domenica 6 settembre 2015

A Berlusconi restano i soldi: offshore È stato condannato e non potrà più farsi eleggere. Però una partita con i giudici Berlusconi l'ha vinta: il miliardo e passa di euro che ha nascosto all'estero e non è mai stato trovato di Paolo Biondani

Dopo tanti processi, la bagarre politica che accompagna la sentenza della Cassazione sull'affare Mediaset rischia di far dimenticare una verità assoluta, che prescinde dagli alterni e comunque controversi risultati dei singoli casi giudiziari, per quanto importanti: Silvio Berlusconi resta senza dubbio l'imputato più furbo d'Italia.

Per misurare la sua grandezza, basta accantonare i codici e seguire la pista dei soldi, ripercorrendo la storia di una formidabile caccia al tesoro che dura da vent'anni. Un autentico tesoro: a conti fatti, più di un miliardo e 100 milioni di euro. Una montagna di denaro nascosto all'estero, che una raffica di sentenze definitive, convalidate negli anni scorsi anche dalla Cassazione, nell'indifferenza quasi generale, avevano già certificato come «la cassaforte occulta del gruppo Berlusconi».

Il bello è che nessuna autorità è mai riuscita a toccare un solo euro di quella fortuna. Insomma, per quanto sia ancora lontana la fine di altri processi ad alto rischio, a cominciare dal caso Ruby che vede il leader del centrodestra condannato in primo grado a sette anni, la più grande caccia al tesoro dell'ultimo ventennio l'ha stravinta lui.

Tutto comincia con un calciatore: Gianluigi Lentini, ceduto al Milan dal Torino nel 1994. Berlusconi guida il suo primo governo, dopo il trionfo alle elezioni in cui ha potuto presentarsi come l'anti-politico: uno dei pochissimi capitani d'azienda ancora non coinvolti in Tangentopoli. Nell'Italia già in crisi, il prezzo di quell'attaccante crea un certo scandalo: 18 miliardi e mezzo di lire. Ma il vero problema è che il presidente del Torino va in bancarotta e a quel punto confessa di aver intascato altri 10 miliardi (5 milioni di euro) in nero.

Da dove arrivano quei soldi? Da una misteriosa società offshore, la New Amsterdam, che li ha trasferiti in Italia tramite una finanziaria elvetica che spostava anche soldi di Cosa Nostra. I pm di Mani Pulite scoprono che questa New Amsterdam è gestita dalla filiale svizzera della Fininvest. Assistiti dal procuratore Carla Del Ponte, riescono a farla perquisire. Ma non trovano niente. Le carte che scottano sono finite a Londra, nascoste nello studio dell'avvocato David Mills.

A Milano intanto infuria Tangentopoli. Quattro squadre della Guardia di Finanza confessano di aver intascato mazzette dal gruppo Fininvest. Il governo Berlusconi risponde con il decreto Biondi, che punta a scarcerare i tangentisti, ma viene ritirato a furor di popolo.

L'inchiesta più pericolosa riguarda Telepiù, la prima tv a pagamento, che Berlusconi non potrebbe intestarsi per legge: salta fuori che molti soci sono prestanome di lusso, finanziati segretamente con 320 milioni di euro da un altro giro di società offshore, proprio quelle su cui avrebbero dovuto indagare i finanzieri corrotti dalla Fininvest. Nello stesso autunno del '94 il principale cassiere di Bettino Craxi confessa che il leader socialista ha intascato cospicue tangenti in Svizzera. Soldi bonificati dall'ennesima offshore, chiamata All Iberian, che si rivela una cassaforte miliardaria.

Per trovare le carte sparite dalla Svizzera, i magistrati devono mettere in moto la polizia inglese, che il 16 aprile 1996 perquisisce lo studio di Mills. E trova i primi documenti. Il legale inglese sembra collaborare e ammette di aver aiutato i manager Fininvest a manovrare ben 64 offshore, compresa la New Amsterdam. Mentre le banche svizzere documentano che la cassaforte centrale, quella All Iberian che pagava Craxi e tanti altri, ad esempio i giudici corrotti dall'ex ministro Cesare Previti, risulta «appartenente al gruppo Fininvest». Berlusconi, finito all'opposizione, sembra perduto: condannato in tribunale per le tangenti al Psi di Craxi e alla Guardia di Finanza, nel 2000 tenta di trattare un patteggiamento per la maxi-accusa di falso in bilancio, nata proprio dalla scoperta del "sistema All Iberian", ben 775 milioni di euro nascosti in quei conti offshore.

Ma dopo le prime riforme della giustizia e soprattutto la vittoria elettorale del 2001, per il miliardario imputato cambia tutto. Una legge del 2002 annienta il reato-base di falso in bilancio: Berlusconi guadagna la prescrizione sia per l'affare Lentini sia per tutta la vicenda All Iberian, oltre che per la corruzione giudiziaria del Lodo Mondadori. Le sentenze definitive spiegano che «non può certo dirsi innocente», ma ormai neppure il fisco può fargli niente: i conti svizzeri si possono usare come prove solo nei processi penali, mai contro l'evasione in sé. Intanto una sezione della Cassazione lo assolve pienamente per le tangenti alla Guardia di Finanza, senza neppure un processo-bis, pur condannando i suoi manager-parlamentari: loro hanno corrotto perfino un generale, ma lui poteva non saperlo.

E i soldi svizzeri di All Iberian dove sono finiti? Spariti in un altro paradiso fiscale: le nuove carte rivelano che, proprio tra il decreto Biondi del '94 e la perquisizione inglese del '96, il tesoro si è spostato alle Bahamas, sotto la regia dell'impenetrabile banca Arner.

Solo nel 2001, dopo altri cinque anni di opposizioni legali della Fininvest, arriva in Italia la documentazione su altri conti svizzeri. Che svela la storia delle offshore più strategiche, quelle che pompavano i soldi dentro la cassaforte All Iberian. E qui comincia l'inchiesta Mediaset. Le nuove carte raccontano che la perquisizione dello studio Mills fu depistata: un banchiere della Arner ha portato via 43 scatoloni di documenti. Dunque, nuova caccia al tesoro, tra Guernsey e l'Isola di Man. Anche qui sembra sparito tutto, tranne un appunto di cinque righe con un indirizzo di Londra: il nascondiglio dove nel giugno 2003 vengono finalmente trovate le carte mancanti. Di fronte ai documenti, Mills ammette di aver gestito anche le offshore supersegrete. E conferma che Berlusconi, appena fu indagato, gli chiese di intestarne un paio ai due figli maggiori, comportandosi da vero padrone.

Queste nuove casseforti offshore, così ben nascoste, hanno incamerato solo dal 1994 al 1998 la bellezza di altri 368 milioni di euro. La difesa le ha sempre definite società estranee, che compravano i diritti di trasmettere film americani e li rivendevano alle tv italiane. Per l'accusa invece erano solo un trucco (paragonato dai manager al «gioco delle tre carte») che consentiva a Mediaset di gonfiare a dismisura i costi dichiarati al fisco italiano. E a qualche furbone di nascondere i soldi nei paradisi esteri.

Dopo tutte le precedenti sentenze definitive, il nuovo processo Mediaset doveva solo stabilire chi fosse quel furbone. Partendo da una confessione. Spaventato dalle indagini inglesi, infatti, Mills rivela al suo commercialista e nel 2004 anche ai pm milanesi di aver incassato una tangente di 600 mila euro dalla Fininvest proprio per non testimoniare che le offshore del tesoro televisivo erano «di proprietà di Berlusconi».

È allora che si apre l'altro processo per la corruzione del testimone inglese: Mills cerca di ritrattare, ma viene condannato in primo e secondo grado, mentre Berlusconi rinvia i verdetti grazie a leggi incostituzionali. La mossa più astuta è del 2005: la legge ex Cirielli dimezza i tempi della prescrizione e rende impunibile la corruzione di Mills. La stessa riforma minimizza anche le accuse del processo Mediaset: dei 368 milioni scoperti dalle indagini, sopravvive solo l'ultima fetta di frode fiscale da 7,3 milioni di euro.

Tra tante sentenze definitive, un dato economico resta assodato: i tesori delle offshore sono spariti. Anche perché molte indagini si sono fermate contro muri di gomma: nessuna collaborazione da Hong Kong né da altri paradisi fiscali. E perfino a Parigi, quando la procura è andata a cercare due archivi dei contratti di Mediaset, si è sentita rispondere che uno era andato distrutto da «un incendio fortuito», l'altro da «un allagamento».


