autorità fiscali per evitare successive controversie, ma di fatto sono accordi privati su regimi di tassazione inferiori a quelli previsti per legge. Come lo scandalo LuxLeaks che ha coinvolto il Lussemburgo che per anni ha garantito sconti fiscali sui flussi finanziari attraverso accordi segreti a 300 società di tutto il mondo (31 erano italiane).

I campioni europei dell’elusione
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Olanda, Cipro, Malta, Lussemburgo, Belgio e Irlanda garantiscono diversi vantaggi alle società che vi hanno sede. Alle multinazionali è permesso definire trattamenti fiscali ad hoc attraverso i tax ruling come quelli, finiti sotto indagine da parte della Commissione Europea, di Starbucks in Olanda, Fca e Amazon in Lussemburgo e Apple in Irlanda. Sono garantiti anche forti deduzioni e detrazioni che riducono la base imponibile e le tasse. Secondo lo studio «Corporate Tax Haven Index 2019» del Tax Justice Network, le aliquote che ogni Paese dichiara in alcuni casi sono molto diverse da quelle realmente applicate. L’Italia, ad esempio, ha un’aliquota del 28% che scende, al massimo dello sconto, al 26,9%. Questo è quello che succede nella stragrande maggioranza dei Paesi dell’Ue. Ma non in Belgio (dove l’aliquota formale passa dal 30% al 3%), a Cipro (dal 13% allo 0%), in Irlanda (dal 13% allo 0%), in Lussemburgo (dal 26% allo 0,3%), a Malta (dal 35% al 5%) e in Olanda (dal 25% al 2,44%).

Questi paradisi fiscali europei garantiscono alle aziende una pressione fiscale che è inferiore al 5%, ma grazie alla mole dei profitti spostati, riescono a incassare, in proporzione, più dei paesi normali. Il gettito raccolta dalla tassazione del reddito di società è, secondo Eurostat, circa il 6% del Pil in Lussemburgo, il 5,5% a Malta e Cipro e il 4% circa in Belgio e Olanda. In Italia è il 2%. Ma ancora più impressionante è il volume degli investimenti diretti esteri in entrata in questi Paesi. In Lussemburgo rappresentano il 6.000% del Pil, a Malta il 1.500%, a Cipro il 1.000%, in Olanda il 550% e in Irlanda il 200%. Poi ci sono i casi di Bulgaria e Ungheria che garantiscono già di base aliquote del 10 e 9%.

Quanto vale il profit shifting
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I profitti spostati all’estero in tutto il mondo arrivano a 544 miliardi di euro: il 36,23% dei 1.500 miliardi di euro realizzati dalle multinazionali attraverso le controllate estere. Lo dice il paper scientifico «The missing profits of Nations» (I profitti perduti delle nazioni), pubblicato dal National bureau of economic research degli Stati Uniti, considerato il più autorevole centro di ricerca economica mondiale e firmato dallo studioso francese Gabriel Zucman, professore a Berkeley, insieme a Ludvig Wier e Thomas Torslov dell’università di Copenhagen. Di questi 257, il 47,24%, approdano in Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta. La percentuale sale, poi, al 52,29% se si considerano solo le aziende che operano nei paesi aderenti all’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: 207 miliardi su 395,85 di utili. La percentuale sale ancora se si considerano solo i Paesi europei: «Ogni cento euro di profitti spostati fuori da un singolo paese europeo — spiegano gli economisti — ottanta finiscono nei paradisi fiscali della stessa Ue».

Il caso Olanda
L’Olanda è tra le più agguerrite sia sul fronte dell’aggressività fiscale, sia su quello del no alla solidarietà nell’emergenza Covid. Un no verso quei Paesi le cui aziende fanno arricchire gli olandesi. La Fort Knox olandese è a Prins Bernhardplein 200, quattro chilometri dal centro di Amsterdam, dove lavorano i professionisti che gestiscono la società che cura gli interessi delle aziende domiciliatarie . Qui ha sede Intertrust, che si occupa degli affari di oltre 2.812 aziende europee e mondiali: assistenza legale, contabilità, amministrazione, transazioni finanziarie, proprietà intellettuale e tesoreria. Poco lontano ci sono le sedi di colossi come eBay (con due filiali), Uber (con ben 16 società), Google, Nike, Ikea, Starbucks.

