martedì 19 agosto 2014

«In via Fani non c’erano solo le Brigate Rosse» Parla in un'intervista esclusiva al settimanale Oggi l'ex brigatista Raffaele Fiore che prese parte al sequestro Moro

«C’erano persone che non conoscevo. Che non dipendevano da noi. Che erano altri a gestire». In un’intervista esclusiva al settimanale Oggi l’ex brigatista rosso Raffaele Fiore, che il 16 marzo 1978 prese parte al rapimento del presidente della Dc Aldo Moro, ricostruisce così quanto avvenne in via Fani avvalorando il sospetto che non furono solo le Brigate Rosse a gestire il caso Moro.
«Anche rispetto alla presenza sul luogo dell’agguato di una moto Honda con due persone a bordo: né io né gli altri compagni sappiamo nulla della moto, abbiamo avuto modo di parlarne e di riflettere», ha aggiunto il brigatista. «Non so se c’era, né chi erano i due a bordo. Non facevano parte del commando dell’organizzazione».
Fiore, condannato all’ergastolo e dal 1997 in libertà condizionata, nell’intervista, soppesando le parole, afferma anche che da parte delle Br non ci fu «un uso strumentale di altre forze», ma, tuttavia, «si era creata una situazione per cui facendo qualcosa rischiavi, pur non volendo, di essere “utile” ad altri».
Sulla possibilità che Moro venisse salvato, Fiore ha poi aggiunto: «C’erano i presupposti per arrivare a una conclusione, e noi abbiamo fatto diversi tentativi per uscire da quella campagna in modo meno cruento. C’era la volontà di liberare Moro e lo abbiamo fatto capire in tutti i modi. Se loro autonomamente avessero messo fuori, non il gruppo che avevamo chiesto, ma solo due compagni detenuti nonostante le loro gravi condizioni di salute, ci avrebbero spiazzato. Noi siamo stati costretti a quella soluzione finale». L’intervista contiene anche un passaggio molto criptico: «Volevamo solo il rilascio dei nostri compagni, poi abbiamo capito che non sarebbe stato facile portare avanti la battaglia. Che erano entrate troppe forze in campo».
Per il vice presidente dei deputati del Pd, Gero Grassi, tra i promotori della Commissione d’inchiesta sul caso Moro appena varata dal Parlamento, l’intervista a Raffaele Fiore «è l’ennesima conferma che nel caso Moro sono entrati soggetti terzi rispetto alle Brigate Rosse, proprio come ha sempre detto uno dei fondatori delle Br, Alberto Franceschini».
Grassi ricorda, inoltre, che molti osservatori hanno sempre sostenuto «che i fatti dimostrano che la verità raccontata delle Br non è completa e che la presenza a via Fani del colonnello Guglielmi non può essere stata una semplice casualità». La verità del caso Moro, ha concluso l’esponente democratico: «sta affiorando, il nostro compito è quello di contribuire in questa direzione».
Anche Enrico Rossi, l’ex funzionario della Digos di Torino che ha svelato all’Ansa la storia della inchiesta “interrotta” sulla presenza della moto Honda in via Fani, ha commentato le parole di Fiore. «Mi rivolgo a coloro che sanno – ha detto l’ex investigatore -, e non sono pochi, a Torino e non, e gli chiedo un atto di coraggio. Raccontate quello che sapete sulla vicenda della Honda in via Fani: dire la verità vi renderà più coraggiosi».
«Dopo quella intervista – ha aggiunto Rossi – ho subito gravi denigrazioni sia a livello personale che professionale. Politici di vari schieramenti, da destra a sinistra hanno detto che bisognava “tapparmi la bocca” perché ammorbavo l’aria e che il mio scopo era di intorbidire le acque in cui si dibattono reduci degli apparati di sicurezza dello Stato, in perenne conflitto tra loro. Ora ha parlato un brigatista, né pentito né dissociato come Fiore, che si trovava in via Fani la mattina del 16 marzo 1978. Rientra anche lui in un disegno occulto finalizzato a disinformare e depistare, mescolando vero e falso, per spostare l’attenzione sui servizi segreti nostrani o, più semplicemente, il signor nessuno, l’ex Ispettore della Rossi ha soltanto detto la verità in merito ad un’indagine inspiegabilmente sottovalutata?».
Fonti della Procura generale di Roma hanno annunciato che l’intervista di Fiore sarà acquisita dal procuratore generale, Luigi Ciampoli, che dall’aprile scorso ha avocato l’inchiesta, al momento senza indagati, svolta dalla Procura di Roma e derivata dalle dichiarazioni dell’ex ispettore Rossi. L’iniziativa della Procura generale potrebbe rappresentare un passo preliminare in vista di una convocazione di Fiore.