Nell'articolo c'è una data sbagliata, segnalata da un lettore: il 1994 è l'anno in cui si scopre il nero pagato per l'acquisto di Lentini che risale al luglio 1992 (P.B)

 http://espresso.repubblica.it/googlenews/2013/08/05/news/a-berlusconi-restano-i-soldi-offshore-1.57472

Vendita Milan, Berlusconi: “Operazione è vera, non ho soldi all’estero”

L'ex premier: "Di questi tempi, con questo governo, credo che se uno ha dei soldi fuori difficilmente potrebbero convincerlo a riportarli indietro. Comunque io non ne ho, facciano pure tutte le indagini che vogliono"
di | 18 agosto 2015
“Devo confessare che all’estero ho solo una casa e non ho un euro”. Parola di Silvio Berlusconi che, intervistato lunedì sera da Sky Sport dopo la partita vinta dal Milan contro il Perugia in Coppa Italia, ha commentato “un articolo pubblicato sull’Espresso in cui si dice che il Milan non vale un miliardo e che sarebbe una operazione per far rientrare capitali dall’estero“. L’ex presidente del Consiglio ha quindi dichiarato che fra quindici giorni vedrà Bee Taechaubol “e speriamo di chiudere definitivamente la trattativa” per la vendita del 48% del club rossonero al broker thailandese. “L’operazione è molto più ardita di quella che appare oggi”, sostiene l’ex Cavaliere.
Quanto appunto agli interrogativi sollevati dalla stessa operazione Berlusconi sostiene che “di questi tempi, con questo governo, credo che se uno ha dei soldi fuori difficilmente potrebbero convincerlo a riportarli indietro. Comunque io non ne ho, facciano pure tutte le indagini che vogliono. L’operazione è tutta di Mr. Bee, è tutta assolutamente vera e spero che possa andare in porto”.
In un articolo pubblicato il 14 agosto scorso l’Espresso ha ripercorso i punti più controversi dell’operazione ricordando innanzitutto che il broker thailandese “non ha la forza per mettere sul piatto i 480 milioni richiesti entro il 30 settembre” e “non ha neanche i soldi per versare una caparra o, in caso di mancato acquisto, per pagare la penale di cui si è favoleggiato per mesi e che è stata ritirata dal tavolo”. Senza contare il fatto che Mr. Bee è definito appunto un broker, cioè un mediatore che agisce per conto terzi, ma “ad oggi nessuno sa chi siano” i terzi in questione.
Altra questione analizzata dal settimanale del gruppo De Benedetti, quella per cui “nessuna banca presterebbe a Bee 480 milioni sulla base del business plan annunciato che prevede, entro due anni, ricavi commerciali aggiuntivi dal mercato asiatico per 380 milioni di euro contro gli attuali 80 complessivi e un raddoppio della valutazione, già totalmente fuori del mercato, a quota 2,2 miliardi di euro. Non è chiaro cosa possa vincere  di così importante nei prossimi due anni il Milan. A oggi nessuna istituzione finanziaria ha garantito per Bee”. Mentre “a dispetto della lista di investitori sovrani tailandesi, cinesi, di Abu Dhabi, evocati nella trattativa, il mediatore Bee è a sua volta circondato da un gruppo di mediatori made in Italy, se non made in Fininvest“.
In particolare l’Espresso ricorda la comparsata dell’ex collaboratore del Biscione, Pablo Victor Dana, del gruppo bancario di Dubai Ndb e cita i nomi dell’ex Publitalia Valentino Valentini, coordinatore delle relazioni internazionali del partito noto come gran tessitore dei rapporti tra l’ex Cavaliere e l’entourage di Vladimir Putin; di Gerado Segat, l’advisor che di mestiere offre servizi fiduciari e finanziari grazie a una catena di società tra Lugano e Londra e di Licia Ronzulli, ex infermiera ora europarlamentare di Forza Italia ora vicepresidente di Fiera di Milano. Un nome che evoca anche lo strano caso del Portello che il primo azionista della società espositiva, la Fondazione Fiera di Benito Benedini, aveva assegnato al club rossonero per il nuovo stadio milanese dopo un lungo tira e molla, salvo poi vedersela rifiutare dall’oggi al domani.
Dulcis in fundo, il settimanale ha fatto sapere che “l’ingresso di mezzo miliardo di euro anonimi dall’estero in una società italiana è seguito con attenzione dalla Guardia di finanza“. Secondo l’Espresso, quindi, l’unico modo per “chiudere la trattativa con Bee senza fastidi è cedere la minoranza del Milan a un fondo oppure replicare la catena di società offshore messa in piedi dai proprietari dell’Inter, siano Eric Thohir o altri investitori. Considerato che il mister B italiano ha qualche trascorso con le procure e che l’ex presidente interista Massimo Moratti non ha mai fondato un partito, il Milan potrebbe avere qualche fastidio in più rispetto ai colleghi nerazzurri”.

 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/18/vendita-milan-berlusconi-operazione-e-vera-non-ho-soldi-allestero/1965023/

Cosa si Nasconderebbe Dietro la Cessione delle Quote del Milan Calcio ad Un Prezzo Stellare (Se Dovessi Pensare male) Di FunnyKing , il 8 giugno 2015 44 Comment

Attenzione: quanto segue è pura fantapolitica, fantaeconomia, e frutto di cattiva digestione.
Se dovessi pensare male, e siccome non penso mai male (no no, figurarsi) ciò che segue è una mera illazione priva di ogni fondamento, un ipotesi maliziosa che vale meno di un ceto da parrucchiere…
Dunque dicevo… se dovessi pensare male direi che dietro al prezzo stellare pagato dal misterioso Mr Bee(n) si nasconda un simpatico rientro di capitali non dichiarati al fisco da parte di mr. Berlusconi.
Mi spiego.
Sempre per ipotesi, fantasiosa, assurda e non corroborata da nessuna prova, poniamo che mr. Berlusconi abbia accumulato un 500 milioni di euro su conti esteri non dichiarati al fisco.
Continuando con le ipotesi assurde, facciamo che mr. Berlusconi necessiti di tale cifra per i suoi legittimi e pulitissimi nonché onorabilissimi affari in chiaro in Italia.
Uhmmm come fare. (ah che problemi tremendi)
(sempre per ipotesi assurda eh! qui si scherza) Si prende un misterioso Mr.Bee. gli si ammolla un ricco premio milionario e si fa in modo che i soldi neri di mr. Berlusconi transitino su suoi conti (di Mr. Bee) per comprare ad un prezzo fuori dalla grazia del signore e degno della borsa Cinese di oggi, il 48% del Milan.
In questo caso, mr Berlusconi sulla cessione delle quote del Milan realizzerebbe una simpatica plusvalenza da partecipazione qualificata.
Plusvalenza che le simpaticissime norme fiscali italiane tassano in via ordinaria sul reddito dell’anno 2015…. ma con una simpaticissima decurtazione, infatti queste plusvalenze da partecipazioni qualificate formano reddito imponibile per il 49,72%, e se la matematica non è una opinione visto che l’aliquota marginale massima italiana è del 43% vuole dire che al massimo mr. Berlusconi pagherà dal rientro dei suoi capitali neri (è un ipotesi per scherzare eh!) il 21,38%.
Ma attenzione….attenzione….
A meno che… il 2015 non sia un anno decisamente sfigato per mr Berlusconi, e si realizzino minusvalenze da altre parti e in questo caso avremmo anche simpaticissime compensazioni.
Detto questo…
Il Milan vale 1 miliardo di euro e gli asini decollano per Marte
Esiste un  Milanista Thailandese  che è disposto a valutare il Milan Calcio oltre un miliardo di Euro per avere una quota di minoranza, e gli asini decollano per Alpha Centauri
Ma sicuramente sono io che penso male, e questo post è solo frutto della fantasia malata di un blogger.

 http://www.rischiocalcolato.it/2015/06/cosa-si-nasconderebbe-dietro-la-cessione-delle-quote-del-milan-calcio-ad-un-prezzo-stellare-se-dovessi-pensare-male.html

La figlia dell'avvocato porta l'attacco più duro nell'affaire dell'eredità del "signor Fiat". Gabetti replica: risponderemo entro una settimana "Il tesoro nascosto dell'Avvocato" La verità di Margherita Agnelli

di ETTORE BOFFANO e PAOLO GRISERI


"Il tesoro nascosto dell'Avvocato" La verità di Margherita Agnelli Margherita e Gianni Agnelli
TORINO - Ieri mattina, infatti, la figlia dell'Avvocato e le sue controparti, oltre a Gabetti anche l'avvocato Franzo Grande Stevens, il commercialista svizzero Siegfried Maron e la madre Marella Caracciolo, hanno depositato le memorie finali davanti al giudice del Tribunale civile di Torino Brunella Rosso.
(l'udienza decisiva è fissata per il 30 giugno). E se Gabetti e Grande Stevens ribadiscono di non aver mai amministrato i soldi dell'Avvocato, la vedova Agnelli ha prodotto copia di una citazione inoltrata alla giustizia elvetica nella quale chiede di dichiarare la validità della divisione ereditaria stipulata in Svizzera nel 2004 con la figlia.

Ma il vero colpo di scena emergerebbe dalle carte consegnate proprio da Margherita: la figlia di Gianni Agnelli, infatti, avrebbe quantificato per la prima volta ciò che, a suo dire, le sarebbe stato tenuto in buona parte nascosto. L'unica erede diretta dell'Avvocato non chiede quel denaro, ma conferma al giudice la sua istanza: quelli che lei considera i "gestori" degli averi del padre, Grande Stevens, Gabetti e Maron, devono consegnarle il rendiconto di tutto. Un gesto clamoroso e un'affermazione molto pesante che si spiegano solo col duro scontro giudiziario che ormai si è imposto nella causa civile cominciata due anni fa. A sostegno della sua posizione, Margherita indica una serie di documenti e le sofisticate operazioni finanziarie che costituiscono l'asse della sua tesi. Una vicenda che corre tra Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Usa e paradisi fiscali dei Caraibi. Un possibile "tesoro" estero che, a detta del gruppo di analisti internazionali ingaggiati per tre anni dalla figlia dell'Avvocato, avrebbe il suo fulcro in un'operazione finanziaria del 1998 celebrata all'epoca come una delle più importanti dal dopoguerra: l'Opa Exor.

"L'Opa pour rire". "Un'Opa per ridere" e dunque finta, secondo invece i consulenti di Margherita. Cerchiamo di spiegare i perché di questa tesi clamorosa. Nel 1996 Gianni Agnelli deve subire un delicato intervento al cuore a Montecarlo. e scrive un "memoriale" per indicare la successione alla guida della Famiglia e della Fiat: tocca al primogenito di Margherita, John Elkann. Superata l'operazione, l'Avvocato capisce che è necessaria una costruzione più accurata della questione ereditaria con l'obiettivo di attribuire al nipote la guida dell'accomandita di famiglia. Il problema più importante, sostengono i legali di Margherita, sarebbe però quello del "patrimonio" estero riconducibile a Gianni Agnelli. Somme ingenti, a detta della figlia, le cui tracce potrebbero essersi addirittura intersecate con i "fondi neri" Fiat emersi nel processo torinese contro Cesare Romiti sui falsi in bilancio.

