Adesso ho capito perché sono stati uccisi Falcone e Borsellino
di Profilo artemide1955artemide1955 287 il 03 dic 08, 13:35:39
Il trasferimento del giudice Luigi De Magistris e le contrapposizioni di questi ultimi giorni fra la Procura della Repubblica di Salerno e quella di Catanzaro rendono chiare tutte le vicende oscure che si sono registrate nel nostro paese dal 1991 in poi.
Le sintetizzo: E' il 1991, Si deve celbrare in Cassazione il noto maxi-processo ai 350 capi di Cosa Nostra. Probabilmente all'inizio di questo processo, alcuni anni prima, Andreotti aveva promesso ai padrini che il processo in Cassazione sarebbe andato a terra. Ma poi cambia idea.
La crisi dei partiti tradizionali per la questione morale, la caduta del Muro di Berlino e quindi il venir meno di ragioni internazionalei per il sostegno a Cosa Nostra, le pressanti richieste della Comunità Europea di ridurre il tasso di criminalità del nostro paese onde consentire l'ingresso dell'Italia nell'Unione Monetaria Europea, lo inducono a elevare il livello di contrasto dello Stato contro Cosa Nostra e dunque a non dispaicersi dell'eventuale conferma della sentenza del maxi-processo.
Falcone già da lungo tempo uomo di Andreotti, simbolo di quella lotta alla mafia, voluta dallo stesso Andreotti perché il cittadino non perdesse la fiducia nello Stato, viene chiamato a collaborare con lui a Roma.
Fa sostituire il dott. Corrado Carnevale, giudice garantista, dalla presidenza della prima sezione della Cassazione che dovrà giudicare il maxi-processo e lo fa sostituire con altro Magistrato. Ma i complottatori questo non lo sanno e intervengono sul nuovo presidente designato affinché il maxi-processo vada ugualmente a terra. Ne vorranno poi dare la colpa ad Andreotti e vorranno far sommergere anche lui da una valanga di monetine in qualche piazza di Roma, come poi capitò all'on.le Bettino Craxi.
Ma il consgliere Scoppelliti viene a sapere di questo e ne informa il dott. Falcone. Il dott. Falcone a sua volta ne informa l'on.le Martelli.
L'on.le Martelli va in Cassazione si fa ricevere dal Primo Presidente il dott. Brancaccio e fa nominare presidente della Prima Sezione il giudice Valente, un magistrato organico al PCI-PDS in quanto anni prima era stato eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura in quota PCI-PDS.
E' la rottura. I complottatori vanno su tutte le furie. Un magistrato della Cassazione fornisce a Cosa Nostra la dritta affinché sia ucciso il consigliere della Cassazione Antonino Scoppelliti, Falcone lo viene a sapere e ne fa denuncia. Il terzo livello, ossia quel gruppo di giudici che per tutto il corso della Prima Repubblica aveva garantito il rapporto con Cosa Nostra per procurare sostegno politico alla D.C. e che nel frattempo ha stipulato un patto con la Sinistra Democristiana, insorge.
Intanto Andreotti fa un patto con Bossi e quindi, se si presenta presidente della Repubblica, sarà sicuramente eletto. Si sa che egli farà gestire i pentiti dal Sisde anziché dalla DNA, dopo aver trasformato il Sisde in un servizio segreto interno alle dipendenze dell'Esecutivo e quindi sue e lasciando al solo Sismi compiti di controspionaggio tradizionale. Il Sisde differentemente dalla DNA non sarà diretto da un Magistrato ma dal dott. Bruno Contrada.
Il terzo livello, non si sente garantito da questa prospettiva e insorge ancora di più. I pentiti, nelle loro propalazioni, potrebbero essere non sufficientemenmte gestiti e quindi potrebbero parlare di loro.
Occorre quindi assolutamente scongiurare l'elezione di Andreotti a presidente della Repubblica.
Si decide così di uccidere Giovanni Falcone se Andreotti presenta la sua candidatura. E ciò sia per sanzionarlo per la condotta da lui tenuta nel caso Scoppelliti, sia per sollecitare l'elezione a presidente della Repubblica del sen. Oscar Luigi Scalfaro, presidente del Senato e candidato istituzionale.
Così infatti avviene infatti quel fatidico 23 maggio 1992.
Il 1° luglio 1992 a Roma il dott. Borsellino interroga negli uffici della Criminalpol di Roma il pentito Gaspare Mutolo e costui gli parla del giudice Domenico Signorino, Pubblico Ministero requirente al maxi-processo di Palermo, membro del Terzo Livello e quindi in rapporti con Cosa Nostra. Il ministro degli Interni appena nominato Nicola Mancino lo ascolta attraverso le cimici e a un certo punto svela al sua presenza virtuale e lo manda a chiamare.
L'interogatorio viene sospeso per circa tre ore. Il dott. Borsellino incontra il Ministro Nicola Mancino e questi gli intima di estrapolare dall'interogatorio la parte di deposizione che riguarda il dott. Domencio Signorino. Borsellino si rifiuta, spalleggiato anche da Vincenzo Parisi, allora capo della Polizia, presente al colloquio.
Il giorno dopo viene fatto pervenire in Sicilia il tritolo che lo ammazzerà.
Il 19 luglio 92 viene eseguito l'attentato. Qualche tempo dopo morirà di morte sconosciuta anche Vincenzo Parisi e Giovanni Di Gennaro diventerà nuovo capo della Polizia e tale rimarrà per tutto il Governo Prodi. Un imbarazzatissimo Berlusconi lo confermerà capo della Polizia anche sotto il suo governo perché "così hanno ordinato gli americani".
Il dott. Luigi De Magistris non è stato ucciso ma è stato delegittimato, umiliato, trasferito e perseguitato e guarda caso da un Consiglio Superiore della Magistratura diretto ancora una volta da lui il senatore Nicola Mancino, che i Magistrati hanno voluto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Egli ha toccato i medesimi interessi, che a suo tempo toccarono i suoi colleghi Falcone e Borsellino. Ha osato mettere sotto processo alcuni Magistrati lucani e alcuni uomini d'affari calabresi vicini al Presidente Romano Prodi.
Quel Romano Prodi, il quale tutte le sere si parlava al telefono con Eugenio Scalfari direttore di Repubblica.
La Procura della Repubblica di Salerno non ancora "normalizzata" adesso indaga.
Scrivo queste note unicamente per dare uno spassionato consiglio al PD, a Forza Italia e alla Lega: lasciateli indagare...........lasciate che la giustizia faccia il suo corso, tanto voi non c'entrate niente. Vacca, Mancino ed altri non sono vostri. Chiedete una buona volta le dimissioni del senatore Nicola Mancino e imponetele. Disponete il commissariamento del Consiglio Superiore della Magistratura, altrimenti delegittimate la Procura di Salerno. Evitate che questo Consiglio Superiore faccia altri danni al presitigio delle Istituzioni più di quelli cha finora ha già fatto.
Tenete presente che un domani il dott. Luigi De Magistris si presenterà candidato alle elezioni politiche. E se non avvicinate le posizioni vi annientierà a tutti e tre.
Io per primo voterò per lui, qualunque sarà lo schieramento in cui lui si presenta.
Non è possibile gestire uno Stato se alcune Procure sono diventate delle cloache.
ARTEMIDE
mercoledì 17 febbraio 2010
venerdì 12 febbraio 2010
ESPLOSIVA INTERVISTA ALL'EX MINISTRO SOCIALISTA RINO FORMICA (NASCOSTA DAL 'CORRIERE') - "TOGHE ROSSE? NO,TOGHE DEVIATE!" - "NESSUNO HA FATTO CASO CHE LA SERA IN CUI VENNE SCATTATA LA FOTO AL PM DI MANI PULITE, CONTRADA ERA GIÀ SOSPESO DAL SISDE!" - "COSSIGA HA SOSTENUTO CHE NEL ’90-91 L’FBI VENNE IN ITALIA PER ORIENTARE LA MAGISTRATURA CONTRO ANDREOTTI E CRAXI, FECE PRESSIONI E IL PRESIDENTE SI DIMISE" - "NELLA PRIMA REPUBBLICA IL DENARO SERVIVA A FINI POLITICI. ADESSO IL DANARO DA MEZZO È DIVENTATO IL MERO FINE DELLA POLITICA: CIOÈ IL RAPPORTO È ROVESCIATO" "BERLUSCONI ERA UN OPPORTUNISTA: PRIMA CON CRAXI PER LE TV, POI A FAVORE DEL POOL" img
Goffredo Buccini per "il Corriere Della Sera"
Di Pietro e Contrada a Cena nel 1992 berlusconi giovane
«E se non fossero state rosse?». Prego? «Dico, le toghe. Sui genitori di questa cosiddetta Seconda Repubblica, c'è una vulgata che parla di golpe, magistratura politicizzata, toghe rosse, appunto». Invece? «Si comincia a capire che non furono rosse, le toghe. La cena Contrada-Di Pietro, di cui voi del Corriere avete pubblicato le foto, e ciò che avvenne poi, ci può autorizzare a parlare semmai di magistrati deviati».
Nella bella casa in centro, accanto a Palazzo Valentini, Rino Formica non riesce a stare seduto cinque minuti di fila. Soffre di sciatica. Ma la verve polemica di un tempo è intatta. Come il gusto dell'iperbole (suo il copyright di «nani e ballerine», per dire). Come il filo di rasoio delle «erre», arrotate dei suoi ragionamenti «ampi». Come, in effetti, una certa dose di sassolini nelle scarpe. Sugli scaffali, Nenni e Plutarco, Spriano e Acton («Gli ultimi Borboni di Napoli»). Tra i vecchi sodali d'un tempo, quasi solo Cirino Pomicino («ne ammiro l'intelligenza»).