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Incrociando le risorse (dipendenti, uffici) che queste società possiedono in Olanda, e gli utili che qui realizzano si scopre che ogni singolo dipendente olandese genera profitti per 530 mila euro l’anno, contro la media europea di 60mila (con Italia e Germania allineate intorno ai 42mila e Francia a 33mila). Il significativo risparmio fiscale è il tema centrale: l’Aja non tassa dividendi in entrata e uscita, plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni societarie, interessi e royalties. Rimane tutto, in maniera lecita, nelle tasche dei proprietari, facilitati poi a spostare i propri capitali in altri paradisi fiscali extra Ue. Inoltre la legge olandese, in tema di controllo societario, permette di mettersi al riparo dalle scalate dando la possibilità di esercitare un controllo totale sull’azienda anche con una quota di minoranza. Ad esempio Exor, la finanziaria di casa Agnelli che è emigrata in Olanda nel 2016, possiede il 28,98% di FCA ma ha il 42,11% dei voti, così come controlla il 26,89% di Cnh (Iveco) ma ha il 41,68% dei voti e il 22,91% di Ferrari ma ha il 32,75% dei voti. E lo stesso hanno fatto i Caltagirone con Cementir e i Berlusconi con Mediaset.

È un modo legale per tirarsi fuori dal mercato libero che ha fatto fiorire le società più o meno di comodo: almeno 15 mila, secondo un rapporto del ministero delle Finanze al Parlamento olandese del 2018, con un flusso di denaro, a livello di fatturato, che va dai 4.500 ai 5.000 miliardi di euro ogni anno. Di questa montagna di soldi solo 199 miliardi sono tassati. Solo dai Paesi membri dell’Ue, l’Olanda risucchia fino a 72 miliardi di euro di profitti aziendali, di cui oltre 3 dall’Italia, secondo le stime dell’economista Gabriel Zucman. Alla fine al fisco olandese vanno, secondo un rapporto del Parlamento europeo, 11,2 miliardi di euro(oltre il 40% del gettito totale sui profitti di impresa nel Paese dei tulipani) che sarebbe dovuto finire nelle casse di altri Stati. Per questo l’ong Tax Justice Network ha collocato l’Olanda al quarto posto tra i paesi del Corporate Tax Haven Index, che classifica i principali paradisi fiscali per le multinazionali, dopo le Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Cayman.
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Il danno per l’Italia
Nel 2019 l’Italia avrebbe perso, secondo Zucman, quasi 24 miliardi di dollari di profitti (il 19% dei ricavi dalla tassazione delle multinazionali), 21 dei quali sarebbero andati a paesi Ue. In Belgio sono finiti 2 miliardi, 8 a Cipro, 5 in Irlanda, 9,6 in Lussemburgo, 0,7 a Malta e 3,4 in Olanda. Altri 3 sono finiti in paradisi fiscali extraeuropei, di cui 2,2 in Svizzera. Tutto questo si traduce in 6,6 miliardi di dollari di tasse in meno: quasi il 10% di quello che ci sono costati nel 2019 gli interessi sul debito pubblico. Ma siamo in buona compagnia: i profitti societari drenati all’estero ammontano a 48,4 per la Germania e 28,2 per la Francia, per un mancato gettito fiscale che vale 14,3 per Berlino e 9,44 miliardi per Parigi.

Chi scappa da casa nostra
Buona parte dei 6,5 miliardi di euro in tasse sottratti alle casse italiane tornano in tasche italiane: diversi protagonisti di questa pratica scorretta, infatti, arrivano da casa nostra.
Ferrero: la Holding Ferrero International S.A. ha sede legale e fiscale in Lussemburgo dal 1973, mentre Fedesa, la finanziaria che la controlla, vera cassaforte della famiglia Ferrero, è a Montecarlo.
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Exor: la finanziaria della famiglia Agnelli ha avuto per anni la sede fiscale in Lussemburgo e ora è in Olanda.

Fca e Cnh (Iveco): le due società che fanno capo a Exor hanno sede legale in Olanda e fiscale a Londra.

