giovedì 14 agosto 2014

I poteri occulti nel “ventre molle” del Mediterraneo In libreria la nuova edizione de "L'Anello della Repubblica" l'inchiesta della giornalista Stefania Limiti sul "noto servizio" Pubblicato il 11 luglio 2014 da Stefania Limiti in Misteri italiani // 1 Commento

Entrare nelle vicende del servizio segreto clandestino chiamato Anello è un po’ come spingersi in una delle tante stanze di uno «Stato parallelo». Come vedrà il lettore paziente, la fatica va fatta non solo perché permette di attraversare una buona parte della storia d’Italia, ma anche perché è un racconto sul livello occulto del potere che, ancorché sconosciuto per definizione, non è affatto qualcosa di indefinibile e impenetrabile.
Lo storico Angelo Ventura, come ricordo in Doppio livello, propone di individuare i requisiti essenziali del concetto di poteri occulti per non «cadere nel paradosso e dilatar[n]e il concetto sino a privarlo di significato reale e quindi di efficacia» e individua i seguenti caratteri costituenti: «Il segreto, che copre in tutto o in parte i membri, le azioni e talvolta gli stessi fini e addirittura l’esistenza dell’organizzazione; la funzione di contropotere, in quanto perseguono autonomamente fini propri di potere, diversi o contrari rispetto al potere legittimo; il carattere illegale delle attività e, per lo più, della stessa esistenza dell’organizzazione occulta».
Dopo la definizione, Ventura individua i principali poteri occulti operanti nel nostro paese almeno nell’ultimo ventennio, attivi in una dimensione internazionale e caratterizzati da un complesso intreccio di rapporti, pur conservando la loro autonomia: i servizi segreti nazionali, o settori di essi, quando assumono il carattere di corpi separati sottratti al controllo del governo politico, e quelli stranieri, che operano nel nostro territorio con metodi illegali e senza l’autorizzazione del governo italiano; le organizzazioni eversive clandestine, rosse e nere; la loggia massonica P2 e le altre logge segrete; la grande criminalità organizzata, definita anche «strutturata».
Questi sono i soggetti che incontriamo nel racconto dell’Anello e in quello di tutti gli altri organismi e personaggi della guerra sotterranea che ha trovato il suo luogo più naturale nel paese chiave del Mediterraneo, «ventre molle» dell’Alleanza atlantica. I misfatti dell’Anello rientrano a pieno titolo nella storia non ufficiale del nostro paese. Contrariamente a quello che si possa immaginare, di questo organismo noi sappiamo già molto o, almeno abbastanza, rispetto ad altri organismi (ai quali accenna Paolo Cucchiarelli nella sua efficace e lucida postfazione); per esempio, si pensi ai Nuclei di difesa dello Stato di cui sappiamo ben poco.
Dell’Anello – altrimenti conosciuto, sulla base dei documenti esistenti, anche come «noto servizio», nome usato tra gli addetti ai lavori per evitare una sua esplicita e inopportuna identificazione – come si vedrà sappiamo varie cose (nomi, zone territoriali d’influenza, tipo di attività, mezzi a disposizione) anche se non possiamo illuderci di stabilire una gerarchia tra i vari servizi e le agenzie. D’altra parte, non sappiamo se in futuro ne verranno scoperti altri: non si tratta di una ipotesi spericolata, visto che la guerra non convenzionale che è stata esportata in Italia per controllare e orientare l’evoluzione della nostra democrazia si è servita soprattutto di strutture occulte alle quali va aggiunto a pieno titolo, per esempio, il movimento politico Ordine Nuovo.
L’esistenza di segreti è connaturata al potere e non è di per sé espressione di una sua deviazione dai fini legittimi e dichiarati. Così la dialettica tra azioni pubbliche e quelle «coperte» non necessariamente produce zone «affrancate» da ogni possibilità di controllo democratico, come, invece, è successo in Italia. Nel nostro paese i poteri espressione dello Stato democratico-formale ed effettivamente operanti in questa funzione in tutte le sue manifestazioni hanno gestito da una certa distanza poteri illegittimi che hanno fatto parte anch’essi, in definitiva, della nostra Costituzione materiale – definizione che si può adattare perfettamente anche a un solo uomo: Giulio Andreotti, il politico più di altri vicino agli ambienti dell’Anello, uno dei suoi «utilizzatori finali», oseremmo dire.
