martedì 15 marzo 2011

COSE DI COSA LORO - UN BRUSCA RISVEGLIO PER DELL’UTRI E NICOLA MANCINO – IL MAFIOSO PENTITO PARLA DELLA TRATTATIVA STATO-MAFIA E INDICA MARCELLINO COME REFERENTE E L’EX MINISTRO DELL’INTERNO COME TERMINALE: “MANCINO CI USÒ E POI CI TRADÌ” (E FU PROGETTATO UN ATTENTATO PER VENDICARSI) – L’ATTENTATO DELL’’86 ALLA VILLA DI BERLUSCONI PER “INDURLO A TORNARE A PAGARE” – SUL 41 BIS PER CIAMPI ERA TUTTO OK – AL PROCESSO MORI ATTI DEL DAP E DEI MINISTERI…

- BRUSCA: COSA NOSTRA PROGETTO' UN ATTENTATO A MANCINO "CI USO' E POI CI TRADI', DOVEVAMO VENDICARCI"...
Salvo Palazzolo per "La Repubblica"

«Mancino era il terminale finale della trattativa Stato-mafia intavolata col papello, me lo disse Riina. Dell´allora ministro dell´Interno mi parlò anche Leoluca Bagarella, dopo l´arresto di Riina: voleva fargli un attentato. C´eravamo sentiti usati, traditi».


GIOVANNI BRUSCA
Le parole del pentito Giovanni Brusca irrompono nell´inchiesta dei magistrati di Palermo sulla trattativa fra mafia e Stato. «Riina mi parlò di Mancino come del soggetto che gli aveva fatto sapere, "Cosa volete per finirla con le stragi"?»: questo ha messo a verbale l´ex boss di San Giuseppe Jato nelle scorse settimane. E adesso il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo hanno depositato tre verbali di Brusca al processo che vede imputato il generale del Ros Mario Mori, l´ex direttore del Sisde, per favoreggiamento a Cosa nostra.


GIOVANNI BRUSCA
Secondo i magistrati, i colloqui avvenuti nel 1992 fra Mori e Vito Ciancimino sarebbero stati un pezzo significativo della trattativa di cui parla Brusca. Ma poi, le aspettative di Cosa nostra sarebbero andate deluse. «Ecco perché dopo l´arresto di Riina, Bagarella voleva fare un attentato a Mancino», spiega il collaboratore. L´ex ministro replica: «L´unica cosa che volevo era l´arresto di Riina. È assolutamente risibile - dice - che il ministro dell´Interno potesse interloquire con il capo della mafia. Mai sono stato messo a conoscenza di una qualsivoglia trattativa con la mafia».


TOTO RIINA
Ma di trattativa fra boss e pezzi delle istituzioni ce ne sarebbe stata anche un´altra. Secondo Brusca, i vertici di Cosa nostra l´avrebbero messa in campo nel ´93, con l´attuale senatore Marcello Dell´Utri: «Si era già fatto avanti con Vito Ciancimino dopo il delitto Lima (marzo ‘92) - dice il pentito - e aveva proposto come possibile referente anche la Lega Nord». Brusca spiega che fu il cognato di Riina, Leoluca Bagarella, a contattare Dell´Utri tramite l´ex stalliere di Berlusconi, il boss Vittorio Mangano: «Quando tornò da Milano, Mangano era soddisfatto perché aveva incontrato Dell´Utri - dice oggi Brusca - anche se non era riuscito a incontrare Berlusconi. Aveva avuto comunque una risposta positiva».


MARIO MORI
Brusca spiega che le richieste dei boss durante la seconda trattativa sarebbero state le stesse del papello scritto nel ‘92 dall´entourage di Riina: «Dell´Utri fece sapere che loro avrebbero fatto tutto ciò che serviva per le nostre richieste. Ecco perché - spiega il pentito - nel ‘94 sostenemmo Forza Italia».

Per Brusca sono dichiarazioni davvero inedite. Al processo Dell´Utri, il boss aveva sostenuto di non sapere nulla del senatore di Forza Italia. Oggi dice: «Non mi ero ancora liberato dalla cultura mafiosa e non mi pareva perciò giusto accusare persone, come Ciancimino e Dell´Utri, di cui c´eravamo serviti per ottenere vantaggi. Quando ho poi scoperto che mi stavate intercettando, ho deciso di raccontare tutto».