Craxi Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 - Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno Contrada, Antonio Di Pietro, il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il colonnello Fa
Socialisti L'ex ministro alle Finanze Rino Formica (83 anni) con il segretario psi Bettino Craxi. Secondo Formica, i socialisti non hanno «mai sostenuto che bisognasse fare leggi per salvarsi dai processi». Quanto al premier, «nel '92 gli importava solo delle tv»
Cosa avvenne, secondo lei, tra l'89 e il '94?
«Una crisi sistemica, di panico, tra le classi dirigenti nel triennio '89/'92. Nel caos si inserirono contrastanti agenzie di Paesi alleati ed ex comunisti".
Alla fine di tutta questa fase vinse Berlusconi
«Appunto. Come può essere una rivoluzione di toghe rosse?».
Cossiga abbraccia CraxiDa sinistra Colonnello Gargiulo - contrada - colonnello fausto del vecchio - di pietro il comandante vitagliano
Ha saltato un passaggio: il Paese non reggeva più il sistema delle tangenti.
«Aspetti, ragioniamo. I soggetti politici si sono moltiplicati nel frattempo: una pluralità di soggetti visibili e identificabili e, spesso, invisibili e sfuggenti».
Siamo ai «misteri d'Italia»?
«Beh, c'è chi non vuole o non può disvelare le sorgenti di un'azione politica, che tanto occulte non sono».
Si spieghi meglio.
«Se si può parlare di servizi deviati, dico io, perché è così indecente parlare di interventi di agenzie estere deviate, lobby sommerse, informazioni manipolate e giustizia mirata?».
andreotti giulioDi schiena mentre gesticola Rocco mario modiati, gargiulo, FAusto del vecchio e francesco d'agostino.jpg contrada, di pietro, vitagliano, col conforti, fausto del Vecchio, In piedi francesco d'agostin
Perché bisogna dimostrare quello che si dice, forse.
«Io dico: vediamo questa foto di Contrada e Di Pietro. Al congresso Idv, Di Pietro, con la solita miscela di furbizia e ingenuità, ha detto: chiedete al generale Vitagliano, il padrone di casa... ma quella sera, Contrada era già sospeso dal Sisde».
Di Pietro poteva non saperlo.
«Il problema è un altro. Di Pietro non era il titolare di Mani pulite. Lo era il pool. Quella era la riunione dei carabinieri di supporto alla polizia giudiziaria. Perché non fu investito il pool?».
E le pare sufficiente a sostenere che Di Pietro fu un magistrato «deviato»?
«No. C'è un altro tassello grazie al presidente Cossiga. Due anni fa su Libero, attraverso il suo pseudonimo di Franco Mauri, ha sostenuto che nel '90-91 l'Fbi venne in Italia per orientare la magistratura contro Andreotti e Craxi, e fece pressioni su un presidente con la K nel cognome. Lui si dimise».
PIERO FASSINOColonnello GArgiulo Tommaso Vitagliano e Bruno Contrada
Che la classe politica italiana prendesse tangenti era oggetto di barzellette da anni. C'era bisogno dell'Fbi?
«No, qui sta il vostro errore! Nella Prima Repubblica la politica nobilitò la funzione dello sterco del diavolo come mezzo di raggiungimento di fini politici! Adesso il danaro da mezzo è diventato fine della politica: cioè il rapporto è rovesciato».
Non è colpa anche del lavoro di delegittimazione della magistratura cominciato forse proprio da voi socialisti?
«Nooo! Noi non abbiamo mai sostenuto che bisognasse fare leggi per salvarsi dai processi. Noi abbiamo detto che il nostro sistema aveva deviazioni individuali che andavano punite penalmente e un accomodamento sistemico che andava valutato sul superamento di una soglia».
dipietro contrada
Larini, Manzi, Troielli, Mach di Palmstein... quanti superarono la soglia, e per conto di chi?
«Lei continua a confondere ciò che è sistemico con ciò che è deviato, non ci capiamo».
Craxi, comunque, scappò.
«Craxi si avvalse del diritto alla resistenza teorizzato anche da alcuni padri costituenti».
Craxi e Occhetto
Craxi era un uomo dello Stato.
«Io sto a quello che ha detto Napolitano parlando di Craxi: "Durezza senza eguali sulla sua persona...". E le dico che allora si usarono metodi rivoluzionari senza fini rivoluzionari. Agenti parapolitici internazionali...».
... senta, persino le televisioni di Berlusconi nel '92 appoggiavano l'inchiesta di Milano.
«Guardi, ho per le mani un libro di Veltri, c'è un'intervista di allora del Cavaliere. Beh, gli importava solo delle tv. Diceva: "Il sistema è crollato e noi siamo più liberi". Berlusconi era un opportunista».
Occhetto
Lo dice lei. Molti «eredi» politici di Craxi oggi lo adorano.
«Vede, ad agosto '92 erano usciti già i corsivi di Craxi contro Mani pulite. E ancora a settembre i comunisti, il Pds, facevano la coda dietro la porta di Bettino, perché si discuteva la loro ammissione nell'Internazionale socialista. Io ho ancora una lettera di Fassino in cui si dice: mi raccomando, sosteneteci, cambieranno tutti i rapporti. Al rientro da Berlino, dove Craxi era intervenuto in loro favore, Occhetto fece un intervento di pura aggressione contro di lui. Capisce perché tanti sono andati con Forza Italia? Il... nemico minore».
Dica, dopo tanti anni, la politica è sempre «sangue e merda»?
«Beh, adesso c'è una bella differenza».
Quale?
«Il mix. Non bisogna esagerare con il secondo ingrediente».
[12-02-2010]
by dagospia
Di Pietro e Contrada a Cena nel 1992 berlusconi giovane
«E se non fossero state rosse?». Prego? «Dico, le toghe. Sui genitori di questa cosiddetta Seconda Repubblica, c'è una vulgata che parla di golpe, magistratura politicizzata, toghe rosse, appunto». Invece? «Si comincia a capire che non furono rosse, le toghe. La cena Contrada-Di Pietro, di cui voi del Corriere avete pubblicato le foto, e ciò che avvenne poi, ci può autorizzare a parlare semmai di magistrati deviati».
Nella bella casa in centro, accanto a Palazzo Valentini, Rino Formica non riesce a stare seduto cinque minuti di fila. Soffre di sciatica. Ma la verve polemica di un tempo è intatta. Come il gusto dell'iperbole (suo il copyright di «nani e ballerine», per dire). Come il filo di rasoio delle «erre», arrotate dei suoi ragionamenti «ampi». Come, in effetti, una certa dose di sassolini nelle scarpe. Sugli scaffali, Nenni e Plutarco, Spriano e Acton («Gli ultimi Borboni di Napoli»). Tra i vecchi sodali d'un tempo, quasi solo Cirino Pomicino («ne ammiro l'intelligenza»).
Craxi Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 - Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno Contrada, Antonio Di Pietro, il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il colonnello Fa
Socialisti L'ex ministro alle Finanze Rino Formica (83 anni) con il segretario psi Bettino Craxi. Secondo Formica, i socialisti non hanno «mai sostenuto che bisognasse fare leggi per salvarsi dai processi». Quanto al premier, «nel '92 gli importava solo delle tv»
Cosa avvenne, secondo lei, tra l'89 e il '94?
«Una crisi sistemica, di panico, tra le classi dirigenti nel triennio '89/'92. Nel caos si inserirono contrastanti agenzie di Paesi alleati ed ex comunisti".
Alla fine di tutta questa fase vinse Berlusconi
«Appunto. Come può essere una rivoluzione di toghe rosse?».
Cossiga abbraccia CraxiDa sinistra Colonnello Gargiulo - contrada - colonnello fausto del vecchio - di pietro il comandante vitagliano
Ha saltato un passaggio: il Paese non reggeva più il sistema delle tangenti.
«Aspetti, ragioniamo. I soggetti politici si sono moltiplicati nel frattempo: una pluralità di soggetti visibili e identificabili e, spesso, invisibili e sfuggenti».
Siamo ai «misteri d'Italia»?
«Beh, c'è chi non vuole o non può disvelare le sorgenti di un'azione politica, che tanto occulte non sono».
Si spieghi meglio.
«Se si può parlare di servizi deviati, dico io, perché è così indecente parlare di interventi di agenzie estere deviate, lobby sommerse, informazioni manipolate e giustizia mirata?».
andreotti giulioDi schiena mentre gesticola Rocco mario modiati, gargiulo, FAusto del vecchio e francesco d'agostino.jpg contrada, di pietro, vitagliano, col conforti, fausto del Vecchio, In piedi francesco d'agostin
Perché bisogna dimostrare quello che si dice, forse.
«Io dico: vediamo questa foto di Contrada e Di Pietro. Al congresso Idv, Di Pietro, con la solita miscela di furbizia e ingenuità, ha detto: chiedete al generale Vitagliano, il padrone di casa... ma quella sera, Contrada era già sospeso dal Sisde».
Di Pietro poteva non saperlo.
«Il problema è un altro. Di Pietro non era il titolare di Mani pulite. Lo era il pool. Quella era la riunione dei carabinieri di supporto alla polizia giudiziaria. Perché non fu investito il pool?».
E le pare sufficiente a sostenere che Di Pietro fu un magistrato «deviato»?
«No. C'è un altro tassello grazie al presidente Cossiga. Due anni fa su Libero, attraverso il suo pseudonimo di Franco Mauri, ha sostenuto che nel '90-91 l'Fbi venne in Italia per orientare la magistratura contro Andreotti e Craxi, e fece pressioni su un presidente con la K nel cognome. Lui si dimise».
PIERO FASSINOColonnello GArgiulo Tommaso Vitagliano e Bruno Contrada
Che la classe politica italiana prendesse tangenti era oggetto di barzellette da anni. C'era bisogno dell'Fbi?
«No, qui sta il vostro errore! Nella Prima Repubblica la politica nobilitò la funzione dello sterco del diavolo come mezzo di raggiungimento di fini politici! Adesso il danaro da mezzo è diventato fine della politica: cioè il rapporto è rovesciato».
Non è colpa anche del lavoro di delegittimazione della magistratura cominciato forse proprio da voi socialisti?