A riguardo è verosimile quanto mi fu riferito da un uomo dell’Anello sul servizio scorte garantito al politico più longevo d’Italia soprattutto nei suoi spostamenti più riservati come quelli in terra siciliana: Andreotti avrebbe goduto di una agibilità completamente protetta dai resoconti ufficiali cui sono tenuti gli agenti delle scorte di Stato. La storia che leggerete nel mio libro ci introduce, dunque, nelle modalità operative dei poteri occulti i quali si dotano di strumenti invisibili e non rintracciabili.
Per esempio: nel 1977 per riconsegnare il nazista Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla Germania – una scelta che toglieva dignità al nostro paese e che non poteva essere sostenuta pubblicamente – il governo italiano appaltò l’operazione ad Adalberto Titta, il capo operativo dell’Anello, e ai suoi uomini. Chi mai, infatti, avrebbe potuto rintracciarli o, scoperti in fragrante con l’ostaggio in auto, collegarli al direttore ufficiale del servizio (Mario Casardi) che pure in quel momento dirigeva questa particolare operazione di esfiltrazione Nella storia della strategia della tensione sono state determinanti le figure degli «irregolari», come gli agenti dell’Anello e tutti coloro che a vario titolo gli ruotavano intorno – un nome per tutti: il professor Giovanni Maria Pedroni, stimato e noto professionista milanese, segretamente anche medico dell’Anello.
L’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani ammonì i membri della Commissione stragi dicendo di non soffermarsi sulle strutture ufficiali ma di cercare proprio tra gli irregolari. Nel suo libro di memorie Taviani scrive: «Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri “servizi paralleli” spesso equivocati con la Gladio mentre con essa non avevano nulla a che fare». L’ex ministro, che iniziava a essere loquace nell’ultima parte della sua vita, disse ai magistrati di Brescia che: «Il Sifar fu distrutto nel 1966 [...] l’Italia rimase scoperta in questo settore [...] il Sid nacque debole [...] il ministro Tanassi non aveva né competenza né prestigio [...]. Fu in questo clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono sino a costituire una galassia distaccata ormai dal Msi [...]. In alcuni settore del Sid e dell’Arma di Milano e di Padova vi furono delle deviazioni ». Sempre nella stessa circostanza Taviani specificò che, sebbene nel 1958 come ministro della Difesa aveva dato direttive affinché in Gladio non fossero inseriti fascisti e comunisti, «poi ho avuto la sensazione che tra i miei successori ci sia stato un certo lasciar libertà agli organi militari senza addentrarvisi troppo».
Aldo Moro, secondo Pier Paolo Pasolini l’uomo «meno implicato» del sistema democristiano, sapeva dell’esistenza dell’Anello e chiamava «servizi paralleli gli uomini di completamento dei servizi segreti, quelli utilizzati dall’esterno come Guido Giannettini, Caradonna o Delle Chiaie». Moro non avrebbe mai immaginato che proprio alcuni di quegli irregolari sarebbero passati così tanto vicino a lui nel momento finale della sua esistenza. Gli uomini di Adalberto Titta, infatti, ficcarono il naso durante i cinquantacinque giorni nelle prigioni di Moro e il cappellano dell’Anello, padre Enrico Zucca, un francescano molto attivo anche nell’alta borghesia milanese, ebbe la possibilità di entrare in contatto con alcuni esponenti del mondo brigatista per avviare una trattativa che qualcuno più in alto decise poi di far fallire; incredibilmente il ruolo di padre Zucca è stato completamente inabissato da qualunque sede di analisi del caso Moro, tribunali, commissioni parlamenti e tant’altro.