Il "salvadanaio" del Lussemburgo. Nella ricostruzione degli analisti dell'erede Agnelli, tutto sarebbe accaduto nel Granducato dov'era quotata la società "Exor Group". In realtà essa esisteva dal 1966 (ma aveva un altro nome) come filiale dell'Ifi ed era stata creata da Gianni Agnelli e dal cugino Giovanni Nasi. Col trascorrere dei decenni, però, la partecipazione dell'Ifi e dell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli Sapaz", diminuisce costantemente, sino a rappresentare all'inizio del 1998 solo il 19,74 per cento, mentre oltre il 60 per cento è in mano ad "azionisti anonimi" rappresentati nelle assemblee da fiduciari. Al momento della fondazione, Exor Group ha un capitale di mille dollari, ma esso crescerà con dodici aumenti sino a consentire la quotazione nella Borsa del Lussemburgo per usufruire dei benefici fiscali di una legge del 1929. La società lussemburghese è strategica nel Gruppo Agnelli-Fiat e ha distribuito dividendi anche dieci volte superiori a quelli delle finanziarie italiane, Ifi e Ifil: dal 1974 al 2002, infatti, Exor assicura un miliardo e 808 milioni di euro a fronte di 215 milioni di euro da parte delle finanziarie italiane. Quanto alla quotazione in borsa essa appare, a detta degli analisti, "flebile": il flottante resterà sempre inferiore all'1 per cento.

Questioni di fisco. Nel 1998 Exor è ricchissima grazie alle numerose filiali negli Stati Uniti e in Asia. Al 31 dicembre 1997 il patrimonio netto è di 737 milioni di euro, ma il consolidato è di due miliardi e 286 milioni. A questo punto, nello scenario dei consulenti, la società mette in vendita le filiali creando un maxidividendo pari a un miliardo e 750 milioni di euro sul quale i soci italiani (sia ufficiali che anonimi) dovrebbero poi versare al nostro fisco somme molto elevate. Secondo la consulenza, chi comandava davvero in Exor avrebbe allora deciso di trasformare quei dividendi in plusvalenze pagabili all'estero e non tassabili. Si tratterebbe di "un'operazione geniale": la famosa Opa lanciata ufficialmente dalla "Giovanni Agnelli e Sapaz" il 10 novembre 1998 per 2600 miliardi di lire.

L'amico americano. In realtà l'accomandita fonda, sempre in Lussemburgo, una nuova società. È il 12 novembre e la chiama "Giovanni Agnelli & C. International". Sarà quest'ultima a lanciare ufficialmente l'Opa (il prospetto è di 15 pagine e l'offerta va dal 21 dicembre 1998 al 15 gennaio 1999) su tutte le azioni di Exor escluse quelle detenute dall'Ifi, dall'accomandita di famiglia e da Sopraexo (della famiglia Mentzelopoulos): tutti i titoli degli azionisti anonimi. Per farlo, però, la nuova società chiede un prestito di 1,3 miliardi di dollari alla Chase Manatthan Bank controllata da un grande amico di Agnelli e Gabetti: David Rockefeller. Il prestito è subito concesso, nonostante un capitale sociale di 16 milioni di dollari. L'Opa ha un effetto immediato tra gli azionisti sconosciuti: i titoli acquistati ammontano a un totale di un miliardo 364 milioni 474.680 dollari finiti nelle casse degli "anonimi" i quali, da quel momento, escono per sempre da Exor Group. Il 21 giugno, la stessa Exor delibera il futuro pagamento del maxidividendo da un miliardo 526 milioni 915.745 dollari e il 30 giugno assorbe la sua azionista, la "Giovanni Agnelli & C. International", che sparisce. A questo punto, Exor delibera infine di saldare il debito con la banca di Rockefeller (debito che ha "eredidato" dalla società scomparsa) e lo fa utilizzando proprio il denaro del maxidividendo. Al termine dell'operazione, Ifi e accomandita controllano assieme l'84,79% della società lussemburghese (che nel frattempo è uscita dalla Borsa) anche se nessuna delle società italiane coinvolte ha dichiarato di aver ricevuto un reddito dall'Opa. Gli "anonimi", invece, avrebbero lasciato Exor portando con sé un miliardo e trecento milioni di dollari.

Il "sancta sanctorum". Ma chi sono i "soci anonimi" che hanno rotto il "salvadanaio lussemburghese"? Qui sta il perno della tesi di Margherita Agnelli. I fiduciari in realtà avrebbero rappresentato, secondo quel che dice la consulenza, quasi sempre una sola persona: Gianni Agnelli. In altre parole, il lento declino azionario di Ifi e dell'accomandita dal 100 per cento di Exor del 1966 sino al 19,74 per cento del 1998 avrebbe avuto un contraltare "riservato": chi comprava le azioni da altri membri della Famiglia sarebbero stati lo stesso Avvocato o dei suoi fiduciari. Ma in quale percentuale? Gli analisti hanno varato due ipotesi: da un minimo del 33% (in questo caso Agnelli avrebbe ricavato un miliardo 44 milioni 54.418 euro dall'Opa del 1998) a un massimo del 100 per cento (pari a 2 miliardi 514 milioni 675.897 euro). Nell'ipotesi mediana (il 50 per cento), quell'accumulazione di capitale all'estero ammonterebbe a un miliardo 463 milioni 243.000 euro: proprio quest'ultima è quella prospettata al Tribunale. Dal 1999 il denaro sarebbe poi transitato su una decina di trust offshore già indicati da Margherita Agnelli nella citazione a giudizio del 2007.

La risposta di Exor. Gianluigi Gabetti, interpellato ieri da "Repubblica", ha scelto di non replicare: "Non ho ancora visto le carte - ha detto - Le stanno valutando i miei legali e ci vorrà almeno una settimana. Per ora non com-mento". 
 
 http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/agnelli-famiglia/agnelli-famiglia/agnelli-famiglia.html

Passione offshore, i paradisi di Silvio In vent’anni di indagini scoperti un miliardo 
e 277 milioni nascosti 
al Fisco. È il primato 
dell’ex Cavaliere. Rivelato 
in un libro-inchiesta di Paolo Biondani

Passione offshore, i paradisi di Silvio
In Italia c’è abbondanza di evasori. Ma anche in questo campo Silvio Berlusconi non ha rivali. Dopo la condanna definitiva per frode fiscale, consacrata il primo agosto 2013 dalla Cassazione, ora è possibile fare un primo bilancio completo e documentato sui fondi neri scoperti in vent’anni d’indagini sul proprietario della Fininvest. Il conto finale è da primato: almeno un miliardo e 277 milioni di euro. Per guadagnare la stessa cifra un maresciallo della squadra anti-evasione della procura di Milano, che ha uno stipendio di 2 mila euro al mese se fa gli straordinari, dovrebbe lavorare per 53 mila e 208 anni.

Nel video-messaggio del 18 settembre Berlusconi si è proclamato «assolutamente innocente» e ha accusato la magistratura di averlo colpito con «una sentenza mostruosa e politica». La riprova del complotto sarebbe la presunta esiguità dell’evasione per cui è stato condannato: 7 milioni e 300 mila euro, nulla per un miliardario come lui. In realtà quella frode è l’unico pezzo di processo che è riuscito a sopravvivere alla legge ex Cirielli, approvata nel 2005 dai suoi parlamentari, che ha dimezzato i termini di prescrizione dei reati. Ma in tutti i gradi di giudizio le sentenze definiscono «colossale» la massa di denaro nero che si è riversata sulle società offshore gestite dal gruppo Fininvest e risultate «di proprietà personale di Berlusconi».

L’accusa ha dimostrato che i prezzi dichiarati al fisco per i film americani comprati da Fininvest e Mediaset venivano costantemente gonfiati, per portare soldi all’estero. La condanna definitiva quantifica in 368 milioni e 510 mila dollari il totale dei fondi neri creati, con i contratti truccati, nel solo quinquennio esaminato nel processo, che va dal 1994 al 1998. Di questa «sistematica frode fiscale», spiegano i giudici, Berlusconi è stato «l’ideatore, l’organizzatore e il beneficiario finale»: i soldi finivano su conti offshore gestiti dai suoi tesorieri personali. E le stesse sentenze precisano che questa è solo una parte di un enorme patrimonio segreto accumulato «fin dagli Ottanta». Ora un libro-inchiesta di Paolo Biondani e Carlo Porcedda (“Il Cavaliere Nero”, edito da Chiarelettere) ricostruisce come si è formato e in quali paradisi fiscali è stato nascosto l’intero tesoro nero di Silvio Berlusconi, pubblicando per la prima volta i documenti originali che comprovano le accuse.

Il processo Mediaset è nato da una costola delle indagini di Tangentopoli, che già negli anni Novanta avevano portato alla scoperta delle prime 64 società offshore del gruppo Fininvest, attive tra il 1989 e il 1994-95. La tesoreria centrale si chiamava All Iberian: un sistema di conti esteri «non ufficiali» che ha finanziato «operazioni riservate» per un totale di 1.550 miliardi di lire (775 milioni di euro). Un fiume di denaro nero utilizzato, tra l’altro, per pagare tangenti a politici come Bettino Craxi e per corrompere il giudice civile romano che ha regalato il gruppo Mondadori alla Fininvest. Per questo primo tesoro offshore il Cavaliere aveva ottenuto l’impunità, dopo le elezioni del 2001, grazie alla contestatissima legge che ha trasformato quel gigantesco falso in bilancio in una semplice contravvenzione a prescrizione ultra-rapida: le sentenze definitive però spiegano che Berlusconi «non può certo dirsi innocente».

Il processo Mediaset, quello che ha portato alla condanna finale, è partito dalla scoperta dei depistaggi organizzati per fermare Mani Pulite: documenti sotratti alle perquisizioni, conti svuotati per far sparire i soldi, fino alla corruzione del testimone chiave, l’avvocato inglese David Mills. L’obiettivo di tante manovre di «inquinamento probatorio», come le ha definite il pm Fabio De Pasquale, era nascondere le offshore personali di Berlusconi, tra cui spiccano le società Century One e Universal One: due forzieri esentasse con almeno 252 milioni di dollari. Le carte fatte sparire nel 1996, e ritrovate solo nel 2003-2004, riguardano anche la società Bridgestone, intestataria di uno yacht e di una villa da 12 milioni di dollari alle Bermuda: un regalo offshore di papà Silvio alla figlia Marina Berlusconi.