«Nooo! Noi non abbiamo mai sostenuto che bisognasse fare leggi per salvarsi dai processi. Noi abbiamo detto che il nostro sistema aveva deviazioni individuali che andavano punite penalmente e un accomodamento sistemico che andava valutato sul superamento di una soglia».
dipietro contrada
Larini, Manzi, Troielli, Mach di Palmstein... quanti superarono la soglia, e per conto di chi?
«Lei continua a confondere ciò che è sistemico con ciò che è deviato, non ci capiamo».
Craxi, comunque, scappò.
«Craxi si avvalse del diritto alla resistenza teorizzato anche da alcuni padri costituenti».
Craxi e Occhetto
Craxi era un uomo dello Stato.
«Io sto a quello che ha detto Napolitano parlando di Craxi: "Durezza senza eguali sulla sua persona...". E le dico che allora si usarono metodi rivoluzionari senza fini rivoluzionari. Agenti parapolitici internazionali...».
... senta, persino le televisioni di Berlusconi nel '92 appoggiavano l'inchiesta di Milano.
«Guardi, ho per le mani un libro di Veltri, c'è un'intervista di allora del Cavaliere. Beh, gli importava solo delle tv. Diceva: "Il sistema è crollato e noi siamo più liberi". Berlusconi era un opportunista».
Occhetto
Lo dice lei. Molti «eredi» politici di Craxi oggi lo adorano.
«Vede, ad agosto '92 erano usciti già i corsivi di Craxi contro Mani pulite. E ancora a settembre i comunisti, il Pds, facevano la coda dietro la porta di Bettino, perché si discuteva la loro ammissione nell'Internazionale socialista. Io ho ancora una lettera di Fassino in cui si dice: mi raccomando, sosteneteci, cambieranno tutti i rapporti. Al rientro da Berlino, dove Craxi era intervenuto in loro favore, Occhetto fece un intervento di pura aggressione contro di lui. Capisce perché tanti sono andati con Forza Italia? Il... nemico minore».
Dica, dopo tanti anni, la politica è sempre «sangue e merda»?
«Beh, adesso c'è una bella differenza».
Quale?
«Il mix. Non bisogna esagerare con il secondo ingrediente».
[12-02-2010]
by dagospia
martedì 9 febbraio 2010
LA STRANA BUGIA DI TONINO - L'EX PM FINGE DI NON AVER NULLA A CHE FARE CON IL FONDATORE DEL PARTITO MANI PULITE, PIERO ROCCHINI: "NON CONOSCO QUEST'UOMO" – MA CI SONO FOTO DEI DUE INSIEME E ROCCHINI RACCONTA IL DI PIETRO CHE CONOSCEVA: “SI PROFESSAVA UOMO DI DESTRA, TORNATO DAGLI USA SI BUTTÒ CON IL CENTROSINISTRA. CI SCONVOLSE”… 1- LA STRANA BUGIA DI DI PIETRO...
Gian Marco Chiocci per "il Giornale"
Nega spesso l'evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s'è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l'opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l'indagato principe dell'inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro.
DIPIETRO GIOVANE
Uno che s'è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l'ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l'impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più».
DIPIETRO GIOVANE
Anche Tonino non l'ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell'anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C'è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino.
antonio di pietro idv
Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell'accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d'averlo incontrato in un viaggio all'estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica.
di pietro
L'avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l'amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi.
Di Pietro
Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c'era un rapporto connotato d'amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell'inchiesta. L'ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l'ho incontrato con la moglie (...)».
Antonio Di Pietro
Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. "Non posso venire mi dispiace"».
Antonio Di Pietro
Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l'Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un'occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!". Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.
Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: "Faccia riferimento al signor Rocchini"...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...».
Antonio Di Pietro
Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell'Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). "Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo».
di pietro e Rocchini
Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L'avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?.
Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».
rocchini a Sinistra - Di Pietro al centro
Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell'avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l'analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell'immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini.
Di Pietro - Italia dei Valori
Di Pietro: «La parola "Io" l'ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell'organigramma, non solo la parola io, ma tutto l'organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c'è scritto anche Mani pulite».
congresso italia dei valori di pietro jpeg
Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l'ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell'occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C'era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l'estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...».
Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978.
Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c'è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c'è tanto di fotografia, ma non l'ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...».
congresso italia dei valori di pietro jpeg
Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». Avv.: «Dov'è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov'è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.
2- "DI PIETRO ERA DI DESTRA. POI TORNA DAGLI USA E PASSA ALLA SINISTRA"
Gian Marco Chiocci per "il Giornale"
Dottor Piero Rocchini, quale presidente del Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di Pietro...
congresso italia dei valori di pietro e de magistris jpeg
«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti coloro che credevano in lui e nell'ideale alto della politica che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e Antonio c'è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura totale».
Di Pietro e Silvana Mura - Da Libero
Andiamo per gradi. A gennaio '95 Di Pietro lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c'è il Movimento Mani pulite e c'è grande attesa su quel che farà da grande l'ex Pm...
«Nell'aria c'erano più strade da percorrere. Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come riferimento etico fuori dalla politica attiva. In continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare, coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno del battesimo dell'Idv. Addirittura arrivò a prendere personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica.
Di Pietro e Silvana Mura limousine - Da Libero
Quando tornò dal viaggio non era più l'Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano e altri pianificò con me la formazione di un movimento trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani pulite e al movimento di cui era ben informato. La sua idea iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie. Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori come a gran voce chiedeva la "sua" base. Ero perplesso...».
l’assegno di 50 mila dollari di Bianchini a Di Pietro
Torniamo ai circoli americani frequentati da Di Pietro...
«Andò, ufficialmente, per una serie di conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì come entità di appoggio a una determinata parte politica. L'aveva ripetuto in continuazione. Poi si buttò con il centrosinistra».
E la cosa la sorprese?
Antonio Di pietro - Coppola e Sigaro
«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che avrebbe fatto parte dell'organigramma del partito che si sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino. Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato l'organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un problema»
E poi che è successo?
craxi e di pietro
«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi rassicura che c'è un progetto per stare al centro con il Ccd, grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell'orbita di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».
Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi nega tutto, compresi i rapporti con lei?
«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero l'unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo di comportarsi, l'unico che gli chiese conto del cambio d'atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei confronti dell'imprenditore Giorgio Panto querelato per un'incomprensione politica che chiarimmo prima della sua morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità sui nostri rapporti e sul Movimento».
GENCHI PARLA DI PIETRO DORME
E invece?
«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare una frequentazione assidua, un'amicizia vera, una collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in Australia fu vago, disse che c'eravamo incontrati lì come se non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste.
Ha addirittura sostenuto che non appena lesse degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un'inchiesta su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato l'evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i valori del Movimento».
È sorpreso da quanto si viene a sapere in questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?
«Un passaggio di un mio libro di fantasia riassume il suo modo di pensare: Aggio 'a cumanna'»
[09-02-2010]
by dagospia
Nega spesso l'evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s'è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l'opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l'indagato principe dell'inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro.
DIPIETRO GIOVANE
Uno che s'è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l'ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l'impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più».
DIPIETRO GIOVANE
Anche Tonino non l'ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell'anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C'è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino.
antonio di pietro idv
Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell'accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d'averlo incontrato in un viaggio all'estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica.
di pietro
L'avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l'amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi.
Di Pietro
Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c'era un rapporto connotato d'amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell'inchiesta. L'ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l'ho incontrato con la moglie (...)».
Antonio Di Pietro
Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. "Non posso venire mi dispiace"».
Antonio Di Pietro
Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l'Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un'occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!". Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.
Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: "Faccia riferimento al signor Rocchini"...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...».
Antonio Di Pietro
Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell'Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). "Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo».
di pietro e Rocchini
Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L'avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?.
Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».
rocchini a Sinistra - Di Pietro al centro
Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell'avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l'analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell'immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini.
Di Pietro - Italia dei Valori
Di Pietro: «La parola "Io" l'ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell'organigramma, non solo la parola io, ma tutto l'organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c'è scritto anche Mani pulite».
congresso italia dei valori di pietro jpeg
Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l'ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell'occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C'era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l'estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...».
Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978.
Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c'è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c'è tanto di fotografia, ma non l'ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...».
congresso italia dei valori di pietro jpeg
Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». Avv.: «Dov'è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov'è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.
2- "DI PIETRO ERA DI DESTRA. POI TORNA DAGLI USA E PASSA ALLA SINISTRA"
Gian Marco Chiocci per "il Giornale"
Dottor Piero Rocchini, quale presidente del Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di Pietro...
congresso italia dei valori di pietro e de magistris jpeg
«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti coloro che credevano in lui e nell'ideale alto della politica che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e Antonio c'è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura totale».
Di Pietro e Silvana Mura - Da Libero
Andiamo per gradi. A gennaio '95 Di Pietro lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c'è il Movimento Mani pulite e c'è grande attesa su quel che farà da grande l'ex Pm...
«Nell'aria c'erano più strade da percorrere. Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come riferimento etico fuori dalla politica attiva. In continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare, coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno del battesimo dell'Idv. Addirittura arrivò a prendere personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica.
Di Pietro e Silvana Mura limousine - Da Libero
Quando tornò dal viaggio non era più l'Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano e altri pianificò con me la formazione di un movimento trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani pulite e al movimento di cui era ben informato. La sua idea iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie. Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori come a gran voce chiedeva la "sua" base. Ero perplesso...».
l’assegno di 50 mila dollari di Bianchini a Di Pietro
Torniamo ai circoli americani frequentati da Di Pietro...
«Andò, ufficialmente, per una serie di conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì come entità di appoggio a una determinata parte politica. L'aveva ripetuto in continuazione. Poi si buttò con il centrosinistra».
E la cosa la sorprese?
Antonio Di pietro - Coppola e Sigaro
«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che avrebbe fatto parte dell'organigramma del partito che si sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino. Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato l'organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un problema»
E poi che è successo?
craxi e di pietro
«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi rassicura che c'è un progetto per stare al centro con il Ccd, grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell'orbita di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».
Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi nega tutto, compresi i rapporti con lei?
«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero l'unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo di comportarsi, l'unico che gli chiese conto del cambio d'atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei confronti dell'imprenditore Giorgio Panto querelato per un'incomprensione politica che chiarimmo prima della sua morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità sui nostri rapporti e sul Movimento».
GENCHI PARLA DI PIETRO DORME
E invece?
«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare una frequentazione assidua, un'amicizia vera, una collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in Australia fu vago, disse che c'eravamo incontrati lì come se non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste.
Ha addirittura sostenuto che non appena lesse degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un'inchiesta su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato l'evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i valori del Movimento».
È sorpreso da quanto si viene a sapere in questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?
«Un passaggio di un mio libro di fantasia riassume il suo modo di pensare: Aggio 'a cumanna'»
[09-02-2010]
by dagospia
CHI VINCE IN SICILIA (O IN CAMPANIA, TRA LE REGIONI PIÙ POPOLOSE) HA IN MANO IL PAESE – MA SE VINCE LA DC, L’UDC, BERLUSCONI (O I SOCIALISTI DI MARTELLI) È “PATTO CON LA MAFIA”. QUANDO VINSE LEOLUCA ORLANDO FU RINASCITA DEMOCRATICA - A PALERMO O A NAPOLI LA REGOLA È UNA E UNA SOLA: O TI ACCORDI CON COSA NOSTRA O SONO CAZZI VOSTRI, TERZA VIA NON ESISTE ( PERCHÉ LO STATO NON HA CITTADINANZA IN QUELLE REGIONI)
Attilio Bolzoni per "la Repubblica"
CIANCIMINO JR
Covi e tesori potrebbero raccontare la Palermo di ieri e l'Italia di oggi. Ma covi e tesori non parlano.E non parlano alti ufficiali in divisa nera. A volte non parlano neanche carte lasciate ammuffire negli armadi di qualche Tribunale. Ci resta solo lui: ci resta solo Massimo Ciancimino che fa parlare un morto.
Suo padre.
Massimo Ciancimino
Sui soldi sporchi arrivati da Palermo per costruire la Milano 2 di Berlusconi. Sui latitanti mai presi. Sulla nascita di quel nuovo partito- Forza Italia- voluto da una trattativa fra mafia e Stato durante le stragi siciliane. Vicende di confine. Di scambio e di ricatto. Perché dice tutto questo soltanto ora?, si chiedono tutti.
Perché chiama in causa il presidente del Consiglio? Perché sono arrivate soltanto ora e così in ritardo le verità di Massimo Ciancimino? La risposta è semplice nella sua banalità: nessuno gli aveva mai chiesto niente prima.
Mai, mai una volta.
Berlusconi il 25 gennaio al San Raffaele di Milano - Senza capelli
Anzi, stando a quello che sostiene il più piccolo dei cinque figli di don Vito, alcuni personaggi (un ufficiale dei Ros, un agente segreto chiamato «Carlo» o «signor Franco» e un misterioso «capitano»), gli avevano assicurato che nessuno lo avrebbe mai «disturbato» su queste faccende né a Palermo né altrove in Italia.
Le cose sono andate diversamente. E lui a domanda, adesso risponde. Sempre. Quanto ci sia di vero o di verosimile in quello che dice, è un altro discorso.
E' tutto scombinato l' affaire Ciancimino, visto al presente e visto al passato. Scombinato ai tempi del padre e scombinato ai tempi del figlio. Generazione dopo generazione loro tengono sempre banco. Il verbo di Palermo da cinquant'anni è sempre sulla bocca di un Ciancimino.
Dell Utri in Aula - Depone Spatuzza - Da Repubblica 9
Cominciamo dall'inizio che poi è anche la fine: il 19 novembre del 2002. Anche se non spiega tutto, questa data già spiega tanto: è il giorno che muore Vito Ciancimino ed è pure il giorno che suo figlio Massimo viene indagato per il riciclaggio dei soldi di suo padre. Per i tre o quattro decenni precedenti mai un'indagine patrimoniale (se si esclude un tentativo di Falcone naufragato fra gli «aggiustamenti» di consulenti e di giudici buoni amici di don Vito) sull'impero costruito da un ex sindaco che era alla guida di un partito cosca trasversale dominante a Palermo.
vito e massimo ciancimino
Mai un solo accertamento fiscale, un'ispezione bancaria. Vito Ciancimino era uno degli uomini più ricchi della Sicilia e, quando se n'è andato- «per cause naturali», rassicurava un'agenzia di stampa quel giorno - risultava nullatenente. Quel 19 novembre del 2002, Massimo è scivolato per la prima volta in un'inchiesta giudiziaria. Tutti a Palermo erano stati ciechi e muti e sordi. Naturalmente, magistrati dell'antimafia compresi.
Provenzano Mafia
C'è un'altra data da ricordare: la primavera del 1993. E' in quei mesi che Ciancimino - padre - comincia a parlare con i procuratori di Palermo, nel carcere dove era rinchiuso. A dire più o meno, difendendosi, quello che oggi sta ripetendo il figlio per le storie di Palermo dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta. Su cadaveri eccellenti. Su appalti. Su Giulio Andreotti. E' tutto in un memoriale che molti considerarono «spazzatura».
Toto Riina
Vito Ciancimino, una quindicina di anni fa quando cominciò a rivelare i suoi segreti, fu trattato come un depistatore. Il suo pensiero adesso sono diventate le «rivelazioni» del figlio. Con l'aggiunta - non secondaria per la verità - dei patti per la cattura pilotata di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, della mancata cattura di Bernardo Provenzano, del ruolo di «mediatore» che prese Marcello Dell'Utri al posto di suo padre. E' il Ciancimino parte seconda, che però viene sempre dalla prima: la fonte è sempre don Vito. Il morto.
GENERALE MORI
Perché parla soltanto ora Massimo Ciancimino? Perché se non avesse rilasciato un'intervista a «Panorama» nel dicembre del 2007 - sugli incontri di suo padre con Bernardo Provenzano, sulle trattative con i carabinieri dei Reparti speciali a cavallo delle stragi Falcone e Borsellino, sul famigerato papello ricevuto da Totò Riina - non avrebbe parlato mai. Poi, i procuratori di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l'hanno invitato a «spiegare». E da quel momento - era il giugno del 2008 - non si è fermato più. Un testimone un po' particolare ma sempre un testimone. Seguito, minacciato, invitato a «stare zitto» da misteriosi personaggi che una volta erano in intimità con suo padre, Massimo Ciancimino riempie verbali e inonda l'aula bunker dell'Ucciardone con i suoi racconti.
Un'altra coincidenza molto palermitana: il covo di Bernardo Provenzano e il tesoro di Vito Ciancimino. Il primo l'hanno trovato dopo quarantatré anni di latitanza, il secondo l'hanno cominciato a cercare subito dopo.
Antonio Ingroia
Sembravano due indagini separate nel 2006, oggi è la stessa indagine e la stessa storia. Covo e tesoro, un unico incastro. Potere militare e potere economico di Cosa Nostra. Della mancata cattura di Provenzano, il piccolo Ciancimino ha riferito probabilmente tutto ciò che sapeva («Il padrino corleonese aveva immunità su tutto il territorio nazionale»), sul tesoro di famiglia probabilmente non dirà mai niente. Non è che a Palermo, in questi mesi, sta accadendo qualcosa che ci sfugge?
2 - L'OLTRAGGIO IMPUNITO...
Paolo Granzotto per "Il Giornale"
A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell'Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all'intelligenza dei componenti la Corte.
LEOLUCA ORLANDO - Copyright Pizzi
Nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell'ottobre del '95, del boss mafioso Bernardo Provenzano.
Cosa c'entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?
Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell'Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all'immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo.
Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un'aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un'aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.
È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l'interesse e la disposizione d'animo.
0gus29 claudio martelli
È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l'estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: "È fuori da tutto". Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...».
È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo). Possibile che mancasse quell'intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un'aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X.
Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l'occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch'esso. Tertium non datur.
[09-02-2010]
by dagospia
CIANCIMINO JR
Covi e tesori potrebbero raccontare la Palermo di ieri e l'Italia di oggi. Ma covi e tesori non parlano.E non parlano alti ufficiali in divisa nera. A volte non parlano neanche carte lasciate ammuffire negli armadi di qualche Tribunale. Ci resta solo lui: ci resta solo Massimo Ciancimino che fa parlare un morto.
Suo padre.
Massimo Ciancimino
Sui soldi sporchi arrivati da Palermo per costruire la Milano 2 di Berlusconi. Sui latitanti mai presi. Sulla nascita di quel nuovo partito- Forza Italia- voluto da una trattativa fra mafia e Stato durante le stragi siciliane. Vicende di confine. Di scambio e di ricatto. Perché dice tutto questo soltanto ora?, si chiedono tutti.
Perché chiama in causa il presidente del Consiglio? Perché sono arrivate soltanto ora e così in ritardo le verità di Massimo Ciancimino? La risposta è semplice nella sua banalità: nessuno gli aveva mai chiesto niente prima.
Mai, mai una volta.
Berlusconi il 25 gennaio al San Raffaele di Milano - Senza capelli
Anzi, stando a quello che sostiene il più piccolo dei cinque figli di don Vito, alcuni personaggi (un ufficiale dei Ros, un agente segreto chiamato «Carlo» o «signor Franco» e un misterioso «capitano»), gli avevano assicurato che nessuno lo avrebbe mai «disturbato» su queste faccende né a Palermo né altrove in Italia.
Le cose sono andate diversamente. E lui a domanda, adesso risponde. Sempre. Quanto ci sia di vero o di verosimile in quello che dice, è un altro discorso.