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domenica 17 agosto 2014

DOPO GRECIA E SPAGNA, ARRIVERA’ ANCHE PER L’ITALIA IL GIORNO DELLA “CESSIONE DI SOVRANITÀ” - ALTRO CHE ART.18, AL MACERO ANDRÀ L’INTERO STATUTO DEI LAVORATORI A FAVORE DI UNA PIENA LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO, COMPRESO IL LICENZIAMENTO SENZA GIUSTA CAUSA All’Italia verrà richiesto di fare riforme “vere”, che incidono nella carne, che fanno discutere e smuovono le acque davvero, com’è avvenuto in Grecia e in Spagna. Quel po’ di comprensione sui parametri di Maastricht e sul Fiscal compact non sarà un pasto gratis… -

Francesco Bonazzi per Dagospia

Il vento di Città della Pieve comincia a spirare e non è quello che ci ha raccontato Renzie. Più passano i giorni dall’incontro nel borgo umbro tra Mario Draghi e il nostro premier e più appare chiaro che quando il presidente della Bce parlava di “cessione di sovranità” per fare le riforme non era una semplice ipotesi accademica.

E la prima risposta di Pittibimbo, “decidiamo noi”, era l’ultima spacconata di una fase ormai conclusa in cui si poteva pensare di aggiustare i conti giocando con la fisarmonica della “spending review”.

renzi zappa renzi zappa
Dopo l’uscita degli ultimi dati Istat è diventato chiaro che l’Italia non solo non riuscirà a mantenere gli impegni sulla riduzione del debito, ma che faticherà anche a mantenere il rapporto deficit/pil nei limiti del 3%. E man mano che ci si avvicina al vertice europeo di fine mese si fa strada l’ipotesi dello scambio politico tra riforme e rigore sui conti pubblici.
DRAGHI cazzia RENZI web DRAGHI cazzia RENZI web

In sostanza, i paesi più in difficoltà, guidati da Italia e Francia, s’impegnerebbero ad adottare le riforme considerate prioritarie dall’Europa in cambio di uno sconto sul pareggio di bilancio e sul contenimento dei deficit per il 2015.

Siamo di fronte a quella “cessione di sovranità” di cui parlava Draghi e che a questo punto c’è motivo di ritenere sia stata spiegata nei minimi particolari a Renzie nel faccia a faccia di Città della Pieve.

FINANCIAL TIMES SU RENZI FINANCIAL TIMES SU RENZI
Già, ma quali sono queste riforme “prioritarie” per l’Europa? In Italia è sempre più chiaro che si tratta della riforma del lavoro, già fatta con un certo successo dalla Spagna, che infatti ha ripreso a correre. Su questa, gira più di un’illusione. La più vistosa è che basterà togliere l’articolo 18 per i nuovi assunti per tre anni, salvando al contempo il divieto di licenziamento senza giusta causa per tutti gli altri.

DRAGHI RENZI DRAGHI RENZI
Le riforme che rischiamo di farci chiedere dall’Europa sono un po’ più corpose e vanno oltre una semplice moratoria. L’articolo 18 rischia nel suo complesso ed è tutto lo Statuto dei lavoratori del Settanta a essere in discussione, con una piena liberalizzazione del mercato del lavoro. Non è un caso che Renzie, tentando di schivare la polemica sul singolo articolo 18, abbia detto che è tutto lo Statuto a dover essere messo sotto esame.

maria rosaria rossi maria elena boschi matteo renzi maria rosaria rossi maria elena boschi matteo renzi
Da ora in poi, con il vento di Città della Pieve che soffia sulle riforme, comprese quella fiscale e della giustizia civile, a Renzie e al suo governo non sarà più consentito di balbettare e chi pensa di potersi trastullare in autunno con la sola riforma elettorale sbaglia di grosso.