Il Cavaliere, inoltre, controlla personalmente un sistema di conti alle Bahamas, che hanno ricevuto almeno 26 milioni di dollari fino al 1998, attraverso un grossista di carni di Montecarlo, trasformato in improbabile venditore di film.

Non bastasse, c’è il nero italiano. Nella sentenza definitiva del processo per le tangenti alla Guardia di finanza, chiuso nel 2001, si legge che la Fininvest aveva notevolissime «disponibilità extra-bilancio» già negli anni Ottanta: almeno 65 milioni di euro. Un patrimonio nero così quantificato dagli stessi giudici della Cassazione che in quel caso avevano assolto il Cavaliere, spiegando che i manager della Fininvest avevano davvero corrotto 12 finanzieri tra cui un generale, ma lui poteva non saperlo.

Un altro tesoro nascosto è invece attualissimo. Nel processo Mediaset il ruolo di primattore spetta a Frank Agrama, imprenditore del cinema con base a Los Angeles, condannato a tre anni. La sentenza definitiva lo bolla come un «intermediario fittizio», che incassava il nero e lo spartiva segretamente con Berlusconi. Nel solo quinquennio 1994-98, le tv del Cavaliere hanno speso 200 milioni di dollari per acquistare film della Paramount attraverso quel fortunatissimo mediatore americano. Ma al colosso di Hollywood è arrivato soltanto un dollaro su tre. Ben 55 milioni li ha trattenuti Agrama «senza svolgere alcuna attività». E altri 80 milioni di dollari sono rispuntati sui conti delle solite offshore personali di Berlusconi.

Di tutti questi fondi neri, nessuna autorità italiana è mai riuscita a sequestrare un solo centesimo. La sentenza Mediaset ha condannato Berlusconi, per effetto della ex Cirielli, a risarcire solo 10 milioni di euro. Meno di un trentaseiesimo dei profitti accumulati con la frode fiscale di cui è stato riconosciuto colpevole. 
 http://espresso.repubblica.it/attualita/2013/11/21/news/la-mappa-del-tesoro-di-silvio-1.142127

martedì 1 settembre 2015

IMMIGRAZIONE DI MASSA: LA STRATEGIA DEL CAOS Scritto il settembre 1, 2015 by lastella

