MILANO - Durante il suo recente viaggio in Europa il
futuro candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt Romney è stato alla
larga dall'Italia. Probabilmente si è trattato di una scelta saggia.
Dodici anni fa Bain Capital, una società di private equity fondata da
Romney che all'epoca rivestiva il ruolo di chief executive officer, ha
incassato circa un miliardo di dollari in un'operazione di leveraged
buyout che in Italia continua a essere controversa. Bain faceva parte di
un gruppo di investitori che avevano acquistato la società di guide
telefoniche Seat Pagine Gialle dal governo italiano, rivendendola due
anni più tardi al culmine della bolla tecnologica a Telecom Italia, per
circa 25 volte quello che era stata pagata.
A quel punto, secondo i documenti esaminati da Bloomberg News,
Bain avrebbe dirottato i profitti attraverso le proprie controllate in
Lussemburgo. Una strategia compiuttosto diffusa per evitare le imposte
sul reddito e che Bain Capital sottolinea essere pienamente in regola
sotto i profili di tutte le normative fiscali e finanziarie dell'Italia,
dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. L'acquirente era stata Telecom
Italia, la più grande compagnia telefonica in Italia, che oggi ha un
valore totale di mercato inferiore alla cifra pagata a Bain e altri
investitori per Seat.
In Italia, il caso ha originato almeno tre
libri, indagini giudiziarie e articoli di giornale sugli investitori che
hanno fatto fortuna a spese dei contribuenti italiani. Bain Capital non
è mai stata lambita dalle indagini e sulla vicenda non sono mai stati istruiti processi.
La
vendita di Seat da parte del governo è "un capitolo buio della storia
delle privatizzazioni del paese, una vicenda che ha colpito gli italiani
in profondità", spiega Bernardo Bortolotti, un professore di Economia
all'Università di Torino che ha fatto da advisor del Tesoro italiano
durante le privatizzazioni dal 2002 fino al 2005. "È stato un errore fin
dall'inizio, aggravato dalla mancanza di trasparenza e dall'utilizzo di
fondi offshore".
Secondo una persona vicina al dossier, Romney
ha probabilmente guadagnato più di 50 milioni di dollari, forse
addirittura 60, dalla vendita di Seat Pagine Gialle. L'accordo si
trasformò in uno dei più grandi affari della sua gestione. Un portavoce
del ministro delle finanze italiano Vittorio Grilli, che ha
supervisionato le privatizzazioni del Tesoro quando l'Italia ha venduto
Seat, ha rifiutato di commentare.
"L'episodio Seat può servire
come un ammonimento, ora che il governo italiano ha approvato una nuova
serie di privatizzazioni", spiega il senatore Elio Lannutti (Idv).
L'Italia punta a raccogliere fino a 10 miliardi di euro attraverso le
vendite di beni e quote di società allo scopo di ridurre il secondo più
ingente debito pubblico d'Europa. L'acquisto e rivendita rapida delle
Pagine gialle è "un esempio di capitalismo all'italiana, dove con
risorse modeste si può aggirare il sistema e arricchirsi", spiega
Lannutti. "E' un errore che gli italiani sperano non venga ripetuto".
Le
origini di "affaire Bain" risalgono al 1996, quando il Tesoro italiano -
ai cui vertici sedeva anche l'allora direttore generale Mario Draghi,
ora a capo della Banca centrale europea - ha iniziato la privatizzazione
diverse imprese pubbliche per ridurre il debito pubblico e rendere
possibile l'ingresso nella zona euro. Una delle prime aziende ad essere
cedute fu Seat Pagine Gialle, controllata da una società statale
denominata Stet SpA.
Bain venne a conoscenza di asta pubblica
attraverso l'unità italiana di Bain & Co., la società di consulenza i
cui partner hanno creato Bain Capital. La filiale milanese era gestita
da Gianfilippo Cuneo, uno dei fondatori della succursale italiana di
McKinsey & Co. "Ha capito subito che si trattava di un'operazione
credibile e che valeva la pena dedicarci un po' di tempo, in questo modo
ha garantito il supporto di Bain Capital," spiega Cuneo.