RENZI SELFIE CON GLI SCOUT RENZI SELFIE CON GLI SCOUT
Sbaglierebbe di grosso anche chi, entrando in una nuova era di “scambi di sovranità” con Bruxelles, pensasse che l’Italia questa volta possa limitarsi a fare il compitino con un po’ di tagli qua e là e promettendo riforme poi da attuare con comode leggi delega quando si trova tempo. All’Italia verrà richiesto di fare riforme “vere”, che incidono nella carne, che fanno discutere e smuovono le acque davvero, com’è avvenuto in Grecia e in Spagna. Quel po’ di comprensione sui parametri di Maastricht e sul Fiscal compact non sarà un pasto gratis.
 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dopo-grecia-spagna-arrivera-anche-italia-giorno-cessione-82920.htm

giovedì 14 agosto 2014

La strage di Ustica e gli imbarazzanti silenzi dell’Aeronautica L'aviazione militare italiana continua a tacere sul disastro del Dc9 Itavia mentre la Francia ha deciso di collaborare alle indagini Pubblicato il 27 giugno 2014 da Fabrizio Colarieti in Misteri italiani // Nessun commento

Chissà ai piani alti dello Stato maggiore dell’Aeronautica militare come avranno preso la notizia che qualcuno, Oltralpe, trentaquattro anni dopo la notte di Ustica, ha deciso di iniziare a scrivere una nuova pagina di questa brutta storia. La verità è ancora lontana, è vero. E lo è anche perché i francesi non è detto che stavolta faranno sul serio. Potrebbero dire e non dire, o, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero raccontare qualcosa che, pur aggiungendo nuovi tasselli a questo rompicapo, non porterà da nessuna parte, anzi.
I familiari delle vittime hanno ragioni da vendere quando affermano che in questa storia, per fare davvero un passo in avanti, serve il pugno duro del governo e della diplomazia internazionale. La magistratura è arrivata fin dove poteva arrivare: a Parigi. Le rogatorie hanno fatto capire ai francesi che in Italia c’è ancora qualcuno che vuole la verità. Oltre deve andare il governo, perché senza l’avallo della politica difficilmente una dozzina di militari francesi, quelli che la Procura di Roma ha già sentito in qualità di testimoni, riusciranno a condurci verso il punto di svolta.
Il punto da non perdere di vista, tuttavia, è anche un altro. E il governo, in questo caso, potrebbe giocare un ruolo decisivo non solo desecretando veline che nella migliore delle ipotesi confermeranno quello che già sappiamo. Perché quella notte, oltre i francesi, gli americani, i libici e la Nato, ebbe un ruolo – e non di certo secondario – anche la nostra Aeronautica. Lo ha ripetuto, per tre volte consecutive, la Cassazione, in sede civile, tornando a ricordare che qualunque cosa sia accaduta nel cielo di Ustica le nostre istituzioni avevano il dovere di proteggere quel volo, e questo non avvenne.
Ai piani alti dello Stato maggiore dell’Ami ancora oggi si fa fatica a trovare una divisa disposta a parlare di Ustica. Perché Ustica, là dentro, ha lasciato una cicatrice indelebile. Ha piegato le ali all’aquila che capeggia sul palazzo di via dell’Università. Ha sporcato decine di carriere e ne ha decise altre. Ma c’erano anche loro quella notte. In volo e a terra davanti ai radar di diverse stazioni che videro cosa stava accadendo attorno al Dc9 Itavia.
Non una parola. Non un commento. I vertici dell’Aeronautica, quelli di oggi, restano in silenzio, come sempre, come quelli di ieri. Dicono che la nuova generazione di ufficiali, quelli che negli anni Ottanta sognavano di entrare nell’Arma azzurra o vi erano appena entrati, la pensino diversamente dai loro predecessori. Ci sono ufficiali di alto rango che considerano Ustica un incidente di percorso, come le vittime che si perdono in guerra. Altri sono offesi e insofferenti verso quell’atteggiamento di chiusura e negazione che ha sempre contraddistinto i vertici della nostra aviazione militare.
Sperare in un cambio di rotta è difficile, ma la politica, per esempio, potrebbe sollecitare l’attuale Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, il generale Pasquale Preziosa, ad aprire i cassetti dei suoi archivi e a collaborare con la magistratura. Sarebbe una mossa coraggiosa e opportuna. Non cancellerebbe le omissioni, le manipolazioni documentali, i depistaggi e i silenzi narrati nelle pagine di Ustica, ma permetterebbero di scrivere la parola fine. Il generale Preziosa è un pilota, si è arruolato nel 1971 e nove anni dopo era già ai comandi degli F-104, gli stessi caccia che la notte di Ustica ebbero un ruolo in uno dei punti chiave di questa vicenda, i cieli della Toscana.
Dunque chi sa parli, e lo faccia presto perché se il vento è davvero cambiato c’è il rischio che i pesanti sospetti, che non hanno mai abbandonato l’Aeronautica, tornino a velare l’immagine di un corpo che è cambiato, ma non abbastanza da permettersi ancora il lusso di voltare le spalle a chi non ha mai smesso di credere che un giorno qualcuno risponderà alla più elementare delle domande: perché?