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LA NUOVA STRATEGIA DEL CAOS DEL MONDIALISMO STATUNITENSE
Ci eravamo occupati in precedenza del ruolo degli Stati Uniti e delle centrali mondialiste nel fomentare l’immigrazione di massa come strumento della geopolitica del caos per destabilizzare e tenere sotto l’ombrello della protezione atlantica le province europee dell’impero americano. Approfondiamo ora il discorso analizzando l’evolversi della situazione internazionale. Cominceremo dalla questione greca, facendo un rapido accenno alla tradizionale strategia geopolitica angloamericana, ci concentreremo in particolare sulle origini del Progetto Europeo per dimostrare come l’ondata di sbarchi che sta portando migliaia di clandestini sulle nostre coste sia direttamente collegata all’eurocrisi, per concludere infine con le rivelazioni dei servizi segreti austriaci, che ci forniscono l’ennesima prova che conferma che gli USA sono i responsabili dell’attuale emergenza immigratoria.
Di  identità.com
INTRODUZIONE
Per prima cosa notiamo come l’ingerenza statunitense nelle trattative tra Grecia e Troika abbia messo pienamente in luce che la vera posta in gioco del Grexit non fosse una questione economica ma geopolitica e come i contendenti in campo non fossero Grecia e Bruxelles ma Washington e Berlino.
Infatti, nonostante gli Usa, durante i negoziati, recitassero la parte dell’osservatore disinteressato, la costruzione europea è sostanzialmente funzionale agli interessi egemonici atlantisti e così come ogni suo allargamento favorisce, attraverso la NATO, l’estensione dell’egemonia statunitense, ogni suo ridimensionamento ne limita il campo d’azione. Per questa ragione Bzrezinski assegnava all’Europa il ruolo di mera “testa di ponte democratica degli Stati Uniti in Eurasia”, sostenendo che:
«Qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una NATO allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente»[1].
Da questo punto di vista risultano evidenti le implicazioni che deriverebbero da un’uscita della Grecia dall’Eurozona e da un’eventuale disintegrazione dell’Unione Europea. Tuttavia facciamo un rapido excursus che ci permetterà di inquadrare la questione sotto il profilo storico e di comprendere meglio anche i più recenti fatti di politica estera.
IL CONTROLLO DELL’HEARTLAND
Da oltre un secolo la strategia geopolitica angloamericana consiste nell’impedire con ogni mezzo l’alleanza tra Russia e Germania, che costituisce l’unica seria minaccia alla supremazia planetaria dell’impero talassocratico che un tempo era della Gran Bretagna e oggi degli Stati Uniti. Già Bismarck nell’Ottocento guardava ad Est nella speranza di creare un asse Berlino-Mosca che si sarebbe rivelato invincibile.
Proprio per impedire la creazione di un tale asse, per il teorico della geopolitica britannica, Halford John Mackinder, era indispensabile che la Gran Bretagna si assicurasse il controllo dell’Heartland, ossia della regione eurasiatica compresa tra l’Europa orientale e buona parte dell’Asia, che possedendo la maggior parte di risorse naturali ed essendo inattaccabile dal mare, avrebbe garantito l’egemonia planetaria alla potenza capace di esercitare su di essa la propria influenza.
Quando poi il Kaiser Guglielmo II provò ad affacciarsi ad Est con la ferrovia Berlino-Baghdad la Gran Bretagna fomentò il nazionalismo balcanico per mettere a ferro e fuoco l’Eurasia. Il risultato fu la Prima guerra mondiale[2].
Successivamente, con la Russia fuori gioco dopo la rivoluzione bolscevica finanziata dalle banche di Wall Street – in primis la Kuhn & Loeb di Jakob Shiff, grazie all’intermediazione di Lord Alfred Milner e Sir George Buchanan della Round Table – gli angloamericani riuscirono finalmente a distruggere l’impero zarista e ad assicurarsi il controllo delle vaste risorse della Russia e dell’Heartland.
Tuttavia un nuovo pericolo sorse nel 1938, quando la Germania si annesse l’Austria che apriva direttamente al Reich lo spazio danubiano. Il possesso dello spazio vitale ad Est, il Lebensraum, come affermavano le teorie di Haushofer, avrebbe cambiato gli assetti politici internazionali a favore della Germania. Per fermare il Reich, che nel frattempo aveva raggiunto anche incredibili successi economici e sociali, gli angloamericani scatenarono la Seconda guerra mondiale per soffocare in germe il Nuovo Ordine Europeo, che aveva osato sfidare le oligarchie parassitarie di Londra e Wall Street e il loro sistema usurocratico di dissanguamento dei popoli.
ALLE ORIGINI DEL PROGETTO EUROPEO
Sono proprio queste stesse oligarchie che danno avvio al processo d’integrazione europea, il quale nasce e si sviluppa nel secondo dopoguerra in risposta a delle esigenze precise di natura geopolitica, strategica e militare che gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare dopo l’occupazione dell’Europa: impedire la rinascita del nazionalismo tedesco. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti decisero allora di rendere la Germania economicamente forte ma militarmente e politicamente debole, e per quest’ultimo obiettivo la cessione di parti della sovranità nazionale agli organismi europei sarebbe stata cruciale.
«A Washington avevano colto l’importanza economica, commerciale, politica e militare (in una parola: strategica) di tenere sotto il loro ombrello la parte di Europa che avevano occupato, e che non intendevano mollare. Era imperativo, per stringere d’assedio l’URSS e garantirsi la supremazia mondiale, tenere al guinzaglio l’Europa occidentale […] Lond Hastings Lionel Ismay, primo comandante della NATO, affermava che l’Alleanza atlantica sarebbe servita a tenere l’America in Europa e la Russia fuori, altre che, ben inteso, l’Europa sotto l’Angloamerica […] L’Europa degli Stati Uniti, così ottenuta, si sarebbe qualificata come un ostaggio, una enorme base, testa di ponte foriera di consentire una minaccia diretta all’Unione Sovietica»[3].
Nel 1948 le Fondazioni Ford e Rockefeller finanziarono l’American Committee for a United Europe, con lo scopo di creare una società basata su un socialismo tecnocratico di stampo fabiano, che avrebbe soppiantato gli stati nazionali e segnato la tappa definitiva verso il Governo Mondiale. L’ACUE, il cui presidente era William J. Donovan del’OSS (l’American wartime Office of Strategic Services, che più tardi diventerà la CIA), finanziò il Movimento Europeo, la più importante organizzazione federalista negli anni postbellici. L’idea di federazione è fondamentale per i mondialisti in quanto unione di stati che rinunciano, in parte o in tutto, alla propria sovranità in favore di un’autorità centrale.
Nel 2000 il professor Joshua Paul della Georgetown University ha pubblicato una serie di documenti segreti del Club Bilderberg, che dimostrano come da cinquant’anni la CIA e gli ambienti mondialisti stessero lavorando per creare l’Unione Europea e la moneta unica. Un promemoria, datato 26 Luglio 1950, e firmato da Donovan in persona, dà istruzioni per una campagna atta a promuovere un parlamento europeo pienamente operativo[4].
Inoltre:
«Un promemoria della sezione europea del Dipartimento di Stato americano, datato 11 Giugno 1965, suggerisce al vice-presidente della Comunità Economica Europea, Robert Marjolin, di perseguire l’unione monetaria furtivamente. Vi si raccomanda di soffocare le discussioni fino a quando “l’adozione di tale proposta sarebbe diventata praticamente inevitabile”».
Con la caduta del Muro di Berlino si riaffacciava all’orizzonte per gli angloamericani il rischio che una Germania riunificata potesse ergersi a guida di un’Europa politicamente ed economicamente sovrana, vale a dire sottratta alla poliziesca tutela delle potenze anglosassoni, motivo per il quale erano state già combattute due guerre mondiali. Grazie all’euro le lobby mondialiste potevano disporre di un formidabile strumento di dominio con cui saldare definitivamente la Germania all’Atlantico e imbrigliare l’economia tedesca legandola alle sorti del dollaro, evitando così la nascita di un gigante economico. In questo modo gli Stati Uniti avrebbero reso il sistema UE parte costitutiva di quello nordamericano in vista di un Nuovo Ordine Mondiale fondato sulla supremazia degli USA.
LA NUOVA OSTPOLITIK TEDESCA
Tuttavia in questi ultimi anni sembra essersi prodotta una frattura tra le élite angloamericane e quelle tedesche, i cui interessi sembrano non coincidere più con quelli atlantici. Ci sono buone ragioni per credere che la Germania potrebbe tornare presto alla sua tradizionale Ostpolitik. In un recente articolo apparso su Foreign Affairs, la rivista del CFR, vale a dire il governo ombra americano, l’autore paventa il rischio che la Germania possa volgere ad Est e recidere i propri legami con l’Occidente. Questo sarebbe dimostrato dall’incremento delle esportazioni tedesche in Cina in conseguenza della diminuzione della domanda interna europea, e dalle crescenti frizioni con gli USA su problemi di politica estera, in particolare sulla questione ucraina.
L’autore ipotizza uno scenario in cui un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’UE potrebbe incoraggiare la Germania a intensificare la sua politica di cooperazione eurasiatica tirando con sé il resto dell’Europa, e producendo così uno «scisma da cui l’Occidente potrebbe non risollevarsi», cosa che farebbe naufragare definitivamente il progetto di un’unione UE-NAFTA auspicati da Huntington e dalle centrali mondialiste[5].
L’incrinarsi delle relazioni di subordinazione neocoloniale tra Germania/USA viene ribadita anche dal giornale tedesco Der Spiegel, che alla vigilia dell’ennesimo scandalo intercettazioni ad opera della NSA, esordisce in apertura con toni solenni:
«The German-American friendship no longer exists. It may still remain between citizens of both countries, but not between their governments. Perhaps it has always been an illusion, perhaps the United States pulled away over the course of time. But what binds these two nations today cannot be considered friendship. Openness and fairness are part of the essence of friendship, which is about mutual respect and trust. A quarter century after the United States helped the German people restore their national unity, little remains of this friendship»[6].
Sembra tuttavia irrealistico che una Germania semi-demilitarizzata e ancora sottoposta alla tutela neocoloniale d’oltreoceano riesca a controbilanciare il predominio strategico degli USA. Quel che è certo è che le cose sembrano comunque mettersi male per gli americani, che ormai vedono disgregarsi ovunque il loro impero e non possono più contare neppure sui vecchi alleati di un tempo.
Per evitare l’integrazione economica dell’Asia e dell’Europa, compresi i piani per i treni ad alta velocità dalla Cina (“la Nuova Via della Seta”), deriva dunque la necessità per gli Stati Uniti di portare sotto l’ombrello della NATO più nazioni possibili e d’impedire con ogni mezzo, anche con le minacce, gli attentati, le rivoluzioni colorate e i colpi di stato, che un paese ne fuoriesca o intraprenda una politica estera autonoma e contraria agli interessi americani.
Per questa ragione gli Usa fomentano le tensioni in Ucraina come presupposto per la creazione di una nuova cortina di ferro dal Mar Baltico al Mar Nero e come detonatore per l’applicazione anche in Europa, come in Medio Oriente, della strategia del caos.
La Dottrina Wolfowitz recita infatti:
«Il nostro primo obiettivo è quello di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica che altrove, che rappresenti una minaccia dell’ordine di quella posta in precedenza da parte dell’Unione Sovietica. Questa è una considerazione dominante alla base della nuova strategia di difesa regionale e richiede che ci sforziamo di prevenire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse sarebbero, sotto il controllo consolidato, sufficienti a generare potenza globale»[7].
Questo in sostanza significa che al fine di sopravvivere e conservare il loro ruolo di primo piano sulla scena internazionale, gli USA hanno bisogno disperatamente di immergere l’Eurasia nel caos trascinando i Paesi europei in nuove, sanguinosissime guerre, come ribadisce arrogantemente George Friedman, amministratore delegato della STRATFOR, al Consiglio di Chicago per gli affari esteri:
GREXIT: LA VERA POSTA IN GIOCO
Per questa stessa ragione gli USA hanno bisogno che la Grecia resti nell’eurozona. Obiettivo provvisoriamente raggiunto grazie all’arma del ricatto, di cui gli Usa si sono serviti prima inducendo il FMI a pubblicare un rapporto dove si giudicava insostenibile il debito pubblico greco e se ne chiedeva una ristrutturazione e un riscadenziamento accompagnati da ulteriori aiuti[8] – avallando così le rivendicazioni di Tsipras che anche grazie ad esso ha trovato la forza per indire il referendum – e poi paventando la pubblicazione delle intercettazioni top secret della NSA alla Merkel e all’intero establishment tedesco[9], per obbligare la Germania a trovare un accordo con il governo ellenico, nonostante Berlino premesse fortemente per il Grexit.
L’intransigenza dimostrata dai tedeschi al tavolo delle trattative è infatti interpretabile a questa stregua, vale a dire non tanto come un avido accanimento per saccheggiare una nazione già prostrata, come sostengono gli utili idioti del sistema euratlantico pilotato dagli Usa, quanto un abile stratagemma per uscire dal pantano dell’eurocrisi, imponendo alla Grecia condizioni sempre più inaccettabili appunto per costringerla a dare inizio al piano di smantellamento della moneta unica di cui la Germania, checché si dica, non è mai stata particolarmente entusiasta[10].
Solo così, del resto, si spiega l’apparente contraddittorietà dell’operato di Berlino, poiché non avrebbe senso altrimenti segare il ramo su cui si è seduti autodistruggendo l’Eurozona e mandando in bancarotta i paesi dell’Eurozona quando si dipende da quei stessi paesi per le proprie esportazioni. Il presunto neomercantilismo della Germania sul lungo termine non è sostenibile e i tedeschi lo sanno, non sono stupidi.
Da notare poi che a beneficiare maggiormente delle politiche neoliberiste e neomercantili della Germania sono soprattutto le grandi corporation americane. Lo scandalo BlackRock, il fondo d’investimento statunitense impegnato ad acquisire tutte le principali risorse strategiche del nostro Paese, lo dimostra[11].
Ovviamente anche in Germania c’è qualcuno che ci guadagna, ma non si tratta della popolazione tedesca nel suo complesso, bensì di una ristretta oligarchia di plutocrati che costituiscono quella élite transazionale inserita nei gangli del sistema imperialistico pilotato dagli Stati Uniti, gruppi estranei ai propri paesi, al proprio popolo e ai suoi interessi. Nel complesso la Germania dall’euro ci ha perso più che guadagnato[12].
Per gli USA dunque va bene che si imponga l’austerità, ma non a dosi così massicce da mettere in pericolo l’esistenza stessa della costruzione europea.
Come abbiamo visto l’euro è una creazione della finanza angloamericana e nei propositi dei suoi ideatori, calando un tasso fisso su un’area valutaria non ottimale, si doveva produrre un accumulo di tensioni tali (deficit di partite correnti, bolle immobiliari, ecc), da scoppiare al primo shock esterno (il crack della Lehman Brothers). A quel punto sarebbe stata proposta come unica soluzione per uscire dalla crisi una politica di bilancio comune e sarebbero nati i cosiddetti Stati Uniti d’Europa. Che l’euro, così com’è stato congegnato, dovesse portare alla crisi era una certezza matematica, lo predice il Ciclo di Frenkel[13].
Ma la sospensione del Fiscal Compact e il conseguente rifiuto della Germania ad emettere eurobond, cosa che avrebbe obbligato i tedeschi ad accollarsi i debiti di tutti i paesi in deficit dell’eurozona[14], ha creato quello stallo che ha portato alla situazione odierna. Da ciò risulta chiaro il motivo per cui la principale detrattrice delle misure di austerità, che hanno fatto impantanare il progetto di creazione degli USE, sia proprio la finanza anglosassone. In particolare il criminale plurimiliardiario George Soros, che in articolo del 10 aprile 2013 apparso sul Corriere della Sera, affermava:
«La crisi dell’euro ha trasformato l’Unione Europea in qualcosa di radicalmente diverso. Quella che doveva essere un’associazione volontaria di Stati alla pari si è trasformata in una prigione per debitori, con la Germania e altri creditori al comando per perseguire politiche che prolungano la crisi e perpetuano la subordinazione dei Paesi debitori. La crisi rischia ormai di distruggere l’Ue, una tragedia di proporzioni storiche. Questo può essere evitato solo con la leadership della Germania».
[da notare che l’Hedge Fund di Soros, assieme a quelli di Paulson, Greenlight, Sachs e Sac Capital, è stato uno dei principali responsabili dell’attacco speculativo all’euro].
«Una volta compreso questo, la soluzione viene da sé. Può essere riassunta in una sola parola: eurobond». «Purtroppo la Germania è fermamente contraria agli eurobond. Da quando la cancelliera Angela Merkel ha posto il veto, l’idea non è nemmeno stata presa in considerazione». «Se la Germania si oppone, dovrebbe valutare l’idea di lasciare l’euro». «Occorre che la Germania scelga definitivamente se accettare gli eurobond o lasciare l’euro». «Una disintegrazione caotica lascerebbe l’Europa in condizioni peggiori rispetto all’epoca di avvio dell’ambizioso esperimento dell’unificazione»[15].
Il fatto stesso che sia un personaggio come Soros a scagliarsi contro la Germania è la prova che la Germania sta dalla parte giusta. È chiaro quindi che all’aggravarsi della situazione gli Usa cominciano a fare pressioni per impedire a tutti i costi che l’Europa si liberi dalle catene di Bruxelles. I primi moniti arrivano già il 2 febbraio da Barak Obama, che in un’intervista rilasciata alla CNN appoggiava le richieste del nuovo esecutivo ellenico:
«Non è possibile continuare a spremere Paesi che sono nel mezzo della depressione; ad un certo punto deve esserci una strategia di crescita che consenta loro di pagare i debiti per eliminare alcuni dei loro disavanzi».
Un tweet dello stesso Varoufakis conferma che Washington spinge per un accordo:
«Il segretario del Tesoro USA mi ha detto effettivamente che un mancato accordo danneggerebbe la Grecia. Ha aggiunto che danneggerebbe anche l’Europa».
Un altro ammonimento alla Germania perché eviti il Grexit arriva da un editoriale del New York Times, la voce dell’oligarchia plutocratica americana, dal titolo Give Greece room to maneuver, in cui si legge:
«La possibilità pericolosa di un default greco e di una crisi del sistema dell’euro sono diventati molto reali. Per quanto i Ministri della zona euro potrebbero avere difficoltà a fare concessioni a una nazione che percepiscono come dissoluto e ingrato, devono fare i conti con il fatto che concedere alla Grecia un certo allentamento ora è l’unica buona scelta che hanno».
In tutte queste dichiarazioni emerge dunque la voce del padrone d’oltreoceano che mentre recita pubblicamente la parte del buono in sostegno delle richieste dei poveri greci tartassati dalla “cattiva” Germania, in segreto mira invece a tenere l’Europa nelle fauci della finanza internazionale, allo scopo di giungere alla fusione di Europa/USA attraverso il TTIP. Riassume magistralmente Francesco Meneguzzo a proposito della momentanea vittoria di Washington nel braccio di ferro in corso:
«Una manovra americana che rasenta la perfezione, una speculazione al ribasso destinata a un successo storico, a meno che la Germania tenga duro nonostante le impressionanti pressioni condotte anche dai soliti utili idioti delle sinistre europee: se alla Grecia verrà ristrutturato o tagliato il debito, la Germania subirà un salasso tale da mortificare qualsiasi speranza di ripresa sostenuta almeno nel breve termine, nonché qualsiasi ambizione extra-atlantica, anche perché è impensabile che possano contribuire significativamente altri paesi indebitati fino al collo come la Spagna e soprattutto l’Italia (e anche per la Francia avremmo qualche dubbio), mentre la Grecia rimarrà nell’eurozona, certamente vivacchiando ma lontanissima da tentazioni ‘strabiche’ verso Mosca o Pechino. Portando a una convivenza forzata e traballante, ma saldamente nel campo atlantico, e quanto più flebile sarà la voce della Germania, tanto più rapida e sicura sarà l’approvazione del trattato di partnership transatlantica (Ttip), nuova architrave del blocco occidentale e probabile gabbia e condanna per gli europei, tanto desiderata da Washington anche in chiave anti-russa e anti-cinese»[16].
Giunti a questo punto possiamo dunque tirare le somme sull’operato di Tsipras/Varoufakis, osannati da tutte le sinistre europee filoamericane che, accusando la Germania di ambizioni neoimperiali, tifano per il “più Europa”. La loro è stata essenzialmente un’operazione eterodiretta. Tsipras è un burattino di Soros, il quale ha organizzato e finanziato il suo viaggio in USA attraverso l’istituto INET. Qualche mese fa ha partecipato ad un incontro con l’American Jewish Committee, una lobby sionista ed è stato invitato al Forum annuale della fondazione Ambrosetti, una importante centrale mondialista.
Varoufakis, dal canto suo, ha insegnato nel 2013 presso la Lyndon B. Johnson School of Public Affairs, un’università impegnata nel creare leaderships e politiche pubbliche socio-economiche negli USA e all’estero e che ha avuto come presidi, negli ultimi 10 anni, l’ammiraglio Bobby Ray Inman (ex-direttore della NSA) e l’ambasciatore Robert Hutchings (presidente del National Intelligence Council nel 2003-2005). Syriza è insomma un’opposizione controllata creata dall’intelligence americana, come lo sono il M5S in Italia e il partito Podemos in Spagna[17].
L’IMMIGRAZIONE COME STRATEGIA DEL CAOS
Inoltre il governo Syriza, il 19 luglio, ha firmato un’alleanza con Israele, la quale «offre immunità legale ad entrambe le forze armate quando l’una si addestra nel paese dell’altra»[18]. È possibile che quest’alleanza militare sia una misura precauzionale di Washington per mantenere l’ordine ad Atene in caso di default. La fine della moneta unica è infatti inevitabile e come abbiamo già detto in precedenza, se gli USA non possono più contare sulla schiavitù monetaria, non rimane loro che l’espediente militare per tenere al guinzaglio gli stati servi.
Ovviamente per mantenere l’ordine occorre prima creare il disordine secondo la dottrina del caos costruttivo. Non è dunque da escludere che la recente invasione delle turbe islamiche nell’isola di Kos, provenienti dalla Turchia, un paese satellite degli USA, risponda precisamente alla stessa strategia con cui si sta cercando di destabilizzare l’Italia e indurla a intervenire militarmente in Libia. L’Italia, infatti, dopo la Grecia, è il paese a più probabile rischio default.