Lorenzo
Pellicioli, che investì in Seat e diventò il suo amministratore
delegato, ha ricordato che Romney prese parte brevemente a una riunione
sull'operazione negli uffici di Bain a Boston. "Entrò nella stanza, fece
subito un paio di domande molto mirate, ci stringemmo la mano e se ne
andò", ricorda Pellicioli. Gli altri investitori del gruppo Bain
includevano De Agostini, la Banca Commerciale Italiana, Telecom Italia
(allora controllata dal governo), e la Investitori Associati di Cuneo.
Bain
sborsò 36 milioni di euro, equivalenti a una quota del 16 per cento del
gruppo di investitori e facendone il secondo socio, dopo Telecom
Italia. Bain e i suoi partner finirono per acquisire il 61,7 per cento
di Seat per 853 milioni di euro nel novembre 1997, battendo un altro
offerente.
Il governo italiano, che in precedenza possedeva una
partecipazione di controllo in Telecom Italia, ha venduto la maggior
parte delle azioni della compagnia telefonica nel 1997. Nel febbraio
2000, al culmine della bolla di Internet, Telecom Italia ha annunciato
che stava spendendo 14,6 miliardi di euro per acquistare la restante
parte di Seat, che nel frattempo aveva ampliato la propria offerta dal
web.
Mentre Bain non rende pubblici i ritorni sui propri
investimenti, l'ufficio di Cuneo ha dichiarato che il ritorno di
Investitori Associati è stato di quasi 28 volte l'investimento iniziale.
Bain, come altre società di private equity, accresce i propri
rendimenti utilizzando denaro preso a prestito per finanziare
acquisizioni. Bain ha rimpatriato i profitti attraverso una serie di
filiali in Lussemburgo, un paese che rende facile il rientro dei
capitali senza pagare le tasse. Investitori Associati ha definito "quasi
inesistenti" le imposte pagate dalla holding lussemburghese utilizzata
per l'operazione italiana.
Nei tre mesi precedenti l'offerta di
Telecom Italia nel febbraio 2000 il prezzo delle azioni Seat è quasi
triplicato. Mentre nei due anni precedenti l'affare il Nasdaq Composite
Index (Ccmp) è aumentato di circa il 160%. "Seat è stata stato venduto
al picco della bolla Internet" ricorda l'allora amministratore di Seat
Pellicioli. "Non era soltanto fumo, c'era un sacco di 'ciccia', ma i
multipli della bolla Internet e la tempistica hanno aiutato".
Le
autorità di controllo italiane hanno ventilato l'ipotesi che il prezzo
fosse stato manipolato, che gli investitori si fossero mossi basandosi
su informazioni privilegiate e hanno tentato di fare luce su presunti
conflitti di interesse. Due top manager di Telecom Italia possedevano
indirettamente delle quote in Seat. La Consob e il pm torinese Bruno
Tinti hanno svolto delle indagini senza però spingersi a formalizzare
delle accuse. Seat è stata venduta nel 2003 per 3,7 miliardi di euro a
un altro gruppo di società di private equity e oggi ha un valore di
mercato di 57 milioni di euro. Oggi Telecom Italia ha una
capitalizzazione di mercato di 12,5 miliardi di euro. Dal febbraio 2000,
le azioni di Telecom Italia hanno perso circa il 90 per cento del
proprio valore. "Il governo è stato spennato", spiega Alessandro
Fogliati, che ha guidato un gruppo di azionisti di Stet che aveva votato
contro la vendita di Seat. "E' stato l'inizio della distruzione
dell'industria italiana."
http://www.repubblica.it/economia/2012/08/06/news/bain_romney_seat_pagine_gialle-40468132/
domenica 5 luglio 2015
Quella volta che Romney si arricchì sul flop (esentasse) di Seat Pagine Gialle Il futuro candidato repubblicano alla Casa Bianca è stato uno dei protagonisti della privatizzazione e della vendita della ex società della Stet. Un'operazione che ha fruttato alla sua Bain Capital circa 25 volte il capitale investito. Una montagna di denaro, circa 50 milioni, finita negli Usa attraverso una holding lussemburghese di JESSE DRUCKER, ELISA MARTINUZZI e LORENZO TOTARO
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