Ferrari: ha sede legale in Olanda e fiscale in Italia dove, però, dal 2018 ha un regime fiscale agevolato, grazie a un accordo con l’Agenzia delle entrate (patent box) di tassazione sui redditi d’impresa derivanti dall’utilizzo di copyright.

Perfetti Van Melle: il colosso italo-olandese delle caramelle ha sede fiscale e legale in Olanda.

STMicroelectronics: il gruppo italo-francese produce in Italia, ha gli uffici operativi e Ginevra, ma è controllato da una società che ha sede fiscale in Olanda.

Campari: ha spostato da poco la sede legale in Olanda. Quella fiscale rimane in Italia, ma la finanziaria della famiglia Garavoglia che la controlla (la Lagfin) ha sede legale e fiscale in Lussemburgo.

Luxottica: dal 2006 ha sede in Lussemburgo la Holding Delfin, cassaforte della famiglia Del Vecchio che controlla il 32% del gruppo italo-francese EssiloLuxottica.

Tenaris SA: il colosso siderurgico della famiglia Rocca ha sede legale e fiscale in Lussemburgo ed è partecipato dalla Techint, la holding di famiglia, a sua volta partecipata dalla finanziaria San Faustin (sempre dei Rocca) che ha sede legale nelle Antille Olandesi. Nel 2017 ha risolto con 43 milioni di euro un contenzioso col fisco italiano che ne chiedeva 530.
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Poi ci sono le partecipate statali che hanno diverse consociate in Olanda e Lussemburgo che gestiscono i servizi finanziari dei gruppi (tesoreria, servizi generali e di supporto al business) e che usufruiscono della non tassazione su interessi e royalties. Enel ha la Enel Finance International ed Eni ha Eni Finance International SA, Banque Eni SA, Eni International BV, Eni Oil Holdings Bv ed Eni spa Netherlands.

Cosa fa e cosa dovrebbe fare l’Europa
Solo nell’ultimo ciclo istituzionale, poi, sono state finalizzate 26 proposte legislative per migliorare la lotta ai reati finanziari e alla pianificazione fiscale. Ma quelle dell’Europa sono armi spuntate perché, in materia fiscale, ogni Stato è sovrano. La soluzione più corretta sarebbe quella di una tassazione comune sul reddito consolidato dentro l’Unione Europea, la più semplice — spinta da Francia, Germania e Italia — sarebbe quella di una tassazione minima in sotto la quale non si possa andare. Ma per fare questo ci vuole l’unanimità dei voti. La Commissione ha avviato un dibattito nel gennaio 2019 per arrivare a un voto di maggioranza qualificata, almeno in alcuni settori della politica fiscale. Ma la road map, sempre che sia rispettata, si concluderà nel 2025.

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Fino ad allora l’unico strumento di contrasto ce l’ha la Commissione che può bollare come aiuti di Stato gli sconti fiscali, ma l’ha usato con parsimonia: ha condannato la Apple a ridare 13 miliardi di euro di imposte arretrate all’Irlanda, Starbucks 30 milioni ai Paesi Bassi, Amazon e Fiat a ridare rispettivamente 250 milioni e 21,3 al Lussemburgo. Ha aperto indagini su Ikea, McDonald’s e sulla società energetica francese Engie. Ma niente che riporti le tasse là dove sono state di fatto evase.

L’Europarlamento ha istituito una commissione speciale sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale (TAX3) la cui conclusione è stata quella, per la prima volta, di puntare il dito verso alcune Paesi membri, colpevoli di fiscalità aggressiva. In questa fase di emergenza si sarebbe potuto usare lo strumento degli aiuti pubblici che Francia, Danimarca e Polonia ad esempio hanno deciso di non elargire alle società con sedi in paradisi fiscali. Ma Bruxelles ha puntualizzato che questa distinzione è contraria ai principi della libera circolazione dei capitali a cui sono improntati i trattati europei e che i piani di salvataggio pubblico adottati a causa dell’emergenza Covid non possono escludere chi ha la sede in un altro Stato.