Come abbiamo visto nei nostri articoli precedenti, i servizi di Le Monde e Les Observateurs dimostravano che l’impennata degli sbarchi è un’operazione cinicamente orchestrata dalle centrali mondialiste e in particolare dagli Stati Uniti che agendo tramite organizzazioni umanitarie, come l’Organisation internationale pour les migrations, legata alle Nazioni Unite, gestiscono il traffico di esseri umani che dall’Africa arriva sulle nostre coste.
Ultime, in ordine di tempo, le rivelazioni di InfoDirekt, che rifacendosi alle dichiarazioni di un rapporto interno dello Österreichischen Abwehramts (i servizi d’intelligence militari di Vienna), riporta:
«Si è intuito che organizzazioni provenienti dagli Stati Uniti hanno creato un modello di co-finanziamento e contribuiscono a gran parte dei costi dei trafficanti». Sarebbero «le stesse organizzazioni che, con il loro lavoro incendiario, hanno gettato nel caos l’Ucraina un anno fa».
A capo di questa rete di organizzazioni, per lo più fondazioni americane private organizzate da Washington, c’è sempre lui, George Soros, agente dei Rothschild. Organizzazioni che nascondendosi dietro il pretesto della “democrazia” e dei “diritti umani” svolgono in realtà la funzione di quinte colonne al servizio dell’imperialismo americano. Entità come Open Society, Amnesty International, UHRP, Freedom House, ma anche Medici Senza Frontiere, i quali sembrano essere al momento i più attivi nello scaricare migliaia di finti profughi sulle nostre coste[19]. È importante notare che:
«Medici Senza Frontiere, nel proprio rapporto annuale (rapporto 2010), include come donatori finanziari, Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Google, Microsoft, Bloomberg, di Mitt Romney Bain Capital, e una miriade di altri interessi corporativi-finanziere. Medici Senza Frontiere ha rappresentanti dei banchieri anche nella sua commissione di consiglieri, tra cui Elisabetta Beshel Robinson di Goldman Sachs (e l’immancabile Soros, con Open Society Foundation l’organizzazione Medici Senza Frontiere sta fornendo il supporto per i militanti armati e finanziati dalla Occidente e i suoi alleati regionali, la maggior parte dei quali si rivelano di essere combattenti stranieri, affiliati o appartenenti direttamente ad Al Qaeda e il suo braccio politico de facto, i Fratelli Musulmani. Questa cosiddetta organizzazione di “aiuti internazionali” è in realtà un altro ingranaggio della macchina militare segreta contro la Siria, svolgendo il ruolo di battaglione medico[20]».
In un suo recente articolo Paul Craig Roberts, economista ed ex-vicesegretario al tesoro sotto la presidenza Reagan, ha affermato che «il vero scopo di queste organizzazioni non governative (ONG) è di far progredire l’egemonia di Washington per destabilizzare i due paesi in grado di resistere l’egemonia statunitense»[21].
Non stupisce allora che la Russia abbia cacciato Soros per attività sovversiva, avviando le procedure per impedire ad almeno 20 ONG, considerate dannose per la stabilità della Federazione Russa, di esercitare la loro nefasta opera d’ingerenza negli affari interni del Paese. Opera che comprende la promozione dell’immigrazione selvaggia, del multiculturalismo, dell’omossessualità, del genderismo, dei diritti delle minoranze a danno della maggioranza, nonché l’addestramento e il finanziamento dei movimenti estremisti radicali allo scopo di rovesciare, attraverso le rivoluzioni colorate, legittimi governi democraticamente eletti[22]. Vale la pena rilevare di sfuggita che Soros è anche diventato terzo azionista di un fondo delle Coop ‘rosse’ in Italia, il che non è certo una coincidenza[23].
NOTE:
[1] Zbigniew Brzezinski, A Geostrategy for Eurasia, “Foreign Affairs”, Sept. -Oct. 1997, pp. 53-57.
[2] Vedi il nostro articolo: La vera storia della Prima guerra mondiale
http://xn--identit-fwa.com/blog/2014/12/03/la-vera-storia-della-prima-guerra-mondiale/
[3] Spartaco Puttini, Stati Uniti d’Europa o Europa degli Stati Uniti?
[4] FEDERALISTI FINANZIATI DAI CAPI DELLO SPIONAGGIO AMERICANO, Di Ambrose Evans-Pritchard
http://andreacarancini.blogspot.it/2010/11/lunione-europea-nata-da-una-costola.html
Articolo originale: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/1356047/Euro-federalists-financed-by-US-spy-chiefs.html
[5] https://www.foreignaffairs.com/articles/western-europe/2014-04-09/germanys-new-ostpolitik
http://www.eurasia-rivista.org/la-nuova-ostpolitik-tedesca-nel-contesto-multipolare/22160/
[6] http://www.spiegel.de/international/germany/editorial-merkel-must-end-devil-s-pact-with-america-a-1042573.html
[7] Versione originale della Defense Planning Guidance, scritta dal sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, riportata dal New York Times il 7 mar 1992.
[8] http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51574
[9]http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/07/08/news/nsa-spiava-angela-merkel-e-i-leader-tedeschi-ecco-le-intercettazioni-diffuse-da-wikileaks-1.220487
http://voxnews.info/2015/07/10/farsa-greca-merkel-minacciata-da-usa-con-intercettazioni-scottanti/
[10] Alla fine sarà Berlino a uscire dall’euro:
http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/10/28/alla-fine-sar-berlino-a-uscire-dalleuro-un-autorevole-leak___1-v-122304-rubriche_c366.htm
Euro addio, il piano segreto di Angela Merkel: tornare al marco:
http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11715358/Euro-addio—il-piano.html
Germania, perché conviene la Grexit più della crescita:
http://www.lettera43.it/economia/macro/germania-perche-conviene-la-grexit-piu-della-crescita_43675157833.htm
Grecia: Germania e BCE studiano un “golpe” per un default senza uscita dall’euro
http://www.imolaoggi.it/2015/04/30/grecia-germania-e-bce-studiano-un-golpe-per-un-default-senza-uscita-dalleuro/
La Germania pronta a lasciare l’Eurozona. Italia? «Sicuro default»
http://www.stefanogiantin.net/interviste/la-germania-pronta-a-lasciare-leurozona-italia-sicuro-default/
Uscire dall’euro: I piani sono pronti dal 2011 per Germania e Olanda
http://www.libreidee.org/2014/12/germania-e-olanda-fuori-dalleuro-piani-pronti-dal-2011/
La maggioranza dei manager tedeschi ora vuole l’uscita della Grecia dall’euro
http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-05-06/laa-maggioranza-manager-tedeschi-ora-vuole-l-uscita-grecia-dall-euro–161036.shtml?uuid=ABLQfWbD
[11] http://www.informarexresistere.fr/2015/08/04/i-veri-padroni-del-mondo-sconosciuti-al-pubblico/
Stefano Vernole, Una “pietra nera” a stelle e strisce sta comprando l’Italia?, in Eurasia, Rivista di studi geopolitici, n. 1/2015 pp. 111
[12] Lo dimostra il fatto che:
Per accumulare i suoi enormi surplus la Germania ha dovuto applicare una svalutazione interna in termini reali, vale a dire tenere bassi i prezzi, attraverso una precoce precarizzazione del mercato del lavoro (le riforme Hartz) e una riduzione dei salari, potendosi giovare inizialmente della manodopera a basso costo dell’ex Germania est.
Per conservare la sua posizione di potenza deve continuare a reprimere la domanda interna, cosa che va a svantaggio delle classi lavoratrici, degli investimenti produttivi e quindi della crescita economica nel lungo termine.
Continuando a esigere misure di austerità da parte dei paesi che importano le sue merci non fa che minare la sua stessa prosperità futura.
I profitti che ricava dalle sue esportazioni non vengono reinvestiti all’interno del paese ma, per assurdo, dirottati fuori dell’Eurozona, più precisamente nei Paesi BRICS.
Vedi anche:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15040
«Il Fondo Monetario Internazionale [FMI] ha avvertito, lo scorso anno (http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/10980824/Juncker-faces-political-test-as-fines-loom-on-illegal-German-trade-surplus.html) che il surplus tedesco – dell’8.25% del PIL, se si tiene conto del ciclo – è distruttivo per l’UEM nel suo insieme. È fra i tre e i sei punti percentuali più alto rispetto a quanto sarebbe “desiderabile”, ovvero giustificato dai fondamentali. Tutto questo non è nell’interesse economico della Germania […] Questa politica mercantilista non ha alcun senso per la stessa Germania. Le eccedenze vengono riciclate in flussi di capitali verso l’estero a tassi di rendimento negativi, erodendo la base della ricchezza di cui il paese avrà bisogno nei prossimi 10 anni, visto il rapido declino demografico. Gli storici considereranno l’era Schroder/Merkel come quella degli errori politici in serie».
E inoltre:
http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/le-conseguenze-del-surplus-tedesco/#.VVNeno7tmko
«Esportare non è necessariamente un bene per l’economia. Infatti, per ridurre il costo del lavoro la Germania ha depresso i consumi interni. Ciò significa che i maggiori introiti commerciali non si sono tradotti in benessere economico (se non per i profitti degli industriali tedeschi). L’aumento del pil tedesco (questo l’articolo non lo dice) è veramente risicato, siamo sempre a tassi di crescita annui inferiori al 2% e trimestrali inferiori all’1%. Detto in poche parole, questo significa che si arricchisce il grande capitale tedesco, ma la Germania si impoverisce».
Vedi anche: http://www.maurizioblondet.it/perche-anche-in-germania-cresce-la-poverta/
[13] http://www.no-euro.org/IL_CICLO_DI_FRENKEL.aspx
[14] http://www.maurizioblondet.it/leuro-si-spacca-ecco-come-farlo-e-non-faranno/
“Allora (il finanziamento dei trasferimenti) ammontava a circa 260 miliardi di euro l’anno, per un periodo di 10 anni, solo per aiutare i quattro paesi del Sud” sopra citati. “Tra l’85 e il 90% sarebbe fornito dalla Germania. Ciò avrebbe significato un prelievo della ricchezza prodotta in Germania sull’8-9% del Pil ogni anno, anzi sul 12 secondo un’altra fonte (Patrick Artus, « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012). «E’ ovvio che un tal salasso distruggerebbe l’economia germanica. Non è solo che Berlino non vuole che l’euro sia una vera moneta come il dollaro; non può. Non può permetterselo».
[15] http://www.corriere.it/opinioni/13_aprile_10/soros-germania-contro-eurobond_24bb66aa-a1ac-11e2-8e0a-db656702af56.shtml
[16] http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51574
[17] https://aurorasito.wordpress.com/2015/01/29/un-cavallo-di-troia-di-soros-nel-governo-di-tsipras/
[18] http://www.maurizioblondet.it/syriza-messo-al-servizio-di-tsahal/
[19] http://voxnews.info/2015/08/03/ecco-chi-ci-porta-medici-senza-frontiere-giovani-maschi-africani-foto-vergogno/
http://voxnews.info/2015/08/09/medici-senza-frontiere-scarica-a-vibo-316-clandestini-scabbi-a-bordo/
http://voxnews.info/2015/08/03/medici-senza-frontiere-scarica-a-palermo-529-africani-foto/
http://voxnews.info/2015/07/29/medici-senza-frontiere-scarica-692-coloni-con-la-scabbia/
http://voxnews.info/2015/07/28/business-medici-senza-frontiere-scarica-in-italia-1-810-clandestini/
http://voxnews.info/2015/07/17/profughi-non-vogliono-sbarcare-a-cagliari-scafisti-di-medici-senza-frontiere-li-accontentano/
http://voxnews.info/2015/07/09/nave-medici-senza-frontiere-scarica-103-africani-con-la-scabbia/
http://voxnews.info/2015/07/05/medici-senza-frontiere-scaricano-217-clandestini-a-pozzallo/
[20] http://www.oltrelacoltre.com/?p=16948
[21] http://www.imolaoggi.it/2015/08/05/le-ong-quinte-colonne-di-washington-in-russia-e-cina-e/
[22] http://www.informarexresistere.fr/2015/07/09/la-russia-si-libera-del-soft-power-americano-espulse-oltre-20-ong/
http://www.informarexresistere.fr/2015/07/09/putin-caccia-soros-dalla-russia-per-attivita-sovversiva/
[23] http://www.lultimaribattuta.it/12680_ecco-come-soros-promuove-limmigrazione-illegale-italia
Fonte dell’articolo: identità.com
 