 http://www.lettera35.it/strage-ustica-aeronautica/

I poteri occulti nel “ventre molle” del Mediterraneo In libreria la nuova edizione de "L'Anello della Repubblica" l'inchiesta della giornalista Stefania Limiti sul "noto servizio" Pubblicato il 11 luglio 2014 da Stefania Limiti in Misteri italiani // 1 Commento

Entrare nelle vicende del servizio segreto clandestino chiamato Anello è un po’ come spingersi in una delle tante stanze di uno «Stato parallelo». Come vedrà il lettore paziente, la fatica va fatta non solo perché permette di attraversare una buona parte della storia d’Italia, ma anche perché è un racconto sul livello occulto del potere che, ancorché sconosciuto per definizione, non è affatto qualcosa di indefinibile e impenetrabile.
Lo storico Angelo Ventura, come ricordo in Doppio livello, propone di individuare i requisiti essenziali del concetto di poteri occulti per non «cadere nel paradosso e dilatar[n]e il concetto sino a privarlo di significato reale e quindi di efficacia» e individua i seguenti caratteri costituenti: «Il segreto, che copre in tutto o in parte i membri, le azioni e talvolta gli stessi fini e addirittura l’esistenza dell’organizzazione; la funzione di contropotere, in quanto perseguono autonomamente fini propri di potere, diversi o contrari rispetto al potere legittimo; il carattere illegale delle attività e, per lo più, della stessa esistenza dell’organizzazione occulta».
Dopo la definizione, Ventura individua i principali poteri occulti operanti nel nostro paese almeno nell’ultimo ventennio, attivi in una dimensione internazionale e caratterizzati da un complesso intreccio di rapporti, pur conservando la loro autonomia: i servizi segreti nazionali, o settori di essi, quando assumono il carattere di corpi separati sottratti al controllo del governo politico, e quelli stranieri, che operano nel nostro territorio con metodi illegali e senza l’autorizzazione del governo italiano; le organizzazioni eversive clandestine, rosse e nere; la loggia massonica P2 e le altre logge segrete; la grande criminalità organizzata, definita anche «strutturata».
Questi sono i soggetti che incontriamo nel racconto dell’Anello e in quello di tutti gli altri organismi e personaggi della guerra sotterranea che ha trovato il suo luogo più naturale nel paese chiave del Mediterraneo, «ventre molle» dell’Alleanza atlantica. I misfatti dell’Anello rientrano a pieno titolo nella storia non ufficiale del nostro paese. Contrariamente a quello che si possa immaginare, di questo organismo noi sappiamo già molto o, almeno abbastanza, rispetto ad altri organismi (ai quali accenna Paolo Cucchiarelli nella sua efficace e lucida postfazione); per esempio, si pensi ai Nuclei di difesa dello Stato di cui sappiamo ben poco.
Dell’Anello – altrimenti conosciuto, sulla base dei documenti esistenti, anche come «noto servizio», nome usato tra gli addetti ai lavori per evitare una sua esplicita e inopportuna identificazione – come si vedrà sappiamo varie cose (nomi, zone territoriali d’influenza, tipo di attività, mezzi a disposizione) anche se non possiamo illuderci di stabilire una gerarchia tra i vari servizi e le agenzie. D’altra parte, non sappiamo se in futuro ne verranno scoperti altri: non si tratta di una ipotesi spericolata, visto che la guerra non convenzionale che è stata esportata in Italia per controllare e orientare l’evoluzione della nostra democrazia si è servita soprattutto di strutture occulte alle quali va aggiunto a pieno titolo, per esempio, il movimento politico Ordine Nuovo.
L’esistenza di segreti è connaturata al potere e non è di per sé espressione di una sua deviazione dai fini legittimi e dichiarati. Così la dialettica tra azioni pubbliche e quelle «coperte» non necessariamente produce zone «affrancate» da ogni possibilità di controllo democratico, come, invece, è successo in Italia. Nel nostro paese i poteri espressione dello Stato democratico-formale ed effettivamente operanti in questa funzione in tutte le sue manifestazioni hanno gestito da una certa distanza poteri illegittimi che hanno fatto parte anch’essi, in definitiva, della nostra Costituzione materiale – definizione che si può adattare perfettamente anche a un solo uomo: Giulio Andreotti, il politico più di altri vicino agli ambienti dell’Anello, uno dei suoi «utilizzatori finali», oseremmo dire.