ANTONIO INGROIA
Nell´estate scorsa, i pm di Palermo avevano messo sotto controllo il pentito perché sospettavano che gestisse un tesoretto di soldi e appartamenti di cui non aveva mai parlato. Ora, a 14 anni dall´inizio della sua collaborazione, Brusca dice di volere parlare di tutto quello che sa. E annuncia dichiarazioni anche su un altro capitolo riaperto di recente dai pm di Palermo con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, quello degli investimenti di Cosa nostra nelle imprese di Silvio Berlusconi.


VITO CIANCIMINO
2 - BRUSCA, NELL'86 ATTENTATO A VILLA BERLUSCONI PER FARLO PAGARE...
(Adnkronos) - Tra l'86 e l'87 Cosa nostra avrebbe preparato un attentato al cancello della villa del premier Silvio Berlusconi "per indurlo a tornare a pagare". E' quanto dice il pentito di mafia Giovanni Brusca nell'interrogatorio reso il 29 settembre del 2010 davanti al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo e il pm Lia Sava. E' stato lo stesso Brusca a volere essere sentito dalla Dda.


VITO E MASSIMO CIANCIMINO
"Nell'86 o '87, ora non mi ricordo, il mandante era Ignazio Pullara' (boss di Palermo ndr) e gli esecutori erano Peppuccio Contorno della famiglia di Santa Maria di Gesu' e un certo Francesco o Salvatore Zanca, questo e' scomparso per lupara bianca - dice ancora Brusca nel verbale depositato oggi al processo Mori a Palermo - Costoro sono stati quelli che hanno fatto l'attentato al.. nel cancello della villa di Berlusconi per indurlo a tornare a pagare la cosiddetta messa a posto, che dopo la morte di Stefano Bontade l'aveva sospeso, e credo che si trattava di 600 milioni l'anno, ora non mi ricordo, comunque Ignazio Pullara' mi ha detto la cifra". E prosegue: "Avevano sistemato tutto attraverso Cina', quello morto. Dopodiche' a causa di questo fatto che Ignazio Pullara' aveva preso di iniziativa sua senza dire niente a Riina, piu' altre cose che io purtroppo non ho avuto il tempo di approfondire".


BAGARELLA
Il pentito sostiene che il boss "Ignazio Pullara' diciamo fu estromesso dal suo ruolo di reggente, che poi fu il ruolo che prese Pietro Aglieri. So che la gestione di questi soldi poi passo' in mano a Salvatore Riina, che io non ho mai visto, so che arrivavano questi soldi, li gestiva, in particolar modo li dava alla famiglia di Resuttana dove era impiantato l'antenna e poi pensava per tutti gli altri, cioe' necessita' di processi, carcerati. So che li divideva in questa maniera, li faceva arrivare alle famiglie". Notizie che Brusca aveva fino ad oggi volutamente taciuto ma e' stato lo stesso a volere parlare con i magistrati. "Chiedo scusa, perche' ho taciuto... taciuto inizialmente... purtroppo dal dire al fare, collaborare non e'... inizialmente inquadravo le situazioni...".


DELLUTRI E BERLUSCONI
3 - CIAMPI, NON RICORDO DIVERGENZE SU APPLICAZIONE 41BIS...
(Adnkronos) - "Non ho alcun ricordo in merito a possibili problematiche e divergenze di opinioni all'interno del governo da me presieduto inerenti l'applicazione del cosiddetto 41 bis". E' uno dei passaggi principali del verbale reso lo scorso 15 dicembre dall'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi davanti ai pm di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa nostra. Ciampi nel periodo della trattativa cioe' nel '93, di cui parla tra gli altri Massimo Ciancimino, era Premier.



BERLUSCONI NEL CON MARCELLO DELLUTRI
Ciampi non ricorda invece i contenuti di un appunto inviato dall'ex direttore del Dap, Nicolo' Amato al Capo di Gabinetto del ministero di Grazia e Giustizia "dove venivano riportate, tra l'altro, le perplessita' del capo della Polizia prefetto Vincenzo Parisi - spiega Ciampi - circa l'applicazione del regime carcerario, devo dire che non conservo alcun ricordo. Posso affermare con assoluta certezza che la linea del governo in tal senso era estremamente rigida. Non ricordo che vi fossero ministri che avevano opinioni diverse in tema di contrasto alla criminalita' organizzata".


BERLUSCONI DELLUTRI
"Voglio ancora aggiungere che, sugli argomenti sui quali vengo compulsato, potrebbe essere per voi utile consultare le mie agende del tempo, tuttora custodite presso gli uffici del Quirinale", avverte Ciampi. "Nelle agende, oltre a riportare le annotazioni sugli accadimenti della giornata, in alcune occasioni riportavo anche mie riflessioni", aggiunge.