E' tutto scombinato l' affaire Ciancimino, visto al presente e visto al passato. Scombinato ai tempi del padre e scombinato ai tempi del figlio. Generazione dopo generazione loro tengono sempre banco. Il verbo di Palermo da cinquant'anni è sempre sulla bocca di un Ciancimino.
Dell Utri in Aula - Depone Spatuzza - Da Repubblica 9
Cominciamo dall'inizio che poi è anche la fine: il 19 novembre del 2002. Anche se non spiega tutto, questa data già spiega tanto: è il giorno che muore Vito Ciancimino ed è pure il giorno che suo figlio Massimo viene indagato per il riciclaggio dei soldi di suo padre. Per i tre o quattro decenni precedenti mai un'indagine patrimoniale (se si esclude un tentativo di Falcone naufragato fra gli «aggiustamenti» di consulenti e di giudici buoni amici di don Vito) sull'impero costruito da un ex sindaco che era alla guida di un partito cosca trasversale dominante a Palermo.
vito e massimo ciancimino
Mai un solo accertamento fiscale, un'ispezione bancaria. Vito Ciancimino era uno degli uomini più ricchi della Sicilia e, quando se n'è andato- «per cause naturali», rassicurava un'agenzia di stampa quel giorno - risultava nullatenente. Quel 19 novembre del 2002, Massimo è scivolato per la prima volta in un'inchiesta giudiziaria. Tutti a Palermo erano stati ciechi e muti e sordi. Naturalmente, magistrati dell'antimafia compresi.
Provenzano Mafia
C'è un'altra data da ricordare: la primavera del 1993. E' in quei mesi che Ciancimino - padre - comincia a parlare con i procuratori di Palermo, nel carcere dove era rinchiuso. A dire più o meno, difendendosi, quello che oggi sta ripetendo il figlio per le storie di Palermo dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta. Su cadaveri eccellenti. Su appalti. Su Giulio Andreotti. E' tutto in un memoriale che molti considerarono «spazzatura».
Toto Riina
Vito Ciancimino, una quindicina di anni fa quando cominciò a rivelare i suoi segreti, fu trattato come un depistatore. Il suo pensiero adesso sono diventate le «rivelazioni» del figlio. Con l'aggiunta - non secondaria per la verità - dei patti per la cattura pilotata di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, della mancata cattura di Bernardo Provenzano, del ruolo di «mediatore» che prese Marcello Dell'Utri al posto di suo padre. E' il Ciancimino parte seconda, che però viene sempre dalla prima: la fonte è sempre don Vito. Il morto.
GENERALE MORI
Perché parla soltanto ora Massimo Ciancimino? Perché se non avesse rilasciato un'intervista a «Panorama» nel dicembre del 2007 - sugli incontri di suo padre con Bernardo Provenzano, sulle trattative con i carabinieri dei Reparti speciali a cavallo delle stragi Falcone e Borsellino, sul famigerato papello ricevuto da Totò Riina - non avrebbe parlato mai. Poi, i procuratori di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l'hanno invitato a «spiegare». E da quel momento - era il giugno del 2008 - non si è fermato più. Un testimone un po' particolare ma sempre un testimone. Seguito, minacciato, invitato a «stare zitto» da misteriosi personaggi che una volta erano in intimità con suo padre, Massimo Ciancimino riempie verbali e inonda l'aula bunker dell'Ucciardone con i suoi racconti.
Un'altra coincidenza molto palermitana: il covo di Bernardo Provenzano e il tesoro di Vito Ciancimino. Il primo l'hanno trovato dopo quarantatré anni di latitanza, il secondo l'hanno cominciato a cercare subito dopo.
Antonio Ingroia
Sembravano due indagini separate nel 2006, oggi è la stessa indagine e la stessa storia. Covo e tesoro, un unico incastro. Potere militare e potere economico di Cosa Nostra. Della mancata cattura di Provenzano, il piccolo Ciancimino ha riferito probabilmente tutto ciò che sapeva («Il padrino corleonese aveva immunità su tutto il territorio nazionale»), sul tesoro di famiglia probabilmente non dirà mai niente. Non è che a Palermo, in questi mesi, sta accadendo qualcosa che ci sfugge?
2 - L'OLTRAGGIO IMPUNITO...
Paolo Granzotto per "Il Giornale"
A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell'Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all'intelligenza dei componenti la Corte.
LEOLUCA ORLANDO - Copyright Pizzi
Nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell'ottobre del '95, del boss mafioso Bernardo Provenzano.
Cosa c'entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?
Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell'Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all'immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo.
Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un'aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un'aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.
È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l'interesse e la disposizione d'animo.
0gus29 claudio martelli
È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l'estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: "È fuori da tutto". Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...».
È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo). Possibile che mancasse quell'intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un'aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X.
Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l'occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch'esso. Tertium non datur.
[09-02-2010]
by dagospia
LA VERSIONE DI CONTRADA (NUOVE FOTO) - TRA ME E L’EX PM DI MANI PULITE UN INCONTRO CASUALE. IO ERO SEDUTO ACCANTO A VITAGLIANO E, QUANDO ARRIVO’ DI PIETRO, CEDETTI IL MIO POSTO A LUI - NEGLI SCATTI CON TONINO, ROCCO MARIO MODIATI, UOMO DELLA KROLL SECRET SERVICE….
Felice Cavallaro per "il Corriere Della Sera"
Da sinistra Colonnello Gargiulo - contrada - colonnello fausto del vecchio - di pietro il comandante vitagliano
Non è solo l'ex segretario di Italia dei Valori Mario Di Domenico a custodire alcune delle foto scattate nella caserma dei carabinieri di Roma il 15 dicembre 1992 con Antonio Di Pietro e Bruno Contrada vicini. Perché proprio l'ex numero tre del Sisde arrestato per mafia nove giorni dopo ne ha trovato sette in un cassetto di casa, a Palermo. E ce n'è pure una in cui di spalle compare l'«americano», Rocco Mario Modiati, l'agente della Kroll Secret Service collegata alla Cia, ancora in servizio all'ambasciata Usa di via Veneto.
Colonnello GArgiulo Tommaso Vitagliano e Bruno Contrada Di schiena mentre gesticola Rocco mario modiati, gargiulo, FAusto del vecchio e francesco d'agostino.jpg contrada, di pietro, vitagliano, col conforti, fausto del Vecchio, In piedi francesco d'agostin
Eccolo mentre, tutt'intorno, ufficiali dell'Arma e vertici dei servizi segreti sorridono verso l'obiettivo. A differenza di Di Pietro che, rilassato e quasi divertito, ascolta proprio Modiati, arrivato con una targa del Servizio statunitense per premiare il magistrato più determinato del pool Mani Pulite, quel giorno a Roma con il suo fidato collaboratore dell'Arma, il maggiore Francesco D'Agostino, per la notifica dell'avviso di garanzia a Bettino Craxi.
Contrada sta ai «domiciliari» per ragioni di salute, scontando una condanna definitiva e parla attraverso il suo avvocato catanese Giuseppe Lipera, pronto a mostrare foto «innocenti», come ripete l'ex 007, guardando però le istantanee con amarezza perché dietro il sorriso di quella sera, spiega, c'è la rabbia dell'umiliazione: «Il 7 dicembre mi avevano sospeso dal Sisde ed ero rientrato in polizia...». Lo status di «sospeso» potrebbe acuire le polemiche suscitate dalla pubblicazione delle prime foto sparite dalla circolazione dopo l'arresto dello stesso Contrada e riapparse adesso in vista di un libro d'attacco scritto da Di Domenico contro il suo ex amico Di Pietro.
Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 - Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno Contrada, Antonio Di Pietro, il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il colonnello Fa
Il provvedimento di sospensione doveva essere ovviamente noto ai colleghi di Contrada, ai capi dei servizi, certamente a tanti ufficiali riuniti quella sera dal comandante del reparto operativo Tommaso Vitagliano. Tutti stupiti dall'atteggiamento dell'amministrazione, come lo saranno poi al momento dell'arresto, increduli davanti alle accuse di due pentiti contro il collega e il giudice Domenico Signorino, pm al maxi processo, per questo già suicidatosi il 3 dicembre.
Quell'evento drammatico aveva scosso gli apparati, mentre l'Italia, oltre che sul fronte antimafia, accendeva attenzioni internazionali anche per le scosse dell'inchiesta Mani pulite. Un vortice. Montavano tensioni e ansie. Ma quella sera, alla mensa della caserma di via In Selci, è il momento degli auguri. E Contrada, chiamato come Di Pietro pure per il saluto ufficiale al microfono, siede accanto all'ospite d'onore.
da sx Andrea Arcai-Colonnello Turchi-Alessandra Casali-Narcisa Brassesco-Alessandro Casali-Caterina Balivo-Stefano Saglia
«Ma fu tutto casuale» assicura il funzionario. «Io ero seduto accanto a Vitagliano e, quando arrivò, cedetti il mio posto a Di Pietro che mi chiese "Ma lei che grado ha nei carabinieri?". Spiegai di essere un questore. "Allora siamo colleghi", sorrise pensando a quando era poliziotto».
dipietro contrada
E Modiati? «Non saprei se si conoscessero, forse sì, forse no. La targa premio? Non so. Anch'io ho i diplomi firmati George Bush senior. I servizi americani sono molto attenti al nostro lavoro. E in quel caso premiavano le operazioni da noi fatte contro le fabbriche di dollari falsi». Perché Di Pietro? «Io non parlo di quello che non so» ripete a Lipera. «La Cia interessata aMani pulite? I servizi seguono tutte le vicende politiche degli altri Stati. Difficile che fossero distratti sul punto. E' prassi normale. E la Kroll in particolare si occupa di tutela del presidente, protezione del dollaro e attività economiche».