A riguardo è verosimile quanto mi fu riferito da un uomo dell’Anello sul servizio scorte garantito al politico più longevo d’Italia soprattutto nei suoi spostamenti più riservati come quelli in terra siciliana: Andreotti avrebbe goduto di una agibilità completamente protetta dai resoconti ufficiali cui sono tenuti gli agenti delle scorte di Stato. La storia che leggerete nel mio libro ci introduce, dunque, nelle modalità operative dei poteri occulti i quali si dotano di strumenti invisibili e non rintracciabili.
Per esempio: nel 1977 per riconsegnare il nazista Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla Germania – una scelta che toglieva dignità al nostro paese e che non poteva essere sostenuta pubblicamente – il governo italiano appaltò l’operazione ad Adalberto Titta, il capo operativo dell’Anello, e ai suoi uomini. Chi mai, infatti, avrebbe potuto rintracciarli o, scoperti in fragrante con l’ostaggio in auto, collegarli al direttore ufficiale del servizio (Mario Casardi) che pure in quel momento dirigeva questa particolare operazione di esfiltrazione Nella storia della strategia della tensione sono state determinanti le figure degli «irregolari», come gli agenti dell’Anello e tutti coloro che a vario titolo gli ruotavano intorno – un nome per tutti: il professor Giovanni Maria Pedroni, stimato e noto professionista milanese, segretamente anche medico dell’Anello.
L’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani ammonì i membri della Commissione stragi dicendo di non soffermarsi sulle strutture ufficiali ma di cercare proprio tra gli irregolari. Nel suo libro di memorie Taviani scrive: «Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri “servizi paralleli” spesso equivocati con la Gladio mentre con essa non avevano nulla a che fare». L’ex ministro, che iniziava a essere loquace nell’ultima parte della sua vita, disse ai magistrati di Brescia che: «Il Sifar fu distrutto nel 1966 [...] l’Italia rimase scoperta in questo settore [...] il Sid nacque debole [...] il ministro Tanassi non aveva né competenza né prestigio [...]. Fu in questo clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono sino a costituire una galassia distaccata ormai dal Msi [...]. In alcuni settore del Sid e dell’Arma di Milano e di Padova vi furono delle deviazioni ». Sempre nella stessa circostanza Taviani specificò che, sebbene nel 1958 come ministro della Difesa aveva dato direttive affinché in Gladio non fossero inseriti fascisti e comunisti, «poi ho avuto la sensazione che tra i miei successori ci sia stato un certo lasciar libertà agli organi militari senza addentrarvisi troppo».
Aldo Moro, secondo Pier Paolo Pasolini l’uomo «meno implicato» del sistema democristiano, sapeva dell’esistenza dell’Anello e chiamava «servizi paralleli gli uomini di completamento dei servizi segreti, quelli utilizzati dall’esterno come Guido Giannettini, Caradonna o Delle Chiaie». Moro non avrebbe mai immaginato che proprio alcuni di quegli irregolari sarebbero passati così tanto vicino a lui nel momento finale della sua esistenza. Gli uomini di Adalberto Titta, infatti, ficcarono il naso durante i cinquantacinque giorni nelle prigioni di Moro e il cappellano dell’Anello, padre Enrico Zucca, un francescano molto attivo anche nell’alta borghesia milanese, ebbe la possibilità di entrare in contatto con alcuni esponenti del mondo brigatista per avviare una trattativa che qualcuno più in alto decise poi di far fallire; incredibilmente il ruolo di padre Zucca è stato completamente inabissato da qualunque sede di analisi del caso Moro, tribunali, commissioni parlamenti e tant’altro.