mercoledì 24 giugno 2020

DIESELGATE, TANGENTI SIEMENS, RICICLAGGIO DEUTSCHE BANK, ORA IL BUBBONE WIRECARD: BELLO FARSI INSEGNARE L'ETICA DEL LAVORO DAI TEDESCHI - L'ARRESTO DI MARKUS BRAUN, IL MANAGER CHE SI CREDEVA STEVE JOBS, SUBITO RILASCIATO SU CAUZIONE DA 5 MILIONI. I MILIARDI DELLA SUA COMPAGNIA NON SONO MAI ESISTITI - IL MINISTRO SCHOLZ COSTRETTO AD AMMETTERE: ''SIA I REVISORI DEI CONTI SIA LE AUTORITÀ DI VIGILANZA NON SEMBRANO ESSERE STATI EFFICIENTI''

Tonia Mastrobuoni per ''la Repubblica''

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Con il suo perenne maglioncino nero a collo alto, Markus Braun sperava di somigliare al re del nuovo mondo, al guru di Apple Steve Jobs. Ma è stato arrestato a Monaco per lo scandalo Wirecard, per crimini da archeologia della finanza: falso in bilancio e manipolazione dei mercati, cui potrebbe aggiungersi nei prossimi giorni il reato di truffa. Dopo una notte in carcere e dopo aver pagato una cauzione da 5 milioni di euro, l'ormai ex amministratore delegato dell'azienda bavarese è tornato ieri in libertà, ma la Procura di Monaco sta anche cercando uno dei consiglieri, Jan Marsalek.

Il top manager sarebbe a Manila. Non in fuga, sostiene, ma per raccogliere importanti documenti che possano scagionare la società dalle accuse pesanti formulate dai magistrati, che riguardano due conti filippini inesistenti. I grandi millantatori dell'ex start up bavarese sembrano essere finiti in guai seri.

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Saranno torchiati da una procuratrice d'acciaio come Hildegard Bäumler- Hösl, famosa per aver scoperto il mega scandalo di corruzione della Siemens e per aver costretto il re della Formula Uno Bernie Ecclestone a pagare 100 milioni di dollari alle casse della Baviera. Braun, il "visionario" austriaco che era stato festeggiato per anni persino dall'autorità di vigilanza Bafin come il Faust dell'high tech in salsa teutonica, come il deus ex machina in grado di riscattare la Germania dai suoi ritardi sull'economia digitale, si è rivelato un ladro e un truffatore.

Peraltro, la testarda cecità della Bafin dinanzi alle palesi incongruenze nei conti di Wirecard sta sollevando anche una bufera politica. Alcuni parlamentari chiedono la testa dei vertici dell'autorità. E persino il ministro delle Finanze Olaf Scholz, che aveva difeso l'azienda monacense fino a lunedì, si è prodotto in una spettacolare inversione a U.
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«Sia i revisori dei conti sia le autorità di vigilanza non sembrano essere stati efficienti», ha ammesso. Il capo della Bafin, Felix Hufeld, ha tuonato che il caso Wirecard «è una vergogna per la Germania». Ma la prossima settimana dovrà spiegare in Parlamento perché non se n'è mai accorto. Undici anni fa Braun aveva fondato Wirecard in periferia di Monaco. Una start up fintech che aveva esordito in un angolo oscuro del web, quello dei giochi online e del porno, offrendosi come intermediaria per i pagamenti. E in poco tempo il gioiellino fintech era diventato la risposta tedesca a Paypal, utilizzato anche da catene di ipermercati e venditori mainstream. All'ultima assemblea degli azionisti un investitore ha raccontato entusiasta di aver investito tutti i soldi della figlia in azioni Wirecard: «Me ne sarà dannatamente grata, mi creda», aveva esclamato.

Un anno fa quelle azioni valevano 150 euro. Ieri hanno chiuso a 17. Il Financial Times , cui va il merito di una testarda serie di inchieste sulla creatura di Braun - che aveva risposto con pesanti querele - ha rivelato ieri che anche un altro mito dell'azienda, quello dell'uso spasmodico dell'intelligenza artificiale per analizzare i dati dei clienti, era, appunto, un mito. I dipendenti scartabellavano primitivi fogli elettronici per dedurre dettagli sugli acquirenti. Tutto doveva servire ad alimentare l'immagine di un'azienda all'avanguardia.
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E il merito del quotidiano finanziario è stato quello di aver acceso per primo un faro sulle incongruenze nei conti e nelle operazioni finanziarie di Wirecard. Lo showdown c'è stato giovedì scorso, quando il revisore dei conti, Ernst&Young, si è rifiutato di certificare il bilancio di Wirecard. L'appuntamento per la presentazione dei conti è slittato così per la terza volta, scatenando una pioggia di vendite che ha affossato il titolo dell'80% in due sedute.