[08-02-2010]
by dagospia
Da sinistra Colonnello Gargiulo - contrada - colonnello fausto del vecchio - di pietro il comandante vitagliano
Non è solo l'ex segretario di Italia dei Valori Mario Di Domenico a custodire alcune delle foto scattate nella caserma dei carabinieri di Roma il 15 dicembre 1992 con Antonio Di Pietro e Bruno Contrada vicini. Perché proprio l'ex numero tre del Sisde arrestato per mafia nove giorni dopo ne ha trovato sette in un cassetto di casa, a Palermo. E ce n'è pure una in cui di spalle compare l'«americano», Rocco Mario Modiati, l'agente della Kroll Secret Service collegata alla Cia, ancora in servizio all'ambasciata Usa di via Veneto.
Colonnello GArgiulo Tommaso Vitagliano e Bruno Contrada Di schiena mentre gesticola Rocco mario modiati, gargiulo, FAusto del vecchio e francesco d'agostino.jpg contrada, di pietro, vitagliano, col conforti, fausto del Vecchio, In piedi francesco d'agostin
Eccolo mentre, tutt'intorno, ufficiali dell'Arma e vertici dei servizi segreti sorridono verso l'obiettivo. A differenza di Di Pietro che, rilassato e quasi divertito, ascolta proprio Modiati, arrivato con una targa del Servizio statunitense per premiare il magistrato più determinato del pool Mani Pulite, quel giorno a Roma con il suo fidato collaboratore dell'Arma, il maggiore Francesco D'Agostino, per la notifica dell'avviso di garanzia a Bettino Craxi.
Contrada sta ai «domiciliari» per ragioni di salute, scontando una condanna definitiva e parla attraverso il suo avvocato catanese Giuseppe Lipera, pronto a mostrare foto «innocenti», come ripete l'ex 007, guardando però le istantanee con amarezza perché dietro il sorriso di quella sera, spiega, c'è la rabbia dell'umiliazione: «Il 7 dicembre mi avevano sospeso dal Sisde ed ero rientrato in polizia...». Lo status di «sospeso» potrebbe acuire le polemiche suscitate dalla pubblicazione delle prime foto sparite dalla circolazione dopo l'arresto dello stesso Contrada e riapparse adesso in vista di un libro d'attacco scritto da Di Domenico contro il suo ex amico Di Pietro.
Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 - Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno Contrada, Antonio Di Pietro, il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il colonnello Fa
Il provvedimento di sospensione doveva essere ovviamente noto ai colleghi di Contrada, ai capi dei servizi, certamente a tanti ufficiali riuniti quella sera dal comandante del reparto operativo Tommaso Vitagliano. Tutti stupiti dall'atteggiamento dell'amministrazione, come lo saranno poi al momento dell'arresto, increduli davanti alle accuse di due pentiti contro il collega e il giudice Domenico Signorino, pm al maxi processo, per questo già suicidatosi il 3 dicembre.
Quell'evento drammatico aveva scosso gli apparati, mentre l'Italia, oltre che sul fronte antimafia, accendeva attenzioni internazionali anche per le scosse dell'inchiesta Mani pulite. Un vortice. Montavano tensioni e ansie. Ma quella sera, alla mensa della caserma di via In Selci, è il momento degli auguri. E Contrada, chiamato come Di Pietro pure per il saluto ufficiale al microfono, siede accanto all'ospite d'onore.
da sx Andrea Arcai-Colonnello Turchi-Alessandra Casali-Narcisa Brassesco-Alessandro Casali-Caterina Balivo-Stefano Saglia
«Ma fu tutto casuale» assicura il funzionario. «Io ero seduto accanto a Vitagliano e, quando arrivò, cedetti il mio posto a Di Pietro che mi chiese "Ma lei che grado ha nei carabinieri?". Spiegai di essere un questore. "Allora siamo colleghi", sorrise pensando a quando era poliziotto».
dipietro contrada
E Modiati? «Non saprei se si conoscessero, forse sì, forse no. La targa premio? Non so. Anch'io ho i diplomi firmati George Bush senior. I servizi americani sono molto attenti al nostro lavoro. E in quel caso premiavano le operazioni da noi fatte contro le fabbriche di dollari falsi». Perché Di Pietro? «Io non parlo di quello che non so» ripete a Lipera. «La Cia interessata aMani pulite? I servizi seguono tutte le vicende politiche degli altri Stati. Difficile che fossero distratti sul punto. E' prassi normale. E la Kroll in particolare si occupa di tutela del presidente, protezione del dollaro e attività economiche».
[08-02-2010]
by dagospia
CDB E IL VENTICELLO LIBERALE - LA LOBBY POTENTONA DEL GRUPPO “REPUBBLICA-ESPRESSO” OSSERVA SMARRITA IL NUOVO SCENARIO DEGLI ASSETTI DEL CAPITALISMO ITALIANO - TENTA DI SPIEGARE CHE GLI INTERESSI DI MEDIASET SONO DOMINANTI OVUNQUE, MA NON C’È TRIPPA PER GATTI: BANCHIERI, MANAGER E IMPRENDITORI NON RISPONDONO PIÙ ALL’APPELLO…
Lodovico Festa per "il Giornale"
CARLO DE BENEDETTI
La Fiat vuole unilateralmente chiudere uno stabilimento su cui pure ha ricevuto cospicui contributi dello Stato. Proprietà e management di Telecom Italia sono di fronte a conti aziendali difficili e a innovazioni strategiche non semplici da finanziare. Banca Intesa prepara l'assemblea di bilancio dove si rinnoveranno le cariche: grandi le manovre tra i soci. Stessa scadenza per le Generali, con meno esibizioni pubbliche. L'Eni mentre si afferma come player globale dell'energia, affronta sfide complesse: dal calo della domanda di gas ai giacimenti iraniani, ai richiami dell'Antitrust europeo sui gasdotti.
Carlo De Benedetti con moglie
Gli assetti del capitalismo italiano, anche dei suoi soggetti maggiori, sono «naturalmente» in movimento. Molti problemi sono «i soliti», molti protagonisti sono «i soliti». Eppure si avverte un'aria di novità. Solo pochi anni fa vicende come quelle descritte erano affrontate con trabocchetti politici, invasioni di campo nella politica e della politica, anche al generoso aiuto di media e magistratura.
Berlusconi alla camera - con capelli - 27 gennaio
O ai ricatti di un sindacalismo che non contrattava ma «pesava» politicamente. Oggi, ci si potrà lamentare per qualche arroganza eccessiva di Sergio Marchionne o per una politica governativa di supporto all'industria non sempre perfetta. Si potrà constatare come il management di Telecom Italia non manchi di persuasive capacità comunicative. Come l'Eni oltre che grande impresa sia anche perno di una brillante politica estera italiana. Che Banca Intesa abbia manager abili nell'interloquire con i giornali.
Mediaset
Per quel che riguarda pesi e contrappesi tra economia, politica e media non siamo sicuramente in un mondo perfetto. Ma l'atmosfera complessiva è determinata da confronti tra proprietà e management, tra imprese e sindacati (pur con una segreteria Cgil penosamente allo sbando), tra politica e mondo economico in cui i diversi soggetti si concentrano essenzialmente nello sforzo di assolvere al proprio mestiere.
Logo "Fiat"
La potente lobby del gruppo "Repubblica-Espresso" osserva quasi smarrita questo nuovo scenario, tenta di spiegare come gli interessi di Mediaset siano ormai dominanti dovunque, siano la vera e sola bussola dell'azione del governo. Ma gli sforzi di pur fantasiosi giornalisti producono ricostruzioni senza sugo.
la_repubblica_logo
Carlo De Benedetti, cresciuto come protagonista della scena italiana grazie alla capacità di interdizione della sua stampa, è disperato e rinunciando ai suoi sogni egemonici, alle sue fasi «maggioritarie» prima prodiane, poi veltroniane,punta a ricostruire assetti neoproporzionalistici dove un gruppo editoriale spericolato come il suo possa riprendere una funzione di condizionamento a largo raggio. Non mancano le sponde in questo senso. Ma i grandi banchieri (anche quelli che continuano a votare a sinistra), i grandi manager, gli imprenditori di maggior prestigio non rispondono all'appello.
Logo "Eni"
Anche quelli abituati ai più bizantini giochi di palazzo, si sottraggono alla chiamata. Il venticello liberale di un Paese dove naturalmente i conflitti non scompaiono ma tendono a essere regolati dai voti, dal mercato, dal libero confronto delle idee e dei progetti, e non più da conventicole ristrette in toga o in grisaglia che fossero, alla fine sta prevalendo. Forse abbiamo vissuto in autunno l'ultimo organico tentativo di ripiombare il Paese nel pantano dei condizionamenti senza fine. Ne siamo usciti. Molto è da consolidare nel nuovo quadro. Servirebbe anche un'opposizione meno frastornata. Ma la via giusta è stata imboccata.
by dagospia
CARLO DE BENEDETTI
La Fiat vuole unilateralmente chiudere uno stabilimento su cui pure ha ricevuto cospicui contributi dello Stato. Proprietà e management di Telecom Italia sono di fronte a conti aziendali difficili e a innovazioni strategiche non semplici da finanziare. Banca Intesa prepara l'assemblea di bilancio dove si rinnoveranno le cariche: grandi le manovre tra i soci. Stessa scadenza per le Generali, con meno esibizioni pubbliche. L'Eni mentre si afferma come player globale dell'energia, affronta sfide complesse: dal calo della domanda di gas ai giacimenti iraniani, ai richiami dell'Antitrust europeo sui gasdotti.
Carlo De Benedetti con moglie
Gli assetti del capitalismo italiano, anche dei suoi soggetti maggiori, sono «naturalmente» in movimento. Molti problemi sono «i soliti», molti protagonisti sono «i soliti». Eppure si avverte un'aria di novità. Solo pochi anni fa vicende come quelle descritte erano affrontate con trabocchetti politici, invasioni di campo nella politica e della politica, anche al generoso aiuto di media e magistratura.
Berlusconi alla camera - con capelli - 27 gennaio
O ai ricatti di un sindacalismo che non contrattava ma «pesava» politicamente. Oggi, ci si potrà lamentare per qualche arroganza eccessiva di Sergio Marchionne o per una politica governativa di supporto all'industria non sempre perfetta. Si potrà constatare come il management di Telecom Italia non manchi di persuasive capacità comunicative. Come l'Eni oltre che grande impresa sia anche perno di una brillante politica estera italiana. Che Banca Intesa abbia manager abili nell'interloquire con i giornali.