Ma l’Anello non si sarebbe limitato a entrare in azione durante il caso Moro. A detta di una fonte interna alla struttura, già nel 1977 si sarebbe svolta a Bari, nella lussuosa villa di un politico, una riunione segretissima tra Titta, alcuni suoi fidati collaboratori e importanti funzionari dell’amministrazione statunitense e italiana: era settembre e il consesso si riunì all’incirca alle 9 di sera, protetto da guardie esperte messe a presidiare ogni angolo di quel luogo rimasto ignoto. L’oggetto dell’incontro era la supervisione della situazione italiana e, in particolare, delle mosse politiche di Aldo Moro, considerato non affidabile e pericoloso per la stabilità degli interessi statunitensi. Secondo la mia fonte quell’incontro dette il via all’operazione Moro che sarebbe avvenuta «secondo la solita strategia, cioè appena si sarebbe presentata la situazione favorevole».
Non ne sappiamo di più, purtroppo, ma è evidente che la faccenda, oltre a richiamare le modalità del Doppio livello (far fare ad altri le azioni destabilizzanti), confermerebbe la dimensione internazionale dei compiti svolti dall’Anello e la totale permeabilità dei nostri apparati di intelligence, regolari o non, all’influenza straniera, questione del resto comprovata da saggi di analisi e da numerose testimonianze (si pensi a quella del generale Maletti da Johannesburg). Stranamente, ma è una pura coincidenza territoriale, tra le diverse segnalazioni precedenti al rapimento di Aldo Moro, una arrivò proprio dalla zona pugliese. Il 16 febbraio Salvatore Senese, detenuto a Matera, disse di aver saputo che sarebbe avvenuto qualcosa al politico Dc: la «soffiata» arrivò al centro dei servizi di Bari, area dove Moro si recava spessissimo perché era il suo collegio elettorale, ma fu «congelata». La sede centrale del Sismi ne fu informata solo la mattina del 16 marzo 1978, il giorno del rapimento.
La guerra segreta all’Italia deve essere in gran parte ancora scritta. A meno che non ci accontentiamo della versione ufficiale che ci è stata data della Gladio: edulcorata e buonista. La faccenda è ben più complicata di quello che ci è stato fatto credere. Confida oggi lo storico Giuseppe De Lutiis che una sua fidatissima fonte dell’ambiente dell’intelligence gli raccontò che, in effetti, definire i termini dello sdoganamento ufficiale della Gladio non fu semplice e che «la compilazione della lista dei 622 gladiatori ufficiali non fu affatto facile. Attorno a un tavolo discussero per qualche giorno e qualche notte alcuni alti funzionari per decidere chi mettere “in chiaro” e chi tutelare. La mia fonte – continua De Lutiis – sapeva tutto ma non volle mai dirmi altro in merito alla reale consistenza del fenomeno Gladio. Certamente i nomi che si decise di tutelare furono tanti, forse persone insospettabili che mai potremo conoscere a meno di una loro stessa improbabile autodenuncia».
Mi illudo, riscrivendo a distanza di cinque anni questa premessa, che la storia dell’Anello sia ormai nota ai più. Per quasi mezzo secolo è stata totalmente oscura, poi sono caduti alcuni veli che ne garantivano una ferrea clandestinità, ma non perché alcuni protagonisti hanno scelto di parlare e di fare un po’ di pulizia tra le menzogne che hanno accompagnato la nascita e la vita della nostra Repubblica.
In definitiva questa storia, scoperta grazie alle intuizioni del giudice Guido Salvini e alla caparbietà di Massimo Giraudo, l’investigatore che più di altri l’ha ricostruita, conferma che le strutture occulte tutelano sempre se stesse, così come fanno gli uomini dello Stato che ne sono a conoscenza e che le usano. Nessuna gola profonda all’interno delle istituzioni ha mai alzato un dito per dire «io so»: e questo è davvero un cancro per un paese come il nostro, ancora alle prese con il proprio passato mentre intorno a noi tutto il mondo cambia rapidamente.
Testo tratto dalla nuova edizione del libro L’Anello della Repubblica di Stefania Limiti (Chiarelettere, 2014)