 http://lastella.altervista.org/immigrazione-di-massa-la-strategia-del-caos/

lunedì 31 agosto 2015

LA CIA (ROTHSCHILD) DIETRO IL TRAFFICO DI DROGA IN ITALIA Scritto il agosto 31, 2015 by lastella Facebook2.2k Google + SCOPO : FIACCARE I GIOVANI NEL LORO IMPEGNO POLITICO COME MINACCIA AL POTERE COSTITUITO

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Io che ho partecipato a quegli anni ho visto un ‘intera generazione fiaccata dall’eroina, che si diffuse come un veleno nell’ambito di quella che era la frangia “estremista” della gioventù di allora (fine anni ’70). Una frangia carica di voglia di cambiamento, di rabbia verso il potere con cui era aspramente critica. Quella rabbia fu prima attenuata e poi spenta dagli oppiacei. Perchè quella carica poteva esser destabilizzante per il potere costituito, per l’establishment.
Sto leggendo un libro da poco uscito sull’omicidio di Moro, scritto da De Lutiis, mi sono imbattuto nella conferma della ricostruzione storica operata da G. Blumir nel suo libro Eroina, circa la diffusione di droghe nell’ambito dei movimenti giovanile negli anni 60/70.
Il libro stampato nel ’78 racconta di strani fenomeni intorno alla diffusione delle droghe, soprattutto quelle pesanti, nell’Italia degli anni ’70.
In quegli anni si assiste ad una feroce repressione di hippies e freakettoni che si facevano gli spinelli, mentre viene lasciata prima mano libera a chi spacciava le pasticche di morfina che provenivano dalle scorte della guerra in Vietnam; poi a quelli che spacciavano eroina.
Già allora Blumir punta il dito contro i servizi, che non sono deviati, ma operano secondo una precisa strategia politica,conosciuta dal potere politico di allora (cioè la DC).
Nel libro di De Lutiis che ho citato, si trova conferma, documentata, del fatto che i servizi occidentali usavano la droga come strumento di controllo.
E’ accertato che c’erano operazioni coperte volte ad infiltrare i “movimenti” giovanili per controllarli ed usarli. Ma anche per fiaccarli attraverso la diffusione di droga, impedendo che le frange della protesta si allargassero.
Io che ho partecipato a quegli anni ho visto un ‘intera generazione fiaccata dall’eroina, che si diffuse come un veleno nell’ambito di quella che era la frangia “estremista” della gioventù di allora (fine anni ’70). Una frangia carica di voglia di cambiamento, di rabbia verso il potere con cui era aspramente critica. Quella rabbia fu prima attenuata e poi spenta dagli oppiacei. Perchè quella carica poteva esser destabilizzante per il potere costituito, per l’establishment.
Le droghe in genere erano allora viste come un altro strumento di contestazione e rifiuto, ma se la marijuana non provocava danni, l’eroina era devastante per la volontà dei ragazzi. Cosi anche a Napoli avvenne che accanto alla scomparsa dal mercato delle droghe leggere, ci fu una diffusione massiccia delle droghe pesanti, anfetamina ed lsd prima, eroina dopo. Siamo nella seconda metà degli anni ’70. Giovani impegnati, anche se in maniera confusa, nei movimenti di quegli anni, divennero dei junkers, dei drogati, che non avevano altre interesse che la droga. Deboli fisicamente e mentalmente, ricattabili, passibili di arresti come e quando si voleva. Disposti a “collaborare” per una dose che alleviasse la loro astinenza.
Da allora in poi l’eroina fu usata come efficace strumento di controllo. Non solo attraverso lo spaccio nelle strade, ma anche attraverso i SERT (servizio territoriale tossicodipendenze). Questi all’inizio distribuivano metadone (vedi) a litri, facendo danni soprattutto ai ragazzi che rimanevano inebetiti dalle  dosi massicce. Perchè il metadone era usato impropriamente.
Perchè lo scopo non era aiutare, “guarire”,  era controllare.
Bisognava assicurarsi di spegnere la carica di rabbia di quella frangia di gioventù, chiamata deviante, potenzialmente pericolosa, in quanto non organica al potere, portatrice di una cultura che tendeva a disconoscere quel potere. Gli oppiacei erano uno strumento adattissimo di controllo. Perchè inducevano un ‘astinenza fortissima che metteva i consumatori abituali in una situazione di estrema vulnerabilità, in quanto facilmente ricattabili. Inoltre gli effetti degli oppiacei sono un torpore permanente, passata la breve fase euforizzante e fanno perdere interesse per tutto ciò che non è la droga ed i mezzi per procurarsela. Furono vittime i giovani più fragili, ma anche numerose intelligenze vivaci che, avrebbero potuto comunque dare fastidio. La merce droga ha interessato da sempre i servizi, Cia in testa. Questa è cosa accertata, tranne per quelli che si rifiutano di vedere. Sia perchè potente strumento di controllo, sia perchè fonte di profitti enormi impiegati poi per finanziare operazioni oscure e traffici di armi destinate a movimenti controllati dalla Cia stessa per destabilizzare governi non amici (Nicaragua).
In sudamerica il traffico di cocaina si svolge ormai da sempre sotto l’occhio interessato della Cia, o almeno di una parte di essa.
Cosi avveniva nel sud-est asiatico con l’eroina.
Queste cose bisognerebbe farle leggere agli idioti proibizionisti, alcuni in buona fede, che non riescono a capire quanto queste sostanze diventino pericoloso se proibite.
Consiglio la lettura sia dei brani sotto che dell’estratto riguardante la diffusione dell’eroina in Italia. Sono un po’ lunghi, ma illuminanti e chiave di lettura di molti altri avvenimenti.
giuseppe galluccio 16/3/08
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Tratto da “Il golpe di via Fani” di G. De Lutiis ed l’Unità/Sperling Kupfer
Questa particolare attenzione verso i movimenti e i gruppi giovanili di sinistra sia negli Stati Uniti sia in Europa dimostra come i servizi segreti statunitensi avessero previsto ben prima della primavera del 1968 il possibile sviluppo di movimenti studenteschi di estrema sinistra. Peraltro, dal rapporto finale della commissione Rockefeller emerge che nel 1969 e 1970 fu sviluppato il cosiddetto “Progetto 2”, che consisteva nell’inviare all’estero agenti statunitensi nell’ambito di acquisizioni informative all’interno dell’operazione Chaos, ma viene esplicitamente affermato che “la sua missione sarà valutare, conoscere e la sinistra nello spettro maoista”. Lo scopo specifico degli agenti statunitensi inviati all’estero era dunque – come sottolinea una commissione presieduta dal vicepresidente degli Stati Uniti – di sviluppare una sinistra maoista in opposizione a quella filosovietica. Opportunamente nel rapporto si evidenzia il rilievo particolare di questo specifico progetto interno all’operazione Chaos: […] Tutti coloro che hanno vissuto la turbolenta realtà politica degli anni Settanta ricordano che vi fu un abnorme sviluppo di movimenti marxisti-leninisti di ispirazione filocinese. E infine da rilevare che, secondo quanto acquisito nel citato rapporto del Ros, “il piano Chaos si avvalse anche delle intercettazioni di comunicazioni internazionali operate dalla Nsa”. La National Security Agency e il servizio segreto statunitense preposto al controllo, intercettazione e decodifica di tutte le comunicazioni di interesse per la sicurezza degli Stati Uniti, utilizzando anche la rete Echelon.” William Colby, divenuto direttore della Cia nel 1973, chiuse l’operazione Chaos i15 marzo 1974. L’anno seguente fu istituita la commissione Rockefeller sulle attività della Cia. […] L’operazione Chaos risulta conclusa nel 1974. Nel 1975 la cosiddetta commissione Rockefeller” redasse un rapporto, su questa e su altre operazioni illegali della Cia, che è stato declassificato e reso pubblico nel 1977. Ma l’operazione Chaos non è la sola che i servizi segreti statunitensi abbiano attivato negli anni a cavallo del Sessantotto per indebolire l’impegno politico dei giovani della sinistra europea. Il 28 giugno 1995 il capitano Massimo Giraudo, all’epoca ufficiale addetto al reparto Eversione del Ros dei carabinieri, su delega del giudice istruttore Salvini, interroga come teste Roberto Cavallaro, a suo tempo imputato nell’istruttoria sulla Rosa dei venti e che aveva collaborato con il giudice istruttore di Padova, Tamburino, fornendo preziose informazioni.
Cavallaro riferì a Giraudo che nel 1972, nel corso di un addestramento seguito in Francia, aveva appreso dell’esistenza di un’operazione della Cia in Italia, denominata Blue Moon, all’epoca già in atto, consistente nella diffusione di sostanze stupefacenti nei settori giovanili italiani al fine di contribuire al depotenziamento del loro impegno politico. Cavallaro aveva già avuto modo di parlare dell’addestramento dinanzi al giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi. “Il teste aggiunse che l’operazione Blue Moon era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.” Nel corso delle attività di intelligence e di ricerca d’ archivio condotte dal Ros in seguito alle informazioni fornite da Cavallaro, venivano scoperte altre operazioni illegittime, tra le quali “l’utilizzo di Lsd contro leaders socialisti o di organizzazioni di sinistra in Paesi stranieri al fine di farli parlare incoerentemente e screditarli in pubblico” (dai documenti risulta accertata e dimostrata questa attività contro Fidel Castro). Da altra documentazione, proveniente direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge che alla convention hippy di Chicago svoltasi dal 25 al 30 agosto 1968, che degenerò in numerosi episodi di guerriglia, ben il 17 per cento dei partecipanti apparteneva ad agenzie federali e organismi di intelligence. La determinazione del governo statunitense nell’usodell’Lsd allo scopo di depotenziare l’impegno politico dei giovani traspare da un documento della Cia del 4 settembre 1970, nel quale, a fronte dell’impressionante estensione della protesta giovanile per la guerra in Vietnam, il dipartimento della Difesa suggeriva nuovi metodi di contenimento della violenza politica. Si affermava che la tendenza dei moderni metodi di polizia era quella di demoralizzare e rendere temporaneamente incapaci gli avversari. Si sosteneva che con l’avvento di potenti prodotti naturali, droghe psicotrope e immobilizzanti, fosse nata una nuova era nei metodi di applicazione della legge. Nel contempo, giornalisti vicini agli ambienti dei servizi diffondevano nella società americana la convinzione che il dissenso giovanile e la contrarietà alla guerra in Vietnam nascessero da giovani menti alterate dall’Lsd. A tale scopo fu diffusa la notizia che questa sostanza induceva danni cromosomici, al fine di creare il supporto scientifico all’ affermazione che il dissenso politico proveniva da una devianza genetica. Contemporaneamente, alla fine degli anni Sessanta, furono diffusi per le strade di New York e San Francisco massicci quantitativi di un superallucinogeno ancor pia devastante, denominato Stp (2,5 dimetossi 4 metilfeno-tilammina), prodotto dalla Dow Chemical Company e di cui vennero forniti campioni al quartier generale dell’Us Army Chemical Corps e a Edgewood Arsenal.” E da ricordare in quest’ ambito la figura di Ronald Stark, agente della Cia che stabile un contatto con brigatisti detenuti facendosi collocare nel loro stesso carcere. Nel laboratorio aperto da Stark a Bruxelles, sotto la copertura di un centro di ricerche biomediche, in soli due anni furono prodotti cinquanta milioni di dosi di allucinogeni. Nel 1977 Scotland Yard arrestò il chimico Richard Kemp, aiutante di Stark, sequestrando sei milioni di dosi di Lsd. Fu successivamente chiarito che Kemp, a meta anni Settanta, fabbricava da solo il cinquanta per cento della produzione mondiale di Lsd. E forse superfluo aggiungere che Stark entrò in contatto con le Brigate rosse per ben altri motivi […]
Fonte : www.altrestorie.org
Tratto da: nomassoneriamacerata via Sapere è dovere

 http://lastella.altervista.org/la-cia-rothschild-dietro-il-traffico-di-droga-in-italia/