Per quanto riguarda la mancata proroga del regime detentivo 41 bis Ciampi non ricorda "nulla", come detto dallo stesso ai magistrati che lo hanno sentito.


NICOLA MANCINO
In particolare per il carcere duro in scadenza nel novembre del 1993 "a carico di circa 300 detenuti per reati di mafia. Non venni avvertito ne' prima ne' dopo quella mancata proroga. Non so nemmeno dare una spiegazione per la condotta del ministro Conso (ex ministro della Giustizia ndr) che, con la mancata proroga di tali decreti, certamente andava in netta contrapposizione con le linee guida del governo da me presieduto in tema di lotta alla mafia".

"La mia convinzione che, in quei frangenti coincidenti con le bombe di Roma, Milano e Firenze, si concretizzasse il pericolo di un colpo di Stato nasceva dalla eccezionalita' oggettiva di quegli avvenimenti (compresa l'interruzione delle linee telefoniche di Palazzo Chigi nella notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993) e non da notizie precise in mio possesso', ha proseguito Ciampi ricordando un'intervista rilasciato tempo prima.


MANCINO NICOLA E SIGNORA
'Ricordo perfettamente - ha aggiunto Ciampi - che effettivamente convocai, in via straordinaria, il Consiglio Supremo di Difesa. Di tale convocazione venne informato sicuramente anche il Presidente della Repubblica. Ricordo che, in un clima di smarrimento generale, nel corso di quella riunione (della quale certamente venne redatto regolare verbale, credo custodito presso gli Uffici della Presidenza del Consiglio) qualcuno avanzo' l'ipotesi dell'attentato terroristico di origine islamica. Altri, tra cui certamente il Capo della Polizia Parisi, escludevano la fondatezza di quella pista avanzando l'ipotesi della matrice mafiosa".

E ha concluso: "Non ricordo se in occasione di quel Consiglio Supremo di Difesa, o in momento successivo, sia stata mai prospettata da alcuno l'ipotesi che gli attentati di Roma Milano e Firenze costituissero una risposta della mafia al regime della detenzione carceraria del 41 bis. Io personalmente ho maturato il convincimento che quelle bombe fossero contro il governo da me presieduto. Cio' perche' ho constatato che gli attentati iniziarono, con quello via Fauro, poco dopo l'insediamento di quell'esecutivo e cessarono pressoche' contestualmente al momento in cui, nel dicembre del 1993, rassegnai le dimissioni".


CARLO AZEGLIO CIAMPI - COPYRIGHT PIZZI
4 - MORI; NOTE DAP E VERBALI MINISTRI E PREMIER IN ATTI PM...
(ANSA) - Nel faldone di 1.800 pagine di cui il pm Nino Di Matteo ha chiesto l'acquisizione, nel processo ai carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato la mafia, c'e' anche un nuovo verbale dell'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, in cui ribadisce di aver detto a Mancino quanto aveva appreso da Liliana Ferraro sui contatti tra Vito Ciancimino e il Ros dopo la morte di Giovanni Falcone.

Tra i documenti anche una nota del 6 marzo 1993 firmata dall' allora dirigente del Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria) Nicolo' Amato e indirizzata al capo del gabinetto del ministero della Giustizia in cui si fa riferimento all' opportunita' di abrogare il 41 bis, a cui sarebbe stato favorevole l'allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi'.


SCA11 CARLO AZEGLIO FRANCA CIAMPI
Nel faldone anche altre note del Dap sulla corrispondenza tra Amato e Conso nel febbraio del 1993 concernenti l'avveuta revoca del 41 bis primo comma ai detenuti del carcere di Poggioreale e Secondigliano e l'elenco dei detenuti a cui e' stato revocato o non rinnovato il 41 bis tra il 1993 e il 1996. Potrebbero entrare nel processo anche le testimonianze di alcuni dirigenti del Dap sul 'dimissionamento', come lui stesso l'ha chiamato, di Nicolo' Amato, che nel 1993 al vertice del Dap.

Infine il pm ha chiesto l'acquisizione dei verbali resi da Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993 era presidente del Consiglio, da Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, e da Giovanni Conso, ex ministro della Giustizia. La difesa di Mori, rappresentata dall'avvocato Basilio Milio, ha chiesto un termine per pronunciarsi sull'acquisizione dei documenti e sulle nuove audizioni. L'udienza e' stata rinviata al 22 marzo, quando il Tribunale decidera' sulle richieste del pm.

by dagospia

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