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La marcia indietro di Pieczenik sul caso Moro: «istituzioni incompetenti» Il Corriere della Sera pubblica il resoconto dell'interrogatorio, avvenuto in Florida, dell'ex psichiatra ed esperto di sequestri americano Pubblicato il 17 luglio 2014 da Simona Zecchi in Misteri italiani // Nessun commento

Secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, l’interrogatorio del pm Luca Palamara - titolare del filone d’inchiesta riguardante il presunto ruolo che gli Stati Uniti avrebbero avuto nel caso Moro - all’ex consigliere americano di Francesco Cossiga, Steve Pieczenik, avvenuto in Florida a maggio, avrebbe fatto emergere la totale marcia indietro rispetto alle passate e costanti dichiarazioni dell’ ex psichiatra ed esperto di sequestri americano.
Dichiarazioni avvenute fino allo scorso 2 giugno, quando Pieczenik aveva confermato al giornalista investigativo Alex Jones la sua partecipazione e la conseguente influenza del suo ruolo sull’epilogo finale del sequestro Moro. Dichiarazioni sciorinate meglio in un libro di anni fa con il giornalista francese Emmanuel Amara dal titolo inequivocabile Abbiamo ucciso Moro.
A leggere la sintesi dell’interrogatorio riportata sul Corriere, sembra di trovarsi di fronte a un quadro ben preciso: da una parte, la conferma che la decisione cosiddetta della fermezza del governo fosse giusta: «se cedi l’intero sistema cade a pezzi», stigmatizza Pieczenik durante l’interrogatorio; dall’altra, l’assoluto diniego sul ruolo che lo Stato avrebbe avuto. Palamara, infatti, avrebbe domandato se è vero che lo Stato italiano lasciò morire il presidente Dc e Pieczenik risponde: «No, l’incompetenza dell’intero sistema ha permesso la morte di Aldo Moro (…) Tutte le istituzioni erano insufficienti e assenti».
Dunque, cinque processi e quattro Commissioni parlamentari d’inchiesta, inclusa quella che si appresta ad avviare i lavori, con tante novità recentemente emerse e dipanate in diversi filoni aperti dalla magistratura, sarebbero stati una perdita di tempo, perché il presidente della Dc non si salvò per sola incompetenza delle istituzioni. Pieczenik sostiene, inoltre, di essersi limitato a leggere i comunicati delle Brigate Rosse, aver constatato che il governo italiano non era in grado di fare nulla e di essere ripartito. Valutazioni che sarebbero emerse durante la sua segretissima e protettissima presenza a Roma vissuta, dichiara Pieczenik, in stato di terrore e con una pistola, affidatagli da Cossiga, nella cintola.
A onor del vero, un particolare riferito dell’interrogatorio ed emerso sul Corriere, contrasta totalmente rispetto a quanto dichiarato in precedenza da Pieczenik, riguardo l’obiettivo dietro la sua funzione specifica: «Costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da fare, rilasciare Moro», avrebbe dichiarato a Palamara l’esperto di sequestri americano. Quando invece da sempre l’ex consigliere di Cossiga aveva dichiarato: «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro». Due scopi e due finalità opposte: da una parte, opporsi alle trattative tout court fino al rilascio dello statista; dall’altra, quella da lui sempre riferita, seppur ambiguamente, quella di evitare che fosse rilasciato.
La sintesi dell’interrogatorio è tuttavia troppo breve e scevra di ulteriori dettagli per capire cosa avrebbe contestato il pm Palamara a Pieczenik e cosa questi avrebbe avuto da dire a sua “discolpa”, rispetto a quanto già dichiarato e pubblicato, disinformazione a parte. Troppo poco anche rispetto alle novità appunto emerse che riguarderebbero invece il ruolo dello Stato, linea della fermezza sempre a parte. In attesa che si aprano i lavori della Commissione d’inchiesta, fortemente voluta e ottenuta dal vice presidente dei deputati del Partito democratico, Gero Grassi, aspettiamo anche di vedere l’effetto che avranno le nuove dichiarazioni sull’inchiesta in corso.
«Le avevamo già sentite le parole dell’esperto Usa Steve Pieczenick, ripetute, finalmente, davanti a una magistrato italiano: “Non dovevamo salvare Moro ma stabilizzare il vostro Paese”. Pieczenick conferma che dietro al caso Moro ci fu un vero e proprio golpe». Afferma Grassi commentando l’artico del Corriere della Sera. «Sono così tanti i fatti non spiegati – aggiunge il vice presidente dei deputati del Pd – che abbiamo voluto dotarci di uno strumento per una nuova inchiesta perché l’Italia ha bisogno della verità su un delitto politico che ha deviato il corso degli eventi nel nostro paese. Siamo in attesa che tutti i gruppi parlamentari indichino ai presidenti Boldrini e Grasso i nomi dei propri componenti: occorre fare presto, in modo che la Commissione possa diventare operativa».
 http://www.lettera35.it/interrogatorio-pieczenik-caso-moro-istituzioni-incompetenti/

Spie, Brigate Rosse e Aldo Moro, i misteri di Hyperion Gli ambigui legami della scuola di lingua fondata a Parigi nel 1976 tra terrorismo, spionaggio e sinistra extraparlamentare Pubblicato il 29 marzo 2014 da Daniele Scopigno in Misteri italiani // Nessun commento