In particolare, E&Y ha sollevato il velo su 1,9 miliardi di euro che sarebbero dovuti essere su due conti correnti nelle Filippine. Ma quando i guardiani della contabilità hanno chiesto dettagli direttamente alle banche, hanno scoperto che i conti erano inesistenti. «Quando ci hanno mostrato il cosiddetto certificato è stato subito chiaro che si trattava di un falso», ha dichiarato alla Reuters Cezar Consing, presidente della Bank of the Philippine Islands (BPI), una delle due dove Wirecard sosteneva di avere una montagna di denaro.

https://www.dagospia.com/rubrica-4/business/dieselgate-tangenti-siemens-riciclaggio-deutsche-bank-ora-bubbone-240405.htm

IL CORONAVIRUS E' PARTITO DAGLI USA ?

Analizziamo alcune circostanze sospette e uno strano legame tra laboratori di biocontenimento statunitense e cinesi. E se il coronavirus non fosse davvero nato a Wuhan, come tutto il mondo crede?

















https://www.iene.mediaset.it/video/coronavirus-partito-usa_823598.shtml

mercoledì 17 giugno 2020

IL MERCATO DI SAVONA - ''GLI ITALIANI SONO FORMICHE CHE LAVORANO PER CICALE ESTERE''. IL PRESIDENTE CONSOB SGANCIA UN PAIO DELLE SUE PROPOSTE ETERODOSSE: BITCOIN DI STATO E BOND PERPETUI ''A UN TASSO MASSIMO DEL 2%, ANZICHÉ ATTINGERE AI PRESTITI DEL MES E DEL RECOVERY FUND''. INSOMMA: CONVINCERE GLI ITALIANI A INVESTIRE I LORO RISPARMI NELLA RIPRESA DEL PAESE PER EVITARE CHE LO STATO SIA COSTRETTO A PRENDERSI QUEI RISPARMI SOTTO FORMA DI PATRIMONIALE…

 SAVONA: GLI ITALIANI SONO FORMICHE CHE LAVORANO PER CICALE ESTERE

"Gli italiani sono tutt'altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere, mentre sono formiche che lavorano per sostenere molte cicale estere". A dirlo, nell'annuale discorso al mercato, è il presidente della Consob, Paolo Savona, che ha ricordato come alla fine dello scorso anno le famiglie italiane disponessero "di una ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria, al netto dell'indebitamento, pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile, di cui il 3,7 volte in forma di attivita' finanziarie, per un ammontare di 4.445 miliardi di euro".
paolo savonaPAOLO SAVONA

    Con il loro lavoro e il loro risparmio, ha aggiunto, gli italiani sostengono le 'cicale' "anche quelle di paesi che hanno un ben differente rilievo economico, come il Canada, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Belgio, la Francia e la gran parte dei paesi sudamericani. Ciò è valido guardando sia alle consistenze, sia ai flussi annuali di risparmio dei paesi citati". "Questi dati non tengono conto delle immense ricchezze artistiche e ambientali del nostro Paese, che sono larga parte del patrimonio dell'umanità, la cui produzione di valore aggiunto, attraverso il turismo e gli scambi culturali, va assumendo il ruolo di volano della crescita delle aree economicamente piu' arretrate del Paese", ha concluso Savona.

Parlando della crisi prodotta dal coronavirus, Savona ha spiegato che è stata anomala, e che non è un caso di fallimento del mercato. "L'anomalia della crisi in corso - ha detto - è stata autorevolmente descritta come un evento che non doveva affrontare una bolla inflazionistica, né un boom di domanda aggregata, né alterazioni sistemiche del mercato finanziario, ma uno sconvolgimento dell'offerta produttiva dovuto a fattori esogeni, in gran parte metaeconomici, in quanto afferenti alla reazione alla pandemia Covid-19.