Mediaset
Per quel che riguarda pesi e contrappesi tra economia, politica e media non siamo sicuramente in un mondo perfetto. Ma l'atmosfera complessiva è determinata da confronti tra proprietà e management, tra imprese e sindacati (pur con una segreteria Cgil penosamente allo sbando), tra politica e mondo economico in cui i diversi soggetti si concentrano essenzialmente nello sforzo di assolvere al proprio mestiere.
Logo "Fiat"
La potente lobby del gruppo "Repubblica-Espresso" osserva quasi smarrita questo nuovo scenario, tenta di spiegare come gli interessi di Mediaset siano ormai dominanti dovunque, siano la vera e sola bussola dell'azione del governo. Ma gli sforzi di pur fantasiosi giornalisti producono ricostruzioni senza sugo.
la_repubblica_logo
Carlo De Benedetti, cresciuto come protagonista della scena italiana grazie alla capacità di interdizione della sua stampa, è disperato e rinunciando ai suoi sogni egemonici, alle sue fasi «maggioritarie» prima prodiane, poi veltroniane,punta a ricostruire assetti neoproporzionalistici dove un gruppo editoriale spericolato come il suo possa riprendere una funzione di condizionamento a largo raggio. Non mancano le sponde in questo senso. Ma i grandi banchieri (anche quelli che continuano a votare a sinistra), i grandi manager, gli imprenditori di maggior prestigio non rispondono all'appello.
Logo "Eni"
Anche quelli abituati ai più bizantini giochi di palazzo, si sottraggono alla chiamata. Il venticello liberale di un Paese dove naturalmente i conflitti non scompaiono ma tendono a essere regolati dai voti, dal mercato, dal libero confronto delle idee e dei progetti, e non più da conventicole ristrette in toga o in grisaglia che fossero, alla fine sta prevalendo. Forse abbiamo vissuto in autunno l'ultimo organico tentativo di ripiombare il Paese nel pantano dei condizionamenti senza fine. Ne siamo usciti. Molto è da consolidare nel nuovo quadro. Servirebbe anche un'opposizione meno frastornata. Ma la via giusta è stata imboccata.
by dagospia
JAKI REGISTA INVISIBILE - DALLA DISTRIBUZIONE DEI DIVIDENDI ALLO SCONTRO FIAT-GOVERNO SUGLI INCENTIVI, C’E’ LA STRATEGIA DI JOHN ELKANN – L’ASSE TRA LUI E MARPIONNE È SEMPRE PIÙ SOLIDO E INTERNAZIONALISTA (VERSO LA CINA) – MA IN CASA AGNELLI LA COSTRUZIONE DEL POTERE PASSA ANCHE DAL FUTURO DELLA JUVE:
Stefano Feltri per "il Fatto Quotidiano"
ALAIN E JOHN ELKANN
Nella partita di questi giorni tra Fiat e governo, i ruoli sono abbastanza definiti. All'amministratore delegato Sergio Marchionne spetta quello del poliziotto cattivo - chiudiamo Termini Imerese, gli incentivi non ci interessano - mentre il presidente Luca di Montezemolo è il poliziotto buono, che cerca di salvare i rapporti con la politica di cui il Lingotto continuerà ad aver bisogno.
JOHN ELKANN E FIGLIO
Alle loro spalle, più regista che spettatore, silenzioso ma presente, c'è il grande azionista: John Elkann, vicepresidente di Fiat. E Marchionne non perde occasione per ricordare che sta agendo in piena sintonia con la proprietà, lo ha fatto anche nella lunga intervista concessa al giornale del gruppo, "La Stampa", giovedì scorso: "C'è una collaborazione stretta e continua, soprattutto con John Elkann, e penso siano soddisfatti di quello che la squadra sta facendo".
IL DIVIDENDO
Per capire il ruolo di Elkann in questa fase bisogna partire da una scelta tattica che è stata letta in Italia come un errore di comunicazione (a cui l'intervista di Marchionne ha cercato di porre rimedio). Lunedì 25 gennaio il consiglio di amministrazione Fiat annuncia di aver chiuso l'anno 2009 con una perdita netta di 848 milioni di euro ma che, nonostante questo, e nonostante un indebitamento netto a 4,4, miliardi, verrà distribuito un dividendo complessivo di 237 milioni.
MArchionne Fiat
Due giorni dopo Marchionne mette in cassa integrazione 30 mila dipendenti del gruppo per il calo della domanda a gennaio. Non c'è nessuna relazione con la crescente tensione con il governo sul rinnovo degli incentivi alla rottamazione - sostiene il top manager Fiat - ma è una fisiologica reazione a un'inevitabile abbassamento degli ordini, visto che molti potenziali clienti hanno anticipato l'acquisto per sfruttare gli incentivi scaduti a dicembre.
Marchionne
La concomitanza dei due eventi - dividendo e cassa integrazione - contribuisce a far infuriare gli operai che in alcuni stabilimenti, soprattutto Termini Imerese, organizzano scioperi spontanei. Si dice che Elkann avesse bisogno di quei soldi per sostenere i conti della Juventus, per ridistribuirli tra i diversi rami della famiglia che già l'anno precedente non avevano incassato nulla.
Montezemolo
All'Exor, la finanziaria che controlla la Fiat, camera di compensazione degli eredi Agnelli di cui Elkann è presidente e che incasserà 67 milioni dei 237 del dividendo, danno un'altra spiegazione. Marchionne - come ha detto anche alla "Stampa" - sta per invadere gli schermi americani durante il Superbowl con gli spot delle nuove Chrysler. Quindi aveva bisogno di lanciare un messaggio di ottimismo ai mercati finanziari che ancora non sono del tutto convinti che l'espansione internazionale del Lingotto - rimasta monca dopo aver perso l'Opel - si rivelerà davvero un successo.
Meglio quindi scontentare un po' i dipendenti italiani, qualche ministro e persino Silvio Berlusconi (che, caso raro, ha polemizzato direttamente con Marchionne) perché la Fiat deve far capire che ormai è davvero un gruppo globale e, semplificando,ragiona più guardando a Detroit che a Termini Imerese. Quindi può permettersi di pagare il dividendo anche quando è in perdita.
Berlusconi alla camera - con capelli - 27 gennaio
LA CINA
John Elkann, da presidente Exor, sostiene in prima persona la linea di apertura internazionale della Fiat. Chi lo conosce racconta che è sempre più spesso in Asia, quasi sempre in Cina. Viaggi di lavoro che da Torino definiscono con diplomatica vaghezza "esplorativi", negli interessi tanto di Exor che di Fiat. I primi risultati degli interessi asiatici di Elkann (sta pensando di far studiare cinese al figlio Leone) si sono visti a luglio quanto Fiat ha siglato una joint venture con la Guangzhou Automotive Company per la produzione di 140 mila vetture e 220 mila motori all'anno, un investimento da 400 milioni di euro nello stabilimento di Changsha, provincia dello Hunan, operativo dall'autunno 2011.
CONCESSIONARIA CHRYSLER
Non si tratta soltanto di attenzione al mercato più importante del prossimo decennio, ma anche della consapevolezza che in Italia avviare nuove iniziative è sempre più difficile (Marchionne aveva provato a immaginare la produzione della nuova Small in Sicilia, ma ha dovuto rinunciare, Termini Imerese non aveva speranza). L'asse tra Elkann e Marchionne, quindi, è sempre più solido, cementato intorno alla comune linea internazionalista.
y 2bag41 john elkann
Anche perché Marchionne ha superato quella che nei corridoi del Lingotto chiamavano "l'ultima tentazione di Sergio", dal film di Martin Scorsese su quella di Cristo: la carica da vicepresidente non esecutivo della disastrata banca svizzera Ubs che Marchionne ricopre dalla fine del 2008. Per un po' il manager italo canadese ha coltivato l'ipotesi di lasciare Fiat nel 2010 e tentare un altro risanamento impossibile, poi ha capito che dopo l'accordo con Chrysler Torino rimaneva più interessante di Zurigo.
y 2bag10 john elkann
GENERAZIONI
L'esterofilia di Elkann non implica però il disinteresse verso l'Italia, non soltanto per l'attenzione con cui segue il suo business editoriale (soprattutto La Stampa, un po' meno il Corriere). Se il nonno Gianni Agnelli voleva fornire all'Italia l'hardware delle fabbriche, Elkann ha l'ambizione di lavorare sul software. Per questo ha trasformato la fondazione intitolata all'avo Giovanni Agnelli in un istituto con un unica missione: fare ricerca sulla formazione, nella più ampia accezione inglese di "education". Il 24 febbraio la fondazione presenterà il rapporto 2010 al ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini.
agnelli romiti tribuna juve
Lo scrittore Leonardo Colombati ha pubblicato per Mondadori un romanzo sulle ultime ore di Gianni Agnelli, "Il Re", ma di John Elkann non si è ancora occupato: "La sua è una generazione meno interessante che vive in tempi meno interessanti". E John sembra avere la capacità di attraversare indenne anche le più "interessanti" tra le recenti storie di famiglia.
agnelli juventus giamp boniperti
Dalle accuse della madre - Margherita - ai suoi mentori professionali, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, di aver tenuto nascosto un tesoro estero dell'Avvocato, al processo equity swap. L'internazionalità di Elkann lo ha salvato infatti dal peccato originale della nuova Fiat, l'operazione illecita (Consob l'ha sanzionata) con cui nel 2005, grazie a un accordo tenuto segreta al mercato, l'Exor guidata da Gabetti riesce a conservare il pacchetto di maggioranza della Fiat al momento in cui le banche convertono in azioni i loro crediti. Il reato contestato riguarda il comunicato alla Consob scritto il 24 agosto 2005 con cui la finanziaria degli Agnelli diceva di non aver approntato alcuna manovra difensiva.