Spie, Brigate rosse e misteri. Così come il suo significato astronomico, Hyperion (Iperione) era ritenuta una struttura satellite della sinistra extraparlamentare italiana in Francia. O almeno lo era in parte, perché la sua storia si intreccia con il caso Moro, ma anche con altri misteri, tanto da essere stata descritta come un centro di varie formazioni terroristiche nazionali (Br) e internazionali (Eta, Ira e Olp), se non una camera di compensazione dei servizi segreti di Est e Occidente per mantenere gli equilibri mondiali del dopo Yalta.
Formalmente Hyperion, precedente nome Agorà, è stata fondata a Parigi nel 1976 (al civico 27 di Quai de la Tournelle, nella foto oggi ndr) come scuola di lingua da Giulia Archer, convivente di Corrado Simioni, compagno di partito di Bettino Craxi nel movimento giovanile socialista e fondatore del Collettivo politico metropolitano (Cpm), gruppo progenitore delle Brigate rosse. Come scrive Giuseppe de Lutiis, in “Il Golpe di via Fani”,  i fondatori di Hyperion sono proprio Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris, Innocente Salvoni e Francoise Tuscher, nipote dell’Abbé Pierre. L’Hyperion entra nel mirino della magistratura italiana già nel 1979, nell’inchiesta del giudice Pietro Calogero sui presunti collegamenti tra Autonomia operaia e il terrorismo. L’inchiesta Calogero sara però smontata da una pressante campagna di stampa.
Altre inchieste punteranno, invece, a ciò che ci sarebbe stato al di sopra dell’ex Agorà, ovvero il Superclan, una struttura ristrettissima nella quale si ipotizza ci fossero legami tra la sinistra exparlamentare e i servizi segreti Nato. Del resto Berio in una lettera avrebbe ammesso di essere un informatore del servizio segreto militare italiano, l’allora Sid. Insomma è il mondo del terrorismo di quegli anni, gli intrecci della eversione con i servizi, deviati o meno. Uno dei nomi usati dalla struttura era anche ”la Ditta” o ”le zie rosse”. Di questo Superclan avevano fatto parte Mario Moretti e Prospero Gallinari, due dei principali protagonisti del caso Moro, e Corrado Alunni, uno dei leader di Prima Linea.
L’ipotesi è che proprio in Francia ci fosse la base dei “cervelli” delle Br, manovrate dall’estero da una struttura che si pensa possa essere proprio Hyperion o il Superclan. E sul Corriere della Sera del 1979, il giornalista Antonio Ferrari scrive: “Mulinaris, Berio e Simioni sono vecchi amici di Renato Curcio (…). I nomi di Mulinaris e Simioni sono ricomparsi, seguendo la pista dell’istituto”. L’inchiesta italiana del giudice Rosario Priore, con l’ipotesi di aver costituito in Francia una banda armata operante su territorio estero, ricorda l’Ansa, finì però per confluire in quella veneziana del giudice Carlo Mastelloni, che aveva inquisito Simioni, Mulinaris e Berio per reati più gravi, tra cui un traffico di armi con le Brigate rosse e l’Olp. Tra gli imputati figuravano anche Abu Ayad, capo dei servizi di sicurezza di Al Fatah e alti ufficiali dei servizi segreti italiani, tra cui i generali Nino Lugaresi, Pasquale Notarnicola e Giulio Grassini. Il processo veneziano si concluse nel 1990 con un’assoluzione generale.
In un articolo del 2012, il sito internet di Le Monde si occupa di Hyperion e riporta questo: “Le analisi, che fino ad oggi sono ipotesi, di alti ufficiali dei Carabinieri (N. Bozzo), di giudici (R. Priore, P. Calogero), di un leader storico della Br (Franceschini), di inchieste parlamentari (G. Pellegrino), storici (G. Lutiis) e, in ultima analisi, di giornalisti investigativi (G. Fassanella, Paolo Cuchiarelli), incorporano Hyperion sotto la tutela degli accordi di Yalta”. “Questa scuola – scrive il giornale francese – è considerata come una camera di compensazione tra i servizi segreti”, anche se l’inchiesta su questa tesi, ripresa dalla magistratura francese, non portò a nulla.
Ed è stata anche la Commissione Stragi a ipotizzare che Hyperion potesse essere una struttura per operazioni contro i nemici di Yalta. Motivo per cui Moro, questo lo scenario, sarebbe finito nel mirino di determinate strutture. Un altro aspetto apre dubbi sull’ipotesi dell’intreccio Hyperion-Moro. La scuola aveva, infatti, un ufficio anche a Roma in via Nicotera 26 dal 1977. Secondo alcune ricostruzioni, nel palazzo avrebbero avuto sede società vicine ai servizi segreti, in particolare al Sismi. Gli uffici chiuderanno nel giugno del 1978, ovvero una esistenza breve nel pieno delle attività per il sequestro di Moro.

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