domenica 10 aprile 2016

L'uomo che sussurrava all'America L'Unità - 07-06-2004

Una delle ragioni per cui si tende a non parlar male dei defunti è forse che pesa il paragone coi vivi. Con questo ha probabilmente a che fare la gran fortuna del detto per cui la storia tende a ripetersi, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa (purtroppo non è sempre così). Potrebbe anche in qualche modo spiegare perché, malgrado le molte cose che apparentemente accomunano Ronald W. Reagan e George W. Bush, comunque la si rigiri, ne esce molto peggio quest’ultimo.

Per un giudizio storico è presto. Ci vorranno almeno altri 50 anni, dice qualcuno.

Su Reagan, metà America e metà mondo continua a pensarla in modo opposto all’altra metà. Ma intanto è curioso che su 415 storici americani cui recentemente la History News Network della George Mason University ha stato chiesto di dare un giudizio “professionale” sull’amministrazione Bush, 338 la giudichino un fallimento e solo 77 come un successo (e per giunta pare che almeno 8 di questi 77 lo dicessero con sarcasmo). Molti (il 70 per cento di coloro che danno un giudizio negativo) ritengono Bush figlio il peggior presidente di tutta la storia Usa, o per trovarne uno peggiore devono risalire a qualcuno prima di Richard Nixon, a suo tempo la quintessenza del “malfattore” per l’America liberal.

Anche gli storici sono di parte, faziosi, si dirà. Ma su Reagan almeno i giudizi si dividono a metà. E anche coloro che erano più ferocemente critici tendono a prenderlo molto più sul serio. Di destra, ideologizzato, manicheo nella visione del mondo, gaffeur, barzellettaro, retrò. Ma anche il “guerrafondaio” che, dopo aver dichiarato «Impero del Male» il nemico, si guardò bene dal fargli la guerra e si mise invece a trattare il disarmo con Mikhail Gorbaciov.

Uno di cui si disse che, da attore, recitava a copione, e che erano altri a scrivergli il copione, preparargli i discorsi, organizzargli meticolosamente il set. Si è detto che non ci fu forse presidente Usa più manovrato dai suoi collaboratori, specie da quelli che avevano imparato come attirare le sua attenzione, come convincerlo, indirizzarlo in una direzione anziché un’altra, condizionarlo come un burattino, pur lasciandogli la convinzione di essere lui il burattinaio. Tra questi c’erano fanatici, portaborse, manigoldi e sicofanti. Ma al momento giusto seppe anche licenziare i suoi Rumsfeld e Cheney e dare ascolto ai suoi Powell.

Spostò il pendolo della politica economica mondiale in direzione opposta a quella del New Deal di Roosevelt, e ancora se ne pagano le conseguenze. Ma riuscì a dare all’America anche una sensazione di ottimismo sul futuro che invece manca a quella di Bush. Fece leva sulla destra religiosa ultrà per farsi eleggere, ma non si fece teologo supremo. Aveva idee squadrate con l’accetta, ma le carte “di suo pugno” hanno rivelato uno spessore che nemmeno i più accesi osannatori dell’attuale amministrazione osano paragonare a quello di Bush. Fece anche politica, non solo propaganda. E poi poteva contare sul sostegno convinto di una maggioranza di elettori, non di una minoranza, come Bush nel 2000.

Disse che, avendo fatto ben 53 film, sapeva bene come uscire di scena, qualunque fosse la scena. Qualunque sia il giudizio, si può dargli atto di aver interpretato genialmente il suo personaggio, trascinando il pubblico come nessun altro prima o dopo di lui. Sia quelli per cui recitava la parte dell’eroe, sia quelli per cui recitava la parte del cattivo.

Non tutti se ne resero conto. L’Europa confuse genere di film. Credette di assistere ad una commedia, con protagonista un guitto suonato. Risero delle sue gaffes, delle sue ingenuità da parvenu della politica, di quelli che apparivano come sintomi di senilità precoce. La sinistra gli diede sprezzantemente del Rambo, del cowboy. Lo si vide come una reincarnazione del Dottor Stranamore. Non ci accorgemmmo di quanto l’America era affascinata dal suo ottimismo contagioso, aveva imparato ad amarlo e rispettarlo - anche la parte d’America inorridita dalla sua ascesa al potere - aveva scoperto in lui il più popolare e simpatico dei propri presidenti. Che molti, già allora, ridevano non alle sue figuracce, ma alle sue barzellette. Ma cosa ci trovavano gli americani in uno così? Una volta qualcuno glie lo chiese brutalmente. «Vi mettereste a ridere se vi dicessi che in me forse vedono uno qualunque di loro?», rispose.

Come in tutte le grandi battute c’era un elemento artificioso, di retorica, ma anche qualcosa di vero. Riuscì effettivamente a recitare alla perfezione il ruolo dell’uomo qualunque, dell’americano medio. Spesso meglio che quello dell’eroe e del comandante supremo. Forse perché lo era davvero, sin dall’infanzia da figlio di un commerciante di scarpe alcolizzato, in ambientazione da set di «Morte di un commesso viaggiatore». O forse perché nessun pubblico al mondo, più di quello americano, si immedesima in quello che viene proiettato sul grande o sul piccolo schermo (basta essere stati anche solo una volta in un cinema in Usa, a seguire la rumorosa reazione, spesso partecipazione, alla vicenda, l’interazione tra film e spettatori; o aver osservato con un minimo di attenzione come si muovono, camminano, mangiano, parlano, muovono labbra e muscoli facciali: con posa, accento, ritmo e persino calma ostentati, esattamente come nei film).

Era stato Lenin a dire che anche una cuoca deve poter dirigere lo Stato. Fu Reagan a farlo davvero, recitando il ruolo del “cuoco”, del “vicino di casa”, dell’uomo semplice in cui molti potevano in qualche modo riconoscersi, che si trova per caso alla Casa Bianca.

Una delle storielle che più amava raccontare parla di due ragazzini che i genitori portano dallo psichiatra. L’uno è pessimista nero, l’altro iperottimista. Vorrebbero che il medico corregga gli estremi, tiri su il morale del pessimista, renda l’ottimista più cosciente delle difficoltà della vita. Lo psichiatra prova a rinchiudere il pessimista in una stanza piena di magnifici giocattoli, l’ottimista in una stalla maleodorante colma di sterco. Torna e trova il pessimista in lacrime: non ha nemmeno toccato i giocattoli, per paura di romperli. L’ottimista invece è allegro a spalare la merda. «Con tutto questo sterco, da qualche parte ci deve pure essere un pony», gli spiega. Quell’ottimismo finì per contagiare anche l’America di Clinton. La differenza è che nell’America di Bush pare non esserci più materia da contagio di ottimismo.

Siegmund Ginzberg

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