GIANLUIGI GABETTI
Quel giorno Elkann non era in Italia e quindi non può aver partecipato alla redazione del comunicato, e poco importa se forse era informato dei fatti. Penalmente non è rilevante. Il 30 marzo si arriverà alla sentenza di primo grado. E anche se il suo mentore Gabetti sarà condannato, per Elkann non cambierà nulla: ha già ereditato da lui la presidenza della finanziaria.
fiat08 franzo grande stevens lap
LA JUVE
Nei complessi equilibri interni alla galassia Agnelli è forse più rilevante la data dell'undici luglio, quella della finale dei mondiali di calcio in Sud Africa. Il giorno dopo Marcello Lippi lascerà la nazionale che oggi allena e sarà pronto a tornare nella sua società di sempre, la Juventus presieduta da Elkann. A quel punto John, che oggi ha imposto come tecnico provvisorio Alberto Zaccheroni al posto del fallimentare Ciro Ferrara, dovrà decidere che fare.
Rimettere al suo posto l'allenatore di Calciopoli (questa volta come direttore tecnico), tuttora sponsorizzato da Luciano Moggi (che tifa anche per una presidenza affidata ad Andrea Agnelli, figlio di Umberto), oppure marcare la cesura con il passato scegliendo come nuovo uomo forte della Juve 2010 una personalità più internazionale come Rafael Benitez, attuale allenatore del Liverpool? In casa Agnelli la costruzione del potere passa anche da queste cose.
[08-02-2010]
by dagospia
ALAIN E JOHN ELKANN
Nella partita di questi giorni tra Fiat e governo, i ruoli sono abbastanza definiti. All'amministratore delegato Sergio Marchionne spetta quello del poliziotto cattivo - chiudiamo Termini Imerese, gli incentivi non ci interessano - mentre il presidente Luca di Montezemolo è il poliziotto buono, che cerca di salvare i rapporti con la politica di cui il Lingotto continuerà ad aver bisogno.
JOHN ELKANN E FIGLIO
Alle loro spalle, più regista che spettatore, silenzioso ma presente, c'è il grande azionista: John Elkann, vicepresidente di Fiat. E Marchionne non perde occasione per ricordare che sta agendo in piena sintonia con la proprietà, lo ha fatto anche nella lunga intervista concessa al giornale del gruppo, "La Stampa", giovedì scorso: "C'è una collaborazione stretta e continua, soprattutto con John Elkann, e penso siano soddisfatti di quello che la squadra sta facendo".
IL DIVIDENDO
Per capire il ruolo di Elkann in questa fase bisogna partire da una scelta tattica che è stata letta in Italia come un errore di comunicazione (a cui l'intervista di Marchionne ha cercato di porre rimedio). Lunedì 25 gennaio il consiglio di amministrazione Fiat annuncia di aver chiuso l'anno 2009 con una perdita netta di 848 milioni di euro ma che, nonostante questo, e nonostante un indebitamento netto a 4,4, miliardi, verrà distribuito un dividendo complessivo di 237 milioni.
MArchionne Fiat
Due giorni dopo Marchionne mette in cassa integrazione 30 mila dipendenti del gruppo per il calo della domanda a gennaio. Non c'è nessuna relazione con la crescente tensione con il governo sul rinnovo degli incentivi alla rottamazione - sostiene il top manager Fiat - ma è una fisiologica reazione a un'inevitabile abbassamento degli ordini, visto che molti potenziali clienti hanno anticipato l'acquisto per sfruttare gli incentivi scaduti a dicembre.
Marchionne
La concomitanza dei due eventi - dividendo e cassa integrazione - contribuisce a far infuriare gli operai che in alcuni stabilimenti, soprattutto Termini Imerese, organizzano scioperi spontanei. Si dice che Elkann avesse bisogno di quei soldi per sostenere i conti della Juventus, per ridistribuirli tra i diversi rami della famiglia che già l'anno precedente non avevano incassato nulla.
Montezemolo
All'Exor, la finanziaria che controlla la Fiat, camera di compensazione degli eredi Agnelli di cui Elkann è presidente e che incasserà 67 milioni dei 237 del dividendo, danno un'altra spiegazione. Marchionne - come ha detto anche alla "Stampa" - sta per invadere gli schermi americani durante il Superbowl con gli spot delle nuove Chrysler. Quindi aveva bisogno di lanciare un messaggio di ottimismo ai mercati finanziari che ancora non sono del tutto convinti che l'espansione internazionale del Lingotto - rimasta monca dopo aver perso l'Opel - si rivelerà davvero un successo.
Meglio quindi scontentare un po' i dipendenti italiani, qualche ministro e persino Silvio Berlusconi (che, caso raro, ha polemizzato direttamente con Marchionne) perché la Fiat deve far capire che ormai è davvero un gruppo globale e, semplificando,ragiona più guardando a Detroit che a Termini Imerese. Quindi può permettersi di pagare il dividendo anche quando è in perdita.
Berlusconi alla camera - con capelli - 27 gennaio
LA CINA
John Elkann, da presidente Exor, sostiene in prima persona la linea di apertura internazionale della Fiat. Chi lo conosce racconta che è sempre più spesso in Asia, quasi sempre in Cina. Viaggi di lavoro che da Torino definiscono con diplomatica vaghezza "esplorativi", negli interessi tanto di Exor che di Fiat. I primi risultati degli interessi asiatici di Elkann (sta pensando di far studiare cinese al figlio Leone) si sono visti a luglio quanto Fiat ha siglato una joint venture con la Guangzhou Automotive Company per la produzione di 140 mila vetture e 220 mila motori all'anno, un investimento da 400 milioni di euro nello stabilimento di Changsha, provincia dello Hunan, operativo dall'autunno 2011.
CONCESSIONARIA CHRYSLER
Non si tratta soltanto di attenzione al mercato più importante del prossimo decennio, ma anche della consapevolezza che in Italia avviare nuove iniziative è sempre più difficile (Marchionne aveva provato a immaginare la produzione della nuova Small in Sicilia, ma ha dovuto rinunciare, Termini Imerese non aveva speranza). L'asse tra Elkann e Marchionne, quindi, è sempre più solido, cementato intorno alla comune linea internazionalista.
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Anche perché Marchionne ha superato quella che nei corridoi del Lingotto chiamavano "l'ultima tentazione di Sergio", dal film di Martin Scorsese su quella di Cristo: la carica da vicepresidente non esecutivo della disastrata banca svizzera Ubs che Marchionne ricopre dalla fine del 2008. Per un po' il manager italo canadese ha coltivato l'ipotesi di lasciare Fiat nel 2010 e tentare un altro risanamento impossibile, poi ha capito che dopo l'accordo con Chrysler Torino rimaneva più interessante di Zurigo.
y 2bag10 john elkann
GENERAZIONI
L'esterofilia di Elkann non implica però il disinteresse verso l'Italia, non soltanto per l'attenzione con cui segue il suo business editoriale (soprattutto La Stampa, un po' meno il Corriere). Se il nonno Gianni Agnelli voleva fornire all'Italia l'hardware delle fabbriche, Elkann ha l'ambizione di lavorare sul software. Per questo ha trasformato la fondazione intitolata all'avo Giovanni Agnelli in un istituto con un unica missione: fare ricerca sulla formazione, nella più ampia accezione inglese di "education". Il 24 febbraio la fondazione presenterà il rapporto 2010 al ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini.
agnelli romiti tribuna juve
Lo scrittore Leonardo Colombati ha pubblicato per Mondadori un romanzo sulle ultime ore di Gianni Agnelli, "Il Re", ma di John Elkann non si è ancora occupato: "La sua è una generazione meno interessante che vive in tempi meno interessanti". E John sembra avere la capacità di attraversare indenne anche le più "interessanti" tra le recenti storie di famiglia.
agnelli juventus giamp boniperti
Dalle accuse della madre - Margherita - ai suoi mentori professionali, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, di aver tenuto nascosto un tesoro estero dell'Avvocato, al processo equity swap. L'internazionalità di Elkann lo ha salvato infatti dal peccato originale della nuova Fiat, l'operazione illecita (Consob l'ha sanzionata) con cui nel 2005, grazie a un accordo tenuto segreta al mercato, l'Exor guidata da Gabetti riesce a conservare il pacchetto di maggioranza della Fiat al momento in cui le banche convertono in azioni i loro crediti. Il reato contestato riguarda il comunicato alla Consob scritto il 24 agosto 2005 con cui la finanziaria degli Agnelli diceva di non aver approntato alcuna manovra difensiva.
GIANLUIGI GABETTI
Quel giorno Elkann non era in Italia e quindi non può aver partecipato alla redazione del comunicato, e poco importa se forse era informato dei fatti. Penalmente non è rilevante. Il 30 marzo si arriverà alla sentenza di primo grado. E anche se il suo mentore Gabetti sarà condannato, per Elkann non cambierà nulla: ha già ereditato da lui la presidenza della finanziaria.
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LA JUVE
Nei complessi equilibri interni alla galassia Agnelli è forse più rilevante la data dell'undici luglio, quella della finale dei mondiali di calcio in Sud Africa. Il giorno dopo Marcello Lippi lascerà la nazionale che oggi allena e sarà pronto a tornare nella sua società di sempre, la Juventus presieduta da Elkann. A quel punto John, che oggi ha imposto come tecnico provvisorio Alberto Zaccheroni al posto del fallimentare Ciro Ferrara, dovrà decidere che fare.
Rimettere al suo posto l'allenatore di Calciopoli (questa volta come direttore tecnico), tuttora sponsorizzato da Luciano Moggi (che tifa anche per una presidenza affidata ad Andrea Agnelli, figlio di Umberto), oppure marcare la cesura con il passato scegliendo come nuovo uomo forte della Juve 2010 una personalità più internazionale come Rafael Benitez, attuale allenatore del Liverpool? In casa Agnelli la costruzione del potere passa anche da queste cose.
[08-02-2010]
by dagospia
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