Ma l’Anello non si sarebbe limitato a entrare in azione durante il caso Moro. A detta di una fonte interna alla struttura, già nel 1977 si sarebbe svolta a Bari, nella lussuosa villa di un politico, una riunione segretissima tra Titta, alcuni suoi fidati collaboratori e importanti funzionari dell’amministrazione statunitense e italiana: era settembre e il consesso si riunì all’incirca alle 9 di sera, protetto da guardie esperte messe a presidiare ogni angolo di quel luogo rimasto ignoto. L’oggetto dell’incontro era la supervisione della situazione italiana e, in particolare, delle mosse politiche di Aldo Moro, considerato non affidabile e pericoloso per la stabilità degli interessi statunitensi. Secondo la mia fonte quell’incontro dette il via all’operazione Moro che sarebbe avvenuta «secondo la solita strategia, cioè appena si sarebbe presentata la situazione favorevole».
Non ne sappiamo di più, purtroppo, ma è evidente che la faccenda, oltre a richiamare le modalità del Doppio livello (far fare ad altri le azioni destabilizzanti), confermerebbe la dimensione internazionale dei compiti svolti dall’Anello e la totale permeabilità dei nostri apparati di intelligence, regolari o non, all’influenza straniera, questione del resto comprovata da saggi di analisi e da numerose testimonianze (si pensi a quella del generale Maletti da Johannesburg). Stranamente, ma è una pura coincidenza territoriale, tra le diverse segnalazioni precedenti al rapimento di Aldo Moro, una arrivò proprio dalla zona pugliese. Il 16 febbraio Salvatore Senese, detenuto a Matera, disse di aver saputo che sarebbe avvenuto qualcosa al politico Dc: la «soffiata» arrivò al centro dei servizi di Bari, area dove Moro si recava spessissimo perché era il suo collegio elettorale, ma fu «congelata». La sede centrale del Sismi ne fu informata solo la mattina del 16 marzo 1978, il giorno del rapimento.
La guerra segreta all’Italia deve essere in gran parte ancora scritta. A meno che non ci accontentiamo della versione ufficiale che ci è stata data della Gladio: edulcorata e buonista. La faccenda è ben più complicata di quello che ci è stato fatto credere. Confida oggi lo storico Giuseppe De Lutiis che una sua fidatissima fonte dell’ambiente dell’intelligence gli raccontò che, in effetti, definire i termini dello sdoganamento ufficiale della Gladio non fu semplice e che «la compilazione della lista dei 622 gladiatori ufficiali non fu affatto facile. Attorno a un tavolo discussero per qualche giorno e qualche notte alcuni alti funzionari per decidere chi mettere “in chiaro” e chi tutelare. La mia fonte – continua De Lutiis – sapeva tutto ma non volle mai dirmi altro in merito alla reale consistenza del fenomeno Gladio. Certamente i nomi che si decise di tutelare furono tanti, forse persone insospettabili che mai potremo conoscere a meno di una loro stessa improbabile autodenuncia».
Mi illudo, riscrivendo a distanza di cinque anni questa premessa, che la storia dell’Anello sia ormai nota ai più. Per quasi mezzo secolo è stata totalmente oscura, poi sono caduti alcuni veli che ne garantivano una ferrea clandestinità, ma non perché alcuni protagonisti hanno scelto di parlare e di fare un po’ di pulizia tra le menzogne che hanno accompagnato la nascita e la vita della nostra Repubblica.
In definitiva questa storia, scoperta grazie alle intuizioni del giudice Guido Salvini e alla caparbietà di Massimo Giraudo, l’investigatore che più di altri l’ha ricostruita, conferma che le strutture occulte tutelano sempre se stesse, così come fanno gli uomini dello Stato che ne sono a conoscenza e che le usano. Nessuna gola profonda all’interno delle istituzioni ha mai alzato un dito per dire «io so»: e questo è davvero un cancro per un paese come il nostro, ancora alle prese con il proprio passato mentre intorno a noi tutto il mondo cambia rapidamente.
Testo tratto dalla nuova edizione del libro L’Anello della Repubblica di Stefania Limiti (Chiarelettere, 2014)

 http://www.lettera35.it/anello-repubblica-limiti/

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