GIUSEPPE CONTE PAOLO SAVONAGIUSEPPE CONTE PAOLO SAVONA
Quella in corso, rispetto ad altre crisi del passato, non è un caso di fallimento del mercato, né della politica economica; anzi, questa ha reagito prontamente in misura abbastanza soddisfacente, andando anche oltre le forme tradizionali di intervento al fine di impedire che l'instabilità uscisse fuori controllo, soprattutto dal lato finanziario".


2. BITCOIN DI STATO E BTP DI GUERRA LE IDEE ANTICRISI DELLA CONSOB
Gian Maria De Francesco per “il Giornale

È «necessario definire e attuare un nuovo assetto istituzionale che prenda in considerazione e sciolga la dipendenza tra le diverse politiche e i comportamenti dei mercati, finalizzandoli alla crescita del reddito e dell'occupazione, che resta la più efficace forma di protezione del risparmio». L'incontro annuale con i mercati finanziari del presidente della Consob, Paolo Savona, si è caratterizzato per una preponderante spinta «politica» che ha sopravanzato le tematiche economiche di fondo. Il numero uno dell'Authority di Borsa ha così vagheggiato uno scenario nel quale la finanza e le politiche fiscali non siano più relegate in posizione ancillare rispetto alla politica monetaria definita dal sistema delle banche centrali.

PAOLO SAVONAPAOLO SAVONA
Forse l'insieme di proposte nasce anche dalla «subalternità» delle autorità di settore rispetto alla Banca d'Italia che su tutti queste materie ha una naturale primazia. «L'ideale - ha detto Savona - sarebbe di consentire all'insieme delle politiche monetarie e fiscali di cum-petere, concorrere allo stesso fine, ossia integrare o correggere le forze del mercato reale assicurando prezzi stabili per garantire, in condizioni di libertà, la crescita del reddito, dell'occupazione e del benessere sociale».

Di qui due proposte eterodosse. Da un lato, il riferimento (già adombrato nel 2019) alla «nascita di una criptomoneta pubblica» per rendere «indipendente» il sistema dei pagamenti dalla gestione del risparmio, «cessando la simbiosi tra moneta e prodotti finanziari». Dall'altro lato, occorre istituire «una Consulta», composta da studiosi e operatori, per «definire entro l'anno un documento operativo per dare vita a una nuova architettura istituzionale meglio capace di proteggere il risparmio e incanalarlo verso l'attività produttiva».

La parte «politica» del discorso ha poi ceduto il passo all'attesa disamina sul risparmio degli italiani e sulla sua tutela che è compito della Consob. «Il nostro Paese non rappresenta un problema finanziario per il resto dell'Europa e del mondo, ma una risorsa di risparmio a cui l'estero attinge in diverse forme per la sua crescita», ha sottolineato Savona precisando come «a fine 2019 le famiglie italiane disponessero di una ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria, al netto dell'indebitamento, pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile, di cui il 3,7 volte in forma di attività finanziarie, per un ammontare di 4.445 miliardi di euro».

giuseppe conte al senatoGIUSEPPE CONTE AL SENATO
Poiché «gli italiani sono tutt' altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere», è giusto incanalare il risparmio verso il «made in Italy». In primo luogo, anziché attingere ai prestiti del Mes e del Recovery Fund, ha argomentato il presidente Consob, ha auspicato l'emissione di «obbligazioni pubbliche irredimibili» (bond perpetui o Btp di guerra) a un tasso massimo del 2%.

 «Se i cittadini italiani non sottoscrivessero questi titoli, concorrerebbero a determinare decisioni che creerebbero le condizioni per una maggiore imposizione fiscale», ha chiosato. In secondo luogo, occorre «agevolare la formazione di capitale di rischio in sostituzione dell'indebitamento», favorendo «l'azionariato popolare». Critico il presidente della commissione di vigilanza su Cdp, Sestino Giacomoni (Fi), secondo cui «sarebbe indispensabile discutere quanto prima della possibilità di creare un Fondo sovrano italiano capace di indirizzare il risparmio privato verso le pmi». per puntare sulla crescita dell'economia reale».


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